Uto’pians, quando la musica va in soccorso della Natura

Esce oggi per la Blue Spiral Records il secondo volume di Uto’pians / Piano Collection. Si tratta di un disco collettivo, dove 13 pianisti delle più varie estrazioni, dal classico all’avanguardia, hanno collaborato per un progetto comune, unire Musica e Natura.

La musica è insita nella natura delle cose. Ricordate quando vi ho parlato di Federico Ortica, il compositore e sound designer che fa suonare gli alberi, alla continua ricerca di un nesso tra note e voci della foresta?

Il senso di questo album vuole essere proprio questo: cercare di connettere e sensibilizzare l’uomo sul nostro pianeta e su tutti i suoi abitanti, animali inclusi. Il progetto dei curatori di Uto’pians, i musicisti, Raphaelle ThibautRaphaelle Thibaut, va proprio in questa direzione: una parte dei profitti, infatti, andrà a finanziare Animals Australia, ong che persegue uno scopo: «We belive in a world where compassion extends to everyone». Comprensione e compassione sono le parole “magiche” per sognare un mondo migliore.

Ascoltando questi tredici artisti che propongono le loro composizioni al pianoforte, arricchite, come l’italiano di origini indonesiane Feryanto, da accenti elettronici con Tree Spirit, o la tedesca Valeska Rautenberg che suona e canta You are Everything, o ancora la giapponese, residente a Berlino, Midori Hirano, compositrice e produttrice, con la riflessiva Keep Shining, ne esce un puzzle di emozioni dove la musica diventa una vera e propria forma di meditazione sul tema del rispetto, dell’accettazione, della tolleranza.

Un’utopia, come rileva il titolo dell’album, giocando tra questa parola e pianoforte? Sì, perché tutti sappiamo che non potremo mai arrivare a un amore universale. Vale comunque la pena provarci. Queste composizioni sono soltanto un piccolo passo che ci può avvicinare al vero senso della parola Natura, intesa come forza generatrice. La possibilità di poter sognare, aggiungere alla colonna sonora in ascolto la nostre emozioni…

Qui la tracklist:
Raphaelle Thibaut – Mirage
Arthur Jeffes – Temporary Shelter From The Storm
Christopher Dicker – Optis Nocturne
David Weengren – For a Kinder World
Christina Higham – Hyperspace
Patrick Delobel – Inner Sights
Feryanto – Tree Spirit
Midori Hirano – Keep Shining
Marie Awadis – Raindrops
Dominique Charpentier – Parasol
Alexandra Hamilton-Ayres – Dancing Trees
Wilson Trouvé – The Hours
Oskar Tena – Alive
Valeska Rautenberg – You Are Everything

Da “Carnage” a QAnon il passo è breve (e dannoso)

Piccoli esperimenti sociali in corso. Il 26 febbraio ho pubblicato una recensione su Carnage, gran bel disco di Nick Cave e Warren Ellis, uscito il giorno prima per la Goliath Enterprises Limited.

Ho lanciato un post sulla pagina Facebook di Musicabile intitolandolo: “Carnage, il lato oscuro della pandemia”, motivando l’interesse per la pubblicazione come “Un lavoro che mette a nudo l’uomo, l’esperienza estrema, il senso della vita. L’ultima frase del disco, in Balcony Manœ, è la sintesi di tutto: «Ciò che non ti uccide ti rende solo più pazzo». Atmosfere cupe, pressanti, alternate a momenti di leggerezza e speranza. Da ascoltare e riascoltare…”.

Mi sarei aspettato un giudizio sull’album, certo di non facile ascolto, soprattutto per chi non segue Cave. In realtà i tanti commenti che si sono aggiunti poco per volta, hanno per lo più ignorato il lavoro degli artisti australiani e scolpito nella mente di chi li ha scritti un solo pensiero: concentrarsi su chi fosse il colpevole della pandemia.

La conseguenza, una rabbia incontrollata. E poiché quest’ultima dev’essere scaricata, sono stati additati i colpevoli del virus, del lockdown, del clima di tensione che si è creato. Ovviamente al primo posto c’è “la sinistra”, fatto che mi lascia perplesso ogni volta che mi imbatto in simili dichiarazioni tombali sui social. La sinistra? Dov’è, qualcuno me lo dica, perché di sinistra nel nostro Paese da decenni vedo solo annebbiate forme protozoiche, altro che frange criminali organizzate…

Ce n’è anche per i soliti colpevoli di tutto (QAnon e il complottismo insegnano), gli immancabili George Soros, Bill Gates e Klaus Schwab, a cui si aggiunge, visto il virus, l’immunologo Anthony Fauci, tutti colpevoli della diffusione del Covid19 per non meglio e sottintese operazioni di guadagno sulla pelle dei poveri cittadini indifesi.

Abbiamo imboccato da tempo una deriva pericolosa. Informarsi, conoscere, capire, ragionare costa fatica. E sempre meno persone vi si dedicano: la conoscenza è un duro lavoro, che va coltivato passo dopo passo. E la musica, quella mainstream, rispecchia la tendenza: il più piatta e simile possibile a se stessa, di presa facile, così si fanno soldi, si costruiscono successi che durano giusto quelle tre ore e poi via un altro, sempre uguale al precedente ma da vendere come nuovo prodotto dell’inconsistenza sociale…

Frame da “Ritchie Sacramento” dei Mogwai

L’indigesto (perché reale) contenuto di Carnage (a proposito il settimanale britannico NME, New Musical Express, alcuni giorni fa lo ha eletto il miglior album pubblicato durante il lockdown, prima di Folklore di Taylor Swift – qui Exile, con Bon Iver, e di As The Love Continues dei Mogwai, uscito il 19 febbraio – qui Ritchie Sacramento), avrebbe potuto stimolare una discussione su ciò che è davvero importante e necessario in questo momento, una riflessione sui morti, un pensiero concreto su rabbia, pietà, solitudine, sui vaccini e sulla speranza di uscirne.

Da parte mia continuerò a proporre musicisti che hanno qualche cosa di interessante da dire attraverso le loro note e parole, ignorando prese di posizione qualunquiste, per sentito dire. La vita è già complicata così. Perdonatemi lo sfogo…

Nick Cave e Warren Ellis: Carnage, il lato oscuro della pandemia

Il Covid non molla, si trasforma, diventa altro. Fa paura. E la reazione, dopo un anno di lockdown, morti, zone gialle, arancioni, arancione rinforzato, arancione scuro, rosso, è cercare di pensare alla normalità di cui godevamo solo un paio d’anni fa. Molte volte abbiamo tentato di ritornare alla quotidianità abbandonata, pensando che forse era quella buona. Pensiero e azione sono cani che si mordono la coda. E in questo roteare il virus razzola e occupa. Oltre alle solite congetture da social, da cui fuggo incazzato e perplesso, rimane il fatto che siamo ben lontani dal ritorno alla normalità.

