Novità: Gullfoss e la magia di Nadje Noordhuis

Da un album politico ed elettronico come quello di Jerusalem In The Heart a uno sognante e “acustico”. Oggi voglio sottoporvi all’ascolto un altro disco che mi è piaciuto molto. Si tratta di Gullfoss, l’ultimo lavoro di Nadje Noordhuis. Australiana, 41 anni, da molti anni a New York, suona la tromba e il flicorno. Quello che riesce a ottenere è un suono pieno, caldo, struggente e anche… estremamente rilassante.

Il disco, uscito in cd venti giorni fa, ma in vinile nel 2019 e solo a tiratura limitata, è la registrazione di un live suonato dalla Noordhuis nel 2018 al Musig im Pflegidach di Muri, in Svizzera, accompagnata dall’arpista Maeve Gilchrist che, per inciso, è stata per un periodo anche sua coinquilina a New York, il chitarrista Jesse Lewis e il bassista Ike Sturm più i tappeti sonori con i sintetizzatori, la batteria e le percussioni di James Shipp, polistrumentista che ha suonato anche con Sting.

Insieme fanno il Nadje Noordhuis Quintet, un gruppo affiatato che riesce a trasmettere sensazioni non scontate, in un lavoro ispirato alla Natura e alle sue molteplici forme d’espressione.

Nadje Noordhuis Quintet – Frame dal concerto al Musig im Pflegidach di Muri, in Svizzera

Nadje ha deciso di essere musicista e trombettista dopo aver ascoltato Doo-Bop, disco di Miles Davis uscito nel 1992, «una fusione di jazz e rap», come ha ricordato lei stessa in un’intervista di qualche tempo fa, che l’ha introdotta al mondo del grande jazzista americano. Ha suonato, quindi, nella Maria Schneider Orchestra, uno dei suoi successi personali a cui tiene di più, fa notare spesso. Essere parte dell’orchestra della Schneider è stato «un privilegio e una fortuna», sostiene la Noordhuis. Di Maria Schneider ricorderete la collaborazione con David Bowie nel lungo brano Sue (Or in a Season of Crime) pubblicato nel 2014, un anno e mezzo prima della scomparsa del mitico artista.

E veniamo al disco. Un lavoro estremamente raffinato, che fa viaggiare la mente, la stimola in modo positivo. Il classico album da mettere in cuffia, luci basse e un buon bicchiere di whisky da sorseggiare. Musica contemplativa, grazie anche alle magie all’arpa della scozzese Gilchrist e dei synt impercettibili ma pieni di Shipp.

Ascoltatevi Indian Pacific, un arpeggio continuo e fluido come onde del mare di Maeve Gilchrist e della chitarra di Jesse Lewis che fa da base a una struggente melodia che riporta all’emisfero  d’origine della Noordhuis. In Silverpoint, altro brano parecchio interessante, la musicista riesce a fondere atmosfere alla Pat Metheny con una chitarra che, nel finale, assume toni decisamente rock. Gullfoss, la composizione che dà il titolo all’album e che ricorda la famosa cascata islandese, è l’ultimo “messaggio”: attacca con il basso a cinque corde di Ike Sturm, martellante, per poi portarci in un mondo fatto di magici momenti. Un lungo viaggio di emozioni. Ascoltatelo, ne vale proprio la pena…

“Love For Sale”, Tony Bennet e Lady Gaga: la musica come medicina…

Il primo ottobre è stato pubblicato Love For Sale, secondo disco della coppia Lady Gaga e Tony Bennett. Il primo, Cheek To Cheek (2014), alla sua uscita fu accolto con curiosità dalla critica per la strana e improbabile coppia che, apparentemente, non aveva nulla da condividere, subito smentito all’ascolto, una fusione professionale e perfetta di voci che dimostrò come Lady Gaga fosse molto più di una brava popstar.

Love For Sale è un lavoro che rivede, con la giusta dose di sofisticata eleganza, dodici brani di Cole Porter. Un disco da custodire e godersi non solo perché racconta una sostanziosa fetta di “classica” americana, ma anche perché racchiude in sé un qualcosa di unico.

A voler essere cinici si potrebbero fare tante supposizioni possibili sulle origini di questo nuovo album, viste l’età e le condizioni di salute di Tony Bennett, un signore di 95 anni affetto dal morbo di Alzheimer, e il cammino artistico della signora Germanotta, decisamente virato a una carriera fatta di successi cinematografici (vedi A Star is Born, dove s’è portata a casa un Oscar e House of Gucci, il film su Gucci diretto da Ridley Scott, che uscirà il prossimo 16 dicembre) e di una revisione del suo “aspetto” artistico verso una musica più colta.

Ascoltando il classicissimo I Get A Kickout Of You, reinterpretato con verve, si sente invece quanto i due siano affiatati, tempi perfetti, dialoghi vocali degni di un Bennett nel pieno delle sue capacità di re dei crooner. Questa magia è stata resa possibile grazie a una cosa sola: l’amore viscerale per la musica di Tony Bennett.

L’anziano signore che non riesce a riconoscere più nessuno, che vive, protetto dalla moglie perso in un mondo profondamente alterato, inaccessibile, si sveglia, ritornando perfettamente normale, solo quando ascolta e canta le centinaia di brani che ha interpretato nel corso della sua lunghissima attività.

Come per magia, ricorda i testi delle canzoni, sembra che una parte del suo cervello sia programmata a essere immune alla demenza che lo sta attanagliando. Il medico gli ha proibito di incidere o cantare ancora perché troppo faticoso, dopo il concerto di addio alle scene il 3 e il 5 agosto scorso battezzato One Last Time: An Evening with Tony Bennett and Lady Gaga al Radio City Hall di New York. In questo lungo addio ha chiesto a Lady Gaga di rifare un disco con brani di Cole Porter. Come ha dichiarato la stessa artista ad Apple Music: «So che ha 95 anni, ma ogni volta che canto con lui io vedo un ragazzino… È così liberatorio essere due anime che cantano insieme».

In questo momento catartico, in questi attimi liberatori sta la bellezza di Love For Sale. Un disco che racchiude tutto il rispetto per una vita di musica e di palco. Probabilmente è l’ultimo lavoro di Bennett, un album che suggella qualcosa che va oltre il “semplice” cantare e interpretare. In questo sta la sua unicità. Nel sorriso complice di Lady Gaga e negli occhi gioiosi di un ragazzino di 95 anni che sogna ancora in musica.

Rolling Stone, le classifiche e una riflessione…

Il 15 settembre Rolling Stone USA ha pubblicato la sua colonna sonora più dirimente e attesa: le 500 canzoni più belle di tutti i tempi. Il magazine, ormai ex-bibbia del rock, ha voluto pubblicare, a quasi vent’anni di distanza dalla prima edizione, una nuova revisione.

Le classifiche a cui RS ci ha assuefatto sono una buona lettura dei tempi e di quello che significa la musica, mainstream e alternativa, dagli anni Trenta del secolo scorso a oggi. Le 500 canzoni sono la summa di tutto questo, anche perché, la prima “RS hit parade”, come ben ricordano dallo stesso magazine, era del 2004, quando Billie Eilish aveva appena tre anni. A partecipare al sondaggio per decidere i brani più belli di sempre, sono stati chiamati oltre 250 tra artisti, musicisti, produttori, discografici che ne hanno selezionati, ciascuno, 50, per un totale di 4mila brani.

Con questo ampio e democratico parterre si presume sia uscita uscita una fotografia piuttosto nitida e ben incisa della storia della musica occidentale, soprattutto americana e inglese. 

Quello che più salta all’occhio è che di brani “dirimenti” dall’inizio del Terzo Millennio ne sono stati selezionati pochi, appena una settantina, per lo più provenienti dalle correnti mainstream, un pop facile e ben codificato e un rap che s’è liberato dalle origini e naviga tra bit raramente innovativi e un conformismo testuale presentato come anticonformismo. Di contro, troviamo, monolitici, i 250 e passa brani compresi nel periodo Sessanta e Settanta e i 142 scelti negli anni Ottanta e Novanta, oltre a poche decine che arrivano tra il 1930 e il 1950.

