Ecco perché gli artisti vanno ascoltati…

Sto seguendo con interesse il dibattito che si sta sviluppando sulla pagina Facebook di Musicabile, provocato dal mio post sulla guerriglia a Capitol Hill di qualche giorno fa. Ho cercato di raccontare e vedere i fatti – la “presa del Campidoglio” da parte di sostenitori di Donald Trump – attraverso la musica, fedele al principio che ha ispirato questo blog.

Frequento i social da anni e non finiscono mai di stupire. Ben vengano le discussioni che si sono accese in questi giorni dopo la cacciata di Trump da Twitter. Sulle dissertazioni poco ortodosse del presidente americano fatte negli ultimi anni, i social ci hanno marciato e guadagnato, eccome. La conseguenza siamo noi che interagiamo su queste piattaforme, tutti con la verità in tasca, pronti a deridere, insultare, odiare e cercare di convincere il mondo: instaurare un contraddittorio con chi dissente da te, anche in modo veemente, è al novantanove per cento inutile. Convincere un terrapiatttista che il pianeta ha un’altra forma è tempo sprecato. Stesso discorso per chi è convinto che l’assedio al Campidoglio sia stato organizzato dai Dem per cancellare Trump.

Uno degli interventi in particolare mi ha incuriosito: “Che ne sa un cantante di economia o politica interna ed estera?”, come si permettono i vari Springsteen di pontificare visto che non è il loro mestiere? Avevo premesso sul precedente post che gli artisti vedono più lontano di tutti per il semplice fatto che hanno un altro modo  – più libero? creativo? emozionale? – di vedere la realtà che li circonda.

Grazie a una miniserie firmata da Martin Scorsese disponibile su Netflix, Fran Lebowitz, una vita a New York, è arrivata la risposta al commentatore del mio post. Nel docufilm dedicato alla geniale scrittrice e umorista americana (che consiglio vivamente!), la Lebowitz parla della musica come dell’unica forma d’arte che “consente alle persone di esprimere emozioni e ricordi”. E aggiunge: «Rende felici le persone senza fare del male. Altre cose piacevoli sono dannose. È speciale, è una droga che non ti uccide!».

Scorsese per introdurre il discorso “musica” con la Lebowitz ricorre a un breve estratto di Remember Marvin Gaye, film di Richard Olivier del 1981, dove Marvin dà la definizione esatta dell’artista e del suo ruolo. La faccio mia, non avrei saputo dirlo in modo migliore! «Un artista, se è davvero un artista, è interessato solo a una cosa: risvegliare le menti degli uomini, far capire agli uomini e alle donne che c’è qualcosa di più grande di ciò che vediamo in superficie».

Ecco cosa c’entrano i vari Springsteen, Tom Morello, Marvin Gaye, John Lennon, Eminem…

Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/3

Capitolo terzo. Qui trovate altri cinque album che ho ascoltato in questi ultimi mesi. C’è di tutto, dal pop al jazz passando per il post hardcore e l’indie. La musica, almeno per me, viaggia attraverso stati d’animo. I generi diventano relativi. Mi piacciono le apparenti contraddizioni, annusare l’aria quando è più pungente o più calda e rassicurante. Gettarmi nel vento forte che fa sbandare e toglie il respiro. Ecco, qui c’è tutto questo…

11 – On SunsetPaul Weller (uscito il 3 luglio)
Al tramonto la musica può essere confortante. Può ispirare, rilassare, energizzare, preparare a una bella notte. Ascoltando l’ultimo lavoro di quell’istrione di Paul Weller (a onor del vero il 27 novembre è uscito un On Sunset Remix, piuttosto interessante, un formato Ep, cinque brani – due  di questi, rielaborazioni dello stesso, Rockets) quello che salta all’orecchio è che il prolifico ex Jam e Style Council questa volta ha tirato fuori un disco davvero ben costruito. Ne ho parlato in questo post in agosto. È un disco “estivo”, ma può andar bene anche in queste uggiose giornate di fine autunno, per tirarti su il morale. L’effetto energizzante di questo album è il motivo per cui lo segnalo. Ascoltatevi Baptiste, o la stessa On Sunset ma anche More, o Rockets, e ne converrete.

