Rovigo, la soddisfazione di un weekend Jazz/Blues

Domenico De Fazio, degli “I Shot A Man”, vincitori della competizione – foto di Andrea Guerzoni

Lo scorso fine settimana ho avuto una full immersion Jazz/Blues come da tempo non mi capitava. Sono stato, infatti, invitato a Rovigo in occasione del Deltablues, manifestazione che si tiene da ben 33 anni in Polesine, organizzata dall’Ente Rovigo Festival. Sabato per fare quattro chiacchiere con Gegè Telesforo, una gran bella serata in piazza Vittorio Emanuele passata a discutere di musica senza confini, jazz, scat, disciplina in cui eccelle, nuove tendenze (ne parleremo con lui su Musicabile molto presto). Domenica, invece, a godermi il concerto di Gegè e a fare parte della giuria capitanata da Davide Grandi che ha scelto la band italiana che volerà all’International Blues Challenge di Memphis nel 2022 (rinvio causa Covid).

Nella due giorni ho avuto modo di conoscere alcuni allievi e professori del Conservatorio Francesco Venezze di Rovigo, corso Jazz, una gran bella realtà. Gente tosta, per intenderci, come il pianista Stefano Onorati (responsabile delle produzioni artistiche e dell’attività concertistica), il batterista Stefano Paolini (“grancapo” della didattica), Pier Mingotti, bassista (a cinque corde! con studi d’oboe al conservatorio, efficace ricamatore), Massimo Morganti, trombonista e direttore della Venezze Big Band, orchestra jazz del Conservatorio. Hanno dato vita, con alcuni allievi belli tosti, alla band che ha accompagnato Gegè Telesforo nel concerto a La Fabbrica dello Zucchero. Serata strepitosa, peccato che la pioggia abbia rovinato la parte finale dello show, costringendo a tagliare gli ultimi tre pezzi in scaletta.

In questa due giorni rodigina ho ragionato sullo stato della musica (suonata) in questo Paese. C’è tanta carne al fuoco. C’è interesse per quest’arte, e la riprova, nella piccola Rovigo, è un’affluenza di giovani senza precedenti al Conservatorio che chiedono – e affrontano le selezioni – di studiare Jazz e Pop. Suona strano pensare alla Musica come lavoro, a maggior ragione in questo momento dove la pandemia ha raffreddato anche gli animi più vogliosi di note e ritmi.

O forse no, forse questi mesi hanno fatto capire come la vita debba essere vissuta sempre e comunque, che inseguire i propri sogni a dispetto di tutto e tutti è un imperativo per essere felici e realizzati. Magari sarebbe gradita e richiesta una maggior attenzione da parte dello Stato per le arti e i lavoratori dello spettacolo. Finisco sempre qui, per me è un punto nodale: garantire ad artisti  e maestranze certezza e serietà nella filiera della musica. I medici curano il corpo, gli artisti l’anima, ricordiamocelo.

Gegè Telesforo – foto di Andrea Guerzoni

La musica, nello specifico, ma anche la pittura, la letteratura, il cinema, sono determinanti per lo sviluppo sociale di un popolo, cosa ovvia, direi. Certo, poi c’è anche la notorietà, ci sono i soldi, la vita da rockstar. Ambire è giusto, lavorare con passione è altrettanto doveroso. Amore e intraprendenza che ho visto negli occhi, nelle mani, nelle voci dei concorrenti alla sfida delle band per l’International Blues Challenge. Potrò sembrarvi banale, ma quella sera impegnato a dare voti ai quattro gruppi finalisti – avevano venti minuti per dimostrare il loro valore – ho avuto difficoltà a non premiare tutti. Per il loro impegno, la forza che ci hanno messo, la voglia di trasmettere – nei canoni del Blues – un personale modo di interpretarlo. Alla fine i vincitori, tre ragazzi di Torino, gli I shot a man, hanno prevalso di pochissimo sugli altri tre gruppi, i The Blues Queen, i Bad Blues Quartet e i Dago Red.

Kirk Fletcher, al Deltablues il 26 settembre

Chi fosse dalle parti di Rovigo nel prossimo fine settimana vada a sentire gli ultimi due giorni di concerti. Sabato 26 e domenica 27 settembre, sempre nel nuovo polo culturale La Fabbrica dello Zucchero, live di Fabio Treves, il bluesman italiano per eccellenza, preceduto dai Superdownhome, duo di blues rurale, e da Kirk Fletcher, chitarrista californiano (ha suonato anche con Joe Bonamassa) con un nuovissimo disco in uscita domani dal titolo My Blues Pathway – ascoltate No Place To Go. Domenica saliranno sul palco i romani Bud Spencer Blues Explosion – qui con E tu? –  al secolo Adriano Viterbini, chitarra, e Cesare Petulicchio, batteria, preceduti dai torinesi Boogie Bombers e da Linda Valori, solida e conosciuta voce blues. Mi sembra di avervi detto tutto…

Perché i regimi hanno paura della musica?