Di artisti ce ne sono tanti – anche se, per esempio, non si vedono tracce del periodo prog inglese, King Crimson, Genesis, Yes, Traffic, gli Emerson, Lake & Palmer – alcuni ritornano più volte in classifica (vedi Aretha Franklin, Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd, Prince, Bob Dylan, Lou Reed, Led Zeppelin, Bob Marley, Bruce Springsteen, David Bowie…) ma quello zoccolo duro di brani memorabili, immancabili, oserei, eterni, nati dalla seconda metà degli anni ’60 alla fine dei Settanta sono la riprova, se mai fosse stato necessario, di quanto le esperienze musicali, sociali, politiche di quegli anni abbiano generato una svolta epocale nelle arti, e soprattutto nella musica, a cui tutti, ancora oggi si rifanno a piene mani. Una rivoluzione che dobbiamo ancora vivere in questo nuovo millennio.

E, dunque, non può suonare strano se  il miglior brano di tutti i tempi sia stato scritto da Otis Redding e pubblicato nel 1967 dalla grande Aretha Franklin. Sto parlando di Respect, una delle canzoni più suonate di sempre. Il secondo posto se lo sono aggiudicato i Public Enemy con Fight the Power (1989), mentre il terzo e quarto appartengono rispettivamente a Sam Cooke, uno dei principali esponenti della soul music degli esordi, con A Change Is Gonna Come (1964) e l’eterno Bob Dylan con la sua altrettanto immortale Like a Rolling Stone (1965). Al quinto ci sono i Nirvana con Smells Like Teen Spirit del 1991, e via via Marvin Gaye con What’s Going On (1971), The Beatles con Strawberry Fields Forever (1967), il rap di Missy Elliott, Get Ur Freak On (2001), i Fleetwood Mac e la loro splendida Dreams (1977), e gli Outkast con Hey Ya! (2003)…

Il resto della classifica, numeri alla mano, rispecchia la prima decina. Ne deriva che, nell’esperimento musicale (e, a questo punto, anche sociale) di RS in novant’anni di musiche selezionate, il nocciolo importante, salvo rare eccezioni, rimane chiuso in poco più di trent’anni. Quei trent’anni che hanno visto rock, punk, soul, funk, jazz, nascere e rinascere, reinventarsi, crescere, svilupparsi, contaminarsi, classicismo e sperimentazione a ciclo continuo, effervescenza di note, idee, pulsioni.

In attesa di una rumorosa, spettacolare, necessaria rivoluzione epocale – che sinceramente non vedo – vale la pena rimettersi all’ascolto di quella Musica. Per rivangare ricordi, quelli delle generazioni vicino alla mia, per imparare un po’ di background le nuove leve del Duemila.

Changüí: storia degli autostoppisti musicali. Parola di Gianluca Tramontana

Il 30 luglio scorso è uscito un box set, tre compact disc più un libro di 124 pagine, dedicato alla musica Changüí, dal titolo, Changüí – The Sound of Guantánamo. Molti si staranno chiedendo che tipo di musica sia. Riassumendo in poche parole, una musica folk, nata nell’Oriente di Cuba, nel distretto di Guantánamo, nella seconda metà dell’Ottocento. Musica contadina, musica delle piantagioni, qualche etnomusicologo sostiene sia l’antesignano del son cubano, quello dei Buena Vista Social Club, per intenderci, di cui vi ho parlato qui. Una rarità, se si considera che, dopo oltre un secolo, è una musica che si suona ancora – e in modo effervescente – nei centri rurali del distretto. Per chi ha conosciuto Cuba, la sua storia, i suoi abitanti, e se ne è innamorato, il Changüí è un capitolo che vale la pena leggere e ascoltare. È nato a Baracoa, la Ciudad Primada, qui sbarcò Cristoforo Colombo e con lui, la forza bruta della colonizzazione spagnola, che almeno ha lasciato una bella cittadina coloniale, dall’aria decadente, di grande attrazione, e un popolo formato a forza tra indios, europei e africani, portati in schiavitù sull’isola. Culture che si sono fuse, ritmi e suoni che hanno cambiato per sempre il cuore musicale degli abitanti.

Storie già viste in altri luoghi dell’America Latina, a partire dal Brasile. Permettetemi una breve digressione: sono stato a Cuba nei primi anni Novanta (allora lavoravo in un giornale che era una sorta di bibbia del viaggiatore, Weekend Viaggi, finito poi miseramente). Era il cosiddetto Periodo Especial, la grande crisi che colse l’isola dopo la dissoluzione dell’Impero Sovietico. Tutti stavano male, nessuno aveva più nulla e ciascuno si arrangiava come poteva. Con il mitico Marco Casiraghi, fotografo di grande abilità ed esperienza, andammo a Baracoa. Un posto meraviglioso, e poi a Guantánamo, dove fummo portati nella base dell’esercito cubano che aveva il compito di controllare la base americana. Qui, davanti a un plastico che riproduceva l’”angolo Usa” ci spiegarono con dovizie di particolari cosa stessero facendo gli yankee in quel momento. C’era persino un mirador, un belvedere, con tanto di binocolo e bar, dove sorseggiando una birra si potevano osservare “da vicino” portaerei, corazzate, sommergibili all’ancora nella base. Altri tempi. In quei giorni frequentammo quasi tutte le sere la Casa de La Trova, un locale aperto a tutti i musicisti, dove chi voleva entrava, saliva su un palchetto malconcio e suonava. La gente, ascoltava, cantava, ballava. Serate indimenticabili. La più bella e organizzata era la Trova di Santiago de Cuba. Però Baracoa aveva un che di assolutamente magico che mi porterò per sempre nel cuore.

Gianluca Tramontana intervistato alla BBC – Foto Jack Howson

Torniamo a questo capitolo: a scriverlo e a registrarlo in presa diretta in due anni di ricerca, dal 2017 al 2019, è stato un italiano, milanese, da oltre trent’anni a New York, Gianluca Tramontana. Classe 1966, musicista, giornalista, appassionato di roots music, sia americana sia latino-americana, Gianluca è stato collaboratore di testate musicali storiche, come Rolling Stone, e lavora tutt’ora per l’inglese Mojo. Ha un programma radiofonico molto seguito su Radio Free Brooklyn, Sitting With Gianluca, dove, tutte le settimane, tiene conversazioni legate alla musica con artisti famosi e meno famosi purché abbiano qualcosa di interessante da raccontare. L’ho contattato e, settimana scorsa, abbiamo fatto una lunga e bella chiacchierata via Skype.

Gianluca, roots music, amore a prima vista…
«Sono un appassionato, e il Changüí ne è uno straordinario esempio. È come il primo blues del Mississippi. D’altronde, Guantánamo è un po’ come il Sud degli Stati Uniti, tradizionalmente povero, una zona agricola. Anche il periodo in cui è comparso si avvicina a quello del Blues americano e, se vogliamo, dello Choro brasiliano, nella seconda metà dell’Ottocento».

Dunque, ha poco a che vedere con il son cubano che conosciamo…
«Il Changüí non è la musica cubana che siamo abituati ad ascoltare, quella che potremmo definire straight time, dove il ritmo è lineare, non sincopato. Mi ha catturato proprio perché ha swing, inizia in un modo ma non sai mai dove va a parare, prende direzioni diverse, ha cambi improvvisi di ritmo. La sua origine, per ritornare alla storia, è più o meno coincidente con le guerre indipendentiste cubane che poi hanno generato la nascita di Cuba come stato indipendente, avvenuto nel 1902. Riflette lo stato d’animo, la cultura, dei lavoratori delle piantagioni, le loro provenienze. C’è l’Africa, l’indigeno nelle maracas (il Changüí di Baracoa, per esempio, è molto più indio di quello di Guantánamo), quindi ci sono elementi francesi provenienti dalla vicina Haiti…».

Bello il paragone con Blues e Choro. Sono tutti generi che implicano improvvisazione. Come quello con la storia americana e quella brasiliana. A Cuba le guerre indipendentiste contro la Spagna, le pulsioni americane di conquista dell’isola già a quei tempi, l’avvento di José Martí, considerato il padre della Patria, morto combattendo nella Guerra Necesaria…
«La musica delle radici è quella della propria storia. Gli storici normalmente partono, nelle loro esposizioni dei fatti, dall’alto verso il basso, dalla situazione generale, dai governi e mai dalla gente. La testimonianza storica di questi agricoltori, lavoratori delle piantagioni è riposta nel Changüí. Nelle loro canzoni si trova tutta la narrazione della loro vita, delle gioie, dei dolori, dei problemi di tutti i giorni. Come esiste il terroir nel vino, esiste anche il terroir di Guantánamo, che è questa musica. La storia del distretto è raccontata nei minimi particolari, giorno dopo giorno, da questi artisti, tutte persone che, per vivere, fanno due o tre lavori. Come giornalista mi attraggono le storie non ancora scritte. Benjamin Lapidus (musicista ed etnomusicologo newyorkese, ndr) ha scritto un libro sul Changüí, Origins of Cuban Music and Dance: Changüí (2008). Non sono un etnomusicologo, non ho gli strumenti per elaborare certe teorie. Ti dico solo che il Changüí tradizionale non è molto conosciuto fuori da Guantánamo e che, per questo, conserva tutto il suo potenziale espressivo».