12 – Axiom (live)Christian Scott aTunde Adjuah – (uscito il 28 agosto)
Questo disco ha una sua eccezionalità: è l’ultimo concerto dal vivo che è stato suonato al Blue Note di New York prima che la pandemia obbligasse la chiusura della metropoli e della vita sociale. Certo, Christian e la sua band composta da sette elementi di incredibile valore, non potevano saperlo, ma possiamo leggere queste 12 tracce jazz come un messaggio di stile, personale e pregnante, nel jazz contemporaneo. Christian è un trombettista, si diverte a miscelare stili, parte con il classico acuto tipo mariachi messicano per poi scendere nell’improvvisazione, vedi la prima traccia, X. Adjuah (I owns the night), lasciare che le percussioni di Weedie Braimah e la batteria di Corey Fonville si lancino in un ossessivo percuotere di tempo ed emozioni, per ritornare a un assolo di piano di Lawrence Fields o al flauto di Elena Pinderhughes in Diaspora. Riparte il funk con la sua tromba e il contrabbasso di Kris Funn – vedi GuinnevereChristian è un musicista che pensa solo alla musica, ha quello in testa, e lo fa con idee sempre innovative. Il suo è anche un chiaro messaggio politico, il suono delle sue radici lo grida forte all’America in un momento così delicato nel conflitto razziale, acuito in questo 2020 con l’assassinio di George Floyd. Uno dei migliori lavori dell’anno. Le percussioni mi inchiodano ogni volta alle cuffie…

13 – Go BravelyDenise Chaila (uscito il 2 ottobre)
Di lei ho scritto il 9 ottobre scorso, quindi non mi dilungo ulteriormente. Il suo genere è l’hip hop, viene dall’Irlanda, ma è nata in Zambia, ha una laurea in sociologia, e i suoi testi, come la musica, sono aperti senza essere sfrontati, elegantemente crudi, ispirati e ispiratori. Vedi Chaila, il suo cognome, brano per riaffermare che la dignità delle persone parte anche dall’essere rispettate per il nome che portano, seppur difficile da pronunciare, o Go Bravely, l’incitazione che dà il titolo al disco… Nuovi corsi in Irlanda…

14 – LamentTouché Amoré (uscito il 9 ottobre)
Cambiamo decisamente genere, ma non senso. Un altro modo di raccontare il mondo quello dei Touché Amoré, band losangelina di post hardcore capitanata da Jermey Bolm, cantante, produttore, scrittore. Lament è il loro quinto album, e decisamente il loro miglior lavoro. Forse perché la band si è affidata a Ross Robinson, nell’ambito dell’hard rock e post hardcore il numero uno (ha prodotto Korn, Limp Bizkit, Deftones, Sepultura, Slipknot, per citarne alcuni). In questo lavoro c’è tutto il pathos di Bolm, il suo rapporto con la perdita dell’amicizia e stima con colleghi e amici e soprattutto con la morte della madre portata via da un tumore (non le era vicino perché quel giorno era all’occasione della vita, suonare al The Fest in Florida) I’ll Be Your Host. Si passa dagli stilemi hardcore a rallentamenti improvvisi, attimi di pause scanditi da chitarre tranquille, fino a Limelight, suonata con la Manchester Orchestra. Tutto torna nella musica…

15 – Serpentine PrisonMatt Berninger (uscito il 16 ottobre)
L’aspettavano in tanti il primo disco da solista del frontman dei The National. Il musicista di Cincinnati non ha deluso le aspettative. Un disco dove Matt s’è sentito libero di uscire dai canoni della band – ma poi nemmeno tanto almeno nelle prime due canzoni – per poi volare da solo tra archi, assoli d’organo, atmosfere calde e sicure. Merito probabilmente del produttore che si è scelto, quel Booker T. Jones che suonò con Willie Nelson in Stardust, l’album preferito dal padre e che lui, a forza d’ascoltarlo, lo fece diventare il suo punto di riferimento… Ma questa è storia nota, lo ha dichiarato in tutte le interviste. Il brano più interessante del disco è One More Second, con preziosi interventi di pianoforte e un assolo d’organo di rara eleganza. Poi è sempre il tenebroso Berninger, la voce baritonale, le atmosfere calde e tristi. Infonde tranquillità Silver Springs cantata con Gail Ann Dorsey, un buon rum d’annata a scaldarlo tra le mani, un soffice divano e la musica che gira…

Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/2

Ed eccoci al secondo appuntamento dei dischi che mi hanno accompagnato in questo difficile 2020. Questa “cinquina” contiene dischi impegnativi, alcuni li ho ascoltati decine di volte per capirli; la musica è una lingua che sa essere molto ostica. Bisogna aver la pazienza di scoprirne la chiave di ascolto e lettura giusta. Mi è successo per Moses Sumney e il suo Græ o lo splendido Not our First Goat Rodeo di Yo-Yo Ma, Stuart Duncan, Edgar Meyer e Chris Thile.

6 – Not our First Goat Rodeo – Yo-Yo Ma, Stuart Duncan, Edgar Meyer & Chris Thile (uscito l’1 maggio)
Iniziamo proprio da questo disco. Come potrei definirlo? Musica classica, sì ma… Country, certamente, ma…, alternativa jazz, ci sta, anche se…, contemporanea folk, possibile definizione eppure… Alla fine, dopo averlo ascoltato e riascoltato (le dissonanze ricercate e voluttuose sono come il canto delle sirene per Ulisse, ti attirano e ammaliano) ho deciso di non definirlo se non come: un gran bell’album, un prodotto perfetto che solo grandi musicisti come il violoncellista Yo-Yo Ma (francese di nascita, figlio di cinesi americani), Stuart Duncan, qui al violino, Edgar Meyer, al contrabbasso e Chris Thile (si pronuncia Tili), cantante e mandolinista, potevano creare. Strumenti che si richiamano, dissonanze volute, archi e corde che sembrano suonare una partitura diversa dall’altra ma che alla fine si riuniscono in un ensemble logico e coerente. Il disco segue quello pubblicato una decina d’anni fa The Goat Rodeo Sessions. Bellissima The Trappings, dove alla “band” si unisce la cantante Aoife O’ Donovan, in duetto con Stuart ed Edgar, che ricorda i  primi Crosby, Stills & Nash. Il canto diventa uno strumento coerente. Allegria, voglia di danzare, richiamo di giornate assolate e praterie sterminate…

7 – GræMoses Sumney (uscito il 15 maggio)
Chi è Moses Sumney? Me lo sono chiesto più volte ascoltando il suo nuovo lavoro. Il precedente, dal titolo Aromanticism, era molto eloquente su come il ventinovenne californiano nato da genitori ghanesi, concepisce la vita. Græ, disco doppio, è uscito in pieno lockdown a febbraio e a maggio. Ed è un album che in qualche modo ha a che fare con il coronavirus e la quarantena. Insula, parlato, prologo del lavoro, definisce l’isola fisica ma anche, in doppia rilettura, quella mentale. Da qui parte il suo viaggio psichedelico fatto di strumenti “fisici” e tanta elettronica che usa in modo naturale. Oltre che un musicista, Moses è un grande performer, uno che sembra nato sul palco. Ha presenza, cattura, esperimenta, provoca, definisce. La sensazione all’ascolto è di un’opera fatta per riempire la tua isola e farti vedere il mondo intorno. L’a-romantico Moses diventa estremamente romantico in Polly, brano con video annesso da manuale. Ne avevo parlato il 18 maggio scorso in questo post. Brillante ed energizzante…

8 – ContemporaneoClaudio Sanfilippo (uscito il 22 maggio)
Ecco un disco che rende giustizia a un periodo della mia vita, quello del cantautorato, da Dalla a De Gregori, Da Guccini a Sanfilippo, appunto. Milanese, 60 anni, oltre che cantautore è scrittore, poeta, comunicatore… “Personaggio eclettico che di musica e versi non può proprio farne a meno”, lo presentavo il 21 ottobre scorso in un’intervista. L’album è l’effetto del lockdown, effetto benefico, perché Sanfilippo ha fatto di necessità virtù, riprendendo vecchi brani, alcuni mai pubblicati, componendone di nuovi, ragionando sulla vita. Riflessioni utili, almeno per me. E anche per Claudio a ben ascoltare, visto che le 14 tracce che compongono questo disco non sono solo canzoni ma “canzoni d’autore”, come lui stesso chiede sia definito il suo lavoro. Ragazze del Lago, El Pepe e Angelina sono le mie preferite, le potrei far girare all’infinito…