Gli Stati Uniti hanno raggiunto e superato il mezzo milione di morti, il Brasile i 250mila, noi… secondo uno studio della Fondazione di Bill Gates, se non acceleriamo sulle vaccinazioni, potremmo trovarci a marzo e aprile con oltre trentamila morti. L’Unione europea lancia l’allarme, in un terzo dei Paesi membri si stanno di nuovo riempiendo le corsie degli ospedali e le terapie intensive…

La tragedia dello scorso anno che si ripete… In Italia, con Sanremo alle porte, dove tutti sorridono per cercare di rivivere patine di normalità, ieri qualcuno è venuto a ricordarci, con il suo consueto schiaffone in faccia, che la situazione è un’altra. Quel qualcuno ha un nome pesante nella musica: si chiama Nick Cave. Il 25 febbraio ha pubblicato, assieme a Warren Ellis, suo sodale, polistrumentista e membro dei Bad Seeds, la storica band di Cave, un album dal titolo significativo: Carnage, carneficina. Per inciso, dei due artisti ne avevo parlato il 19 gennaio scorso, quando ho ricordato la loro collaborazione con Marianne Faithfull (il 30 aprile uscirà She Walks in Beauty).

Scritto durante il lockdown, è un lavoro di pesante riflessione sulla solitudine arrivata con la pandemia, sul credere in qualcuno o qualcosa, su quello che siamo oggi, con la voce baritonale e praterie di sintetizzatori, piccoli interventi di chitarre elettriche secche come la solitudine, il pianoforte suonato da Nick che tesse melodie che suonano come note di speranza. In Balcony Man, ultimo degli otto brani che compongono questo mosaico baritonale, profondo, essenziale, Nick canta:

This morning is amazing and so are you
This morning is amazing and so are you
This morning is amazing and so are you
You are languid and lovely and lazy
And what doesn’t kill you just makes you crazier

L’ultima frase è epica: «Ciò che non ti uccide ti rende solo più pazzo». Una sintesi perfetta per il momento. In Hand of God, «Hand of God /Coming from the Sky», primo brano, dopo un inizio “classico”, scarica sull’ascoltatore un ritmo ossessivo, profondo. Nella splendida Old Time, dove, per inciso, alla batteria c’è un altro storico “Bad Seeds”, Thomas Wydler, Nick canta:

The trees are black and history
Has dragged us down to our knees
Into a cold time
Everyone’s dreams have died
Wherever you’ve gone, darling
I’m not that far behind

«I sogni di tutti sono morti, ovunque tu sia andata, tesoro, non sono così indietro». Sono tutti tasselli che raccontano la solitudine ma anche la speranza di ritornare un giorno a una normalità. C’è un brano che continuo ad ascoltare, ed è White Elephant, chiaro riferimento all’estrema destra americana. Parte con un’elettronica alla Peter Gabriel anni Ottanta per finire in una sorta di gospel. Qui è il primatista bianco che minaccia di uccidere tutti, si sente dio, «Una Venere di Botticelli con il pene» ma anche «Una scultura di ghiaccio che si scioglie con il sole» e annuncia che «è vicino il tempo per il regno nel cielo».

Ve lo suggerisco, è una bella scossa per questi tempi, una visione del reale lucida e cruda nella sua apparente follia. Ma questo è Cave. E per fortuna che esiste!

Addio Chick Corea, benvenuta Dominique Fils-Aimé

Oggi la notizia principale per chi si occupa di musica – e non solo – è la scomparsa a 79 anni di Chick Corea. Se n’è andato un paio di giorni fa per una rara quanto improvvisa forma di tumore, ma la famiglia ha dato la notizia solo nella notte. In questi casi si rischia sempre di cadere nel banale. Un grande musicista che dominava non solo pianoforte e tastiere, ma anche tutti i generi musicali possibili. La sua curiosità lo ha portato ad avere due doti essenziali: l’umiltà di imparare sempre dai suoi colleghi – fossero Miles Davis o Gary Burton o Pat Metheny – e dichiararlo più e più volte, e la curiosità di spingere la sua fantasia sempre più avanti in un mondo melodico che veniva composto, in un puzzle onirico, metrico e sofisticato, da jazz, samba, ritmi latini, rock, classica…

Come dimostra il suo ultimo lavoro uscito nel settembre dello scorso anno, Chick Corea Plays (qui Yesterdays), dove lui al pianoforte suona brani delle più svariate provenienze, Mozart, Antônio Jobim, Evans, Monk, Chopin, Wonder e propri, ovviamente, una scelta di esecuzioni magistrali registrate nei suoi live del 2018. Ad ascoltarlo oggi lo si potrebbe interpretare come una sorta di testamento del suo mondo musicale e della tante strade che ha imboccato. Fusion a tutti gli effetti, evoluzioni acrobatiche, che fosse seduto al mitico Fender Rhodes o a un piano a coda da concerto. Per questo è uno dei musicisti che amo mettere in cuffia: per lasciarmi guidare nei suoi percorsi sonori, sempre nuovi nonostante li ascolti centinaia di volte…

Dopo il doveroso e doloroso saluto a Chick Corea, il post di quest’oggi prevede l’uscita di un nuovo disco. La terza parte di una trilogia, opera di una musicista trentaseienne nata a Montreal ma haitiana di origini, Dominique Fils-Aimé. Una voce spettacolare e un senso della musica e dello spazio musicale pieno.

Three Little Words, uscito oggi nei negozi fisici e virtuali, conclude, come dicevo, un “viaggio” alle origini della musica afroamericana, come viene da lei intesa, ma anche una riflessione su tutto quello che c’è dietro quella musica, conflitti razziali inclusi. Dal primo album dove il blues dominava, Nameless, al secondo, Stay Tuned!, che le ha fatto vincere numerosi premi tra cui il Juno come voce jazz dell’anno e il Félix come disco jazz del 2019, in Three Little Words si dedica al Soul, ed è una rigogliosa avventura dove riesce a tessere armonie tra il Soul anni Sessanta e Settanta e l’evoluzione che lei stessa ha voluto dare al genere. Dunque, un album da ascoltare, pieno di vitalità, idee, sempre con la costante della voce solida di Dominique. Per chi non la conoscesse, invito all’ascolto dei tre dischi, nell’esatta progressione prevista dall’artista. Noterete un crescendo tra la bellissima Birds di Nameless, passando per Big Man do Cry di Stay Tuned!, a Being The Same dell’ultimo lavoro.

Dominique è la dimostrazione che la buona musica e i bravi artisti non smetteranno mai di darci grandi piaceri. Da Chick Corea a Dominique Fils-Aimé, ai tanti musicisti che ci hanno lasciato e agli altri che stanno emergendo, c’è un filo, con le dovute distinzioni, che lega note ed emozioni, una rara capacità che non appartiene a tutti e che per questo rendono loro, speciali, e la nostra vita (per lo meno la mia!) migliore e un po’ più saporita e vivace.

Francesco Scalabrino: cos’è la vita senza musica?

Carboncino – Francesco Scalabrino

Voglio raccontarvi una storia. Ha a che fare con un musicista – un bravo cantautore – che, nella sua troppo veloce carriera, nel primo decennio del Duemila, ha vinto un premio prestigioso e ha pubblicato un solo disco, quanto mai attuale, nonostante siano passati 13 anni, Cattivi Pensieri (mettetelo pure come colonna sonora mentre leggete), per l’etichetta Toast. Una vicenda comune a molti artisti che, per i più svariati motivi, tra questi anche sane dosi di sfiga, mancati appuntamenti, sliding doors, anime troppo intime per tirar fuori le unghie, si sono sentiti obbligati a smettere di comporre ed esibirsi, tante candele che, alla lunga, hanno finito per spegnersi.