Come ne sei venuto a conoscenza?
«Quindici anni fa mi trovavo a Manzanillo (città sul golfo di Guacanayabo, nel distretto di Granma, ndr), inviato da NPR (National Public Radio, una delle maggiori emittenti americane, ndr). Dovevo andare in onda, c’era Fidel Castro che parlava. Qualcuno aveva una cassetta di Changüí tradizionale che faceva suonare in un registratore. Incuriosito, ho chiesto in giro che tipo di musica fosse e tutti mi risposero che il Changüí erano Elio Revé e suo figlio Elito. Invece non era quella la musica che mi aveva incuriosito, era come se avessi ascoltato Robert Johnson e mi fosse stato detto degli Allman Brothers o di Eric Clapton. Per anni ho continuato a chiedere informazioni sulla tradizione Changüí, ma nessuno mi ha potuto dire altro se non che gli esponenti del genere erano Los Van Van e Revé, tutti musicisti che fanno ottima musica, ma moderna e urbana. Questa è considerata Changüí dalla maggior parte dei cubani e dai fan della musica cubana in tutto il mondo, ma non era quella che avevo sentito, un suono “rustico”, acustico come dire, loose but tight. L’unico modo per saperne di più era andare direttamente a Guantánamo e scoprirlo da solo. La mia intenzione originale era confezionare un pezzo per NPR di cinque minuti su quella musica, ma nessuno aveva dei Cd, quindi ho dovuto registrarli mentre suonavano. Il progetto originale s’è sviluppato in un altro e sono caduto in un vortice di due mesi durante il mio primo viaggio, che poi è diventato un’odissea di registrazione di due anni e mezzo».

Dovevi fare un semplice servizio e invece…
«…Invece sono stato coinvolto in un mondo incredibile. Dal “semplice” lavoro che dovevo preparare mi sono ritrovato a viaggiare per due anni nei paesi del distretto di Guantánamo, ascoltando vari gruppi e registrando oltre 250 brani. Nel box set ne ho selezionati 51 (qui il video promo del lavoro, ndr). Come avrai potuto sentire, c’è una caratteristica fusione di culture che trovi solo in questo luogo. Ti consiglio di leggere Cuba and Its Music: From the First Drums to the Mambo di Ned Sublette, quasi settecento pagine, un libro scintillante, dove capisci come il rock’n’roll proviene da Cuba, passando prima da New Orleans con il Rhythm&Blues. È una collisione di ritmi africani, melodie spagnole che portano con sé un bagaglio di influenze arabe. Insomma questi musicisti sono degli autostoppisti musicali!».

Finora abbiamo parlato della musica, ma, come ho letto in alcune altre interviste che hai rilasciato negli Usa e in Francia, il Changúí è molto altro…
«È danza, la musica senza ballo non esiste, ma è soprattutto comunità. Non si suona per farsi ascoltare, ma per stare insieme. Tutti possono intervenire, è un sistema aperto dove ognuno può interagire. È questa la bellezza. Su una struttura di canto fissa, un verso che viene ripetuto più volte, si inizia a inventare, inventa chi interviene nel canto, che però deve essere attinente al tema, inventano i musicisti che si chiamano ai cambi di ritmo con gli strumenti».

Gianluca Tramontana registra Las Flores del Changüí – Fotografo sconosciuto

Quali sono gli strumenti musicali generalmente usati?
«Di base sono tre, il Tres, tipo di chitarra che esiste solo a Cuba, con sei corde raggruppate in tre coppie, la Marímbula (una sorta di cassa acustica con delle linguette di acciaio, un basso ante litteram, ndr) e il bongo, l’equivalente del nostro “chitarra, basso e batteria”! In più ci sono il guayo (strumento idiofono a raschiamento, ndr) e le maracas. Gli strumenti in genere sono costruiti in casa, sono “rustici”. Quando se lo possono permettere, i musicisti si comprano anche ottime chitarre. C’è un gruppo che mi è rimasto nel cuore, Las Flores del Changüí, composto da sole donne. Floridia Hernández Daudinot, la fondatrice, suonava un Tres ridotto male. Quando le ho registrate e portate a mixare, non si potevano ascoltare. Quindi, sono ritornato a Cuba, con un Tres nuovo che le ho regalato e abbiamo inciso nuovamente». Ascoltate Guarijira.

Il suono di Tres, Marímbula e bongo creano quell’atmosfera festosa…
«I tre strumenti si connettono e si chiamano tra loro, improvvisando uno sull’altro. Il Changüí è come un brano pop. C’è un verso, che poi nessuno ricorda, poi c’è un coro che va e va e va e non finisce più. Un brano può durare pochi minuti come mezz’ora o più, dipende dalla situazione in cui ci si trova. Ci sono feste che continuano un intero weekend. Alcuni brani esistono come canzoni, con musica e parole codificate, ma in genere è tutto una “chiamata e risposta”. È musica per la comunità dove tutta la comunità può collaborare. Il circolo è aperto, si canta, si balla, il Tres chiama il bongo che a sua volta chiama la Marímbula. Quando lo ascolti dal vivo cadi in questa spirale, è una sensazione indescrivibile. Nelle registrazioni ho cercato di farla percepire. Ho lasciato che i musicisti si disponessero nel modo migliore, normalmente in cerchio, e ho registrato. In alcuni brani si sentono in lontananza gli uccelli che cantano e i maiali che grufolano. Ho fatto il giornalista, non il produttore. Volevo testimoniare un’esperienza e una storia».

Gianluca Tramontana – Foto di Kate Peila

Il box set è uscito il 30 luglio: com’è stato recepito negli Stati Uniti?
«Molto bene, sono soddisfatto! Nelle classifiche del circuito NACC (North American College and Community Radio Chart, ndr), è stato al primo posto per il genere Latin otto settimane consecutive, nella top assieme a Yola e Billie Eilish… L’ascolto delle radio dei college è molto importante, perché vuol dire che i ragazzi hanno trovato nel Changüí una ragione di divertimento, musica e ballo, significa che è un genere che ha colpito il cuore! Quando fai un progetto non sai se piacerà o meno. Volevo presentare la musica per quello che è, tradizionale ma anche moderna. L’ho proposta come se fosse una collezione pop, perché è accessibile e importante visto che ti racconta una storia».

Gianluca tu hai una teoria sulla musica, giusto?
«Per me la musica senza ballo non esiste. Mi spingo a dire che non è un’arte ma un’esigenza primaria per l’uomo, come bere, mangiare, dormire. Era così mille, duemila, diecimila anni fa, e la musica e il ballo viaggiano insieme. Volendo fare una distinzione, secondo me esiste la “Musica Arte”, che si fa in privato, vene scritta, prodotta a casa propria e, magari, un disco nato quattro anni prima, vede la luce senza un’attualizzazione perché si decide di proporlo al mercato. E poi c’è la “Musica folclorica”. Non è un genere, è musica che si suona all’aperto, dove la gente può partecipare. Una musica che si crea lì e che rimane irripetibile, perché è stata eseguita in quel preciso momento. Nel box set, c’è un brano, De aqui pa’ Italia, di Mikiki and his Brothers, che racconta proprio di me. Se la sono inventata al momento e l’ho cristallizzata nella mia registrazione».

Avrei potuto restare a parlare con Gianluca per ore. Con questo box set è riuscito a costruire un piccolo capolavoro in nome del valore sociale e artistico della musica, ad aprire uno spaccato su una piccola regione cubana e su una delle più belle e interessanti storie dell’isola. Come scrive nella presentazione Arturo O’Farrill, musicista, compositore e fondatore della Afro Latin Jazz Orchestra: «Gianluca Tramontana ha scoperto che l’essenza della vita può essere ridotta (o amplificata) alla semplice pratica di suonare il tres, pizzicare la marímbula, percuotere il bongo o “grattare” il guayo. Ha scoperto che nel pantheon degli eventi della vita niente – e sottolineo, niente – è più importante di afferrare la nostra vita e usare la musica del changüí per prendere in mano e plasmare i nostri cuori in modo da averne sempre il controllo, non importa quale sia il nostro quotidiano».

