Breaknotes/ Donald Trump e la Bibbia… vanità e pregiudizio

Non so se lo avete notato, ma Donald Trump in foto viene più o meno sempre allo stesso modo:  un simil ghigno accentuato dalla pettinatura improbabile. Il personaggio in questione ha un bel po’ di problemi ultimamente. La pessima gestione della pandemia di coronavirus lo ha fatto cadere nei sondaggi – e le elezioni sono prossime. In aggiunta, le rivolte scatenate in tutto il Paese a seguito dell’assassinio a sangue freddo, impietoso e spietato, di George Floyd, afroamericano soffocato dal ginocchio di un poliziotto dall’aria e dai modi piuttosto criminali, ha costretto l’uomo più potente della Terra (dovremo iniziare a rivedere questa definizione guardando a Oriente…) in un angolo del ring dove da qualche anno saltella, si scansa e tira pugni ai suoi avversari.

Per riprendersi, tre giorni fa è uscito in passerella dal bunker della Casa Bianca per farsi una foto davanti a una chiesa, con la Bibbia in mano. Assomigliava tanto alle passeggiate/sfilate solitarie di Kim Jong Un. L’immagine mi ha colpito quanto quella dell’omicidio di Floyd. La faccio semplice, ma quell’uomo solitario, dritto come uno stoccafisso, che con il solito ghigno mostra la Bibbia davanti alla St. John’s Church, a due passi dalla Casa Bianca, superprotetto da poliziotti in tenuta antisommossa che pochi minuti prima, per permetterne l’esibizione, avevano sparato lacrimogeni e proiettili di gomma contro le persone che stavano manifestando, ha fatto incazzare molti, anche la reverenda Mariann Budd, vescovo episcopale di Washington, che ha definito l’incursione davanti all’edificio di culto «Un abuso di simboli sacri» e «un messaggio antitetico agli insegnamenti di Gesù e a tutto ciò che le nostre chiese rappresentano». Quale canzone poteva meglio rappresentare The Donald in quel momento? Non ho dubbi: You’re So Vain di Carly Simon. Qui sotto il testo…

You walked into the party

Like you were walking on to a yacht

Your hat strategically dipped below one eye

Your scarf, it was apricot

You had one eye in the mirror

As you watched yourself Gavotte

And all the girls dreamed that they’d be your partner

They’d be your partner, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (you’re so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Oh, you had me several years ago

When I was still quite naive

When you said that we made such a pretty pair

And that you would never leave

But you gave away the things you loved

And one of them was me

I had some dreams, they were clouds in my coffee

Clouds in my coffee, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (you’re so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Don’t you?

I had some dreams, they were clouds in my coffee

Clouds in my coffee, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (you’re so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Well I hear you went up to Saratoga

And your horse, naturally, won

Then you flew your Learjet up to Nova Scotia

To see the total eclipse of the sun

Well, you’re where you should be all the time

And when you’re not, you’re with some underworld spy

Or the wife of a close friend

Wife of a close friend, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Don’t you?

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain

Tre album da… trasporto spazio temporale!

Oggi è il grande giorno: finalmente liberi! Giusto? Pensatela come volete, non sono in vena di celebrare nuove semilibertà. E, se devo essere proprio sincero, la quarantena o lockdown come vogliate chiamarlo, mi ha dato, oltre alle ansie iniziali, anche la possibilità di meditare su tutto. Avere, per esempio, la libertà di essere trasportato in mondi (musicali, culturali) sconosciuti, trasporti spazio-temporali avanti e indietro nel tempo, dal planare sui fumosi club dove si suonava il primo jazz, ad atterrare in pianeti d’avanguardia, alla ricerca di musicisti con la mente proiettata al di là del canonico pentagramma, è stato tutto un rincorrersi di storia e futuro.

La musica ha questo compito, rappresentare l’essenza dell’uomo in un determinato momento della sua evoluzione, tradurre le sue emozioni, ansie, aspettative in melodia. In queste nuove orbite stimolanti mi hanno colpito tre dischi, tre lavori diversi tra loro ma essenzialmente d’ascolto. Nessuno di questi vi catturerà subito. Ed è giusto che sia così: vanno ascoltati e riascoltati, scoperti un po’ alla volta, con attenzione per percepirne sfaccettature, costruzioni, complessità. Li conoscerete sicuramente, visto che sono artisti che circolano da tempo, ma condividere un buon ascolto equivale a gustarsi un buon bicchiere di vino tra amici. Noterete che in tutti e tre gli album c’è un’ispirazione comune, un gruppo rock dirimente degli ultimi trent’anni di musica, i Radiohead…

Il primo autore si chiama Moses Sumney, ha 29, è americano di origini ghanesi. Molti sicuramente ricorderanno la sua canzone Doomed contenuta nella fortunata serie Orange is the new black, dal suo primo album Aromanticism del 2017. Album dove il silenzio è componente essenziale della composizione, studiato nei minimi particolari. D’altronde anche il nostro Ezio Bosso non si stancava di dire che «anche i silenzi hanno un suono». Moses ha una voce che raggiunge le sonorità di Thom Yorke dei Radiohead, o gli acuti di Anonhi (Antony Hegarty, artista transgender che ricorderete nel gruppo Anthony and the Jonhnsons alla fine degli anni Novanta) o anche i falsetti di Prince. Ok, Moses ha pubblicato il 15 maggio Græ, secondo lavoro, un doppio album, nonostante sia attivo da diversi anni. Uno molto cauto, che ha aspettato a farsi conoscere per non bruciarsi subito come un fuoco fatuo. Una delle canzoni contenute nel suo ultimo lavoro, Polly, l’ha trasposta in video nel dicembre scorso. Capolavoro di semplicità e comunicazione. Il brano che suona sotto e lui che fissa in camera, una maglietta nera, un paio di chitarre appese alla parete, un piano a muro. Inizia a piangere, le lacrime scivolano sul suo volto e la canzone va. Nessun movimento se non una mano passata sul viso per asciugare il pianto. Ascoltate Gagarin o Cut Me (anche i video non sono per niente scontati…).