9 – Rough and Rowdy WaysBob Dylan (uscito il 19 giugno)
Il 30 marzo scorso – e rieccoci ancora lì in quel benedetto lockdown – usciva una canzone, così, apparentemente a caso. Ma non potevi ignorarla, per la sua semplice bellezza e per l’autore, quel Bob Dylan che a 79 anni è tornato più vivace e motivato che mai. Era Murder Most Foul. Nel post che avevo scritto quel giorno, chiudevo con questa considerazione: «Una musica che fa riflettere, a prescindere, che ti aiuta, chiuso nel tuo studiolo di casa, o seduto sul divano a guardare il mondo là fuori che sembra passi tutto uguale, tutti seduti nelle nostre personali panchine solitarie. Un’opportunità per guardarci dentro, per essere schietti con noi stessi, su cosa siamo oggi e sui nostri piccoli Murder Most Foul che riponiamo dentro di noi senza avere il coraggio di gridarli al vento… Passerà, passerà, grazie anche a lui e alla musica…». Poi, come un’altra goccia preziosa, arriva I Contain Multitudes ad aprile e l’annuncio dell’uscita del disco. Ed eccolo qui, ruvido, blues, tagliato con l’accetta, sentimentale senza smancerie, bello. Vi lascio con Goodbye Jimmy Reed

10 – Mi ero perso il cuoreCristiano Godano (uscito il 26 giugno)
Il primo lavoro da solista del leader dei Marlene Kuntz mi ha incuriosito assai. A partire dal titolo. Lui, Cristiano Godano lo ha definito «una collezione di canzoni che raccontano i demoni della mente». Parte forte Cristiano, con un brano, La mia Vincita, che ricorda atmosfere alla Dylan, di cui sopra. Poi prosegue con testi attenti e sonorità ricercate. Mi ascolto spesso Lamento del depresso ma anche Padre e Figlio e la seguente Figlio e Padre, gioco voluto e molto intimo di punti di vista. Sì, mi piace proprio Mi ero perso il cuore. A proposito di canzoni d’arte…

Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/1

 

Frame da “Il Mondo In Testa” di Gegè Telesforo, opera dell’artista newyorkese Dominique Bloink

Il 2020 ha imboccato il suo declino. È passato in un lampo quest’anno, dove nulla o poco sarà come prima, atroce per molti versi, pensieroso per altri, comunque vacillante. Non credo di scrivere cose nuove, ma mi sono sentito come una barca in balia delle onde. Adoro il mare ma lo soffro, e tanto.

Il coronavirus mi ha attaccato. Ne sono uscito bene, ma con una fatica immensa. In mezzo alla malattia, alla paura che mi è rimasta a distanza di mesi, oltre alla perdita del gusto e dell’olfatto (cosa che per un veneto, amante del buon vino, considero un inconveniente davvero disastroso!), al lavoro sempre più precario che richiede doti impensabili di equilibrismo, una delle poche cose che mi ha aiutato a trovare delle ragioni di piacere è stata la musica.

In quest’anno ho intervistato artisti incredibili, ho cercato di tenermi lontano dal mainstream perché lì fuori c’è un mondo di note eleganti, creative, sincere, ho parlato con professionisti e docenti che mi hanno spiegato il valore di quest’arte antica quanto l’uomo, ma soprattutto ho ascoltato, ascoltato e ascoltato.

Tra le centinaia di album che sono passati in cuffia ne ho scelti venti (più uno – poi vi spiegherò il perché). Li dividerò in quattro post, cinque per ognuno. E per ciascun album vi racconterò perché quelle canzoni/brani hanno catturato la mia attenzione, quali sensazioni mi hanno dato. Noterete che in questi dischi c’è un inconsapevole filo comune, il viaggio inteso come integrazione, conoscenza, scoperta, intreccio.