Lui si chiama Francesco Scalabrino, romano del quartiere Montesacro Talenti dove è nato e dove tutt’ora vive, va per i 47, non più un giovincello, ammette. L’ho chiamato alcune sere fa. Il suo numero l’ho avuto da un caro amico, uno dei fondatori di una delle prime radio libere di Milano negli anni Settanta (perdiamo le ore a parlare di musica…) che nella vita fa altro e, per lavoro, ha incrociato Francesco. Meno di sei gradi si separazione…

Dunque, ero rimasto alla telefonata. Dall’altro capo del filo trovo una persona perplessa, che probabilmente sta pensando perché mai questo qui (io) vuole parlare con lui ora? «Ciao Francesco, Alessandro mi ha riportato indietro negli anni, ai Cattivi Pensieri, e m’è venuta la curiosità di sapere di te. Continui a suonare? Componi? Non ti sei arreso?». Ammetto, l’ho travolto con una valanga di domande. «La mia è una storia piuttosto semplice, una come tante», mi risponde in tono pacato, con un lieve imbarazzo.

Francesco Scalabrino

E continua: «Il mio approccio alla musica è stato da autodidatta, e questo è il mio primo grande rammarico. Strimpello due strumenti, il pianoforte e la chitarra…». Non lo fa apposta, ne sono convinto, ma la timidezza ha il sopravvento, è come ribadire che forse è stato giusto così, i casi della vita… «Da piccolo in casa dei miei genitori c’era un piano che strimpellavo; quando ho visto che tra noi c’era del feeling ho iniziato a comporre. Sai, fin da bambino amavo scrivere, a otto, nove anni avevo un quadernino con le mie prime poesie, mio padre e mia madre si stupivano delle mie riflessioni». Avevi l’animo del cantautore… «Non ho letto abbastanza, e questo è l’altro rammarico della mia vita, forse una stupida specie di orgoglio… Tra l’altro, ho sempre avuto paura di rileggere e ascoltare quello che scrivevo…».

Uhmm, coincidenze: hai fatto il liceo classico, vero? Ride. «Sono sempre stato affascinato dalla filosofia e dalla letteratura greca. Il greco moderno lo sto studiando seriamente da un paio d’anni. Ho anche tradotto una mia canzone in greco moderno». Per la cronaca, il brano lo trovate sulla sua pagina Facebook. Insisto: come sei arrivato a vincere il Biella Festival, dedicato alla canzone d’autore nel 2008 con Di là dal Mare e a pubblicare un album che aveva molti spunti interessanti?

«Fino ai 20 anni ho scritto tanto, registravo tutto, allora c’erano ancora le musicassette! Mi sono deciso, ho messo su una band e abbiamo iniziato ad andare a suonare nei locali a Roma. Proponevamo la mia musica, e questo è stato il nostro grosso problema, perché i localari, come chiamiamo in gergo i gestori dei bar dove si fa musica, volevano riempire il locale e facevano il tutto esaurito solo con le cover band. Avevo conosciuto Renato Marengo (con Michael Pergolani conduceva l’Acchiappatalenti su radio Rai 1). Sono finito in radio un paio di volte, poi ho mandato la demo al Biella Festival e ho vinto. Grazie al festival ho conosciuto Giulio Tedeschi, fondatore della torinese Toast Music che mi pubblicò Cattivi Pensieri. L’album, però non fu per niente sponsorizzato, praticamente non fu mai lanciato».

Tu non hai fatto niente per il disco? «Un paio di esibizioni a Roma, alla FNAC (negozio che non esiste più da anni) e una ventina di minuti di brani in una libreria. Il problema sostanziale è stato che la musica si stava relegando a una passione, non potevo permettermi di fare come desideravo io, con una certa tranquillità… non ho mai avuto il carattere “giusto” per rompere le scatole alla gente, mi sono avvicinato a un paio di persone, che potrei definire agenti, ma senza successo. Ecco, sì, forse non sono stato poco fortunato nel trovare i tempi giusti».

Francesco Scalabrino

Così Francesco si ritrova con un disco fantasma, qualche concerto, dove propone nuovi brani. «L’ultima volta che sono salito sul palco è stato nel 2012. Era diventata difficile anche la gestione della band. Ho lasciato la precedente, quella del disco (Fabrizio Bellanca al basso, Giulio Vallarino alla chitarra, Tony Candela alla tromba, Alesandro Turetta alle percussioni), per un altro gruppo, di musicisti professionisti (Emanuele Felici alla chitarra, Christian Vilona al sax, Davide Sollazzi alla batteria, Daniele Dezi/Maurizio Perrone al basso/contrabasso), tutta gente che viveva e vive di musica. Hanno accettato di suonare con me perché a loro piaceva la mia musica, ricavandone praticamente niente. Dopo tre, quattro anni mi sono sentito responsabile di tenerli legati a un progetto che non decollava».

Nel frattempo Francesco si sposa, oggi ha due figli, uno di 10 e uno di sei anni. Non fa più il musicista, «Sono impiegato in banca… Ti confesso che tenere la musica come hobby mi fa più male che bene. Quando facevo i concerti era bellissimo. Sono un timido, ma una volta salito sul palco trovavo la mia dimensione, molto intensa, difficile da distinguere, un misto di felicità e struggimento…».

Da qualche tempo pubblica suoi vecchi brani su Facebook, che presenta con disegni suoi, carboncini dove gli strumenti prendono vita, mostri animati che tentano di avvolgerlo, pianoforti con propaggini e zoccoli, demoni che vengono a fare i conti… Non ha smesso di ascoltare la musica che lo ha spinto e ispirato a comporre: «Sull’ascolto sono ancora più settoriale che nella lettura. Sono cresciuto a pane e De Gregori (si sente, Francesco!, ndr). Adoro Paolo Conte, Vinicio Capossela, Gianmaria Testa, per me sono i migliori, i grandi artisti della canzone italiana d’autore». Testa era un ferroviere… «Il suo lavoro era molto più poetico del mio». Scusa Francesco, ma di musica straniera? «Mi piacciono i Muse, i Queen, Leonard Cohen, non sopporto il genere urban, si ascolta solo quello oggi…».

Quindi non suoni più, è questo che vuoi dirmi? «Stavo facendo una riflessione in questi giorni. Mi è capitato di vedere in televisione un film preCovid del 2019, cose normali che un tempo facevamo anche noi. Questa situazione ci sta rendendo il ricordo recente un passato remoto. È una sensazione di forte allontanamento; ce l’ho anche con la musica. Molte canzoni sono nate per i social e non per un palco. Le generazioni passano e la memoria svanisce».