Ascolti d’agosto: Maria Bethânia e il suo “Noturno”

Il 30 luglio scorso è uscito un album che racconta la storia di una certa musica brasiliana, quella che ha percorso il Novecento e si è spinta nel nuovo Millennio, autorale, sociale, impegnata. Già questo attirava la mia curiosità, non si finisce mai di imparare e ascoltare! Il fatto che lo abbia realizzato una delle voci più belle e potenti del paese sudamericano, quella di Maria Bethânia, 75 anni, sorella di Caetano Veloso, bahiana doc, ha rotto tutti gli indugi.

Maria Bethânia la ascolto ormai da quasi quarant’anni. Mi ha sempre attratto quella voce bella, cristallina e potente, a tratti baritonali. Una voce unica nel suo timbro, riconoscibile tra mille. Il disco lo ha chiamato Noturno, con evidenti richiami alla situazione buia di questi quasi due anni di Covid, la pausa forzata, il mancato contatto con il pubblico. Canzoni scelte e registrate con tutte le solite difficoltà che ormai ben conosciamo. Tristeza, per dirla alla brasiliana, ma anche Saudade, atmosfera, l’uso sapiente del pianoforte o della chitarra classica e a sette corde, come unico accompagnamento prevalente a quella voce che ti ipnotizza.

La canzone che apre Noturno, Bar da Noite, composta da Bidu Reis e Haroldo Barbosa nel 1953, la canta accompagnata al piano da Zé Manoel, quarantenne artista pernambucano: Garçom, apague esta luz/ Que eu quero ficar sozinha/ Garçom, me deixe comigo/ Que a mágoa que eu tenho é minha. Zé accompagna Bethânia anche in Flor Encarnada, brano di Adriana Calcanhotto.

Maria Bethânia – Frame video

Della cantautrice di Porto Alegre, Bethânia ha preso anche un altro brano, Dois de Junho, scritto dalla Calcanhotto d’impulso dopo il grave fatto di cronaca accaduto a Recife durante la pandemia: un bimbo di cinque anni, Miguel, che la madre, collaboratrice domestica, aveva portato con sé al lavoro, cade dal nono piano di un palazzo. La padrona di casa aveva costretto la madre a portare fuori il cane, assicurando che avrebbe guardato lei il bambino… No país negro e racista/ No coração da América Latina/ Na cidade do Recife/ Terça feira 2 de junho de dois mil e vinte/ Vinte e nove graus Celsius, Céu claro…Più che una canzone, è una cronaca narrata con una voce incredibilmente ferma che diventa lamento straziante…

Pathos ma anche piacere di cantare un brano scritto dal nipote Zeca Veloso, figlio di Caetano, O Sopro do Fole, dall’impronta tipicamente pernambucana, con la fisarmonica suonata da Toninho Ferragutti. Bethânia ha preso anche un brano molto intenso del paraibano Chico César, scrittore, compositore, giornalista, Luminosidade. Non manca un samba scritto da Xandé de Pilares, Cria de Comunidade, cantato con lo stesso sambista carioca. Si chiude con una poesia. Solo voce, niente musica, Uma Pequena Luz (Poema. Fragmentos), dal poema del lisboeta Jorge Sena.

Insomma, Noturno è un concentrato di buona musica e cultura. Un racconto fatto di poesia, dramma, ricordi della propria terra natia, Bahia, con omaggio anche agli altri artisti e autori nordestini. Noterete la cover dell’album, parca a dir poco. Essenziale, come ha fatto notare la stessa Maria Bethânia, consapevole del momento: bianca con il titolo del disco e la sua firma. Basta questo per un’artista che ha disegnato la canzone d’autore brasiliana.

Intervista: Marisa Monte e le sue “Portas” aperte sul futuro

Marisa Monte – Foto Leo Aversa

Oggi vi voglio portare ancora in Brasile. Questa volta per parlarvi di un’artista che, in molti anni di attività, è diventata di diritto una delle musiciste internazionali più ascoltate, quotate e influenti del paese sudamericano. Lei è Marisa Monte, carioca di nascita, una voce estremamente raffinata, una cultura musicale vastissima che spazia dalla musica popolare alla classica, dal jazz al samba e alla bossanova e una vita dedicata alla contaminazione, alle collaborazioni con musicisti dalle provenienze più disparate.

Il 2 luglio scorso ha pubblicato Portas, album composto da 16 tracce, un racconto, per chi la conosce, che ha del cinematografico. Sedici brani che catturano, conquistano, raccontano storie. In Portas c’è amore, romanticismo, passione, tristezza, allegria, speranza, futuro. Se dovessi fare un paragone, è come vedersi un film alla La La Land. Basta ascoltare il brano Portasquello che dà il titolo all’album, per capire quale sia la direzione del nuovo lavoro della Monte. Qual é a melhor?/ Não importa qual/ Não é tudo igual/ Mas todas dão em algum lugar/ E não tem que ser uma única/ Todas servem pra sair ou para entrar/ É melhor abrir para ventilar/ Esse corredor… Qual è la porta migliore? si chiede. La risposta arriva subito dopo: non ha importanza quale sia, non è tutto uguale. Ma tutte le porte aprono in un qualche posto. E, non necessariamente deve essere una porta sola, tutte servono per uscire e per entrare. È comunque meglio aprire per far cambiare aria a questo corridoio. Metafora dei tempi correnti…

Ho l’appuntamento su Zoom. Lei mi risponde da Rio de Janeiro, elegante come sempre, seduta su sfondo nero dietro diverse chitarre, se ne intuiscono le silhouette.

Prima dell’intervista torniamo un attimo alle collaborazioni, perché dicono molto: innanzitutto c’è quel geniaccio di Arto Lindsay, vecchia amicizia di Marisa, grandi collaborazioni, una su tutte, il secondo disco, Mais, prodotto da Arto. E poi Arnaldo Antunes, ex Titãs e compagno nell’avventura Tribalistas con Carlinhos Brown. Il fado Vagalumes è un piccolo omaggio, un gioiello incastonato nelle terre lusitane. Carlinhos non c’è in Portas, in compenso è presente il figlio, Chico, nipote di Chico Buarque de Hollanda, uno dei miti della musica brasileira (ascoltatevi Calma).

C’è anche Nando Reis, altro Titãs (vi consiglio, se ne avete voglia, di mettere sul piatto un po’ di album della rock band nata a São Paulo negli anni Ottanta), Dadi Carvalho, bassista che ha suonato nei Novos Baianos e nei Barão Vermelho (ascoltatevi la bella A Língua dos Animais, frutto della collaborazione tra Marisa, Arnaldo e Dadi) e poi Marcelo Camelo, polistrumentista e anima dei Los Hermanos, gruppo pop rock della fine anni Novanta, quindi Seu Jorge, con cui Marisa ha collaborato più volte, qui in Portas con la figlia Flor, grande voce, nell’ultimo brano, Pra Melhorar! Per continuare con Pretinho da Serrinha, compositore di samba, per un brano tutto da godere, Elegante Amanhecer dedicato alla Portela, scuola di samba carioca, di cui Marisa è sostenitrice, tra cavaquinho, cuica e surdo: Foi lindo de ver a Portela/ O sol raiando/ Elegante amanhecer/ Seu canto ecoou na passarela/ Auê auê salve o samba, salve ela…

La cover dell’album e l’intero concept visivo del disco sono opera dell’artista Marcela Cantuária. «Il progetto è diventato un dialogo audiovisivo tra due donne contemporanee che hanno prestato la oro sensibilità al servizio dell’arte», spiega la musicista. «Marcela è riuscita a rappresentare sia me sia le mie canzoni».