Frame da Il “Grande Dittatore”, film di Charlie Chaplin (1940)

Le recenti elezioni in Bielorussia, dove il sessantacinquenne Aleksandr G. Lukashenko, al potere da 26 anni, s’è garantito la sesta rielezione, secondo osservatori internazionali e oppositori con brogli elettorali, intimidazioni, arresti e l’oscuramento del web, mi hanno fatto riflettere. Che rapporto c’è tra dittatura e musica? In effetti, quella della Bielorussia è l’unico regime totalitario rimasto nella cara vecchia Europa, almeno così sostengono convinti gli Stati Uniti. Ci sarebbe da discutere al proposito…

Non andiamo a invadere campi che non ci appartengono. Sul rapporto tra dittature e musica ci sono saggi su saggi, anche molto interessanti, soprattutto sul rapporto tra quest’arte e il Nazismo e Fascismo. La musica è troppo destabilizzante per chi deve detenere con pugno di ferro un potere fine a se stesso, con l’alibi del bene del popolo. È risaputo che il Nazismo, che predicava la purezza della razza e, dunque, anche delle maggior espressioni artistiche di un popolo, aborriva il jazz, musica di neri, inascoltabile per un orecchio predestinato alla perfezione, anche se nei campi di concentramento il jazz, per chi soffriva, era una ventata di resistenza. Il Fascismo aveva i suoi aedi, che hanno partorito canzoni decisamente imbarazzanti, intrise di quel semplicistico ornato di parole ridondanti, slogan da grande impero privi di contenuti… Poi sappiamo come sono andate (fortunatamente per noi!) le cose. Rileggetevi i testi di queste preziose perle trasposte in musica, da Faccetta Nera a Me ne Frego! a Vincere Vincere Vincere. Mi permetto la prima strofa di quest’ultima: Temprata da mille passioni La voce d’Italia squillò! “Centurie, coorti, legioni, In piedi chè l’ora suonò”! Avanti gioventù! Ogni vincolo, ogni ostacolo superiamo! Spezziam la schiavitù Che ci soffoca prigionieri nel nostro mar! Non vi tedio oltre.

Venendo a tempi più recenti, anche durante il ventennio di dittatura brasiliana, tanto cara al presidente attuale, Jair Bolsonaro, la musica è stata vista come un pericoloso nemico da combattere. Caetano Veloso, Gilberto Gil, Chico Buarque, ma anche il regista Glauber Rocha oltre a politici e sindacalisti, furono costretti all’esilio. Ascoltatevi Cálice di Chico Buarque e di quel geniaccio incredibile di Milton Nascimento (Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, De vinho tinto de sangue… Padre allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, di vino rosso di sangue…), oppure Alegria Alegria di Caetano Veloso, diventati must della musica popolare brasiliana (MPB). Di canzoni simbolo contro poteri e strapoteri anche nelle nostre democrazie ce ne sono molte. Pensiamo a The Revolution Will Not Be Televised (1971) di Gil Scott Heron (di cui vi ho già parlato in questo post) o a Imagine (sempre 1971) di John Lennon, ma anche a God Save The Queen (1977) dei Sex Pistols, a Rock in The Casbah (1982) dei Clash, a Sunday Bloody Sunday (1983) degli U2; e ancora, a Killing in the name (1992) dei Rage Against The Machine, a Idioteque (2000) dei Radiohead o a Psycho (2015) dei Muse.

Frame da “Psycho” – Muse

Torniamo a Lukashenko: la musica fa così tanta paura che l’apparato del governo si prende la briga di ascoltare e leggere tutto (come d’altronde faceva il Minculpop, nel periodo fascista, e fa ogni dittatura oliata) per poi mettere il “visto… si ascolti”. Molte canzoni sono state “tagliate” in modo pretestuoso: testi troppo banali, o non convenienti, o inneggianti alla violenza, non adatti al fiero popolo d’appartenenza… Ne sa qualcosa, per esempio, Siarhei Mikhalok, il frontman della band punk-rock Lyapis Trubetskoy (qui con Kapital) e l’altra da lui  sempre fondata, anarco-rock, Brutto (qui con Giri). Dopo un esilio dai palchi del suo Paese, Mikhalok è potuto rientrare quattro anni fa, apparentemente libero ma… guarda caso i concerti o non potevano tenersi, o venivano rinviati per qualche problema.

La musica fa davvero paura: scuote gli animi, fa riflettere, invita a guardare un altro mondo possibile.

