Interviste: Mauro Ottolini, l’Inferno, Dante e le conchiglie…

Mauro Ottolini – Foto Roberto Cifarelli

Mauro Ottolini, 49 anni appena compiuti, è uno di quei musicisti eclettici, voraci, curiosi, onnivori. Si trova a suo agio suonando jazz, sperimentando, arrangiando canzoni meno impegnate, scrivendo musiche per cartoni animati che elabora lui stesso con i fumettisti, divertendosi anche a musicare film muti. Lui, con il suo trombone a tiro, le conchiglie (gran bella storia!) e la sua fantasia.

L’ho chiamato per fare quattro chiacchiere – che sono diventate un’ora e mezza – per parlare di una delle sue ultime avventure musicali, scrivere le musiche per un film del 1911, «il primo nella storia del cinema dove sono stati usati effetti speciali, ristrutturato dalla cineteca di Bologna», ma anche l’unico film che ha trasposto in immagini l’Inferno di Dante. Titolo: L’Inferno, regia di Francesco Bertolini, Giuseppe de Liguoro e Adolfo Padovan, prodotto dalla Milano Films. Film horror, basato sulla prima cantica della Divina Commedia di Dante Alighieri, concepito sulle illustrazioni di Gustav Doré del 1861. È stato il primo lungometraggio italiano, un kolossal per quei tempi, costato l’astronomica cifra di un milione di lire (oggi sarebbero quasi 4 milioni di euro…).

Forzando la sua ferma teoria che la musica non si suona in streaming ma dal vivo, Ottolini ha presentato eccezionalmente da computer lo spettacolo che dovrebbe portare in giro per l’Italia nei prossimi mesi, sempre ammesso che la pandemia venga contenuta, che si inizi davvero a far più vaccini e che l’arrivo dell’estate renda sto maledetto Covid19 meno aggressivo di quanto effettivamente sia. Per i settecento anni dalla morte del Sommo Poeta che si perse nel mezzo del cammin della sua vita, Ottolini ha confezionato uno spettacolo ricco di riferimenti culturali e musicali assieme ai Sousaphonix, affiatato gruppo dove può permettersi di sperimentare e percorrere strade che impongono ore e ore di rigorosi studi e improvvisazioni mai lasciate al caso.

«Non ce la faccio più. Non è possibile, parlano di riaprire gli stadi al pubblico… e la musica? Un comparto distrutto, tutti fermi, ho deciso di fare eccezionalmente questo spettacolo in streaming sperando di poter smuovere qualcosa, per dire che non mi arrendo». Lo lascio sfogare: ha perfettamente ragione, è un tema, questo, che su “Musicabile” sto portando avanti da un anno.

Mauro, perché hai scelto proprio questo film?
«Perché mi ha incuriosito e affascinato. Avevo già musicato altri film muti, ad esempio quelli di Buster Keaton, ma questo, considerato quando è stato girato, era un film all’avanguardia, faceva paura. Sono stati usati effetti speciali efficaci – considera che siamo nei primi anni del Novecento – anche se oggi fanno sorridere. È stato forse un film prematuro per l’epoca, comunque innovativo, per prospettive ed effetti. Non esiste un altro lungometraggio che parli della Divina Commedia. Se osservi, nell’incontro di Dante con il conte Ugolino, gli attori stanno recitando il Poeta, ciò vuol dire che ha richiesto una lunga e minuziosa preparazione».

Da quale concetto sei partito per scrivere la musica?
«Un film così non poteva non avere un’idea forte, lo sentivo come un’opera rock. Nota che gli attori sono tutti uomini, anche le donne sono uomini travestiti, allora non era possibile mostrare nudi femminili…».

Mauro Ottolini – Foto Roberto Cifarelli

L’inizio è puro Dixieland, da marching band, a te molto cara…
«Ho pensato alla morte e per me non c’è musica più adatta di questa. Il brano si intitola Un giorno di questi: non ci si aspetta mai di andare incontro alla morte. Magari uno crede di finire in Paradiso, invece gli spetta altro… Quindi, il trapasso deve essere accompagnato da una musica gioiosa. Almeno così la vedo io…».

In tutto sono oltre 50 minuti di musica ininterrotta, difficile da eseguire con variazioni di temi, tempi, beat…
«È così, è uno spettacolo che ci impegna molto perché tu spettatore non avverti il cambio di ritmo e temi sullo scandire delle scene del film. La colonna sonora è composta da una trentina di brani che vengono eseguiti in continuità. Tutto è sincronizzato, per esempio, le musiche sugli interventi parlati di Alessandro Anderloni. Ancora: quando Dante e Virgilio si avvicinano all’ingresso dell’Inferno la musica diventa fiabesca, quindi entrano e questa sfuma in piena sincronia, molto difficile da eseguire. La considero una sonorizzazione nel rispetto del film».

I Sousaphonix: Mauro Ottolini: conduction, trombone, flauto, conchiglia, ciaramella… Alessandro Anderloni: voce narrante i versi di Dante. Vincenzo Vasi: voce, theremin, giocattoli, elettronica… Paolo Malacarne: tromba. Guido Bombardieri: sax, clarinetto. Corrado Terzi: sax baritono, Sax tenore. Enrico Terragnoli: chitarra, banjo, podofono. Danilo Gallo: basso. Gaetano Alfonsi: batteria, elettronica. Paolo Lovat: Fonico – Foto Roberto Cifarelli

Nel progetto “Inferno” oltre ai brani composti da te, ce ne sono anche di altri artisti…
«Sì, ho scelto di rivedere dei brani di autori che in qualche modo avevano a che fare con il tema. Ci sono i Radiohead con Exit Music (dal mitico Ok Computer, ndr), tre piccoli brani che Beethoven scrisse per un quartetto di tromboni, per il suo funerale, nel caso non ci fosse a disposizione un organo. I tromboni suonano in un range molto simile a un armonium. Pezzo che è stato suonato anche all’incontrario, musica satanica (!) nel girone degli eretici. Poi c’è Charles Mingus con Duet Solo Dancers dall’album The Black Saint and the Sinner Lady (del 1963, ndr), uno dei più bei dischi di Mingus, contrabbassista, pianista e arrangiatore. Brano impossibile da trascrivere uguale, difficilissimo. C’è anche Skip James, il bluesman (uno di quelli che, si diceva, facesse la musica del diavolo, ndr): mi sono immaginato l’isola dove c’è la città di Dite come il delta del Mississippi, uno scenario suggestivo, e anche Jimi Hendrix con una reinterpretazione della sua If 6 was 9».

Mauro Ottolini – Foto Roberto Cifarelli

Mauro cambiamo discorso, parliamo un po’ di te. Come ti è venuta la passione per la musica?
«Ho iniziato a suonare per caso. Mio papà mi regalò una fisarmonica, poco più di un giocattolo, che aveva vinto. Avevo sette anni. Mi disse “Così mi suonerai la musica che mi piace la sera dopo il lavoro”. Ascoltavo i dischi dei miei, i valzer, Fausto Papetti e cercavo di riprodurli; ci riuscivo perché avevo orecchio. Chi lo capì fu un musicista che venne ad abitare vicino casa nostra. Era il sassofonista nell’orchestra di Mario Pezzotta. Mi sentì suonare e mi spinse a intraprendere gli studi musicali. Ho iniziato con il trombone a tiro, lo trovavo uno strumento bellissimo, poi la scuola, il conservatorio, i 12 anni nell’Orchestra dell’Arena di Verona… da dove me ne sono andato perché volevo suonare jazz, comporre».

Hai una particolare predisposizione per le orchestre…
«Da piccolo ascoltavo Glenn Miller e la sua orchestra, mi affascinavano soprattutto i fiati. Negli anni ho capito che dovevo riunire musicisti che avessero attitudini comuni, non tutti sanno fare tutto! Così sono nati i Sousaphonix, l’Orchestra Ottovolante, gli 8Funk Project…».