C’è di tutto, rock, pop, soul, jazz, blues, indie, world, americana, classica contemporanea. Brani e canzoni che mi hanno accompagnato nel corso di questo 2020 con dolcezza, rabbia, amore, pace, euforia, voglia di viaggiare e ansia di conoscere.

Ultima annotazione: li presento in rigorosa sequenza di uscita.

1Caetano VelosoCaetano Veloso & Ivan Sacerdote (uscito il 16 gennaio)
Caetano, dall’alto dei suoi 78 anni portati con l’allegra saggezza di un artista completo, si diverte, come in una serata tra amici musicisti, a suonare alcune delle sue canzoni più belle e interessanti affidandosi all’improvvisazione di Ivan Sacerdote, un clarinettista poco più che trentenne, carioca di nascita ma cresciuto a Salvador da Bahia, terra di Veloso. C’è jazz, choro, paz e alegria nei suoi interventi, mai prevaricanti ma sempre necessari. Si dice che Caetano sia rimasto colpito del suo talento. E noi con lui. Da Peter Gast a Onde o Rio é mais Baiano, da Trilhos Urbanos a Desde que o Samba é Samba è un percorso carico di ricordi, un altro cameo della MPB (la Música Popular Brasileira). Per me, mezzo brasileiro acqusito, ogni ascolto equivale a obbligarmi a scavare nei ricordi, un modo sincero e aperto di fare i conti con gli anni che passano…

 

2MorabezaTosca (uscito il 14 febbraio)
Se c’è un’artista italiana che stimo incondizionatamente è proprio lei, Tosca, al secolo Tiziana Donati, romana, 53 anni. Oltre ad avere la fortuna di avere una voce semplicemente bellissima, si sente – e qui sta il valore di un vero artista – il lungo e faticoso studio per perfezionare un talento naturale. Una formazione continua, si potrebbe dire, che l’ha portata a curiosare nella musica del mondo. Incontro fortunato con Joe Barbieri, musicista e produttore saggio, che ha saputo far emergere le doti di Tosca. Non manca il Brasile con Lenine, La Bocca sul Cuore, Mio Canarino, canzone tradotta dal portoghese in italiano di Marisa Monte o Naturalmente, brano di Barbieri in duetto con un altro geniaccio della musica colta brasiliana, Ivan Lins. C’è anche un brano in francese Sérénade de Paradis, tradotto da una canzone in romanesco da Enrico Greppi della Bandabardò e uno cantato in arabo tunisino, Ahwak, con Lofti Bouchnak, e una splendida Giuramento, con un grande Gabriele Mirabassi al clarinetto. Non manca un duetto con Arnaldo Antunes, un tempo nei Titãs, band rock di São Paulo, e poi nel progetto Tribalistas con Marisa Monte e Carlinhos Brown (João). Ascoltarlo mi ha fatto viaggiare proprio quando il primo lockdown ci ha chiuso a doppia mandata. Grazie!

3 – ForeignerJordan MacKampa (uscito il 13 marzo)
È stato una bella scoperta questo ragazzo di 25 anni, nato in Congo e trasferito con la famiglia da piccolo a Coventry, Inghilterra. Due EP all’attivo, più qualche singolo, ha pubblicato finalmente il suo primo vero lavoro. Ed è un piacevole percorso di 42 minuti per undici brani dove senti tutta l’energia che si è impegnato a trasmettere. Parte forte con Magic, come lui stesso lo definisce, un brano di bossa nova, infuso di samba, una di quelle canzoni che non ti escono più dalla testa. A MacKampa piace contaminare, le radici ritmiche d’origine ci sono tutte, come la leggerezza di un mix di generi che costruiscono un genere tutto suo. La voce aiuta certo, e si capisce che tra i suoi punti di riferimento c’è quel gran istrione di Michael Kiwanuca, oserei definirlo uno dei suoi padri putativi. Me lo sono goduto questo disco, più e più volte, coinciso nel mio “periodo Covid”. Se dovessi etichettarlo, direi, un album pieno di speranza…