E chiudo: noi, che abbiamo la fortuna di vivere in Paesi dove si può criticare anche aspramente senza il timore di sparire o venire arrestati o esiliati, sappiamo usare questo dono immenso che è la libertà? L’abitudine, spesso gioca brutti scherzi. Non dovremmo mai dimenticare Giorgio Gaber e la sua La Libertà: «La libertà non è star sopra un albero/ Non è neanche il volo di un moscone/ La libertà non è uno spazio libero/Libertà è partecipazione». Pensiamo ai tanti, troppi Lukashenko ancora in giro  – e brutalmente attivi – sparsi nel mondo, pensiamo alla nostra facilità d’espressione che, per ossimoro, troppo spesso diventa difficoltà di esprimersi, pensiamo alla musica, un’arte così immensa e forte da intimorire il forte di turno. Basta, la finisco qui.

Musica e… crisi 2/ Ritorno al lavoro, futuro, speranze, progetti

Giusto una settimana fa vi ho raccontato la giornata passata nel teatro di Gonzaga con un gruppo di tecnici, fonici, security, esperti di video e luci per girare uno spot a favore dei lavoratori del Dietro le Quinte, totalmente penalizzati dal lockdown a seguito della pandemia. Ore intense di lavoro, tutti, per una volta, concentrati sul realizzare qualcosa per se stessi, un atto di sensibilizzazione verso il pubblico a cui questo mondo deve praticamente tutto.

Oggi potete vedere il risultato di quel lavoro, racchiuso nello spot diretto e montato da Giampaolo Damato (cliccate sulla foto qui in basso). Nell’idea del bolognese Paolo “Red” Talami, 61 anni, del mantovano Vittorio “Vitty” Magro, 53, e del torinese Massimo “Max” Vigliotti, 45, i tre organizzatori dell’iniziativa, i primi due, fonici di sala, di palco e tecnici del suono, il terzo project manager e operatore mediaserver, dovrebbe essere proiettato prima di ogni spettacolo dal vivo, sia questo un concerto, un evento o una rappresentazione teatrale.

Ormai ci siamo: oggi, 15 giugno, riaprono cinema, teatri, manifestazioni all’aperto. Con molte restrizioni, ma a questo punto saranno i promoter e gli artisti a doversi adattare: più serate nello stesso posto per compensare la richiesta del pubblico e coprire le spese, accettare di rivedere i cachet di tutti, come saggiamente sostiene Beppe Carletti, leader dei Nomadi, band che vive di pubblico, serate, in contatto continuo con i fan. Artisti, di lungo pedigree e giovani “leve”, hanno voluto contribuire all’iniziativa degli “invisibili” inviando video di sostegno (cliccate sulla foto in basso, la prima per Carletti, la seconda per Ghigo Renzulli dei Litfiba). Se ne stanno aggiungendo ogni giorno. Sono tutti musicisti che hanno lavorato con loro, si conoscono, stimano, affezionano. Insomma, un atto dovuto, come in ogni grande famiglia degna di questo nome, spontaneo e confortante per chi ama la musica in tutti i suoi aspetti.

 

Ho fatto quattro chiacchiere con Red, Vitty e Max, anche loro felici di tanta solidarietà, dagli amici artisti ma soprattutto dai tanti interventi sui social di persone normali che li incitano a non mollare, ad andare avanti.

Come per molte cose, la pandemia e la quarantena stanno cambiando profondamente questo mondo, il fatto di essersi tutti bloccati ha interrotto bruscamente – per fortuna! – certe abitudini che si trascinavano pigramente, ha fatto riflettere e, sì, magari un mondo migliore è possibile anche da queste parti…Vitty: «Non credo si tornerà mai più come prima. A quello che eravamo si aggiunge la frustrazione di un futuro poco chiaro… Ora stiamo pensando solo a ripartire, questo è il nostro obiettivo…».
Red: «Una cosa è sicura, cambierà il pubblico in base a quando finirà quest’emergenza – oggi, meglio dire, mezza emergenza. Se continua così, dovremmo adattarci, abituarci a convivere fino a quando non ci sarà il vaccino… e forse tutto tornerà come prima».
Max: «Il mio futuro e quello della nostra professione? Al momento mi sono (ci siamo) dedicati a questo progetto lavorativo. Credo che la ripresa porterà con sé una maggiore consapevolezza di quello che è il mondo dello spettacolo».