Frame da “The Working Man Blues”

Sei anche un appassionato di cartoni animati.
«Sono un hobbista dei cartoni animati! Ne ho fatti cinque con i Sousaphonix. Per i cartoon ho fatto il procedimento inverso rispetto a Inferno: prima ho scritto la musica poi con i cartonisti mi sono divertito a scrivere la sceneggiatura. Ho rivisitato un vecchio brano del 1923 di Joe “King” Oliver, Working Man Blues, scritto pensando all’Homstead Strike, sciopero dei lavoratori dell’acciaieria Edgar Thomson di Braddock in Pennsylvania nel 1892…Narra di come vivere il lavoro in fabbrica, in maniera più amorevole, familiare».

Non solo cartoon, tu sei famoso anche per suonare le conchiglie…
«Probabilmente la conchiglia è stato il primo strumento a fiato suonato dall’uomo, 17mila anni fa. Sono anni che le suono, ne ho tantissime a casa, prese nelle varie parti del mondo dove sono stato a suonare, dalla Cina al Brasile».

Come si suona una conchiglia?
«È come suonare la tromba. Per suonarla vale la regola di Fibonacci. Mettendo la mano nell’incavo della conchiglia la nota si abbassa da 2,2 a 3 toni. La profondità del suono dipende dalla grandezza della conchiglia, ne ho anche di un metro di lunghezza. Le conchiglie venivano usate pure dai monaci tibetani per comunicare con i defunti. Ne ho una di questo tipo. Aspetta che ti faccio sentire (smette di parlare e inizia a suonare la conchiglia, arricchendo subito l’intervista di un’aura mistica, ndr). Il problema è portarle con me. Uso solo conchiglie rotte, le compro, le aggiusto e le adatto, ma in dogana mi fermano quasi sempre, così spiego loro che le uso per suonare. Mi guardano strano, spesso mi sono messo a suonarle lì in aeroporto per dimostrare che dicevo la verità!».

Hai fatto un disco solo per conchiglie…
«Sì, nel 2019. L’ho chiamato Sea Shell, Musica per Conchiglie. È un’operazione “ecologica”, i suoni vengono dalle conchiglie, ho registrato rumori del mare, del vento, della natura. Anche la cover del disco è fatta nel rispetto dell’ambiente… Tra i brani c’è La Madonna delle Conchiglie di Vinicio Capossela dall’album Marinai Profeti e Balene del 2001. Vinicio s’è entusiasmato per questa versione!».

Sei un onnivoro della musica, cosa ascolti? Che genere ti piace?
«Ascolto di tutto. Mi piace il rap, Eminem è un grande. Persino nella trap c’è qualcosa di interessante: è una musica No Emotion, perfetta da sottofondo! Comunque la musica che ascolto di più in questo momento è la Classica. Quando arrangiavo Exit Music dei Radiohead ho notato che c’erano dei riferimenti a Tom Jobim. Se poi vai indietro negli anni scopri che Jobim aveva attinto da Chopin.

Evidentemente qualche cellula tematica è arrivata all’orecchio di Thom Yorke, che è un bravo musicista. Nella musica bisogna saper copiare diceva Stravinskij. Il fatto è che abbiamo ascoltato talmente tanto che si rischia di rovinarla. Per questo sto andando a ritroso, per cercare quella più vecchia e, quindi, più pura. Credo che bisogna avere il coraggio di fare quello che si sente dentro. Nella bella musica c’è sempre qualcosa di grande e di nuovo».

Il prog italiano da conoscere secondo Bandcamp

Mi ha incuriosito un post uscito qualche giorno fa su Bandcamp. Si parla del rock progressivo italiano. Dopo il ricordo del cinquantenario di Aqualung dei Jethro Tull, è inevitabile non parlare del prog di casa nostra, che, a differenza di altri Paesi, è vivo e suona con noi!

Sulla scia delle mitiche formazioni rock-prog degli anni Sessanta e Settanta, penso a Le Orme, la grande, immensa PFM, Il raffinato Banco del Mutuo Soccorso, il prog italiano ha intrapreso una strada molto nitida che si disegna attraevrso un legame con le storiche band italiane e inglesi (i Tull, gli Yes, i Genesis, i Caravan…) cercando, nello stesso tempo, di “attualizzare” le sonorità adeguandole, storicamente, a passaggi inevitabili avvenuti nella storia del rock, alle recenti interpretazioni jazz e pure a un pop fondamentalmente mutato. Insomma, un genere che riempie il cuore di gioia di vivere, come è scritto nell’articolo.

Ma veniamo al post, che vi consiglio di leggere. Il titolo è indicativo: Italy’s Cooking: A Menu of Today’s Italian Prog. Il sito di musica indipendente paragona la musica prog del Belpaese alla fantasia e creatività italiana in cucina. Similitudine azzeccata, visto che le quindici band presentate vanno a costituire una preziosa e golosa cena dove gli ingredienti sono dosati sapientemente tra sonorità provenienti dai più vari ambienti musicali.

Quello che “salta all’udito”, oltre alla innegabile preparazione tecnica dei musicisti, è una passione che passa le generazioni fondendole, come i bresciani Phoenix Again (qui Silver da Unexplored, 2017) o le partiture innovative dei The Winstons, band milanese composta da tre fratelli figli della musica, Rob Winstons, Linnon Winstons e Enro Winstons (al secolo Roberto Dellera, bassista degli Afterhours, Lino Gitto ed Enrico Gabrielli), tre musicisti polistrumentisti coi fiocchi, protagonisti della scena indie italiana da tempo. Ascoltateli in Ghost Town dall’album del 2019 Smith.

Nel caleidoscopio prog, Genova vanta varie band e progetti artistici, segnalati da Bandcamp, come Il Tempio delle Clessidre, La Maschera di Cera, La Coscienza di Zeno, La Dottrina degli Opposti (progetto pensato dal polistrumentista Andrea Lotti, ex membro de La Coscienza di Zeno). Da Vicenza arrivano i Syncage, quelli meno “tradizionalisti” della quindicina, per un prog rock di grande impatto più virato al metal e all’ambience, con riff “gutturali” e acidi di chitarra e praterie jazz: ascoltate School brano del 2017 da Unlike Here.

Per ogni band nel post c’è un brano da ascoltare, come consuetudine di Bandcamp, a comporre quel menu così equilibrato e sapido del nostro prog nazionale.

Sanremo 2021 e il Gioco dell’Oca…

Scrivo questo post mentre sto ascoltando l’ultimo lavoro di Paolo Simoni, Anima, uscito il 5 febbraio scorso, giorno del 36esimo compleanno del musicista di Comacchio. Simoni non pubblicava un album dal 2016. S’era dato da fare componendo per Gianni Morandi e Loredana Bertè e anche con la letteratura, pubblicando Un pesce rosso, due lesbiche e un camper per la Compagnia Editoriale Aliberti (2018), e facendo l’ospite dell’Infinito Tour di Roberto Vecchioni, due anni fa.

Lui e il pianoforte per dieci canzoni, la prima L’Anima Vuole, con un intervento proprio di Vecchioni, che raccontano speranze, sogni, amori, ansie, con ironia e una vena di drammatica verità. Paolo Simoni è uno dei tanti cantanti che ha visto il palco dell’Ariston a Sanremo, nel suo caso, nel 2013, con Le Parole.

Ieri sera, uno dei tanti, mi sono visto la prima serata del Festival edizione 2021. Sala per forza vuota, varietà allo stato puro – e non poteva essere altro – con il gran mattatore Fiorello, con Amadeus “soggiogato” da Ibrahimovic, con la brava Matilde De Angelis. Format impeccabile. La musica? Sonnolenta, fatta eccezione per pochi casi. Insomma niente di nuovo, nonostante i critici si affrettino a dare voti, fare classifiche, raccontare le esibizioni, sempre freddine per assenza di pubblico, cercando di tirar fuori il meglio anche dove il meglio non c’è.

È curioso come Sanremo sia da sempre un gioco di società, una sorta di Gioco dell’Oca, dove vai avanti e indietro ma sempre su un percorso ben definito. Disprezzato, amato, criticato, forzato, per certi versi innaturale, ma evidentemente in sintonia con il Paese.