Marisa, un disco di 16 tracce dopo dieci anni dall’ultimo tuo lavoro, come mai tanto tempo?
«Mi sono dedicata a tantissime altre collaborazioni e progetti, come il tour con Paulinho da Viola (uno dei grandi artisti di samba brasiliani, ndr). Doveva essere un minitour in Brasile e si è trasformato in un grande successo! Poi ho lavorato a un progetto d’archivio, Cinephonia, (trent’anni di carriera con inediti audiovisivi, raccolti e catalogati, inaugurato nel marzo dello scorso anno, ndr), ho pubblicato con Carlinhos e Arnaldo il secondo disco Tribalistas… Nel frattempo ho continuato a scrivere, comporre. Non è stato un disco programmato. Quando ho deciso di trasformare quel materiale in un album, avevamo deciso di iniziare a registrare nel maggio 2020 a New York, con Arto Lindsay. Ma con la diffusione della pandemia e il lockdown è saltato tutto. Abbiamo, quindi, rinviato a novembre. Ma poi, vista l’impossibilità di trovarci fisicamente, abbiamo provato a registrare un paio di basi via Zoom tra Rio e New York. Il lavoro stava venendo bene, quindi abbiamo iniziato a lavorare insieme, ho incontrato tanti collaboratori internazionali senza muovermi da Rio! Così abbiamo lavorato a Rio de Janeiro, Los Angeles, New York, Lisbona, Madrid, Barcellona, Seattle…».

Foto Leo Aversa

Sedici canzoni sono tante in un disco…
«In realtà sarebbero 18 tracce,  mi rimangono ancora due brani che pubblicherò, il primo tra poco, e il secondo lo terrò per quando inizierò il tour, il prossimo anno».

Parlami di Portas. Il mondo è pieno di porte che si aprono e si chiudono…
«Volevo cantare un po’ di speranza, fornire uno sguardo diverso, positivo del mondo, visto che, soprattutto in questi due anni, siamo stati molto negativi, insicuri. Nonostante tutto quello che è successo con il Covid19, penso che oggi noi siamo comunque migliori di 50 anni fa. Credo che sia meglio vivere il presente, nonostante tutto quello che è accaduto, perché in questo presente abbiamo intavolato molti temi di discussione, dal guardare il mondo con più attenzione e rispetto, al lavorare per una società più aperta, rispettosa dei diritti di tutti. Il mio è stato un lavoro all’opposto del negazionismo, diciamo di “affermazionismo”. Una resistenza poetica e amorosa, una forma di protesta fatta in tutte le forme possibili. Ci vuole molto coraggio nel difendere l’amore!».

Frame dal brano “Portas” che apre il disco.

A proposito di negazionismo, la situazione politica in Brasile non è delle migliori. Hai voglia di parlarmene un po’, mi interessa sapere come la pensi…
«In Brasile c’è stata una sovrapposizione di crisi, la pandemia e una crisi democratica senza precedenti. Non è molto diverso dal resto del mondo occidentale, però. Lo stesso problema c’è stato in America con Trump, c’è in Europa, lo avete avuto anche in Italia. Credo, voglio credere, che questa sia un situazione che non potrà durare ancora a lungo. Passerà, perché questa crisi democratica genererà una gestione futura del progresso».

Il presidente Bolsonaro non vede di buon occhio la cultura, non tiene molto in considerazione voi artisti.
«Alla base c’è un pensiero retrogrado che non considera la cultura come un potente forza economica che genera indotti, ma piuttosto come un nemico ideologico. Purtroppo per loro, per fortuna non si torna indietro. Non ritorneremo nell’oscurità, si dovrà andare avanti, con orgoglio. Credo che tutti questi problemi che hanno i paesi democratici risiedano nel come è veicolata l’informazione, praticamente senza controllo. Le fake news continuano a essere molto disturbanti per i paesi che credono in certi valori. E non sto parlando solo del Brasile».

Tornando a Portas: hai attinto da tutto il bagaglio della musica brasiliana, dal rock di Rita Lee, alle composizione in bilico tra MPB e jazz di Milton Nascimento, al rock degli anni Ottanta, Titãs, Barõ Vermelho, al Samba, alla bossanova e persino a quel nuovo fado portoghese che negli ultimi anni ha rivoluzionato un genere quasi intoccabile…
«Vero, tutti gli artisti che hai citato e che hanno lavorato in quegli anni incidevano dal vivo in studio, tutti insieme. Questa è la grande forza della collaborazione, del creare qualcosa di unico. Purtroppo la pandemia ci ha costretto a lavorare diversamente: era un mio desiderio ma anche una vera impossibilità. Credo che incida sulla dinamica musicale anche se è stato fatto un ottimo lavoro! Ho sempre voluto collaborare con artisti di generazioni diverse perché credo che queste contaminazioni influiscano positivamente sul pubblico: mi ascoltano la nonna e la nipotina! Anche in questo lavoro ho avuto degli arrangiatori incredibili, da Arthur Verocai, musicista di grande esperienza, al giovane Antonio Neves, al mio coetaneo Marcelo Camelo».

Marisa, un’ultima domanda: cosa ti aspetti da questo nuovo album?
«In Brasile è stato accolto benissimo, oltre tutte le aspettative. Spero che possa portare in questo momento amore, poesia e anche talento».

Rock, mostri sacri e il tempo che passa

La notizia l’ho letta ieri sera su Rolling Stone America: Rod Stewart, Kenney Jones e Ron Wood incideranno ancora come Faces, band che nacque nel 1969 e che vide, nel corso degli anni, anche la partecipazione di Mick Hucknall, il rosso dei Simply Red. Qualcuno ricorderà di sicuro l’album e l’omonima canzone Ooh La La del 1973. In quest’occasione Ron Wood ha annunciato anche nuove uscite con i Rolling Stones: con Jagger sta lavorando a tracce inedite per il quarantesimo dell’album Tattoo You che uscirà prossimamente in un cofanetto celebrativo.

Sempre sulla home del sito del magazine americano questa mattina si parla del concerto in streaming di Bob Dylan di domenica scorsa, Shadow Kingdom. Primo show del menestrello ottantenne via etere, fatto che ha destato non pochi dubbi se sia stato davvero stato suonato dal vivo o in playback, sui brani, molti di questi, riproposti dall’artista dopo anni che non li eseguiva più dal vivo ad esempio, What Was It You Wanted?, suonato l’ultima volta nel 1995, e anche sul perché non si sia esibito con la sua classica band e non abbia messo in scaletta alcun brano tratto da Rough and Rowdy Way, suo ultimo lavoro.

Stiamo parlando, come avrete capito, di mostri sacri, del Rock, tutta gente che ormai ha superato i settanta. Gente che continua a fare musica e a prendersi, giustamente, le copertine e le prime pagine dei giornali.

Ciò impone una riflessione, una domanda che ha del misterioso e del cabalistico, che riaffiora di tanto in tanto, quando le “vecchie glorie” ancora in arnese salgono di nuovo sul palco o si chiudono in sala d’incisione: ma il Rock resisterà ed esisterà fino a quando suoneranno i vari  Rolling Stones, Deep Purple, Queen (a tratti), Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones, Ozzy Osbourne e via elencando?

È una annosa questione questa, che ritorna ciclicamente: il Rock, quel grande Rock, finirà con chi lo ha suonato? Neil Young cantava Rock and Roll can never die… non può finire, eppure… Vabbè, discorsi estivi, chiacchiere da fare sotto l’ombrellone o mentre ti arrampichi su per qualche sentiero in montagna. Io che ho avuto la fortuna di vivere quel grande rock continuo ad ascoltarlo con lo stesso gusto e passione di quando l’ho messo in cuffia la prima volta. Gli artisti di cui sopra sono diventati dei “classici”, siamo abituati ad averli con noi, come se il tempo non passasse mai. Esistono perché “immortali”.

Quel Rock è destinato ad andarsene con loro. Sotto il cappello Rock continuiamo ad aggiungere nuovi artisti e nuovi gruppi. Ma non si tratta di “quel rock”, non lo sarà mai. È un’altra musica, certo nata da quelle radici, interessante ma diversa. E per fortuna, visto che la musica evolve con gli impulsi sociali, la vita che cambia, il mondo che viviamo e quello che stiamo progettando. I vecchi leoni ruggiscono ancora. Approfittiamone!

Buoni ascolti a tutti…

Metal, la lingua universale del dissenso

Fernanda Lira delle Crypta – frame da Dark Night Of The Soul

Heavy metal, se preferite, solo metal. Di questo genere s’è detto tanto, le origini, andando a scorrazzare in rete, sono le più varie, a chi credere e a chi darne la paternità non è così facile. Come i sottogeneri che ha prodotto, black, folk, death, prog, punk… cui far rigorosamente seguire la parola “metal”. Nonostante il passare degli anni e l’incanutimento di band storiche, il genere non accenna a tramontare, anzi, è sempre vivo e prospero, soprattutto in termini economici.

Prendiamo i Metallica, storica band borderline tra metal e rock classico: quest’anno Hetfield & Soci festeggiano i 40 anni e lo faranno, lo hanno annunciato con un tweet due giorni fa, con due concerti speciali, due date solo per la “Metallica Family”,i loro fan iscritti ai vari fanclub del mondo (guardate qui sotto).