Massimo “Max” Vigliotti

Voi siete dei veterani del dietro le quinte, come avete iniziato questo mestiere?Nell’immaginario collettivo è un lavoro meraviglioso, sempre in viaggio, conosci rockstar, una vita avventurosa…
Red:
«Ho iniziato nel 1975. Allora suonavo in una band con Gianfranco Stefanelli (quarto creativo del gruppo, l’art che ha ideato il logo dell’iniziativa, n.d.r.). Avevamo acquistato tutta la strumentazione per suonare dal vivo. Ricordo che andavamo ad appendere i manifesti delle nostre esibizioni di notte perché non avevamo i soldi per pagare le tasse comunali. Dopo un anno di questa vita, facevamo un rock country in controtendenza, ci siamo resi conto di essere fuori strada. Con tutto il materiale di palco che avevamo a disposizione abbiamo deciso di costituire una società e affittarlo alle band, lavoro che è durato per molti anni. Intanto mi ero appassionato al mestiere del fonico… Ho lavorato con Enrico Ruggieri, gli Skiantos, e dall’87 al 2012, con i Litfiba. Poi anche con Jovanotti, Ligabue, Zucchero, Gigi Proietti in teatro. È vero, viaggi, conosci molta gente ma è un mestiere molto faticoso, non hai orari, puoi lavorare anche per 20 ore filate. Ti deve piacere. In tutto questo sono riuscito a farmi una famiglia e a mantenerla!».
Max: «Io nasco come montatore e riparatore di sistemi tecnici. Ho studiato per questo. Crescendo e acquistando abilità, mi sono trovato a lavorare nel mondo del broadcasting, finendo a installare e tarare video proiettori per le proiezioni immersive. Lavoro per eventi, aziende e anche nei concerti, quando c’è da creare i ledwall che servono ad arricchire il concerto. Prima progetto il tutto per dare la mappatura corretta ai videomaker, i quali poi mi danno il video che proietto durante lo show. Ho collaborato come operatore di messa in onda nei concerti di Jovanotti, Ramazzotti, Ligabue (dove ho conosciuto Red), Renato Zero e tanti altri artisti, ma anche grosse aziende come la Fiat. Sono fortunato perché faccio il mestiere per cui ho studiato. Anch’io sono sposato e ho una figlia adolescente».
Vitty: «Ho cominciato suonando la chitarra in un gruppo hard rock nel 1989, nella mia città, Mantova. Poi, grazie a un collega più anziano, Ivo Bottura, che mi ha fatto da maestro, mi sono avvicinato e appassionato al mestiere di fonico. Ho fatto una lunga gavetta assieme a Ivo, decine e decine di concerti estivi… Poi ho iniziato a seguire i Nomadi, prima come backliner del chitarrista poi come fonico di palco. Quindi sono passato a tournée con i Modena City Ramblers, Carmen Consoli, Niccolò Fabi. Sono il fonico di sala di Davide Van De Sfroos dal 2013. Ho fatto il fonico per gli America, questi ultimi li ho seguiti in cinque tour. Con Red ho fatto l’installazione dell’impianto audio dei concerti di Leonard Cohen e Paul MacCartney. Mestiere avventuroso? Ti racconto questa: ad aprile del 1998 mi sono sposato; dopo nemmeno un mese sono partito per un lungo tour e sono ritornato a casa solo a settembre… bel mestiere, sì, ma incredibilmente tosto. Anch’io ho un figlio, di dieci anni».

Vittorio “Vitty” Magro

Ritorniamo alla vostra iniziativa: è difficile raccogliere gli operatori dello spettacolo, fare battaglie e iniziative insieme…
Max: «Il fermo obbligato di questi mesi mi ha portato a pensare molto e a condividere i miei pensieri sul nostro futuro professionale con altri amici. Ho spolverato la mia agenda per contattare i colleghi e sottoporre quella che era un’idea embrionale per farsi sentire. Non potevamo rimanere in silenzio, senza lavoro così d’improvviso. Sentivo la necessità di parlare alla gente, dire loro che gli artisti se vogliono esibirsi hanno bisogno di un fonico, se vogliono fare un concerto servono altre maestranze decisive alla buona riuscita dello show…».
Vitty: «Ti confesso che in questi tre mesi di fermo ho pensato anche di cambiare mestiere. Ma poi ho pensato: che cosa faccio? Mi sono passate davanti interminabili notti di concerti, l’adrenalina prima dell’inizio, poi alla fine, hai quella sensazione indescrivibile di aver fatto un gran lavoro. Un aneddoto: ho lavorato per un bel po’ di date con B.B. King. Tutte le sere, a fine concerto, veniva da me e mi ringraziava. L’ultima sera mi ha stretto la mano ringraziandomi ancora per l’ottimo lavoro e la collaborazione. Il giorno dopo sono andato a fare il fonico per un concerto locale. Sul palco c’era un ragazzino con chitarra e amplificatore costosissimi, accompagnato dal padre. Mi chiama: «Ehi, tipo, non mi sento…». Sono andato da lui e gli ho spiegato un po’ di cosette. Ecco, la complicità e la stima tra artista e tecnico è indispensabile e si ha solo quando entrambi sono veri professionisti. Tornando a noi, è difficile fare un censimento su quanti siamo in Italia. Ultimamente c’è un fiorire di ragazzi che escono da scuole di specializzazione disposti a tutto… la situazione sta scappando di mano. Per risparmiare, certe produzioni contattano giovani ancora inesperti, pagandoli ovviamente poco. Non ci sono regole».
Red: «Proprio per questo – e lo sto dicendo da anni – la nostra categoria deve essere regolamentata da un Ordine professionale. Vanno stabilite le modalità di ingresso, la formazione continua, ma è necessario avere un patentino, un’abilitazione per lavorare. In questo modo si fa selezione con aumento di professionalità. Ho insegnato un anno al Polo Scientifico Universitario di Firenze a 30 ragazzi che sarebbero poi usciti con un diploma che permetteva di accedere anche a un corso universitario. Era un insegnamento impostato sul “live”. Di questi 30 ragazzi solo uno ha fatto il magazziniere per un anno in una produzione. Per tornare al lavoro avventuroso che attira molti ragazzi, questi spesso si ricredono dopo aver visto, e vissuto, la fatica e il duro lavoro che viene richiesto. Anche la normativa non aiuta. Dopo gli incidenti che sono costati due vite a Trieste, nel 2011, nel tour di Jovanotti, e a Reggio Calabria nel 2012, nel concerto della Pausini, l’organizzazione di un concerto viene considerata alla stregua di un cantiere edile, con tutte le distorsioni del caso. Si cerca di evitare incidenti mettendo paletti, si aggiungono normative che “incasinano” il settore, invece di rendere tutto più fluido e sicuro».