A maggior ragione in questo momento, tra nuovi Decreti della Presidenza del Consiglio, scandalo mascherine, persone sollevate dagli incarichi, nuovo governo, chiusure e mezze chiusure, vaccini chissàquando, smart working, scuole chiuse, aperte, dipende dai contagi, Dad a manetta…

Sanremo è il buonismo, un mix dove trovano posto la denuncia per i femminicidi, le violenze contro le donne e la liberazione di Patrick Zaki, con l’esibizione della Bertè, che a 70 anni ha ancora una grinta da rocker mai in pensione, e le mise di Achille Lauro che a forza di stupire, non stupisce più. Cose talmente preoccupanti e dure passano tra un applauso, una canzone e un sorriso, lampi di vita reale citati in pochi secondi ma necessari allo spettacolo. Il tanto abusato The show must go on qui è d’obbligo.

«Non sono altro che un artista, un giocoliere di altre vite, con un fiato da centravanti e un cuore a dinamite…» canta Paolo Simoni in Non sono altro che un artista. L’Ariston è un palco difficile, lo dicono tutti quelli che lo hanno calcato. Eppure anche Laura Pausini, recente vincitrice di un Golden Globe come Miglior Canzone Originale per Io sì (Seen), brano tratto dal film La vita davanti a sé di Edoardo Ponti con protagonista Sofia Loren, ha fatto carriera grazie a Sanremo, edizione 1993 cantando La Solitudine. E prima di lei, Vasco Rossi, nel 1983 con Vita Spericolata: arrivò penultimo, brano non da Sanremo, che però contribuì a fare la fortuna del rocker di Zocca. O, ancora prima, nel 1971, un ventottenne Lucio Dalla cantò 4 marzo 1943: Lucio si classificò al terzo posto con un testo “ammorbidito” perché troppo audace… A dirla tutta, Dalla si trovava a suo agio a Sanremo: aveva partecipato giovanissimo all’edizione del 1966 con Pafff…Bum, brano troppo avanti per il tempo, all’edizione maledetta (quella della morte di Tenco) del 1967 con Bisogna saper perdere, e nel 1972 con la splendida Piazza Grande.

Ci sono anch’io dentro questo Gioco dell’Oca, visto che ne scrivo. Avrei potuto evitarlo? Può darsi. Ma il Festival è notizia e la notizia va data, nel mio caso, commentata. Guarderò anche stasera? Sì. Come diceva Francesco De Gregori – che non ha mai voluto partecipare come concorrente al Festival (anche se scrisse come autore Mariù, su musica di Ron, per Gianni Morandi, 1980) – nella sua La Leva Calcistica del ’68: Ma Nino non aver paura/ di sbagliare un calcio di rigore/ Non è mica da questi particolari/ che si giudica un giocatore… Andrò fino in fondo. In fin dei conti mi voglio vedere tutta la partita!

Amarcord: la Musica secondo Duke Ellington…

Stamattina ascoltavo un lavoro del 2012 di Terri Lyne Carrington, Money Jungle – Provocative in Blue. La batterista, jazzista, docente al Berklee College of Music, aveva pubblicato il disco come un personale omaggio per i 50 anni dall’uscita del geniale Money Jungle registrato da Duke Ellington, Charles Mingus e Max Roach nel 1962. Al posto di Mingus e Roach, con Terri ci sono Christian McBride e Gerald Clayton

Terri rivede le composizioni originali, le reinterpreta con la consapevolezza e la bravura che la caratterizzano, aggiungendoci tre brani, Grass RootsNo Boxes (No Words) e un cameo, Rem Blues/Music: mette in musica brani tratti dall’autobiografia di Ellington, del 1973, intitolata Music Is My Mistress, interpretati da Shea Rose ed Herbie Hancock che, per l’occasione, fa la parte del Duca. L’avevo dimenticato.

Nel “Act Five” del libro (sono oltre 500 pagine) c’è un poemetto dal titolo What Is Music? In questi versi è racchiuso tutto il significato della Musica secondo Ellington. Ve lo ripropongo…

What is music to you?
What would you be without music?
Music is everything.
Nature is music (cicadas in the tropical night).
The sea is music. The wind is music.
Primitive elements are music, agreeable or discordant.
The rain drumming on the roof,
And the storm raging in the sky are music.
Every country in the world has its own music,
And the music becomes an ambassador;
The tango inArgentina and calypso in Antilles.
Music is the oldest entity.
A baby is born, and music puts him to sleep.
He can’t read, he can’t understand a picture,
But he will listen to music.
Music is marriage.
Music is death.
The scope of music is immense and infinite.
It is the “esperanto” of the world.
Music arouses courage and leads you to war.
The Romans used to have drums rolling before they attacked.
We have the bugle to sound reveille and pay homage to the brave warrior.
The Marseillaise has led many generations to victories or revolutions;
It is a chant of wild excitement, and delirium, and pride.
Music is eternal, Music is devine.
You pray to your God with music.
Music can dictate moods,
It can ennerve or subdue,
Subjugate, exhaust, astound the heart.
Music is a cedar,
An evergreen tree of fragrant, durable wood.
Music is like honor and pride,
Free from defect, damage, or decay.
Without music I may feel blind, atrophied, incomplete, inexistent.

 

Cos’è Musica per te?
Cosa saresti senza Musica?
La Musica è tutto.
La natura è Musica (le cicale nella notte tropicale).
Il mare è Musica. Il vento è Musica.
Gli elementi primitivi sono Musica, gradevoli o dissonanti.
La pioggia che tamburella  sul tetto
E la tempesta che infuria nel cielo sono Musica.
Ogni Paese del mondo ha la sua Musica,
E la Musica diventa un’ambasciatrice;
Il tango in Argentina e il calypso nelle Antille.
La Musica è l’entità più antica.
Nasce un bambino e la Musica lo fa addormentare.
Non sa leggere, non può capire un quadro,
Ma ascolterà la Musica.
Musica è matrimonio.
Musica è morte.
Lo scopo della Musica è immenso e infinito.
È l”esperanto” del mondo.
La Musica risveglia il coraggio e ti conduce alla guerra.
I Romani facevano rimbombare i tamburi prima dell’attacco.
Usiamo il corno per suonare la sveglia e omaggiare il guerriero coraggioso.
La Marsigliese ha condotto molte generazioni a vittorie o rivoluzioni;
È un canto di sfrenata eccitazione, delirio e orgoglio.
La Musica è eterna, la Musica è divina.
Preghi il tuo Dio con la Musica.
La Musica può dettare gli umori,
Può innervosire o sopraffare,
Dominare, logorare, stupire il cuore.
La Musica è un cedro,
Un albero sempreverde di legno profumato e resistente.
La Musica è come l’onore e l’orgoglio,
Senza difetto, danno o deterioramento.
Senza musica posso sentirmi cieco, atrofizzato, incompleto, inesistente.

Interviste: Francesca Remigi e il Labirinto dei Topi

Francesca Remigi – Foto The Fog House Photography

Confesso, ho una certa soggezione quando mi accingo a telefonare per quest’intervista. Francesca Remigi, bergamasca, 24 anni, figlia e nipote di musicisti, è una batterista jazz. Eccolo lì, sono subito riduttivo… Bisogna aggiungere che è anche una compositrice, e pure molto brava e complessa, dai che ci sono!, e una persona esigente, che tende alla perfezione (sarà perché nata sotto il segno della Vergine, per chi ci crede). Qui, miei cari amici, non è questione di zodiaco, bensì di carattere e amore (sconfinato) per la musica e per il ritmo.

Il 5 gennaio è uscito sulle piattaforme digitali, e due settimane dopo nei negozi fisici, Il Labirinto dei Topi, otto brani di non facile ascolto, ai quali bisogna accostarsi con mente libera e aperta, musica che non possiamo etichettare semplicemente come “jazz contemporaneo”. Detto così, è tutto e niente. Il lavoro è nato da sue composizioni e da un gruppo di musicisti che si è scelta, sempre non per caso. Un ensamble battezzato Archipélagos. Ma vedremo tutto tra poco… Al cellulare mi risponde una voce squillante, simpatica, gentile… «Scusami, oggi la linea dà problemi, non so perché, eccomi qua, pronta!».