4 – Il Mondo in TestaGegè Telesforo (uscito il 27 marzo)
Che dire di Gegè, una delle voci jazz (trasversali) più belle che possiamo vantare in Italia, oltre che polistrumentista. 
Conosciuto molto più all’estero che in Patria, ma questo è un canone rispettato… Gegè ha la musica nel cuore, insegna a viaggiare tra le note del mondo dal suo programma radiofonico Sound Check, e questo disco ne è la prova più evidente. Un po’ la “summa” di quello che significa essere un artista come lui. Ha anche un particolare fiuto nella ricerca di giovani talenti, che coopta nei suoi lavori per far emergere quel sound inconfondibile che gli permette di usare la voce nelle sue improvvisazioni virtuose (scat). Se volete rileggervi l’intervista che ho fatto a Gegè, qui il link. Se Jordan MacKampa rappresentava la speranza, Gegè Telesforo è stato per me l’allegria, la bellezza delle contaminazioni, di un mondo a disposizione incredibilmente aperto e ricettivo, nonostante ne potessi guardare solo un piccolo quadrato dal mio terrazzo (qui Il Mondo in Testa).

5 – INFERNVUMClaver Gold & Murubutu (uscito il 31 marzo)
L’Inferno di Dante Alighieri trasposto in rap. Niente di più azzeccato per il momento che il mondo stava (e sta ancora) vivendo. I due musicisti romani, novelli Dante e Virgilio, hanno messo in rap con grande bravura e un’attenta ricerca dei testi, una trasposizione della prima delle tre cantiche del divino poeta. Ascoltatevi Caronte.

Ed eravamo nudi come appena nati

Soli dove il mondo ci ha dimenticati

Sporchi, raffreddati, tesi e spaventati

Nell’attesa d’esser traghettati, presi e giudicati

Conati, bile, sangue e lacrime si fan vapore

La dura voga del traghettatore peccatore

Un’eco d’onda sopra l’Acheronte fa rumore

Ora è il momento di pregare forte il tuo Signore

Stringevo forte due monete per pagare il pegno

Per pagare il legno, soprattutto per sentirmi degno

Di traversare il fiume nero e poi scordare l’eros

Sono solo un passeggero in fuga verso il nuovo regno

Ed ora vieni, occhi di fuoco, vieni al tuo lavoro

Vieni ancora per fermare il gioco, poi torna per loro

Torna per l’oro sopra gli occhi con i remi rotti

Torna per chi in certe notti si è sentito sempre solo

Un gran bel lavoro, non facile. Soprattutto nel mondo del rap italico. Di grande sensibilità, giusta rabbia, destini inevitabili. La colonna sonora perfetta di questi mesi. Tutto, dalla superbia all’avarizia, dalla lussuria all’invidia, dalla gola all’ira, all’accidia viene cantato e riportato con cristallina lucidità a oggi, un’attualità sconcertante. Per me il più bel lavoro hip-hop (italiano) dell’anno.

Ramy Essam, il suo rock di denuncia e il premio Tenco

Ramy Essam – screenshot video

Ritorno su un tema che avevo aperto qualche mese fa: il rapporto tra arte e regimi. Lo avevo fatto con un post pubblicato in agosto prendendo spunto dalla rielezione a premier della Bielorussia, del “democratico” Aleksandr G. Lukashenko, al potere da 26 anni consecutivi.

Oggi il rapporto tra arte, conoscenza e regimi è quanto mai in primo piano. Anzi, ci scuote da vicino, ed è il titolo di apertura di uno dei principali quotidiani in edicola, oltre che di news dei maggiori notiziari televisivi e web, a partire da Tgcom24.it. Lo stavamo aspettando da quel 3 febbraio del 2016 quando fu trovato senza vita  in un fossato sulla strada Cairo-Alessandria, massacrato e torturato, il corpo del giovane ricercatore friulano Giulio Regeni. Da allora il governo egiziano ha preso tempo e preso per i fondelli, ha negato, assicurato e deviato… Però, forse, se non giustizia, almeno verità (quella chiesta a gran voce da migliaia di italiani) sugli autori dell’omicidio sta venendo fuori, inoppugnabile, grazie a dei giudici testardi e inflessibili.