Paolo “Red” Talami

Quindi, fatemi capire: regolamentazione del settore e creazione di un albo secondo voi sono la strada giusta per cercare di risolvere i vostri problemi?
Red: «In un periodo di vacche grasse, quando gli affari vanno a gonfie vele per tutti, pochi ci pensano. Sei coinvolto dal lavoro, vedi le cose che non vanno, ti riprometti di migliorarle, ma poi sei sempre in giro per il mondo e tutto passa in secondo piano. Il lockdown, il trovarsi improvvisamente senza occupazione, ha fatto riflettere».
Vitty: «All’estero, in Germania, Francia, Svizzera ci sono regolamentazioni più ferree che da noi. In una mia giornata tipo, le 16/18 ore di lavoro, sono la regola. Lì viene riconosciuto il lavoro serale e quello logorante con limiti all’orario e riconoscimenti anche economici…».

Cosa succederà adesso che si riapre?
Vitty: «La mia paura, visto che per un po’ non ci saranno grossi investimenti, è che si scateni una guerra al ribasso che costringerà a scendere a compromessi. Ma non voglio essere negativo; grazie al mestiere che facciamo abbiamo imparato a “saltar fuori” dai problemi in un modo o nell’altro. D’altronde, il “live” è così».
Max: «Nel bene e nel male non sarà più come prima. Non possiamo più vivere di compromessi. Spero che torni di nuovo la professionalità, che non si parli più di risparmi economici, ma di qualità. Le persone in questo mestiere fanno al differenza».

 

 

Riflessioni/ Beatles? Forever and ever… and everyday

Dieci anni in cambio dell’immortalità, dal 1960 al 1970. È questo il patto che i Beatles devono aver fatto con il dio della musica quando, da anonimi ragazzi di Liverpool sono diventati il gruppo più famoso della storia della musica. Certo, i Rolling Stones, altri immortali in azione dagli anni Sessanta, sono ancora sul palco. Loro invece come band si sono disintegrati all’apice della popolarità – storie, leggende, donne, rancori, investimenti sbagliati, carriere soliste, metteteci tutto quello che volete.

Eppure, grazie alla loro popolarità per i milioni di fan nel mondo è come se il ritiro dalle scene in formazione Fab4 non fosse mai successo. I Beatles sono i Beatles, sempre lì, immortali, presenti come band ancora attiva nell’immaginario collettivo. Poi ci sono Paul McCartney, John Lennon, George Harrison, Ringo Starr, altre storie. Sono ovunque, addirittura trasformati in fumetti (come testimonia il bel libro, uscito nel 2010 per Skyra, firmato da Enzo Gentile e Fabio Schiavo, Beatles a FumettiI). 

Mi è capitato di osservare uno dei tanti siti aggregatori di notizie. Uno di questi, thisdayinmusic.com, con sede a Prestatyn, località balneare gallese che si affaccia sulla baia di Liverpool a una settantina di chilometri dalla città di MacCartney&Soci, riporta i fatti salienti accaduti nel mondo della musica (rock e pop) negli anni per ogni giorno dell’anno. La cosa incredibile, non perché gli autori del sito siano un po’ di parte, visto lo stesso luogo di provenienza della band, è che per ogni giorno dell’anno sono segnalate una o più notizie sui Beatles. Mi sono divertito a prendere la settimana in corso, da domenica 7 a domenica 14 giugno. Qui la “Beatlescronologia”. Divertitevi!