Vorrei che questa storia avesse un lieto fine. Perché ad ascoltare Quanto manca a DomaniCabronJack, Giorni di Pioggia o, ancora, Ti incontrerò, mi viene da pensare che quando un musicista smette di sognare e creare anche le nostre vite perdono qualcosa. Che ci piaccia o meno il genere, l’artista, la melodia, tutti noi veniamo potenzialmente privati di un momento di gioia o di riflessione, un millisecondo di colonna sonora della nostra esistenza.

Prendete questo post come meglio credete, ma è un invito a riflettere, come direbbe lo stesso Francesco: «Avrei voluto nascondermi in un silenzio di musica…».

Giornata della memoria: Francesco Lotoro e la musica “concentrazionaria”

Delle poche cose che mia madre ricordava, ragazzina in Friuli negli anni del secondo conflitto mondiale, a parte la fame, il nulla imposto dalla guerra, il terrore del rombo degli aerei che venivano a bombardare (trauma che l’ha convinta a non salire mai a bordo di un aereo e che si è portata sino alla morte), c’era il ricordo dei treni dei deportati diretti ai campi di concentramento, che facevano sosta nella stazione del paese dove viveva. Era un ricordo meticoloso, quasi un’imposizione per non dimenticare, così vivido da materializzarsi. L’ho immaginato tante volte, prima con la mente di un bimbo e poi con quella di un adulto, come se fossi lì anch’io. Ancora oggi che mia mamma non c’è più, rivedo quelle scene, le urla di richiamo e aiuto dei prigionieri rinchiusi nei carri bestiame, perché questo erano, le mani che si allungavano oltre le strette ferritoie poste in alto, mani affusolate, mani piccole, mani callose, mani che chiedevano cibo, acqua, o anche solo una carezza. E il paese si mobilitava con generi di conforto, quel poco che c’era nel niente assoluto.

Sono passati quasi 80 anni da quegli eventi, i sopravvissuti dei lager sono ormai pochissimi, il tempo fa il suo corso. L’orrore dell’olocausto è diventato un’ansia mentale intorpidita; il racconto serve a tenere vive le putrefazioni a cui l’uomo può arrivare, poiché ce ne dimentichiamo troppo spesso.

A questo serve la giornata della memoria. Almeno un giorno all’anno ci viene imposto di pensare che, nemmeno un secolo fa, sono state commesse atrocità senza fine, sono state cancellate milioni di vite, famiglie, amori, passioni, storie…

E arrivo al punto di oggi: sì, anche questa volta c’entra la musica. Anzi, la musica è la protagonista. Perché lo è stata nei campi di detenzione, di sterminio, di rieducazione – e non solo nazisti. C’è un musicista italiano, che certamente molti di voi conosceranno, che da oltre trent’anni sta dedicando la sua vita e la sua professione alla causa: raccogliere opere, canzoni, spartiti, brani, partiture scritte su fogli musicali, altre annotate su carta igienica o pezzi di tessuto, altre tramandate oralmente. Musica come resilienza, musica come anelito di libertà, musica come scansione delle attività giornaliere nei campi, anche quelle terribili, musica per salvare la propria mente e la vita.

Parigi. Wally Lowenthal Karveno e Francesco Lotoro con in mano l’autografo del “Concertino per pianoforte e orchestra da camera” scritto a Gurs – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

Ho trovato la “missione” di Francesco Lotoro, classe 1964, musicista di Barletta, pianista, compositore e direttore d’orchestra, docente di pianoforte presso il Conservatorio Niccolò Piccinni di Bari, un enorme atto d’amore, verso chi è stato privato della libertà, torturato e massacrato ma anche verso la musica stessa.

Avere la possibilità di riascoltare quello che è stato scritto nei campi, una musica che potremmo definire sicuramente nuova, “concentrazionaria” come è stata battezzata, è una delle concrete possibilità per non dimenticare, testimonianza diretta e reale delle atrocità commesse. Francesco Lotoro lavora per questo, perché le prossime generazioni possano “ascoltare” la cruda realtà di quello che l’essere umano è riuscito a concepire ma anche cogliere la creatività e la necessità di vedere la propria esistenza oltre i confini di un lager nazista. Musica per evadere, per volare, per fissare momenti “resistenti”. Nel 2017 il regista franco-argentino Alexandre Valenti ha dedicato a Francesco un docufilmMaestro, una coproduzione italo-francese.

Gli ho scritto se potevo intervistarlo, mi ha risposto immediatamente. Ne è nata una lunga e intensa chiacchierata…

Francesco come è iniziato tutto ciò?
«Ho cominciato nel 1988, spinto da molti elementi giovanili, passioni, curiosità. Mi mancava la visione d’insieme di ciò a cui stavo andando incontro… I primi quattro anni cercavo solo musiche composte da musicisti ebrei. Mano a mano che contattavo persone, le incontravo, mi documentavo, lavoravo con l’aiuto di tutor perché trovavo manoscritti scritti in diverse lingue, catalogavo, suonano, eseguivo le partiture, sono passati gli anni e mi sono accorto che questa ricerca si era mangiata un po’ tutto della mia vita. Non era prevedibile. Sono arrivato a migliaia di opere catalogate e non è ancora finita…CI vogliono tante risorse ancora per finire il lungo lavoro».

Come musicista che idea ti sei fatto?
«Sono un pianista e ciò mi ha aiutato a cercare un repertorio pianistico denso di linguaggi molto avanzati, che andavano persino oltre Arnold Schönberg (il compositore austriaco naturalizzato americano, considerato dirimente per aver scritto musica al di fuori dalle regole del sistema tonale, ndr).

Charles Abeles, prima pagina del Valzer Rondo Felicità op.282 – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

Negli anni hai contribuito a creare un’orchestra, l’Orchestra di Musica Concentrationaria, con la quale hai inciso un’enciclopedia in 24 volumi CD KZ Musik, contenente 407 opere scritte da prigionieri civili e militari in quel periodo…
«L’ossigeno della ricerca e la sua bellezza estetica è suonare molta di questa musica. Sai, ho sempre pensato che eseguirla sia un gesto magico, liberarla dai campi, in una sorta di redenzione».

Quando pensiamo ai campi di concentramento spesso ci facciamo dei “film” errati…
«I campi di concentramento, internamento, sterminio erano realtà metropolitane zippate, con elementi di eterogeneità. L’elemento artistico ha fatto scattare connessioni tra gruppi sociali e linguistici. Nel campo di Birkenau (Auschwitz II), per esempio, è impossibile distinguere tra musica ebraica e musica rom. La promiscuità nel gergo artistico è illuminante, fertile. Capitava anche che i musicisti prestassero i loro strumenti ad altri musicisti, come è successo nel campo di Sandbostel quando i francesi che stavano nello Stalag XB dettero più volte il violoncello a Giuseppe Selmi, grande violoncellista, compositore e didatta italiano (Selmi ha scritto in prigionia molte partiture per violoncello e il meraviglioso Concerto Spirituale per violoncello e orchestra, ndr) che stava nell’attiguo Stalag XA» (Selmi, come scrive lo stesso Francesco, «si esibì per i prigionieri italiani in un intero concerto imbracciando un violino a mo’ di violoncello…»).