Francesca, vado subito al sodo: hai studiato al Conservatorio di Milano, quindi l’ultimo anno, un Erasmus a Maastricht, poi la laurea al Koninklijk Conservatorium di Bruxelles. Ora sei nel pieno di un super master al Berklee Global Jazz Institute di Boston, diretto dal pianista Danilo Pérez, in quella mitica scuola dove insegna anche la grande batterista Terri Lyne Carrington…
«Sì sono stata scelta, è dal novembre del 2019 che ho iniziato il mio percorso per partecipare al master. Ho inviato i miei provini, sai ci sono venti borse di studio, dieci per studenti americani e dieci per il resto del mondo. Il Master costa molto, 70/80mila dollari per un anno. Sono stata ammessa con la borsa di studio, sarei dovuta partire nel settembre dello scorso anno, ma il campus di Boston nel frattempo è rimasto chiuso, causa pandemia, nel primo semestre. Da fine gennaio ha riaperto iniziando alcune lezioni in presenza. A questo punto, vista l’incertezza, ho continuato a frequentare on line. Mi stanno servendo molto, anche se non è come in presenza, ovvio. Sto imparando nozioni importanti di Music Technology, Productions, tutte capacità che, di questi tempi, sono utili a un musicista: imparare a usare programmi complessi che ti permettono di registrare ad alti livelli da solo con evidenti risparmi in un momento in cui non ci sono risorse. Comunque, se tutto va secondo i piani, dovrei partire a maggio per fare, in presenza, gli ultimi quattro mesi e poi rimanere negli Stati Uniti. È il mio sogno restare al Berklee, continuare il mio percorso di perfezionamento…».

Per ora come funziona?
«Per le composizioni intendi? Ci si passa le tracce, è un processo molto lento, estenuante, soprattutto per i batteristi che devono registrare per primi…».

FRANCESCA REMIGI – “Adriano Bellucci photographer – Una Striscia di Terra Feconda 2020”

Perché ti sei appassionata alla la batteria?
«Sono nata in mezzo alla musica. Mio padre è un chitarrista, mia madre una pianista, mio nonno suonava la tromba nell’Orchestra Sinfonica della Rai. Insomma, sono cresciuta tra classica e jazz. Ho iniziato prendendo lezioni da mio padre. Padre-figlia, professore-allieva, non sempre funziona. Una volta sono andata ad ascoltare mio padre che suonava con un’orchestra, ero piccola, e c’era anche un batterista che, ai miei occhi di bambina, si stava divertendo tantissimo a suonare. Era Stefano Bertoli, e proprio lui è stato il mio primo insegnante. Così ho lasciato la chitarra… I miei, comunque, sono felici della scelta, vedono quello che faccio, sono contenti».

Veniamo al Labirinto dei Topi. Il titolo fa riferimenti alle teorie di Zygmunt Bauman, ma non solo. Leggo i titoli dei brani: Il Labirinto dei Topi, Gomorra, Be Bear Aware (ascoltateli). Ci sono riferimenti a Noam Chomsky e a Roberto Saviano.
«Sono sempre stata attratta dalla storia, dalla filosofia dalle relazioni umane. Mentre studiavo al Conservatorio, a Milano, mi sono iscritta anche a Interpretariato Parlamentare… La musica è uno strumento per dire qualche cosa, non è solo musica fine a se stessa, va riempita di contenuti. Penso a Eric Dolphy a Charles Mingus. L’arte in generale e, dunque, anche la musica, è un mezzo di denuncia sociale. Questi argomenti mi toccano e mi interessano, mi sono avvicinata anche allo studio della psicologia e della sociologia. Tornando al Labirinto dei Topi: l’idea del titolo ma anche della composizione mi è venuta leggendo La Società sotto assedio di Bauman, una società senza certezze dove le istituzioni non rappresentano più i cittadini ma diventano una oligarchia a sé stante. Ci si trova da soli ad affrontare vita e sfide, i social poi hanno dilatato questo processo… Sto scrivendo un progetto che presenterò alla Berkley dal titolo The Human Web, dove mi concentro ad analizzare l’impatto dei social media, le condizioni economiche e fisiche, uno scontro che la pandemia ha ulteriormente accelerato. Sai sto seguendo quest’aumento vertiginoso di suicidi e tentati suicidi tra adolescenti, mi ha colpito molto. La mia idea è registrare questo nuovo progetto a Boston con musicisti residenti, a maggio».

Ritornando al disco, tutto questo lo hai inserito in una musica che segue anche canoni non propriamente occidentali. Mi riferisco alla tua passione per lo studio della musica carnatica indiana…
«Sono una persona che non si accontenta facilmente, cerco sempre nuove sfide, e una di queste è proprio la musica carnatica indiana. È per questo motivo che mi sono spostata a Bruxelles, dove ho preso lezioni da Stéphane Galland, un grande batterista che da anni la studia. È una musica molto lontana dalla nostra. Usa un unico riferimento armonico melodico per un intero brano (che viene chiamato Raga) e che può durare ore. Non esistono successioni di accordi come nella musica occidentale. A livello melodico parlo di quarti di tono, appoggiature che non sono nostre. Da batterista è super interessante, molto complessa, rigorosa…».

Rigore che ti è servito per rafforzare il significato dei brani, tornando a Bauman, Saviano…
«Il rigore ritmico e matematico che caratterizza le composizioni, vuole far riflettere sulla società “Matrix” che opprime e controlla i singoli tramite uno sfrenato consumismo e un’inarrestabile globalizzazione».

Gli Archipélagos – screenshot video

Veniamo ad Archipélagos, il tuo progetto musicale. Ti sei scelta un gruppo che avesse queste affinità e conoscenze…
«Sì. Con Federico Calcagno (suona il clarinetto) ci conosciamo da quando abbiamo iniziato il conservatorio a Milano. Poi lui si è trasferito ad Amsterdam per perfezionarsi e io a Bruxelles. Siamo rimasti sempre in contatto. Amsterdam e Bruxelles sono vicine, ci vedevamo spesso per suonare, fare concerti. Avevo poi conosciuto, nell’estate del 2019 in Canada, durante una residenza artistica presso il Banff Centre for Arts and Creativity, un trombettista australiano, Niran Dasika, che lo scorso anno si trovava in Europa e aveva accettato di partecipare al lavoro. Si registrava a Roma nel Tube Recording Studio. A causa della pandemia e i continui rinvii, è poi dovuto ripartire per l’Australia. Le tracce le ha registrate da lì e le abbiamo aggiunte poi»…

Archipélagos viene proprio da qui, dal fatto che siete musicisti di varia provenienza (non solo “regionale”) ma anche musicale… Per la cronaca, l’ensemble è stato finalista dei Maastricht Jazz Awards 2020 e vincitore dei concorsi All You Have To Do is Play 2019 Nuova Generazione Jazz 2021 (I-Jazz).
«Con me ci sono amici conosciuti a Bruxelles, come il contrabbassista olandese Ramon van Merkenstein o il pianista francese Simon Groppe. Assieme a loro avevo avviato nel 2018 un altro progetto, i Soul’s Spring, poi abbandonato perché avevo in mente un altro genere di composizioni. Poi c’è la lussemburghese Claire Parsons alla voce: giocando con l’elettronica, riesce a fare cose davvero interessanti. Siamo, insomma, tante isole che però condividono lo stesso modo di fare musica, un arcipelago, appunto».

Torniamo alla tua musica. Come la puoi definire?
«È uno stile che rientra nella “creative music”, non è solo free jazz alla Ornette Coleman per intenderci. Rientra nella musica creativa, perché collega varie influenze, musica classica contemporanea, rock progressivo, musica carnatica, jazz..».

Francesca Remigi in concerto al Banff Centre, Canada

Il rigore compositivo lascia, però, spazio all’improvvisazione….
«Se hai ascoltato Gomorra, avrai notato che alla fine c’è come un placarsi del dialogo stretto tra strumenti, rimane il pianoforte di Simon e il canto di Claire, un segnale di speranza. In Scherzo e ne Il Labirinto dei Topi cantante e trombettista hanno totale libertà di esplorare; insomma, c’è una giusta dose di libertà. Si tratta di tanti soli che avvengono su metriche molto complesse».