07/06/1964 Primo tour mondiale, i Beatles partono da Amsterdam diretti a Hong Kong. L’aereo si  ferma a Beirut per rifornimento di carburante. Centinaia di scatenate/i fan invadono la pista. I quattro autografano gli album, ma poi alcuni tentano di salire nell’aereo, la polizia cerca di contenerli con la schiuma antincendio.

08/06/1967 Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band si posiziona al primo posto nelle vendite del Regno Unito e ci resterà per 27 settimane. Per registrare l’album, la cui produzione è costata 25mila sterline (l’equivalente di 42.500 dollari), ci sono volute più di 700 ore di studio. Particolarità: l’album per la prima volta contiene i testi delle canzoni stampati nella busta interna.

09/06/1963 L’ultima data del tour con Roy Orbison. I Beatles si esibiscono nella King George’s Hall, a Blackburn, Lancashire. È in questo tour che i fan dei Beatles iniziano a lanciare gelatina sul palco. Il motivo? George Harrison, in un’intervista televisiva, aveva dichiarato di esserne goloso.

10/06/1964 Da Hong Kong, tre giorni dopo l’“assalto” di Beirut, i Fab4 volano verso l’Australia. Dopo una sosta non programmata a Darwin, dove oltre 400 “fedeli seguaci” salutano il loro aereo, i Beatles atterrano a Sydney, nel mezzo di un violento acquazzone. Salgono su un camion scoperto per salutare i mille fan.

11/06/1969 I Beatles vanno al numero Uno della classifica dei singoli britannici con The Ballad Of John and Yoko, diciassettesimo primo posto nel Regno Unito della band. Gli unici due Beatles che suonano in studio sono John Lennon e Paul McCartney.

12/06/1965 I Beatles entrano nella lista delle onorificenze per per ricevere l’MBE  – Member of the Order of the British Empire – in occasione del compleanno della Regina Elisabetta (verranno insigniti a ottobre). Le proteste arrivano a Buckingham Palace: il deputato canadese Hector Dupuis, anche lui candidato, sostiene che la famiglia reale britannica lo ha messo allo stesso livello di un gruppo di volgari ignoranti…

13/06/1964 Torniamo al primo tour mondiale: i Beatles si esibiscono in altri due spettacoli al Centennial Hall, Adelaide. Per i quattro spettacoli previsti ci sono 12mila biglietti disponibili, contro una richiesta di pubblico di 50mila. I due concerti di questo giorno sono stati gli ultimi del batterista Jimmy Nicol, nel ruolo di Beatle temporaneo, in sostituzione dell’ammalato Ringo Starr. Sempre il 13 giugno ma del 1970, la band inizia due settimane al top della classifica dei singoli Usa con The Long And Winding Road, loro ventesima numero Uno negli States. Lo stesso giorno l’album Let It Be (dodicesimo e ultimo della band) sale al primo posto nella charts degli album Usa più venduti.

14/06/1963 Durante un tour nel Regno Unito, i Beatles suonano alla New Brighton Tower di Wallasey (non esiste più…) con il gruppo di supporto dei Gerry and the Pacemakers, band di Liverpool. I biglietti costano appena 6 scellini. Tra il 1961 e il 1963 si esibiranno qui per 27 volte.

Breaknotes/ Donald Trump e la Bibbia… vanità e pregiudizio

Non so se lo avete notato, ma Donald Trump in foto viene più o meno sempre allo stesso modo:  un simil ghigno accentuato dalla pettinatura improbabile. Il personaggio in questione ha un bel po’ di problemi ultimamente. La pessima gestione della pandemia di coronavirus lo ha fatto cadere nei sondaggi – e le elezioni sono prossime. In aggiunta, le rivolte scatenate in tutto il Paese a seguito dell’assassinio a sangue freddo, impietoso e spietato, di George Floyd, afroamericano soffocato dal ginocchio di un poliziotto dall’aria e dai modi piuttosto criminali, ha costretto l’uomo più potente della Terra (dovremo iniziare a rivedere questa definizione guardando a Oriente…) in un angolo del ring dove da qualche anno saltella, si scansa e tira pugni ai suoi avversari.