Chi mi ha suggerito di parlarne è un amico che vi ho già presentato qualche tempo fa, Andrea Baroni, avvocato di professione, metallaro per estrema vocazione, collezionista di dischi per famelica voracità musicale. Ho sfruttato biecamente le sue conoscenze per parlarvene. Dunque, iniziamo. Per comodità, potremmo racchiudere il metal nella grande casa del Rock, ma in realtà il genere fa vita a sé. In questo luccicare di chitarre distorte, assoli raffinati, batteria che pompa a cassa doppia, voci gutturali, borchie e cuoio, abiti da macho, rimangono celebri le mise di Rob Halford, frontman dei Judas Priest, che dopo aver dichiarato la propria omosessualità, raccontò di essersi ispirato per i suoi capi ai circoli sadomaso di Soho, che frequentava assieme a Freddy Mercury. Il metal è stato raccontato anche nel bellissimo Sound of Metal, film del 2019 dell’americano Darius Marder al suo debutto cinematografico: quest’anno s’è portato a casa due statuette (miglior sonoro e miglior montaggio).

Quello che il punk è stato negli anni Settanta e Ottanta in termini politici e sociali più che musicali lo è il metal, soprattutto in questi ultimi anni. Nato dai disagi giovanili, il «sottoproletariato bianco di Birmingham e Detroit», come suggerisce Andrea, «Unanimemente, e in larga parte non a torto, considerato rozzo, retrivo, sessista e bianco, identificato con la destra più becera e da questa indubbiamente amato, ha finito, nel 2021, per diventare il genere che forse più di ogni altro unisce masse di fan di ogni colore, senza barriere culturali, soprattutto nelle zone in cui la repressione politica e sociale accende il desiderio di dissenso». Il metal è diventato il rifugio e la ragione di protesta per molti nel mondo. Si fa metal ovunque, in Iran, Israele, Marocco, Tunisia, Mongolia, Russia, Cina, Taiwan, Hong Kong, Africa, America Latina, America del Nord ed Europa, ça va sans dire, e via viaggiando. C’è un Arabic Metal, riconosciuto ormai come sotto-genere (vedere i tunisini Myrath, band prog metal, qui Believer). Ogni band ha i suoi motivi per protestare e rappresentare il proprio malessere sociale.

I tunisini Myrath – Frame da “Believer”

Il genere musicale conta anche il primo parlamentare metallaro della storia. Mi riferisco al taiwanese Freddy Lim, frontman dei Chthonic, band che ha raggiunto la notorietà mondiale con un album del 2008, Seediq Bale. Apro una parentesi su Freddy Lim: dopo aver fondato un partito, il NPP (New Power Party), nel 2016 ha trionfato alle elezioni entrando in parlamento e restandoci per un altro mandato, iniziato nel 2020. Una spina nel fianco per il Kuomintang party, gruppo politico che vorrebbe la riannessione dell’isola alla Cina.

Freddy rappresenta quell’essenza democratica e progressista che anima i giovani taiwanesi come i movimenti di protesta di Hong Kong e del Tibet, che non a caso appoggia con forza.  I Chthonic usano la musica, innestando nel metal tanto folk e alcuni strumenti tradizionali, anche se Freddy ha imparato un più che discreto Growl – la tecnica di canto gutturale, usata soprattutto nel black e death – per parlare dei diritti LGBT, della libertà di espressione e informazione, del movimentismo. Ascoltate Banished Into Death, brano dal disco Seediq Bale.

L’onorevole Freddy Lim dei taiwanesi Chthonic

Lo stesso fanno i mongoli The Hu, strumenti tradizionali che si fondono in un metal duro e visionario. Mettetevi in cuffia The Great Chinggis Khaan, storia e tradizione rilette in chiave metallara. Vale la pena ascoltarli anche in versione acustica per rendersi conto del genere di musica che fanno quando suonano “metal free”, Shireg Shireg.

The Hu – Frame da The Great Chinggis Khaan

Altro discorso per gli iraniani Out of Nowhere (per inciso, Out of Nowhere è anche un famoso brano scritto nel 1931 da Johnny Green e suonato da numerosi musicisti, Bing Crosby, Charlie Parker, Artie Shaw, Chet Baker…) che il 23 febbraio scorso hanno rilasciato Blind Crow. Uno stile molto “occidentale” per la band metalcore persiana. La musica occidentale è bandita dal governo iraniano, la loro attività diventa una pericolosa sfida all’ennesimo regime, un modo possibile e duro di manifestare il proprio dissenso politico e sociale. C’è dell’etico nel metal al di là delle apparenze, del gotico spinto, delle lingue di fuori e degli sguardi truci, di Satana descritto e dipinto sulle cover visionarie dei dischi, e delle tombe sollevate…

Concludo con una breve riflessione sul genere musicale. Ascoltando i fraseggi, i riff delle chitarre, la possenza della sessione ritmica, le basi orchestra delle tastiere, viene da pensare più che a una provenienza Blues, tipica del Rock, a un’origine classica della musica. L’uso delle scale è, in genere, il pentatonico molto usato nelle composizioni classiche, l’imponenza del suono è sinfonica, essere un musicista metal non è come essere un musicista rock o punk. Il metal si avvicina molto al prog-rock, è musica raffinata, ha passaggi difficili, esecuzioni da “primi della classe”, a prescindere dalle urla e dalla carica di potenza che per molti ascoltatori può risultare repulsiva. Nel black e death metal si tende a enfatizzare atmosfere cupe, gli accordi in minore sono d’obbligo. Non c’è spazio per la gioia ma solo per un mondo terribile popolato da demoni e mostri che rappresentano le nostre dissonanze terrene.

Tornando all’eccellenza dei musicisti, ascoltatevi, se vi capita, qualche brano suonato dal chitarrista Yngwie Malmsteen e capirete (il 23 luglio uscirà Parabellum, il suo ultimo lavoro, qui (Si vis pacem) parabellum – la storica frase di Vegezio, “se vuoi la pace, preparati alla guerra”). Ma anche quelli dei tedeschi Helloween, sui palchi da una vita, che il 18 giugno hanno pubblicato un nuovo omonimo disco. Si domanda Andrea: «I gruppi mongoli, cinesi arabi e africani sono solo emuli di un genere che rimane sempre uguale a se stesso? Per me no. Ci sono band che sembrano cloni di AC/DC e Metallica ma anche molti che producono qualcosa di nuovo, unendo le loro tradizioni musicali (quasi sempre molto ricche) con il metal. D’altronde, se esistono i Greta Van Fleet che imitano i Led Zeppelin perché nel Botswana gli Overthrust non possono prendere a riferimento i Deicide?».

Giusta osservazione. Anche la tecnica growl non è da tutti. Il suono gutturale che vede nello svedese Mikael Åkerfeldt degli Opeth o Johan Hegg degli storici Amon Amarth gli esponenti più famosi, ha catturato anche voci femminili come quella di Fernanda Lira delle brasiliane Crypta, band tutta al femminile nata nel 2019 (qui Dark Night Of The Soul da Echoes Of The Soul, album uscito l’11 giugno scorso).

Concludo: vi invito a farvi un giro “metallaro” questo weekend. Potreste scoprire  cose molto, molto interessanti. E rifornirvi di scariche extra di adrenalina!

Alessandro Deledda e la sua Linea del Vento

Alessandro Deledda – Foto Federico Miccioni

Sono qui, davanti al foglio bianco di Pages. La mia base sonora è La Linea del Vento, ultimo lavoro di Alessandro Deledda, classe 1972, perugino con origini sarde, pianista, compositore, polistrumentista. L’ho intervistato un paio di giorni fa. Ma qui mi blocco: come posso presentarvelo? Perché Alessandro è un musicista classico, ma anche un jazzista, ma anche un appassionato di musica elettronica, ma anche uno che si è formato con il cantautorato italiano e il rock, quello solido, e ancora un appassionato dell’insegnamento della musica, un produttore, un arrangiatore. Il prossimo 16 luglio nell’ambito di Bari in Jazz 2021 suonerà nel The Evolution Trio assieme al sassofonista Dimitri Grechi Espinoza. Potrei sostenere che è un artista contemporaneo, parola che non dice assolutamente nulla. Oppure… un musicista genialmente curioso. Ecco, questa mi piace già di più. Mi sembra che lo rappresenti al meglio. Ci siamo dati appuntamento su Zoom per parlare una mezz’oretta del disco. È finita dopo un paio d’ore (ma avremmo potuto continuare ancora a lungo). Il tempo è trascorso veloce, a parlar di musica e passioni. Quindi, quello che leggerete qui di seguito è il condensato della lunghissima chiacchierata (parola chiave che tornerà ancora nel corso dell’intervista) tra Alessandro e il sottoscritto.