Ci sono stati anche sodalizi gloriosi e proficui nei campi, come quello di Giovannino Guareschi e Arturo Coppola…
«Sono nati brani bellissimi. Prendi La favola di Natale che Guareschi scrisse nel 1944 nel campo di Sandbostel e Coppola mise in musica, è un’opera straordinaria e così poco rappresentata oggi. Coppola scrisse molti altri brani, come Treviso (la città in cui passò maggior parte della sua vita, ndr) quando seppe del bombardamento sulla città, molti mesi dopo l’avvenimento. Da ricordare anche Dai Dai Bepin, un’esortazione a Stalin che si muovesse in fretta per liberarli dalla prigionia…».

Gerusalemme. Francesco Lotoro con il pianista e compositore Alex Tamir, sopravvissuto al Ghetto di Vilnius – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

Quanto ha influito la privazione della libertà sui musicisti e sulle partiture composte?
«Il musicista in prigionia componeva per esorcizzare il campo, l’ambiente non influiva, dunque, più del necessario sui criteri architettonici della composizione. Il campo c’è, attraversa la musica, ma il musicista è ancorato alle proprie visioni, alla propria storia. Il dramma esiste, ma in chiaroscuro, il musicista in questo modo vuole annichilire il campo. Spesso, sono stati gli stessi musicisti prigionieri a costringere i loro carcerieri ad acquistare strumenti musicali, fogli per scrivere partiture, a farsi esentare dal lavoro per dedicarsi alla composizione».

La musica faceva vedere la prigionia in un altro modo…
«Hai presente l’orchestra del Titanic che non smetteva di suonare mentre il transatlantico affondava? O Pau Casals il grande violoncellista catalano, che si esibiva anche durante il regime franchista perché mai come in quei momenti la gente aveva bisogno della musica? Così era nei campi. Ogni musicista ha portato nella prigionia la propria esperienza, che è rimasta patrimonio del luogo. L’elemento campo ha modificato, evoluto, deteriorato, agito da drenante, intaccato certe corde, certe sensibilità. Gli artisti sopravvissuti alla prigionia, una volta liberi, sono diventati fondamentalmente diversi, hanno voluto cancellare completamente la detenzione. Ci sono dolori che vengono redenti in maniera diversa. Di per sé nei campi abbiamo avuto lo sviluppo, l’estremizzazione, la radicalizzazione di certi linguaggi, forme brecktiane possibili solo perché, appunto, nate all’interno del campo».

Quindi la musica è stata tante cose: un atto di liberazione, una forma di rigore mentale e pure la summa di colonne sonore della vita quotidiana nei campi…
«A Buchenwald c’era un’orchestra di 80 elementi. Auschwitz, nelle sue tre declinazioni, il campo principale (I), Birchenau (II) e Monowitz (III) contava ben sette orchestre. D’opposto, Hans Gál (musicista viennese che fuggì dall’Austria nazista rifugiandosi in Gran Bretagna dove, per ironia della sorte venne recluso dagli inglesi che arrestarono gran parte dei profughi tedeschi scampati al regime, tra questi anche numerosi ebrei, ndr) nel campo di detenzione di Douglas, sull’isola di Man compose la Huyton Suite op.92 con gli strumenti che aveva a disposizione, un flauto e due violini».

Ma nella musica concentrazioanria c’era anche altro…
«È una musica sessista, divisa per genere. Orchestre maschili e orchestre femminili. Solo nel campo di Theresienstadt c’era un’orchestra mista. È stata poi usata per il più sublime e il più perverso degli scopi. Si suonava quando arrivavano i treni con i nuovi prigionieri e i nazisti facevano una selezione veloce delle persone: vecchi, malati, bambini venivano soppressi, gli altri in salute andavano ai lavori forzati. L’orchestra suonava quando il gruppo di deportati partiva e arrivava dal lavoro coatto. Suonava la domenica nei villaggi dei militari per rallegrare le passeggiate pomeridiane dei nazisti con le loro famiglie, ma suonava anche per i deportati…».

Berto Boccosi, prima pagina del quaderno di Saida (abbozzo dell’opera La Lettera Scarlatta) – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

La musica era dunque sempre concessa?
«Nei campi di detenzione dove c’erano ebrei si poteva scrivere musica, in quelli dove c’erano i prigionieri politici, no. In questo caso gli artisti memorizzavano ciò che componevano, o scrivevano le partiture sulla carta igienica o sui teli di juta, addirittura sulla terra, quando andavano a lavorare nei campi di patate. Ognuno dei detenuti imparava a memoria quattro battute e poi la sera venivano trascritte su mezzi di fortuna. Ma non dobbiamo pensare a gesti di magnanimità da parte dei carcerieri. Il polacco Artur Gold, per esempio, famosissimo musicista, una delle star del tempo, venne arrestato e deportato a Treblinka. Fu ricevuto dal comandante del campo con tutti gli onori, gli venne concessa un’orchestra con cui allietò i militari, poi venne messo a morte. La negazione di ogni logica. Al musicista non poteva che rimanere la sua musica, poteva contare solo su quella».

Venendo a oggi, dopo trent’anni di lavoro, qualcuno ti ha chiamato lo Sherlock Holmes della musica, che valore ha questo enorme patrimonio che stai raccogliendo?
«Sono convinto che questa sia una musica di portata universale. Per completare il quadro ci vorranno ancora 15, 20 anni. Siamo ben oltre gli ottomila brani raccolti e catalogati e ogni settimana arrivano partiture, segnalazioni, note all’ILMC, l’Istituto di Letteratura Musicale Concentrationaria. Con il lockdown ho smesso di viaggiare ma presto spero di ritornare a intervistare, raccogliere, ascoltare. Dovrei andare in Francia dove c’è una testimone che mi aspetta, appena il virus lo permetterà volerò a Parigi. Questa musica è come se fosse stata chiusa in una capsula del tempo. Ti ricordi il film con Nicolas Cage Segnali dal Futuro? Ecco, la musica concentrazionaria è chiusa lì dentro, non si è mai interfacciata con la musica a lei contemporanea, è tanto simile quanto differente. Credo che abbia molto da darci. Però, ne usufruiranno con quotidianità le generazioni future, tra venti o trent’anni».

E la capsula del tempo dovrebbe trovare posto a Barletta in un’ex distilleria, giusto? Sono anni che se ne parla…
«Nel 2016 partecipammo a un bando per la riqualificazione delle periferie, indetto dal governo Renzi. Barletta si candidò e sposò in pieno il progetto di una cittadella della musica concetrazionaria. Considero questo genere di musica in un periodo che va dal 1933 al 1953 includendo anche i gulag sovietici, praticamente fino alla morte di Stalin. Il nostro progetto arrivò dodicesimo. I primi 24 avrebbero avuto una sovvenzione statale. Che però è stata insufficiente. Quindi abbiamo atteso ancora e, se tutto andrà per il meglio, dovremmo inaugurarla nel 2024. Sarà un campus con biblioteca, museo, libreria, teatro, ristorante, due laboratori, un polo di studio della musica ebraica… allora sì, potremo finire la ricerca, ci vogliono altri fondi, è un lavoro enorme, ma che dobbiamo portare a termine».