Per riprendersi, tre giorni fa è uscito in passerella dal bunker della Casa Bianca per farsi una foto davanti a una chiesa, con la Bibbia in mano. Assomigliava tanto alle passeggiate/sfilate solitarie di Kim Jong Un. L’immagine mi ha colpito quanto quella dell’omicidio di Floyd. La faccio semplice, ma quell’uomo solitario, dritto come uno stoccafisso, che con il solito ghigno mostra la Bibbia davanti alla St. John’s Church, a due passi dalla Casa Bianca, superprotetto da poliziotti in tenuta antisommossa che pochi minuti prima, per permetterne l’esibizione, avevano sparato lacrimogeni e proiettili di gomma contro le persone che stavano manifestando, ha fatto incazzare molti, anche la reverenda Mariann Budd, vescovo episcopale di Washington, che ha definito l’incursione davanti all’edificio di culto «Un abuso di simboli sacri» e «un messaggio antitetico agli insegnamenti di Gesù e a tutto ciò che le nostre chiese rappresentano». Quale canzone poteva meglio rappresentare The Donald in quel momento? Non ho dubbi: You’re So Vain di Carly Simon. Qui sotto il testo…

You walked into the party

Like you were walking on to a yacht

Your hat strategically dipped below one eye

Your scarf, it was apricot

You had one eye in the mirror

As you watched yourself Gavotte

And all the girls dreamed that they’d be your partner

They’d be your partner, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (you’re so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Oh, you had me several years ago

When I was still quite naive

When you said that we made such a pretty pair

And that you would never leave

But you gave away the things you loved

And one of them was me

I had some dreams, they were clouds in my coffee

Clouds in my coffee, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (you’re so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Don’t you?

I had some dreams, they were clouds in my coffee

Clouds in my coffee, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (you’re so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Well I hear you went up to Saratoga

And your horse, naturally, won

Then you flew your Learjet up to Nova Scotia

To see the total eclipse of the sun

Well, you’re where you should be all the time

And when you’re not, you’re with some underworld spy

Or the wife of a close friend

Wife of a close friend, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Don’t you?

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain

Tre album da… trasporto spazio temporale!

Oggi è il grande giorno: finalmente liberi! Giusto? Pensatela come volete, non sono in vena di celebrare nuove semilibertà. E, se devo essere proprio sincero, la quarantena o lockdown come vogliate chiamarlo, mi ha dato, oltre alle ansie iniziali, anche la possibilità di meditare su tutto. Avere, per esempio, la libertà di essere trasportato in mondi (musicali, culturali) sconosciuti, trasporti spazio-temporali avanti e indietro nel tempo, dal planare sui fumosi club dove si suonava il primo jazz, ad atterrare in pianeti d’avanguardia, alla ricerca di musicisti con la mente proiettata al di là del canonico pentagramma, è stato tutto un rincorrersi di storia e futuro.

La musica ha questo compito, rappresentare l’essenza dell’uomo in un determinato momento della sua evoluzione, tradurre le sue emozioni, ansie, aspettative in melodia. In queste nuove orbite stimolanti mi hanno colpito tre dischi, tre lavori diversi tra loro ma essenzialmente d’ascolto. Nessuno di questi vi catturerà subito. Ed è giusto che sia così: vanno ascoltati e riascoltati, scoperti un po’ alla volta, con attenzione per percepirne sfaccettature, costruzioni, complessità. Li conoscerete sicuramente, visto che sono artisti che circolano da tempo, ma condividere un buon ascolto equivale a gustarsi un buon bicchiere di vino tra amici. Noterete che in tutti e tre gli album c’è un’ispirazione comune, un gruppo rock dirimente degli ultimi trent’anni di musica, i Radiohead…

Il primo autore si chiama Moses Sumney, ha 29, è americano di origini ghanesi. Molti sicuramente ricorderanno la sua canzone Doomed contenuta nella fortunata serie Orange is the new black, dal suo primo album Aromanticism del 2017. Album dove il silenzio è componente essenziale della composizione, studiato nei minimi particolari. D’altronde anche il nostro Ezio Bosso non si stancava di dire che «anche i silenzi hanno un suono». Moses ha una voce che raggiunge le sonorità di Thom Yorke dei Radiohead, o gli acuti di Anonhi (Antony Hegarty, artista transgender che ricorderete nel gruppo Anthony and the Jonhnsons alla fine degli anni Novanta) o anche i falsetti di Prince. Ok, Moses ha pubblicato il 15 maggio Græ, secondo lavoro, un doppio album, nonostante sia attivo da diversi anni. Uno molto cauto, che ha aspettato a farsi conoscere per non bruciarsi subito come un fuoco fatuo. Una delle canzoni contenute nel suo ultimo lavoro, Polly, l’ha trasposta in video nel dicembre scorso. Capolavoro di semplicità e comunicazione. Il brano che suona sotto e lui che fissa in camera, una maglietta nera, un paio di chitarre appese alla parete, un piano a muro. Inizia a piangere, le lacrime scivolano sul suo volto e la canzone va. Nessun movimento se non una mano passata sul viso per asciugare il pianto. Ascoltate Gagarin o Cut Me (anche i video non sono per niente scontati…).