Francesca, un’ultima cosa, anzi due: che musica ascoltavi da adolescente e che musica ascolti oggi?
«La musica è stata una costante nella mia vita. Fin da piccola, a cinque anni, sono stata abituata ad ascoltare Beatles, Queen, Rolling Stones. A 14, 15 anni mi sono avvicinata al jazz, ascoltavo il  progressive rock, King Crimson, Dream Theater (prog virato sul metal) e altri gruppi simili. Sono rimasta intrappolata in quell’estetica lì. Oggi, come ascolti, direi musica classica contemporanea, jazz contemporaneo e tanta musica di artisti emergenti giovani. Ultimamente ho ascoltato Octopus di Kris Davis & Craig Taborn (2018), Musica Ricercata di György Ligeti, Open Form For Society di Christian Lillinger, The African Game di George Russell». 

Francesco Scalabrino: cos’è la vita senza musica?

Carboncino – Francesco Scalabrino

Voglio raccontarvi una storia. Ha a che fare con un musicista – un bravo cantautore – che, nella sua troppo veloce carriera, nel primo decennio del Duemila, ha vinto un premio prestigioso e ha pubblicato un solo disco, quanto mai attuale, nonostante siano passati 13 anni, Cattivi Pensieri (mettetelo pure come colonna sonora mentre leggete), per l’etichetta Toast. Una vicenda comune a molti artisti che, per i più svariati motivi, tra questi anche sane dosi di sfiga, mancati appuntamenti, sliding doors, anime troppo intime per tirar fuori le unghie, si sono sentiti obbligati a smettere di comporre ed esibirsi, tante candele che, alla lunga, hanno finito per spegnersi.

Lui si chiama Francesco Scalabrino, romano del quartiere Montesacro Talenti dove è nato e dove tutt’ora vive, va per i 47, non più un giovincello, ammette. L’ho chiamato alcune sere fa. Il suo numero l’ho avuto da un caro amico, uno dei fondatori di una delle prime radio libere di Milano negli anni Settanta (perdiamo le ore a parlare di musica…) che nella vita fa altro e, per lavoro, ha incrociato Francesco. Meno di sei gradi si separazione…

Dunque, ero rimasto alla telefonata. Dall’altro capo del filo trovo una persona perplessa, che probabilmente sta pensando perché mai questo qui (io) vuole parlare con lui ora? «Ciao Francesco, Alessandro mi ha riportato indietro negli anni, ai Cattivi Pensieri, e m’è venuta la curiosità di sapere di te. Continui a suonare? Componi? Non ti sei arreso?». Ammetto, l’ho travolto con una valanga di domande. «La mia è una storia piuttosto semplice, una come tante», mi risponde in tono pacato, con un lieve imbarazzo.

Francesco Scalabrino

E continua: «Il mio approccio alla musica è stato da autodidatta, e questo è il mio primo grande rammarico. Strimpello due strumenti, il pianoforte e la chitarra…». Non lo fa apposta, ne sono convinto, ma la timidezza ha il sopravvento, è come ribadire che forse è stato giusto così, i casi della vita… «Da piccolo in casa dei miei genitori c’era un piano che strimpellavo; quando ho visto che tra noi c’era del feeling ho iniziato a comporre. Sai, fin da bambino amavo scrivere, a otto, nove anni avevo un quadernino con le mie prime poesie, mio padre e mia madre si stupivano delle mie riflessioni». Avevi l’animo del cantautore… «Non ho letto abbastanza, e questo è l’altro rammarico della mia vita, forse una stupida specie di orgoglio… Tra l’altro, ho sempre avuto paura di rileggere e ascoltare quello che scrivevo…».

Uhmm, coincidenze: hai fatto il liceo classico, vero? Ride. «Sono sempre stato affascinato dalla filosofia e dalla letteratura greca. Il greco moderno lo sto studiando seriamente da un paio d’anni. Ho anche tradotto una mia canzone in greco moderno». Per la cronaca, il brano lo trovate sulla sua pagina Facebook. Insisto: come sei arrivato a vincere il Biella Festival, dedicato alla canzone d’autore nel 2008 con Di là dal Mare e a pubblicare un album che aveva molti spunti interessanti?

«Fino ai 20 anni ho scritto tanto, registravo tutto, allora c’erano ancora le musicassette! Mi sono deciso, ho messo su una band e abbiamo iniziato ad andare a suonare nei locali a Roma. Proponevamo la mia musica, e questo è stato il nostro grosso problema, perché i localari, come chiamiamo in gergo i gestori dei bar dove si fa musica, volevano riempire il locale e facevano il tutto esaurito solo con le cover band. Avevo conosciuto Renato Marengo (con Michael Pergolani conduceva l’Acchiappatalenti su radio Rai 1). Sono finito in radio un paio di volte, poi ho mandato la demo al Biella Festival e ho vinto. Grazie al festival ho conosciuto Giulio Tedeschi, fondatore della torinese Toast Music che mi pubblicò Cattivi Pensieri. L’album, però non fu per niente sponsorizzato, praticamente non fu mai lanciato».

Tu non hai fatto niente per il disco? «Un paio di esibizioni a Roma, alla FNAC (negozio che non esiste più da anni) e una ventina di minuti di brani in una libreria. Il problema sostanziale è stato che la musica si stava relegando a una passione, non potevo permettermi di fare come desideravo io, con una certa tranquillità… non ho mai avuto il carattere “giusto” per rompere le scatole alla gente, mi sono avvicinato a un paio di persone, che potrei definire agenti, ma senza successo. Ecco, sì, forse non sono stato poco fortunato nel trovare i tempi giusti».

Francesco Scalabrino

Così Francesco si ritrova con un disco fantasma, qualche concerto, dove propone nuovi brani. «L’ultima volta che sono salito sul palco è stato nel 2012. Era diventata difficile anche la gestione della band. Ho lasciato la precedente, quella del disco (Fabrizio Bellanca al basso, Giulio Vallarino alla chitarra, Tony Candela alla tromba, Alesandro Turetta alle percussioni), per un altro gruppo, di musicisti professionisti (Emanuele Felici alla chitarra, Christian Vilona al sax, Davide Sollazzi alla batteria, Daniele Dezi/Maurizio Perrone al basso/contrabasso), tutta gente che viveva e vive di musica. Hanno accettato di suonare con me perché a loro piaceva la mia musica, ricavandone praticamente niente. Dopo tre, quattro anni mi sono sentito responsabile di tenerli legati a un progetto che non decollava».

Nel frattempo Francesco si sposa, oggi ha due figli, uno di 10 e uno di sei anni. Non fa più il musicista, «Sono impiegato in banca… Ti confesso che tenere la musica come hobby mi fa più male che bene. Quando facevo i concerti era bellissimo. Sono un timido, ma una volta salito sul palco trovavo la mia dimensione, molto intensa, difficile da distinguere, un misto di felicità e struggimento…».

Da qualche tempo pubblica suoi vecchi brani su Facebook, che presenta con disegni suoi, carboncini dove gli strumenti prendono vita, mostri animati che tentano di avvolgerlo, pianoforti con propaggini e zoccoli, demoni che vengono a fare i conti… Non ha smesso di ascoltare la musica che lo ha spinto e ispirato a comporre: «Sull’ascolto sono ancora più settoriale che nella lettura. Sono cresciuto a pane e De Gregori (si sente, Francesco!, ndr). Adoro Paolo Conte, Vinicio Capossela, Gianmaria Testa, per me sono i migliori, i grandi artisti della canzone italiana d’autore». Testa era un ferroviere… «Il suo lavoro era molto più poetico del mio». Scusa Francesco, ma di musica straniera? «Mi piacciono i Muse, i Queen, Leonard Cohen, non sopporto il genere urban, si ascolta solo quello oggi…».