Finisce qui la nostra lunga intervista. Non mi resta che darvi appuntamento a questa sera: in occasione del 76° anniversario della liberazione del Campo di sterminio di Auschwitz, vi consiglio il concerto registrato e trasmesso in streaming alle 19:30 sulla pagina Facebook della Città Metropolitana di Bari: una selezione di brani di musica concentrazionaria intitolata La B rovesciata – Il Testamento dell’universo concentrazionario, eseguito dall’Orchestra Sinfonica di Bari diretta da Francesco Lotoro. Le voci: Anna Maria Stella Pansini (soprano), Nico Sette (tenore), Angelo De Leonardis (baritono e voce narrante), Paolo Candido (voce maschile).

Campagna AIAM: voce agli abbonati abbandonati

Le persone hanno bisogno della musica, soprattutto di quella dal vivo, vederla, sentirla, annusarla, toccarla. La sua privazione è una della conseguenze più brutali di questa pandemia, non certo meno importante del lavoro, che, anzi, lo ingloba, insomma, è parte di tutto ciò che rende una vita, normale. L’uomo, in quanto tale, ha bisogno di sostentamento fisico ma anche di quello spirituale e mentale. Ha voglia di bellezza e di sogni, di stimolare la propria mente, di librarsi nei cieli della fantasia.

Dopo le centinaia di appelli di musicisti, tecnici, addetti al settore, l’AIAM, Associazione Italiana Attività Musicali, ente che raggruppa 115 associazioni in tutta Italia con oltre mille abbonati, ha deciso di cambiare strategia: far parlare gli spettatori, l’“Abbonato Abbandonato” (è il nome della campagna) privati della musica live.

Da oggi 25 gennaio – e per 115 giorni, quanti sono i soci raggruppati sotto l’AIAM – attraverso i suoi canali social, l’associazione pubblicherà e invierà a tutti i media italiani, nazionali e locali, un video-appello di un Abbonato Abbandonato. «115 donne e uomini  (uno per ogni associazione musicale, ndr) racconteranno perché la musica è necessaria anche nei momenti di crisi», ha spiegato Francescantonio Pollici, presidente di AIAM.

Sempre Pollici, per evidenziare la necessità di una ripartenza sicura, ha ribadito nelle sue interviste come durante il periodo tra un lockdown e l’altro in Italia si siano tenuti 2782 concerti e spettacoli con 350mila spettatori presenti e un solo caso di Covid19 registrato. E questo perché sono stati rispettati rigidissimi protocolli di sicurezza.

Ben vengano questi appelli, che sono lontani dallo stupido negazionismo. Rimettere in moto un comparto che langue ed è allo stremo vuol dire fa respirare anche le menti di tutti noi: abbiamo bisogno di felicità, vogliamo ascoltare la bellezza… Mi auguro serva a qualcosa…

Ecco perché gli artisti vanno ascoltati…

Sto seguendo con interesse il dibattito che si sta sviluppando sulla pagina Facebook di Musicabile, provocato dal mio post sulla guerriglia a Capitol Hill di qualche giorno fa. Ho cercato di raccontare e vedere i fatti – la “presa del Campidoglio” da parte di sostenitori di Donald Trump – attraverso la musica, fedele al principio che ha ispirato questo blog.

Frequento i social da anni e non finiscono mai di stupire. Ben vengano le discussioni che si sono accese in questi giorni dopo la cacciata di Trump da Twitter. Sulle dissertazioni poco ortodosse del presidente americano fatte negli ultimi anni, i social ci hanno marciato e guadagnato, eccome. La conseguenza siamo noi che interagiamo su queste piattaforme, tutti con la verità in tasca, pronti a deridere, insultare, odiare e cercare di convincere il mondo: instaurare un contraddittorio con chi dissente da te, anche in modo veemente, è al novantanove per cento inutile. Convincere un terrapiatttista che il pianeta ha un’altra forma è tempo sprecato. Stesso discorso per chi è convinto che l’assedio al Campidoglio sia stato organizzato dai Dem per cancellare Trump.

Uno degli interventi in particolare mi ha incuriosito: “Che ne sa un cantante di economia o politica interna ed estera?”, come si permettono i vari Springsteen di pontificare visto che non è il loro mestiere? Avevo premesso sul precedente post che gli artisti vedono più lontano di tutti per il semplice fatto che hanno un altro modo  – più libero? creativo? emozionale? – di vedere la realtà che li circonda.

Grazie a una miniserie firmata da Martin Scorsese disponibile su Netflix, Fran Lebowitz, una vita a New York, è arrivata la risposta al commentatore del mio post. Nel docufilm dedicato alla geniale scrittrice e umorista americana (che consiglio vivamente!), la Lebowitz parla della musica come dell’unica forma d’arte che “consente alle persone di esprimere emozioni e ricordi”. E aggiunge: «Rende felici le persone senza fare del male. Altre cose piacevoli sono dannose. È speciale, è una droga che non ti uccide!».

Scorsese per introdurre il discorso “musica” con la Lebowitz ricorre a un breve estratto di Remember Marvin Gaye, film di Richard Olivier del 1981, dove Marvin dà la definizione esatta dell’artista e del suo ruolo. La faccio mia, non avrei saputo dirlo in modo migliore! «Un artista, se è davvero un artista, è interessato solo a una cosa: risvegliare le menti degli uomini, far capire agli uomini e alle donne che c’è qualcosa di più grande di ciò che vediamo in superficie».

Ecco cosa c’entrano i vari Springsteen, Tom Morello, Marvin Gaye, John Lennon, Eminem…

L’assalto a Capitol Hill: era tutto scontato…

Sono passati solo alcuni giorni dall’assalto al Campidoglio da parte dei seguaci di Donald Trump. Scene che mai avremmo pensato di vedere e il cui effetto porta sviluppi quotidiani. There’s a Riot Goin’ On! C’è una rivolta in corso, avrebbero cantato gli Sly & The Family Stone dall’omonimo disco funk/soul del 1971 (bellissimo e da riascoltare). Lì, ovviamente le rivolte riguardavano la nuova musica, il fatto che band e artisti afroamericani stessero raggiungendo vendite di dischi inimmaginabili, la rivendicazione tangibile delle lotte razziali, e del diritto all’uguaglianza a alla libertà… insomma questioni di sostanza, barriere che ancora oggi la società americana non ha risolto e che quegli incendiari untori della democrazia, in azione a Capitol Hill, confermano che è ben lontana dal risolverle.

Le scene del tentato golpe da parte di un presidente in carica – perché di questo si è trattato – più o meno agevolato da uomini delle forze dell’ordine (il che suona ancora più sinistro) dimostra che negli States c’è qualcosa che non va, e da anni. Cantava Bob Dylan quasi mezzo secolo fa in Shelter from the Storme (da Blood On The Trucks, 1975): Now there’s a wall between us, somethin’ there’s been lost/ I took too much for granted, I got my signals crossed/ Just to think that it all began on an uneventful morn (Ora c’è un muro tra di noi, qualcosa è andato perduto. Ho dato troppo per scontato, ho male interpretato i segnali. E pensare che tutto ha avuto inizio in una tranquilla mattina

Ed è proprio qui il punto: come s’è arrivati a tutto questo, quando la “mattina tranquilla” s’è trasformata in un incubo che ha sconvolto l’America? Da portatori di valori democratici, gli Stati Uniti d’America sono diventati in poche ore l’oggetto di scherno di tutti i dittatorelli dal pungo di ferro in giro per il mondo, dalla Turchia, all’Iran, dalla Corea del Nord, alla Russia di Putin. Dove ha fallito la democrazia? Probabilmente nel rifiutarsi di ascoltare o far finta di non vedere, cosa stava cambiando nel tessuto sociale e nel continuare a inseguire quel dio dollaro che è l’unica vera religione praticata in Usa.