Il secondo è “nostrano” dei torinesi Subsonica. Il titolo, Mentale Strumentale, riassume bene il contenuto di questo lavoro realizzato sedici anni fa e mai pubblicato. Un disco fatto apposta per rompere con l’allora casa musicale (la Mescal), diventato una sorta di “riassunto” della musica dei Subsonica e delle origini del loro sound, reso finalmente disponibile dal 24 aprile scorso. Dall’attacco Decollo ()Voce Off) in stile Florian Schneider/Kraftwerk alle divagazioni sensoriali dei Pink Floyd con Syd Barret di Interstellar Overdrive, alle sonorità dei Radiohead (e ritornano ancora, ma non finisce qui!). Anche in questo caso, questo viaggio nel futuro concepito dalla band è un percorso non senza ostacoli sonori. Che vanno affrontati, ascoltati e mai aggirati. S’impone un ascolto plurimo per comprendere e abbandonarsi a questo “Intergalactic travel”. Il disco, per rimanere in tema di stretta attualità, ha anche un fine sociale: i proventi della vendita sostengono la Fondazione Caterina Farassino che si è occupata dell’emergenza coronavirus, con “Respira Torino”, raccolta fondi per gli ospedali di Torino e Asti in emergenza covid19. Ascoltate Cullati dalla Tempesta.

Ultraista album cover

Ultima band, che nel circuito amanti-Radiohead è famosissima. Sono gli Ultraísta, attiva da circa dodici anni, è costituita da Laura Bettinson, Nigel Godrich e Joey Waronker (gli ultimi due, membri della super formazione Atoms For Peace costituita da Thom Yorke con Flea, mitico bassista dei Red Hot Chili Peppers e il percussionista Mauro Refosco nel 2013). Nigel è anche lo storico produttore dei Radiohead. Tornando agli Ultraísta; il loro album, Sister, è uscito il 13 marzo, in piena pandemia qui in Italia. È un linguaggio che ha basi solide, un rock sperimentale con la voce ovattata di Laura che si muove tra le onde di sintetizzatori mosse in un lieve e continuo turbinio da Nigel e le trame ritmiche di Waronker, batterista con solide esperienze. La passione del trio per l’Afrobeats e la musica elettronica si sente, eccome, ma il cercare di andar oltre, perfezionare quest’arte in divenire è un imperativo assoluto per il gruppo, come dimostra la tosta Tin King o la bellissima Water in my Veins.

Sanremo2020/ Morgan, Bugo e l’essenza dell’imprevedibilità

Il coup de théâtre alla fine è arrivato. E lo spettacolo ha raggiunto uno dei momenti più lirici e drammatici, l’apice di tensione fisica e mentale, lo stress perfetto, prima dell’ultima parte che porterà, questa sera, alla fine dell’opera omnia.

Il 70esimo festival di Sanremo come una poderosa tragedia greca. L’uscita di scena col botto di Morgan e Bugo di questa notte, iniezione di vita vera nella finzione scenografica, è stata la ciliegina sulla torta di un festival che s’è rivelato, di fatto, uno dei migliori degli ultimi anni.

Le cronache raccontano di morsi e sputi, offese e parolacce da veri duri volate tra l’ex Bluevertigo e il cantautore/attore novarese. Sprazzi punk, incursioni da rocker, follia seminata a beneficio della folla e dell’ego dei contendenti. Roba già vista, per carità.

Dal mitico pugno stampato da Charlie Watts, batterista dei Rolling Stones, sulla faccia di Mick Jagger in una camera d’albergo, alle snervanti frecciatine e offese tra Kurt Cobain, leader dei Nirvana, e Axl Rose dei GNS (Guns N’ Roses), il mondo del rock ne ha viste di ogni. Ricordate i fratelli Gallagher? Dopo anni di litigi, Noel e Liam, nel 2009 a Parigi, prima di salire sul palco del Rock en Seine, hanno lo “scazzo” definitivo: volano chitarre e urla, Noel se ne va, il concerto salta e gli Oasis si sciolgono. E ancora, memorabile, a Las Vegas,  durante gli MTV Video Music Awards edizione 2007, il destro del gelosissimo Kid Rock, allora marito di Pamela Anderson, che colpisce Tommy Lee, ex consorte della Anderson, con cui lei ritornerà insieme…

Ma torniamo a Morgan e Bugo: nonostante il pedegree dei rispettivi artisti, la loro canzone era debole e l’esibizione, anche peggio, poco amalgamati, due particelle di sodio nella stessa bottiglia, mentre l’interpretazione di Canzone per te, fatta nella terza serata, sempre parere personale, è stato un atto poco gentile nei confronti del pubblico e dell’autore, il mitico Sergio Endrigo. E qui nulla c’entra l’artista, la sua libertà d’interpretazione e la follia del compositore… Comunque, a squalifica avvenuta e conferenza stampa annunciata dai due ex amici per oggi pomeriggio, resta un fatto: c’è sempre una prima volta, anche nella macchina perfetta e immutabile di Sanremo. Quell’imperfezione che renderà la 70esima edizione indimenticabile…