Quindi non suoni più, è questo che vuoi dirmi? «Stavo facendo una riflessione in questi giorni. Mi è capitato di vedere in televisione un film preCovid del 2019, cose normali che un tempo facevamo anche noi. Questa situazione ci sta rendendo il ricordo recente un passato remoto. È una sensazione di forte allontanamento; ce l’ho anche con la musica. Molte canzoni sono nate per i social e non per un palco. Le generazioni passano e la memoria svanisce».

Vorrei che questa storia avesse un lieto fine. Perché ad ascoltare Quanto manca a DomaniCabronJack, Giorni di Pioggia o, ancora, Ti incontrerò, mi viene da pensare che quando un musicista smette di sognare e creare anche le nostre vite perdono qualcosa. Che ci piaccia o meno il genere, l’artista, la melodia, tutti noi veniamo potenzialmente privati di un momento di gioia o di riflessione, un millisecondo di colonna sonora della nostra esistenza.

Prendete questo post come meglio credete, ma è un invito a riflettere, come direbbe lo stesso Francesco: «Avrei voluto nascondermi in un silenzio di musica…».

Ecco perché gli artisti vanno ascoltati…

Sto seguendo con interesse il dibattito che si sta sviluppando sulla pagina Facebook di Musicabile, provocato dal mio post sulla guerriglia a Capitol Hill di qualche giorno fa. Ho cercato di raccontare e vedere i fatti – la “presa del Campidoglio” da parte di sostenitori di Donald Trump – attraverso la musica, fedele al principio che ha ispirato questo blog.

Frequento i social da anni e non finiscono mai di stupire. Ben vengano le discussioni che si sono accese in questi giorni dopo la cacciata di Trump da Twitter. Sulle dissertazioni poco ortodosse del presidente americano fatte negli ultimi anni, i social ci hanno marciato e guadagnato, eccome. La conseguenza siamo noi che interagiamo su queste piattaforme, tutti con la verità in tasca, pronti a deridere, insultare, odiare e cercare di convincere il mondo: instaurare un contraddittorio con chi dissente da te, anche in modo veemente, è al novantanove per cento inutile. Convincere un terrapiatttista che il pianeta ha un’altra forma è tempo sprecato. Stesso discorso per chi è convinto che l’assedio al Campidoglio sia stato organizzato dai Dem per cancellare Trump.

Uno degli interventi in particolare mi ha incuriosito: “Che ne sa un cantante di economia o politica interna ed estera?”, come si permettono i vari Springsteen di pontificare visto che non è il loro mestiere? Avevo premesso sul precedente post che gli artisti vedono più lontano di tutti per il semplice fatto che hanno un altro modo  – più libero? creativo? emozionale? – di vedere la realtà che li circonda.

Grazie a una miniserie firmata da Martin Scorsese disponibile su Netflix, Fran Lebowitz, una vita a New York, è arrivata la risposta al commentatore del mio post. Nel docufilm dedicato alla geniale scrittrice e umorista americana (che consiglio vivamente!), la Lebowitz parla della musica come dell’unica forma d’arte che “consente alle persone di esprimere emozioni e ricordi”. E aggiunge: «Rende felici le persone senza fare del male. Altre cose piacevoli sono dannose. È speciale, è una droga che non ti uccide!».

Scorsese per introdurre il discorso “musica” con la Lebowitz ricorre a un breve estratto di Remember Marvin Gaye, film di Richard Olivier del 1981, dove Marvin dà la definizione esatta dell’artista e del suo ruolo. La faccio mia, non avrei saputo dirlo in modo migliore! «Un artista, se è davvero un artista, è interessato solo a una cosa: risvegliare le menti degli uomini, far capire agli uomini e alle donne che c’è qualcosa di più grande di ciò che vediamo in superficie».

Ecco cosa c’entrano i vari Springsteen, Tom Morello, Marvin Gaye, John Lennon, Eminem…

Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/3

Capitolo terzo. Qui trovate altri cinque album che ho ascoltato in questi ultimi mesi. C’è di tutto, dal pop al jazz passando per il post hardcore e l’indie. La musica, almeno per me, viaggia attraverso stati d’animo. I generi diventano relativi. Mi piacciono le apparenti contraddizioni, annusare l’aria quando è più pungente o più calda e rassicurante. Gettarmi nel vento forte che fa sbandare e toglie il respiro. Ecco, qui c’è tutto questo…

11 – On SunsetPaul Weller (uscito il 3 luglio)
Al tramonto la musica può essere confortante. Può ispirare, rilassare, energizzare, preparare a una bella notte. Ascoltando l’ultimo lavoro di quell’istrione di Paul Weller (a onor del vero il 27 novembre è uscito un On Sunset Remix, piuttosto interessante, un formato Ep, cinque brani – due  di questi, rielaborazioni dello stesso, Rockets) quello che salta all’orecchio è che il prolifico ex Jam e Style Council questa volta ha tirato fuori un disco davvero ben costruito. Ne ho parlato in questo post in agosto. È un disco “estivo”, ma può andar bene anche in queste uggiose giornate di fine autunno, per tirarti su il morale. L’effetto energizzante di questo album è il motivo per cui lo segnalo. Ascoltatevi Baptiste, o la stessa On Sunset ma anche More, o Rockets, e ne converrete.

12 – Axiom (live)Christian Scott aTunde Adjuah – (uscito il 28 agosto)
Questo disco ha una sua eccezionalità: è l’ultimo concerto dal vivo che è stato suonato al Blue Note di New York prima che la pandemia obbligasse la chiusura della metropoli e della vita sociale. Certo, Christian e la sua band composta da sette elementi di incredibile valore, non potevano saperlo, ma possiamo leggere queste 12 tracce jazz come un messaggio di stile, personale e pregnante, nel jazz contemporaneo. Christian è un trombettista, si diverte a miscelare stili, parte con il classico acuto tipo mariachi messicano per poi scendere nell’improvvisazione, vedi la prima traccia, X. Adjuah (I owns the night), lasciare che le percussioni di Weedie Braimah e la batteria di Corey Fonville si lancino in un ossessivo percuotere di tempo ed emozioni, per ritornare a un assolo di piano di Lawrence Fields o al flauto di Elena Pinderhughes in Diaspora. Riparte il funk con la sua tromba e il contrabbasso di Kris Funn – vedi GuinnevereChristian è un musicista che pensa solo alla musica, ha quello in testa, e lo fa con idee sempre innovative. Il suo è anche un chiaro messaggio politico, il suono delle sue radici lo grida forte all’America in un momento così delicato nel conflitto razziale, acuito in questo 2020 con l’assassinio di George Floyd. Uno dei migliori lavori dell’anno. Le percussioni mi inchiodano ogni volta alle cuffie…

13 – Go BravelyDenise Chaila (uscito il 2 ottobre)
Di lei ho scritto il 9 ottobre scorso, quindi non mi dilungo ulteriormente. Il suo genere è l’hip hop, viene dall’Irlanda, ma è nata in Zambia, ha una laurea in sociologia, e i suoi testi, come la musica, sono aperti senza essere sfrontati, elegantemente crudi, ispirati e ispiratori. Vedi Chaila, il suo cognome, brano per riaffermare che la dignità delle persone parte anche dall’essere rispettate per il nome che portano, seppur difficile da pronunciare, o Go Bravely, l’incitazione che dà il titolo al disco… Nuovi corsi in Irlanda…

14 – LamentTouché Amoré (uscito il 9 ottobre)
Cambiamo decisamente genere, ma non senso. Un altro modo di raccontare il mondo quello dei Touché Amoré, band losangelina di post hardcore capitanata da Jermey Bolm, cantante, produttore, scrittore. Lament è il loro quinto album, e decisamente il loro miglior lavoro. Forse perché la band si è affidata a Ross Robinson, nell’ambito dell’hard rock e post hardcore il numero uno (ha prodotto Korn, Limp Bizkit, Deftones, Sepultura, Slipknot, per citarne alcuni). In questo lavoro c’è tutto il pathos di Bolm, il suo rapporto con la perdita dell’amicizia e stima con colleghi e amici e soprattutto con la morte della madre portata via da un tumore (non le era vicino perché quel giorno era all’occasione della vita, suonare al The Fest in Florida) I’ll Be Your Host. Si passa dagli stilemi hardcore a rallentamenti improvvisi, attimi di pause scanditi da chitarre tranquille, fino a Limelight, suonata con la Manchester Orchestra. Tutto torna nella musica…