Questi segnali di disgregazione democratica li avevano lanciati, guarda caso, molti artisti in anni non sospetti. Chi pratica l’Arte vede dove sta andando il mondo meglio di chiunque altro. Vi ricordate quel film del 1997 di Joe Dante dal titolo La seconda Guerra Civile Americana? Il copione, un politico populista, anti immigrati, che scatena l’ultra destra americana, è lo stesso che abbiamo visto negli ultimi quattro anni di gestione Trump. Esattamente questo. Bruce Springsteen, nel 2017, prima che Trump si insediasse formalmente alla Casa Bianca il 20 gennaio di quell’anno, in alcune interviste espresse i suoi dubbi sull’allora nuovo presidente. La campagna di Trump aveva scatenato «bigottismo, razzismo, intolleranza», sosteneva il Boss, «difficile da sedare ora che lui sarà alla Casa Bianca… Le persone si sentono in diritto di parlare e comportarsi in modi che prima erano considerati antiamericani e non americani… Questo è ciò a cui (Trump) fa appello. E i miei timori sono che queste convinzioni trovino spazio nella società civile». Certo, anche il Boss aveva ragione. Come la jazzista Terri Lyne Carrington che con il suo gruppo, i Social Science, aveva composto un disco, Waiting Game, pensando proprio alle conseguenze dell’elezione di Trump (ascoltate Trapped In the American Dream)…

I’m sick and tired of hearing things,/ From uptight, short sighted, narrow minded hypocrites,/ All I want is the truth,/ Just gimme some truth,/ I’ve had enough of reading things,/ By neurotic, psychotic, pig headed politicians,/ All I want is the truth,/ Just give us the truth… Sono nauseato e stanco di ascoltare parole da ipocriti conservatori, miopi e ottusi. Tutto quello che voglio è la verità. Dammi solo un po’ di verità. Ne ho abbastanza di leggere affermazioni di politici nevrotici, psicotici e testardi. Tutto quello che voglio è la verità. Dacci solo la verità… cantava John Lennon nel 1971 in Gimme Some Truth (dall’album Imagine).

Ed è quello che sta chiedendo buona parte della popolazione americana. Sono convinto che anche i moderati che hanno votato The Donald perché storicamente legati ai repubblicani se lo stiano domandando. L’escalation di quest’uomo livoroso e fuori dalla realtà, che più di qualcuno ha definito criminale nell’atteggiamento, ha portato l’America e il mondo ad assistere a un copione che tutti già conoscevano e in un certo modo si aspettavano, ma che nessuno ha davvero tentato di fermare. Tra le truppe d’assalto nel giorno dell’”epifania” di Joe Biden, oltre allo sciamano Jake Angeli – poi identificato con il suo vero nome, Jacob Chansley, non un provocatore mandato da Biden ma un fervente seguace di Trump – c’era anche un ex tenente colonnello texano dell’Air Force, armato di tutto punto, Larry Rendall Brock, Jr., che, come riporta The New Yorker, ha servito a lungo il suo Paese e, una volta in pensione, s’è radicalizzato grazie ai social, a Trump, alle teorie cospirazioniste di QAnon e, probabilemente, alla rabbia scomposta di Steve Bannon.

Mentre guardavo quelle scene in televisione mi sono venuti in mente i Ramones e il primo brano del loro primo album del 1976, Blitzkrieg Bop, Hey ho, let’s go! Hey ho, let’s go! Hey ho, let’s go! Hey ho, let’s go!, una consona colonna sonora. Ma anche l’inno americano (The Star-Bangled Banner) suonato da Jimi Hendrix al festival di Woodstock nel 1969, trasformato, grazie a una chitarra distorta e gemente, in una protesta contro la guerra in Vietnam. Allora Jimi simulava le bombe che cadevano, le esplosioni, la violenza democratica… quel mercoledì avrebbero potuto scandire le scene dei vetri delle finestre di Capitol Hill che si sbriciolavano sotto i colpi americani e l’arroganza dei trumpisti seduti, gambe sulla scrivania, sulle poltrone di Nancy Pelosi, Speaker della Camera, e di Mike Pence, presidente del Senato.

La ricostruzione su queste macerie fumanti sarà molto dura. Gli spazi e le regole democratiche sono stati violati, e da tempo. Tom Morello, musicista, anche chitarrista dei Rage Against The Machine – a proposito, ascoltate Wake UpWake up! Wake up! Wake up! Wake up! How long? Not long, cause what you reap is what you sow (Svegliati! Svegliati! Svegliati! Svegliati! Per quanto? Non troppo, perché quello che raccogli è quello che semini…) – in un tweet metteva a confronto lo schieramento militare davanti a Capitol Hill durante le manifestazione dei Black Lives Matter, un muro invalicabile, e quello dei trumpisti delusi, quattro poliziotti che hanno aperto i varchi e si son fatti persino i selfie con quelli che Biden ha definito terroristi. Cortocircuito. C’è davvero un cortocircuito. Che deve essere riparato al più presto, se l’America vuole continuare a essere il Paese del possibile.

Rossella Seno: le note? Un pretesto per le parole…

Rossella Seno – Foto Carlo Bellincampi

Testi e musica sono un binomio pressoché inscindibile. Il fatto che una canzone emozioni, catturi, piaccia, dipende dalla melodia, certo, ma anche dalle parole che l’accompagnano. Di questo ne avevo parlato il 21 ottobre scorso intervistando Claudio Sanfilippo.

Oggi, con il primo post del 2021, voglio ritornare sul tema. E lo faccio assieme a un’artista veneziana, dotata di una gran bella voce, una straordinaria capacità di fondere musica e teatro e un’innata propensione a schierarsi dalla parte degli ultimi, a non scegliere le vie più facili, “annusando” perennemente la strada. Lei è Rossella Seno, tipico cognome dell’isola di Burano, tiene a precisare, cresciuta a Mestre. Da anni vive a Roma.

È attrice, di cinema e televisione, ma ha trovato nella canzone d’autore e nel teatro il luogo naturale dove esprimersi. Il 31 marzo dello scorso anno, in piena pandemia, ha pubblicato un disco complesso, tagliente, ricco di spunti per riflettere, Pura come una bestemmia, un lavoro che vuole scuotere “anime e coscienze”, andare contro il perbenismo, come canta nel brano Puri come una bestemmia:

Hanno tutti il cuore puro

Puro come una bestemmia

Scagliano pietre e lanciano bengala

Mettono al rogo la madre e la bambina

Hanno un Vangelo per la cena di gala

E un kyrie eleison per la messa alla mattina

Il grano per la mietitura

Il sangue per la vendemmia

Hanno tutti il cuore puro

Puro come una bestemmia

Le atmosfere sono quelle intense e toste (ma non pallose!) del cantautorato anni Settanta, se proprio dobbiamo inquadrarla. Vengono in mente Fabrizio De André e la compagnia dei “liguri”, qualche accenno degregoriano e spunti alla Ivano Fossati – per inciso, il suo artista preferito – senza dimenticarne uno a cui Rossella è particolarmente legata, sempre per rimanere nel campo degli “irriducibili ultimi”, Piero Ciampi.