Alessandro, parto subito forte: come intendi la musica?
«Mi piace contaminare, esplorare. Già a sei anni ero attratto dalla musica. Mi divertivo a suonare l’organo della chiesa. Quando non c’era il prete, mi impegnavo a tirare fuori i primi accordi. A otto anni ho iniziato gli studi di pianoforte. Studi classici. Volevo suonare l’organo, ma l’organista titolare era il vecchio sacrestano, quindi…».

Quando ti è venuta la passione per il jazz?
«Fino a 16 anni non lo sopportavo proprio. Trovavo assurdo non seguire la lettura degli spartiti… Poi, approfondendo Bach ho capito che lui improvvisava. Bach unì il virtuosismo italiano – adorava Vivaldi, lo studiava a fondo – l’eleganza francese e il contrappunto tedesco. Ho capito che l’improvvisazione lascia un’impronta unica e irripetibile. Poi ci sono quelli che trascrivono queste improvvisazioni e le studiano. Così, a 17 anni ho iniziato a frequentare un laboratorio di musica jazz. Avevo, vista l’età, anche un secondo fine: a quell’epoca suonare uno strumento era il modo più congruo per conquistare una ragazza!».

Giusto, chitarre, spiaggia, falò, musica…
«Proprio quello! Ho cominciato a indagare, studiare il jazz, il perché da poche note, la melodia, esce un mondo meraviglioso».

Ti sei appassionato anche all’elettronica…
«Sì, amavo la tecnologia che stava arrivando. Ho iniziato con il computer Atari 1040ST, te lo ricorderai, e un expander per ricavare suoni. La mia rivelazione è stato il concerto dei Pink Floyd a Livorno nel maggio del 1989. Mi ci portò un mio grande amico. Conservo ancora il biglietto d’ingresso, pagato 37.500 lire… Lì mi si aprì un mondo. Allora, nemmeno ventenne, volevo essere tante cose, ma mi trovavo a studiare gli autori classici, leggere ed eseguire. Non mi bastava più».

Avevi gettato le basi per il tuo lavoro attuale.
«A 23 anni mi chiamarono a gestire lo studio Fonit Cetra di Perugia. A Milano, dove c’era la casa madre, conobbi Vince Tempera e Ares Tavolazzi. Con Tavolazzi, avrei suonato negli anni successivi… splendido è stato il concerto all’abbazia di Farfa…».

La musica classica però non l’hai abbandonata…
«No assolutamente. La Classica è il Pin della musica. Attraverso di lei puoi accedere a tutto. Prima di un concerto mi faccio sempre una fuga o un preludio, serve a defragmentare il cervello, una sorta di reset. Solo così riesco a improvvisare meglio».

Cos’è per te l’improvvisazione?
«Come stare tra amici, seduti a una cena o a bersi qualcosa, e chiacchierare, dialogare, raccontarsi. Solo che non lo fai con le parole ma con le note».

Prima di parlare de La Linea Del Vento, raccontami dell’insegnamento, altro capitolo fondamentale della tua vita professionale.
«Insegno da trent’anni. All’inizio, visto che non mi vedevo né in banca né nelle forze dell’Ordine come mio padre, per dimostrare ai miei che il musicista era un lavoro a tutti gli effetti, insegnavo per due lire. Dopo essermi laureato (con lode al conservatorio Francesco Morlacchi di Perugia, ndr), ho insegnato nei corsi preaccademici al Conservatorio di Perugia. Nel 2009 ho fondato un’associazione, Piano, Solo, dedicata al pianista Luca Flores (uno dei più grandi jazzisti italiani, morto suicida a 39 anni nel 1995, ndr). È diventata una scuola di musica. All’inizio era soltanto per pianoforte, ora abbiamo tutti gli strumenti. Con 120 ragazzi a Umbria Jazz presenteremo una versione di So What di Miles Davis con 20 chitarre, 8 bassi, fiati, coristi, ecc. Sono di tutti i livelli di preparazione e, alcuni, hanno imparato a suonare in dad (didattica a distanza). È stato un esperimento anche per noi insegnanti. Credo che la dad abbia un vantaggio, farti entrare subito nella parte pratica. Per il resto non va bene perché manca quella comunicazione spontanea che arricchisce la lezione».

Gli allievi di Piano, Solo sono tutti giovanissimi?
«Abbiamo circa duecento iscritti che vanno dai sei ai sessant’anni e 15 insegnanti. All’interno della scuola c’è uno studio di registrazione e sale per tenere piccoli concerti. Di base prepariamo gli alunni per i licei musicali e i conservatori».

Veniamo a La Linea Del Vento. Perché questo titolo?
«La Linea Del Vento è dove va la musica. Mi sono lasciato portare come una foglia che rotola e vola fin dove il vento vuole. Credo sia questo il modo più significativo per raccontarsi. È un disco in piano solo. La sua genesi è casuale. L’anno scorso la scuola era chiusa, come tutte le altre per il Covid19. Mi chiama il fonico che collabora con noi, un ragazzo bravissimo e con una sensibilità estrema. Mi dice: “Alessandro, proviamo quei nuovi microfoni, andiamo in sala d’incisione, tu stai dentro, io fuori a registrare. Tu suona quello che vuoi”. “Ma sei matto”, gli ho risposto. “Cosa suono, siamo tutti a casa, non se ne parla proprio”. Chiuso il telefono ho riflettuto e ho pensato che poteva essere un modo di vincere quell’apatia che mi aveva preso. Abbiamo approntato il tutto, ho cominciato a suonare altre tre del pomeriggio e sono andato avanti fino alle sei e mezza. Dopo alcuni giorni il fonico mi manda un wetransfer con il file della registrazione. Lo ascolto e inizia l’autocritica, l’autolesionismo: per una sorta di timidezza che ho sempre quando si tratta di giudicare me stesso, ho deciso che non era una registrazione all’altezza. Il fonico, invece, ero entusiasta. L’ho chiamato e gli detto: “Cancella tutto non mi piace”. Lui, invece, senza farmelo sapere, l’ha spedito a Claudio Carboni della casa discografica Egea, fondata da Tonino Miscenà. Mi hanno chiamato entusiasti. “Un gran bel lavoro!” mi hanno detto. Così è nato il disco, undici racconti che parlano di me».

Alcuni brani li hai anche suonati in barca con Federico Ortica e Andrea Palombini…
«Sì, conosco Federico da molto tempo. Ho partecipato a Onde Sonore perché l’idea e i progetti che porta avanti Federico li condivido, è quella la direzione. E poi, il vento, il mare, s’intonavano perfettamente al disco, tra l’altro uscito per Egea Le Vele…».

Inizi con Madreterra, poi passi a Ginevra… ma chi è Ginevra?
«Madreterra è una dedica alla mia terra d’origine, la Sardegna (le mie origini sono a Pattada), Ginevra, invece è una cagnolina che ho adottato. Come Charlie Was Here, brano dedicato al mio vecchio amico a quattrozampe che non c’è più. L’ultimo brano del disco, quello più “jazz”, Have You Met Mr. Pongo?, parla dell’altro cane che ho, un trovatello pure lui. Amo gli animali, infatti, una parte del ricavato delle vendite del disco andrà a un’associazione animalista. Gino e l’Olivo, invece, è il ricordo di un anziano agricoltore. Insomma, quando ho suonato in quelle tre ore e mezza, ho davvero ripercorso i miei pensieri più profondi che ho associato a melodie. È la mia linea del vento…».

Parallelamente stai seguendo altri progetti, come Aura Safari
«Aura Safari (qui Sahara) ci sta dando molte soddisfazioni. È la mia parte elettronica, di esplorazione e composizione, un progetto jazz-funk, nato da quattro amici dj con il mio coinvolgimento. Stiamo andando molto bene in Giappone, in Nord Europa, in Gran Bretagna. È un progetto a cui tengo moltissimo, sono l’unico musicista del gruppo e anche uno dei produttori».