15 – Serpentine PrisonMatt Berninger (uscito il 16 ottobre)
L’aspettavano in tanti il primo disco da solista del frontman dei The National. Il musicista di Cincinnati non ha deluso le aspettative. Un disco dove Matt s’è sentito libero di uscire dai canoni della band – ma poi nemmeno tanto almeno nelle prime due canzoni – per poi volare da solo tra archi, assoli d’organo, atmosfere calde e sicure. Merito probabilmente del produttore che si è scelto, quel Booker T. Jones che suonò con Willie Nelson in Stardust, l’album preferito dal padre e che lui, a forza d’ascoltarlo, lo fece diventare il suo punto di riferimento… Ma questa è storia nota, lo ha dichiarato in tutte le interviste. Il brano più interessante del disco è One More Second, con preziosi interventi di pianoforte e un assolo d’organo di rara eleganza. Poi è sempre il tenebroso Berninger, la voce baritonale, le atmosfere calde e tristi. Infonde tranquillità Silver Springs cantata con Gail Ann Dorsey, un buon rum d’annata a scaldarlo tra le mani, un soffice divano e la musica che gira…

Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/2

Ed eccoci al secondo appuntamento dei dischi che mi hanno accompagnato in questo difficile 2020. Questa “cinquina” contiene dischi impegnativi, alcuni li ho ascoltati decine di volte per capirli; la musica è una lingua che sa essere molto ostica. Bisogna aver la pazienza di scoprirne la chiave di ascolto e lettura giusta. Mi è successo per Moses Sumney e il suo Græ o lo splendido Not our First Goat Rodeo di Yo-Yo Ma, Stuart Duncan, Edgar Meyer e Chris Thile.

6 – Not our First Goat Rodeo – Yo-Yo Ma, Stuart Duncan, Edgar Meyer & Chris Thile (uscito l’1 maggio)
Iniziamo proprio da questo disco. Come potrei definirlo? Musica classica, sì ma… Country, certamente, ma…, alternativa jazz, ci sta, anche se…, contemporanea folk, possibile definizione eppure… Alla fine, dopo averlo ascoltato e riascoltato (le dissonanze ricercate e voluttuose sono come il canto delle sirene per Ulisse, ti attirano e ammaliano) ho deciso di non definirlo se non come: un gran bell’album, un prodotto perfetto che solo grandi musicisti come il violoncellista Yo-Yo Ma (francese di nascita, figlio di cinesi americani), Stuart Duncan, qui al violino, Edgar Meyer, al contrabbasso e Chris Thile (si pronuncia Tili), cantante e mandolinista, potevano creare. Strumenti che si richiamano, dissonanze volute, archi e corde che sembrano suonare una partitura diversa dall’altra ma che alla fine si riuniscono in un ensemble logico e coerente. Il disco segue quello pubblicato una decina d’anni fa The Goat Rodeo Sessions. Bellissima The Trappings, dove alla “band” si unisce la cantante Aoife O’ Donovan, in duetto con Stuart ed Edgar, che ricorda i  primi Crosby, Stills & Nash. Il canto diventa uno strumento coerente. Allegria, voglia di danzare, richiamo di giornate assolate e praterie sterminate…

7 – GræMoses Sumney (uscito il 15 maggio)
Chi è Moses Sumney? Me lo sono chiesto più volte ascoltando il suo nuovo lavoro. Il precedente, dal titolo Aromanticism, era molto eloquente su come il ventinovenne californiano nato da genitori ghanesi, concepisce la vita. Græ, disco doppio, è uscito in pieno lockdown a febbraio e a maggio. Ed è un album che in qualche modo ha a che fare con il coronavirus e la quarantena. Insula, parlato, prologo del lavoro, definisce l’isola fisica ma anche, in doppia rilettura, quella mentale. Da qui parte il suo viaggio psichedelico fatto di strumenti “fisici” e tanta elettronica che usa in modo naturale. Oltre che un musicista, Moses è un grande performer, uno che sembra nato sul palco. Ha presenza, cattura, esperimenta, provoca, definisce. La sensazione all’ascolto è di un’opera fatta per riempire la tua isola e farti vedere il mondo intorno. L’a-romantico Moses diventa estremamente romantico in Polly, brano con video annesso da manuale. Ne avevo parlato il 18 maggio scorso in questo post. Brillante ed energizzante…

8 – ContemporaneoClaudio Sanfilippo (uscito il 22 maggio)
Ecco un disco che rende giustizia a un periodo della mia vita, quello del cantautorato, da Dalla a De Gregori, Da Guccini a Sanfilippo, appunto. Milanese, 60 anni, oltre che cantautore è scrittore, poeta, comunicatore… “Personaggio eclettico che di musica e versi non può proprio farne a meno”, lo presentavo il 21 ottobre scorso in un’intervista. L’album è l’effetto del lockdown, effetto benefico, perché Sanfilippo ha fatto di necessità virtù, riprendendo vecchi brani, alcuni mai pubblicati, componendone di nuovi, ragionando sulla vita. Riflessioni utili, almeno per me. E anche per Claudio a ben ascoltare, visto che le 14 tracce che compongono questo disco non sono solo canzoni ma “canzoni d’autore”, come lui stesso chiede sia definito il suo lavoro. Ragazze del Lago, El Pepe e Angelina sono le mie preferite, le potrei far girare all’infinito…

9 – Rough and Rowdy WaysBob Dylan (uscito il 19 giugno)
Il 30 marzo scorso – e rieccoci ancora lì in quel benedetto lockdown – usciva una canzone, così, apparentemente a caso. Ma non potevi ignorarla, per la sua semplice bellezza e per l’autore, quel Bob Dylan che a 79 anni è tornato più vivace e motivato che mai. Era Murder Most Foul. Nel post che avevo scritto quel giorno, chiudevo con questa considerazione: «Una musica che fa riflettere, a prescindere, che ti aiuta, chiuso nel tuo studiolo di casa, o seduto sul divano a guardare il mondo là fuori che sembra passi tutto uguale, tutti seduti nelle nostre personali panchine solitarie. Un’opportunità per guardarci dentro, per essere schietti con noi stessi, su cosa siamo oggi e sui nostri piccoli Murder Most Foul che riponiamo dentro di noi senza avere il coraggio di gridarli al vento… Passerà, passerà, grazie anche a lui e alla musica…». Poi, come un’altra goccia preziosa, arriva I Contain Multitudes ad aprile e l’annuncio dell’uscita del disco. Ed eccolo qui, ruvido, blues, tagliato con l’accetta, sentimentale senza smancerie, bello. Vi lascio con Goodbye Jimmy Reed

10 – Mi ero perso il cuoreCristiano Godano (uscito il 26 giugno)
Il primo lavoro da solista del leader dei Marlene Kuntz mi ha incuriosito assai. A partire dal titolo. Lui, Cristiano Godano lo ha definito «una collezione di canzoni che raccontano i demoni della mente». Parte forte Cristiano, con un brano, La mia Vincita, che ricorda atmosfere alla Dylan, di cui sopra. Poi prosegue con testi attenti e sonorità ricercate. Mi ascolto spesso Lamento del depresso ma anche Padre e Figlio e la seguente Figlio e Padre, gioco voluto e molto intimo di punti di vista. Sì, mi piace proprio Mi ero perso il cuore. A proposito di canzoni d’arte…

Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/1

 

Frame da “Il Mondo In Testa” di Gegè Telesforo, opera dell’artista newyorkese Dominique Bloink

Il 2020 ha imboccato il suo declino. È passato in un lampo quest’anno, dove nulla o poco sarà come prima, atroce per molti versi, pensieroso per altri, comunque vacillante. Non credo di scrivere cose nuove, ma mi sono sentito come una barca in balia delle onde. Adoro il mare ma lo soffro, e tanto.