Il secondo è “nostrano” dei torinesi Subsonica. Il titolo, Mentale Strumentale, riassume bene il contenuto di questo lavoro realizzato sedici anni fa e mai pubblicato. Un disco fatto apposta per rompere con l’allora casa musicale (la Mescal), diventato una sorta di “riassunto” della musica dei Subsonica e delle origini del loro sound, reso finalmente disponibile dal 24 aprile scorso. Dall’attacco Decollo ()Voce Off) in stile Florian Schneider/Kraftwerk alle divagazioni sensoriali dei Pink Floyd con Syd Barret di Interstellar Overdrive, alle sonorità dei Radiohead (e ritornano ancora, ma non finisce qui!). Anche in questo caso, questo viaggio nel futuro concepito dalla band è un percorso non senza ostacoli sonori. Che vanno affrontati, ascoltati e mai aggirati. S’impone un ascolto plurimo per comprendere e abbandonarsi a questo “Intergalactic travel”. Il disco, per rimanere in tema di stretta attualità, ha anche un fine sociale: i proventi della vendita sostengono la Fondazione Caterina Farassino che si è occupata dell’emergenza coronavirus, con “Respira Torino”, raccolta fondi per gli ospedali di Torino e Asti in emergenza covid19. Ascoltate Cullati dalla Tempesta.

Ultraista album cover

Ultima band, che nel circuito amanti-Radiohead è famosissima. Sono gli Ultraísta, attiva da circa dodici anni, è costituita da Laura Bettinson, Nigel Godrich e Joey Waronker (gli ultimi due, membri della super formazione Atoms For Peace costituita da Thom Yorke con Flea, mitico bassista dei Red Hot Chili Peppers e il percussionista Mauro Refosco nel 2013). Nigel è anche lo storico produttore dei Radiohead. Tornando agli Ultraísta; il loro album, Sister, è uscito il 13 marzo, in piena pandemia qui in Italia. È un linguaggio che ha basi solide, un rock sperimentale con la voce ovattata di Laura che si muove tra le onde di sintetizzatori mosse in un lieve e continuo turbinio da Nigel e le trame ritmiche di Waronker, batterista con solide esperienze. La passione del trio per l’Afrobeats e la musica elettronica si sente, eccome, ma il cercare di andar oltre, perfezionare quest’arte in divenire è un imperativo assoluto per il gruppo, come dimostra la tosta Tin King o la bellissima Water in my Veins.

Sanremo2020/ Morgan, Bugo e l’essenza dell’imprevedibilità

Il coup de théâtre alla fine è arrivato. E lo spettacolo ha raggiunto uno dei momenti più lirici e drammatici, l’apice di tensione fisica e mentale, lo stress perfetto, prima dell’ultima parte che porterà, questa sera, alla fine dell’opera omnia.

Il 70esimo festival di Sanremo come una poderosa tragedia greca. L’uscita di scena col botto di Morgan e Bugo di questa notte, iniezione di vita vera nella finzione scenografica, è stata la ciliegina sulla torta di un festival che s’è rivelato, di fatto, uno dei migliori degli ultimi anni.

Le cronache raccontano di morsi e sputi, offese e parolacce da veri duri volate tra l’ex Bluevertigo e il cantautore/attore novarese. Sprazzi punk, incursioni da rocker, follia seminata a beneficio della folla e dell’ego dei contendenti. Roba già vista, per carità.

Dal mitico pugno stampato da Charlie Watts, batterista dei Rolling Stones, sulla faccia di Mick Jagger in una camera d’albergo, alle snervanti frecciatine e offese tra Kurt Cobain, leader dei Nirvana, e Axl Rose dei GNS (Guns N’ Roses), il mondo del rock ne ha viste di ogni. Ricordate i fratelli Gallagher? Dopo anni di litigi, Noel e Liam, nel 2009 a Parigi, prima di salire sul palco del Rock en Seine, hanno lo “scazzo” definitivo: volano chitarre e urla, Noel se ne va, il concerto salta e gli Oasis si sciolgono. E ancora, memorabile, a Las Vegas,  durante gli MTV Video Music Awards edizione 2007, il destro del gelosissimo Kid Rock, allora marito di Pamela Anderson, che colpisce Tommy Lee, ex consorte della Anderson, con cui lei ritornerà insieme…

Ma torniamo a Morgan e Bugo: nonostante il pedegree dei rispettivi artisti, la loro canzone era debole e l’esibizione, anche peggio, poco amalgamati, due particelle di sodio nella stessa bottiglia, mentre l’interpretazione di Canzone per te, fatta nella terza serata, sempre parere personale, è stato un atto poco gentile nei confronti del pubblico e dell’autore, il mitico Sergio Endrigo. E qui nulla c’entra l’artista, la sua libertà d’interpretazione e la follia del compositore… Comunque, a squalifica avvenuta e conferenza stampa annunciata dai due ex amici per oggi pomeriggio, resta un fatto: c’è sempre una prima volta, anche nella macchina perfetta e immutabile di Sanremo. Quell’imperfezione che renderà la 70esima edizione indimenticabile…