Alessandro, per chiudere, riprendendo la prima domanda, cosa trovi nella musica?
«Per me l’importante sono le tracce che tu lasci. In questi anni ne ho lasciate parecchie, dal jazz alla musica per cartoni animati, a quella per film, ai concerti. La musica è una forma di abnegazione, richiede tanto sacrificio per entrare in quel mondo infinito. Sai, sono convinto che Chick Corea quando è morto non era ancora arrivato dove voleva arrivare, perché la musica è un percorso infinito. Infatti, per come la vedo io, il jazz puro ha già dato tutto, è come la musica classica. Bisogna guardare oltre, sperimentare, contaminare per creare nuovi mondi, come faceva Corea, appunto».

Cosa stai preparando ora?
«Sono indeciso tra un disco di piano solo con cover dei Depeche Mode, band che adoro, o uno che riprenda brani dei Metallica, altro gruppo che ho ascoltato tanto. Non sembra, ma ho un animo decisamente rock!».

1971, l’anno in cui la musica ha cambiato tutto: da vedere!

Mi sono assaporato 1971, The year that music changed everything, la docuserie di Asif Kapadia trasmessa da Apple Tv+. Racconta, senza tesi né costruzioni, ma con filmati – molti di questi mai visti prima – e testimonianze – mai in camera – un anno determinante per la musica, uno spartiacque tra il prima e il dopo, nel quale si sono concentrati una serie di eventi tragici, dolorosi ma anche spettacolari e dove la musica ha fatto da collante, indicando ai giovani di allora nuove strade, un nuovo mondo possibile.

Ispirato a 1971, Never a Dull Moment, libro uscito nel 2016 del critico inglese David Hepworth, pubblicato in italiano da Sur (collezione BigSur con il titolo 1971, L’anno d’oro del Rock), la docuserie riporta con immagini e tanta musica quello che in sostanza Hepworth sostiene su quel fatidico 1971: «il più febbrile, creativo e lungo anno di quell’epoca».

Infatti, di cose ne sono successe, e tante. Con una premessa simbolica dal punto di vista musicale: il 1971 è stato il primo anno senza i Beatles. Infatti, il capitolo iniziale della serie – è anche il più lungo – si sofferma sull’eredità musicale dei Fab Four, sulla politica degli anni Sessanta e sul perché i Settanta siano stati così dirompenti. Dal punto di vista sociale è stato rappresentato –  e giustamente – raccontando la cronaca dei fatti successi all’università di Ken State nell’Ohio: la morte di quattro studenti e il ferimento di altri nove da parte della Guardia Nazionale, durante le proteste contro la guerra in Vietnam. Neil Young dedicò all’accaduto una canzone, Ohio (famosa l’esibizione live al Massey Hall di Toronto nel 1971, dalla quale ne uscì un disco pubblicato soltanto nel 2007).

In otto capitoli per un totale di sei ore1971 sembra più la cronaca di un decennio che di un anno solo. Negli Usa governava Richard Nixon, la guerra in Vietnam continuava a essere la spina nel fianco per il presidente e l’establishment, il “make love not war” dei figli dei fiori era tramontato, sia in musica sia nei fatti, l’America stava facendo i conti con il Black Power, una radicale presa di coscienza diventata lotta di resistenza degli afroamericani; anche le donne iniziavano a rompere quell’apparente, melenso, status quo che prevedeva il marito al lavoro e le mogli devote, tutte casa e pulizia. In questa rivoluzione c’era pure la sentenza di Charles Manson e delle sue adepte assassine per i fatti di Cielo Branco e l’esperimento della prigione di Stanford: un gruppo di psicologi, diretto dal prof. Philip Zimbardo, simulò la vita in un carcere americano in tutto e per tutto. Il test doveva durare 15 giorni, si concluse dopo appena cinque giorni perché i volontari, studenti che simulavano prigionieri e carcerieri, dettero di matto. Sempre nel ’71 l’Orgoglio Gay iniziava a prendere forme organizzate. In mezzo a tutto questo fermento sociale e politico c’era una maggioranza silenziosa che assisteva attonita alla nascita di una controcultura giovanile che demoliva, come martelli pneumatici, le consolidate fondamenta sociali sia negli States sia in Europa.

E la musica regnava sovrana: uno strumento consapevole di questa rivoluzione che Gil Scott Heron riassunse in un brano storico The Revolution Will Not Be Televised – è anche il titolo del quinto episodio della serie – e nella meno conosciuta No Knock e Sly & the Family Stone con un altrettanto esplicito There’s a Riot Goin’ On. La musica come filo conduttore, catalizzatrice del cambiamento in atto. Ed ecco John Lennon, Bob Dylan e Marvin Gaye che arrivano dagli anni Sessanta con un rinnovato impegno politico: Marvin pubblica nel ’71 What’s Going On, che poi Rolling Stone eleggerà disco rock più bello di tutti i tempi. C’è la coscienza delle ingiustizie sociali, di un mondo inquinato, di un establishment corrotto e arroccato. Vi viene in mente qualcosa? Aretha Franklin raccoglie fondi e paga la cauzione all’attivista per i diritti civili Angela Davis, Bill Whiters irromope con la sua Ain’t No Sunshine

Nella narrazione, a filmati e brani musicali di pregio si alternano spezzoni di televisione dell’epoca, importanti per inquadrare il momento storico: dal reality rivoluzionario An American Family a Soul Train, il primo spettacolo televisivo dove gli afroamericani conquistano quell’affermazione musicale tanto cercata.

C’è un capitolo dedicato anche alla droga, l’eroina che consumava Sly Stone e faceva morire Jim Morrison a Parigi, mentre in una lussuosa villa in Provenza i Rolling Stones, fuggiti dal fisco inglese e poi incappati nella mafia marsigliese per colpa della droga, cercavano di registrare un disco, Exile On Main St., che poi diventerà un caposaldo della loro produzione, in una spirale di eroina, anfetamine e alcool di immani proporzioni. Ne parla sopra le immagini il giornalista di Rolling Stone Robert Greenfield, all’epoca al seguito della corte di Keith Richards e soci.

Si sperimenta tanto perché il ’71 è anche l’anno della tecnologia. Arrivano i primi strumenti elettronici, Pete Townshend degli Who ne viene attratto, li studia e li usa – vedi Baba O’Riley. Mentre Alice Cooper sperimenta un rock “visivo” con performance crude (vedi la sua impiccagione…), Marc Bolan frontman dei T.Rex getta le basi del primo Glam Rock. Un giovane David Bowie studia Cooper e si prepara a diventare il mito frequentando la Factory di Andy Wharol. E poi Lou Reed e Iggy Pop, ma anche, a Berlino, i mitici Kraftwerk

E ancora: la musica che unisce anche chi la pensa in modi opposti, vedi i primi skinheads inglesi e i giovani di origini afro che ascoltavano – e suonavano – il reggae di Bob Marley and The Wailers. Il 1971 vede anche la nascita dei cantautori che si sostituiscono nel gradimento dei giovani alle band, vedi Carol King con Tapestry, Joni Mitchell con Blue, Elton John che fa esplodere il Troubadour di Las Vegas nella sua prima tournée americana, Ike e Tina Turner che, assieme agli Staple Singers e ad altri grandi nomi dell’epoca vengono invitati a esibirsi ad Acca, in Ghana, al Soul to Soul Festival per celebrare il 14esimo anniversario della repubblica. E ancora: George Harrison che, il primo di agosto, organizza al Madison Square Garden di New York il mitico concerto benefico per il Bagladesh…

È necessario vederlo, vi assicuro. Perché, oltre all’importanza storica e anche al legame che unisce quella musica che prendeva forma e quella che verrà negli anni seguenti (non a caso l’immagine finale è quella di Billie Eilish), noterete un parallelo con la situazione attuale. Non per la musica, certo che no! Quello resta un anno irripetibile, ma per i problemi sociali e politici. Negli States gli afroamericani protestano ancora per gli abusi e le violenze, i soldati vengono ritirati dopo 20 anni dall’Afganistan (allora si chiamava Vietnam), l’orgoglio gay è più che mai necessario (guardate in Italia le discussioni e l’iter travagliato per approvare la legge sull’omotransfobia), le donne continuano a lottare per le discriminazioni e le violenze, il pianeta è mezzo moribondo per colpa nostra, la tecnologia ci fa del bene, ma a che prezzo… Paralleli nemmeno troppo nascosti. Speranze, ambizioni, frustrazioni si ripetono. Guardatelo con questi occhi e vi renderete conto dell’immobilità del tempo: sono passati 50 lunghi anni e i problemi sono praticamente gli stessi…