Con Ciampi c’è più di un una semplice affezione, come vedremo… Con lei, in questa avventura, Massimo Germini, chitarrista e compositore, noto per la sua lunga collaborazione con Roberto Vecchioni, Pino Pavone, che ha firmato gran parte della discografia di Piero Ciampi, Piero Pintucci, storico autore per Renato Zero, il poeta Michele Caccamo, i musicisti Matteo Passante e Lino Rufo e poi Federico Sirianni…

Rossella, parlando di te ti definisci una cantattrice, non è una semplice crasi…
«È il modo di concepire il mio lavoro. Uso il canto per trasmettere quello che sento e che ho l’esigenza di raccontare e rappresentare. Per questo è importante il testo, la musica sono io, quello che sento. Sono una persona riflessiva, sai, noi del segno del Cancro stiamo sempre a rimuginare sull’insostenibile pesantezza dell’essere, che tiro fuori con la musica…».

Il testo prevale sulla musica?
«La nota è un pretesto per appropriarmi della parola. In Pura come una bestemmia ho chiesto a Massimo Germini, che ha curato la parte musicale, di non avere né batteria né effetti, né elettronica. Nessun suono invadente che potesse distrarre».

La musica in secondo piano?
«No affatto, per me, però, è più importante il messaggio che voglio portare attraverso un brano. Amo la musica. A casa ho un pianoforte, tre chitarre e un contrabbasso che ho battezzato Filippo. È con loro che ho passato il mio lockdown!».

Rosssella Seno – Foto Carlo Bellincampi

Veniamo a Pura: un disco complesso, provocatorio, a partire dalla cover dove tu sei a seno nudo crocefissa…
«Il titolo dell’album non è opera mia, ma di Giuseppe De Grassi (giornalista, storico della canzone, scrittore, produttore discografico, ndr), un “ciampiano”, doveva fare uno spettacolo che non ha più realizzato. Mi ha donato il titolo. Che ho usato tre anni fa per portare in scena con Lino e Yuki Rufo uno spettacolo con tematiche sociali. Poi, da quell’esperienza è nata l’idea di un disco che parlasse degli ultimi…».

Atti d’amore e di orrore…
«Sì, e proprio questo la cover disegnata dallo street Artist Moby Dick (Marco Tarascio, ndr), voleva significare: una denuncia verso una società capitalista che ha messo in croce il mondo. La mia figura a seno nudo non rappresenta solo la donna, così maltrattata, ma l’essere umano e la Natura stessa. La croce è piantata su un mare di rifiuti, sacrificati nel nome del dio denaro. Dietro a me c’è Cristo… nemmeno lui è riuscito a salvarci».

Sei stata criticata per questa cover.
«Nella versione digitale dell’album il seno è stato tagliato. È difficile da comprendere, non è stata una censura per blasfemia, ma per quel seno nudo… ancora oggi un seno nudo femminile è tabù, e intanto siamo circondati dalla pornografia…».

Per i testi hai scelto gli autori con certosina pazienza e conoscenza. A partire da Mare Nostro, preghiera laica scritta da Erri De Luca, giusto per calibrare il senso del lavoro: “Mare nostro che non sei nei cieli, ti abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste…”.
«Ho scelto di partire con la preghiera di De Luca per parlare dei migranti. Poi segue l’unica canzone già scritta e pubblicata dell’album, Ascoltami o Signore, di Federico Sirianni (dall’album Il Santo, 2017, ndr). Un percorso di 13 brani che finisce con Puri come una Bestemmia, che dovrebbe far riflettere su tutto quanto ascoltato prima».

Lo so che non sono affari miei, ma tu credi in Dio?
«Con lui ho un rapporto molto strano, mi incazzo molto, lo sfido di continuo: “scendi e parliamone”. Mi piace però pensare che c’è qualcuno, una speranza per l’umanità. Come diceva Giorgio Caproni, “Non si prega Dio perché esiste, ma perché esista”…».

Rossella Seno – Foto Carlo Bellincampi

C’è anche una canzone dedicata a Stefano Cucchi, Gli occhi di Stefano, una poesia di Edoardo Sanguineti, La ballata delle donne, e un brano Luna su di me, per gli orsi tibetani, costretti a vivere in gabbie anguste perché viene prelevata loro la bile usata nella medicina tradizionale asiatica…E poi una canzone dedicata a Simona Kossak, la zoologa polacca che scelse di vivere in mezzo alla foresta di Bialowieza tra gli animali, senza elettricità né acqua corrente…».
«Non sono mai stata attratta dai vincenti, da quello che per riuscire nella vita ti truffa, che non guarda in faccia nessuno. Agli inviti negli yacht preferisco le spiaggette deserte. Quello è il mio mondo. E poi, chi ha problemi ha molto più da raccontarti».

E arriviamo a Piero Ciampi. Cosa ti ha attratto di lui, del suo lavoro? Nel 2008 hai pubblicato un EP con quattro suoi brani, E il tempo se ne va… Ciampi non era certo una persona dal carattere facile
«Piero non l’ho cercato io. Stavo lavorando a un progetto su Milly, Carla Mignone, e mi è stato proposto un ruolo come attrice nel docufilm su Piero Ciampi (Adius, Piero Ciampi e altre storie di Ezio Alovisi, ndr). Sono stata portata nel mondo di Piero e sono stata adottata da i suoi amici, con cui collaboro ancora oggi, come una figlia. Piero era un uomo senza compromessi, estremamente vero e sincero, il poeta della realtà. L’eredità di Piero Ciampi è quanto mai attuale. Vorrei riprendere altri suoi brani praticamente inediti, bellissimi. Oggi tutto è al servizio del nostro ego, dell’apparire. Hai visto la fila alla Lidl per comprasi quelle orribili scarpe diventate tendenza? Tutti omologati. Non capisco queste cose e a un certo punto ti viene da deporre le armi…».

Per questo che, in Puri come una Bestemmia, canti: E se per strada non c’è amore o poesia/ e non c’è spirito che sciolga i cuori/è meglio starsene in retrovia in attesa di tempi migliori». Se non ci fosse stato il Covid avresti già portato in teatro il tuo disco…
«Lo spettacolo è pronto: sul palco solo una violinista coreana, un chitarrista e io, le canzoni e un video della Fidu, la Federazione Italiana Diritti Umani. Spero di portarlo in giro quest’anno. E poi sono stata chiamata per un nuovo progetto, ma è ancora presto per parlarne. È la vita che fa… Vediamo che cosa mi propone, soprattutto ora che è tutto relativo…».