Il coronavirus mi ha attaccato. Ne sono uscito bene, ma con una fatica immensa. In mezzo alla malattia, alla paura che mi è rimasta a distanza di mesi, oltre alla perdita del gusto e dell’olfatto (cosa che per un veneto, amante del buon vino, considero un inconveniente davvero disastroso!), al lavoro sempre più precario che richiede doti impensabili di equilibrismo, una delle poche cose che mi ha aiutato a trovare delle ragioni di piacere è stata la musica.

In quest’anno ho intervistato artisti incredibili, ho cercato di tenermi lontano dal mainstream perché lì fuori c’è un mondo di note eleganti, creative, sincere, ho parlato con professionisti e docenti che mi hanno spiegato il valore di quest’arte antica quanto l’uomo, ma soprattutto ho ascoltato, ascoltato e ascoltato.

Tra le centinaia di album che sono passati in cuffia ne ho scelti venti (più uno – poi vi spiegherò il perché). Li dividerò in quattro post, cinque per ognuno. E per ciascun album vi racconterò perché quelle canzoni/brani hanno catturato la mia attenzione, quali sensazioni mi hanno dato. Noterete che in questi dischi c’è un inconsapevole filo comune, il viaggio inteso come integrazione, conoscenza, scoperta, intreccio.

C’è di tutto, rock, pop, soul, jazz, blues, indie, world, americana, classica contemporanea. Brani e canzoni che mi hanno accompagnato nel corso di questo 2020 con dolcezza, rabbia, amore, pace, euforia, voglia di viaggiare e ansia di conoscere.

Ultima annotazione: li presento in rigorosa sequenza di uscita.

1Caetano VelosoCaetano Veloso & Ivan Sacerdote (uscito il 16 gennaio)
Caetano, dall’alto dei suoi 78 anni portati con l’allegra saggezza di un artista completo, si diverte, come in una serata tra amici musicisti, a suonare alcune delle sue canzoni più belle e interessanti affidandosi all’improvvisazione di Ivan Sacerdote, un clarinettista poco più che trentenne, carioca di nascita ma cresciuto a Salvador da Bahia, terra di Veloso. C’è jazz, choro, paz e alegria nei suoi interventi, mai prevaricanti ma sempre necessari. Si dice che Caetano sia rimasto colpito del suo talento. E noi con lui. Da Peter Gast a Onde o Rio é mais Baiano, da Trilhos Urbanos a Desde que o Samba é Samba è un percorso carico di ricordi, un altro cameo della MPB (la Música Popular Brasileira). Per me, mezzo brasileiro acqusito, ogni ascolto equivale a obbligarmi a scavare nei ricordi, un modo sincero e aperto di fare i conti con gli anni che passano…

 

2MorabezaTosca (uscito il 14 febbraio)
Se c’è un’artista italiana che stimo incondizionatamente è proprio lei, Tosca, al secolo Tiziana Donati, romana, 53 anni. Oltre ad avere la fortuna di avere una voce semplicemente bellissima, si sente – e qui sta il valore di un vero artista – il lungo e faticoso studio per perfezionare un talento naturale. Una formazione continua, si potrebbe dire, che l’ha portata a curiosare nella musica del mondo. Incontro fortunato con Joe Barbieri, musicista e produttore saggio, che ha saputo far emergere le doti di Tosca. Non manca il Brasile con Lenine, La Bocca sul Cuore, Mio Canarino, canzone tradotta dal portoghese in italiano di Marisa Monte o Naturalmente, brano di Barbieri in duetto con un altro geniaccio della musica colta brasiliana, Ivan Lins. C’è anche un brano in francese Sérénade de Paradis, tradotto da una canzone in romanesco da Enrico Greppi della Bandabardò e uno cantato in arabo tunisino, Ahwak, con Lofti Bouchnak, e una splendida Giuramento, con un grande Gabriele Mirabassi al clarinetto. Non manca un duetto con Arnaldo Antunes, un tempo nei Titãs, band rock di São Paulo, e poi nel progetto Tribalistas con Marisa Monte e Carlinhos Brown (João). Ascoltarlo mi ha fatto viaggiare proprio quando il primo lockdown ci ha chiuso a doppia mandata. Grazie!

3 – ForeignerJordan MacKampa (uscito il 13 marzo)
È stato una bella scoperta questo ragazzo di 25 anni, nato in Congo e trasferito con la famiglia da piccolo a Coventry, Inghilterra. Due EP all’attivo, più qualche singolo, ha pubblicato finalmente il suo primo vero lavoro. Ed è un piacevole percorso di 42 minuti per undici brani dove senti tutta l’energia che si è impegnato a trasmettere. Parte forte con Magic, come lui stesso lo definisce, un brano di bossa nova, infuso di samba, una di quelle canzoni che non ti escono più dalla testa. A MacKampa piace contaminare, le radici ritmiche d’origine ci sono tutte, come la leggerezza di un mix di generi che costruiscono un genere tutto suo. La voce aiuta certo, e si capisce che tra i suoi punti di riferimento c’è quel gran istrione di Michael Kiwanuca, oserei definirlo uno dei suoi padri putativi. Me lo sono goduto questo disco, più e più volte, coinciso nel mio “periodo Covid”. Se dovessi etichettarlo, direi, un album pieno di speranza…

4 – Il Mondo in TestaGegè Telesforo (uscito il 27 marzo)
Che dire di Gegè, una delle voci jazz (trasversali) più belle che possiamo vantare in Italia, oltre che polistrumentista. 
Conosciuto molto più all’estero che in Patria, ma questo è un canone rispettato… Gegè ha la musica nel cuore, insegna a viaggiare tra le note del mondo dal suo programma radiofonico Sound Check, e questo disco ne è la prova più evidente. Un po’ la “summa” di quello che significa essere un artista come lui. Ha anche un particolare fiuto nella ricerca di giovani talenti, che coopta nei suoi lavori per far emergere quel sound inconfondibile che gli permette di usare la voce nelle sue improvvisazioni virtuose (scat). Se volete rileggervi l’intervista che ho fatto a Gegè, qui il link. Se Jordan MacKampa rappresentava la speranza, Gegè Telesforo è stato per me l’allegria, la bellezza delle contaminazioni, di un mondo a disposizione incredibilmente aperto e ricettivo, nonostante ne potessi guardare solo un piccolo quadrato dal mio terrazzo (qui Il Mondo in Testa).

5 – INFERNVUMClaver Gold & Murubutu (uscito il 31 marzo)
L’Inferno di Dante Alighieri trasposto in rap. Niente di più azzeccato per il momento che il mondo stava (e sta ancora) vivendo. I due musicisti romani, novelli Dante e Virgilio, hanno messo in rap con grande bravura e un’attenta ricerca dei testi, una trasposizione della prima delle tre cantiche del divino poeta. Ascoltatevi Caronte.

Ed eravamo nudi come appena nati

Soli dove il mondo ci ha dimenticati

Sporchi, raffreddati, tesi e spaventati

Nell’attesa d’esser traghettati, presi e giudicati

Conati, bile, sangue e lacrime si fan vapore

La dura voga del traghettatore peccatore

Un’eco d’onda sopra l’Acheronte fa rumore

Ora è il momento di pregare forte il tuo Signore

Stringevo forte due monete per pagare il pegno

Per pagare il legno, soprattutto per sentirmi degno

Di traversare il fiume nero e poi scordare l’eros

Sono solo un passeggero in fuga verso il nuovo regno

Ed ora vieni, occhi di fuoco, vieni al tuo lavoro

Vieni ancora per fermare il gioco, poi torna per loro

Torna per l’oro sopra gli occhi con i remi rotti

Torna per chi in certe notti si è sentito sempre solo

Un gran bel lavoro, non facile. Soprattutto nel mondo del rap italico. Di grande sensibilità, giusta rabbia, destini inevitabili. La colonna sonora perfetta di questi mesi. Tutto, dalla superbia all’avarizia, dalla lussuria all’invidia, dalla gola all’ira, all’accidia viene cantato e riportato con cristallina lucidità a oggi, un’attualità sconcertante. Per me il più bel lavoro hip-hop (italiano) dell’anno.