E mi riallaccio alla musica, non vi preoccupate, non siete sul blog sbagliato! Uno dei fattori di forte preoccupazione del regime egiziano è Ramy Essam, 33 anni, rocker che ha acceso la rivolta di piazza Tahir nel 2011 con il suo entusiasmo e le sue performance, e che per questo e per altre canzoni di denuncia, una per tutte Balaha scritta contro al Sisi, ha dovuto lasciare l’Egitto altrimenti sarebbe stato arrestato, con tutti gli annessi e connessi del caso. 

Vive e lavora in esilio, in Europa, molti suoi amici e collaboratori sono stati messi in carcere, il videomaker di Balaha, Shady Habash, «dopo 800 giorni di carcere è morto, ucciso per negligenze mediche» come ha ricordato lo stesso artista ieri sera durante l’intervista che Diego Zoro Bianchi gli ha fatto su Propaganda Live. L’arte fa paura, che sia espressa sotto forma di musica, pittura, teatro, cinema… «Abbiamo bisogno di arte in politica e di arte politica», ha sostenuto Ramy, sempre ieri sera. 

Per il suo impegno s’è aggiudicato una delle targhe del “Tenco” 2020, grazie a un nuovo premio istituito quest’anno con il chiaro scopo di sensibilizzare il più possibile sugli artisti perseguitati dalle dittature, dedicato alla band turca Grup Yorum. Il regime di Erdogan ha usato il pugno di ferro contro di loro, impedendogli di esibirsi, incarcerandone alcuni, tre membri sono morti facendo lo sciopero della fame per chiedere democrazia e libertà, parole che Erdogan, Al Sisi e tanti altri loro simili con cui facciamo ogni giorno affari, hanno cancellato dai loro vocabolari.

Freemuse, ong indipendente che si batte per la libertà d’espressione artistica e la diversità culturale, nel suo report annuale The State of Artistic Freedom, pubblicato il 15 aprile scorso in concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Arte, ha registrato 711 atti di violazione della libertà artistica nel 2019 in 93 Paesi. La percentuale maggiore di “attacchi” alla libertà d’espressione è rivolta ai musicisti (32 per cento).

Il problema sta proprio qui, senza rischiare di cadere nel retorico. Uomini potenti, che schiacciano vite senza porsi troppi problemi, hanno paura di note e versi, hanno il terrore della non violenza perché le parole, le denunce, le note, i pennelli e i colori, la pietra scolpita e il cinema sono un terreno per la maggior parte di loro praticamente ignoto, a parte cercare di piegarlo – malamente – ai loro interessi. L’arte, la musica, sono passaporti per la libertà di pensiero, e per questo, armi letali per questi personaggi. Sostiene Ramy sul suo sito Internet: «La musica è l’arma pacifica più potente del mondo».

La storia finora ci ha insegnato che è una lotta persa, che dittature, più o meno ammantate di democrazia, esisteranno sempre perché questa è la natura umana e perché queste si intrecciano a interessi maggiori, quelli che noi poveri umani, semplici sognatori, non ci meritiamo nemmeno di conoscere e condividere. Ci vorrebbero più cultura e meno populismo, più informazione e meno fake news, più onestà intellettuale e meno settarismo, più musica e bellezza. Ci vorrebbero…

Pippi Dimonte, jazz e sonorità mediterranee, cocktail perfetto

Pippi Dimonte, 29 anni, è nato a Bernalda in Basilicata – Foto Simone Petracchi

Di musica buona anche in Italia ce n’è, e tanta. Basta saper cercare. Attività che include una buona dose di passione, e una equivalente di pazienza. In una di queste mie sessioni giornaliere mi sono imbattuto in un nome che, ammetto, non conoscevo abbastanza. Uno di quelli che ti metti da parte perché magari hai ascoltato qualcosa e che ti riproponi di approfondire in un prossimo futuro. Lui è Giuseppe Pippi Dimonte. Musicista, artista, compositore, classe 1991. Il suo strumento? Il contrabbasso che suona cercando sonorità sempre diverse, portandolo a nuovi orizzonti sonori. Approfondisco: quattro dischi all’attivo, lucano di Bernalda, il borgo rinascimentale da dove proviene anche Francis Ford Coppola. Da una decina d’anni vive nei pressi di Bologna, trasferito per frequentare e perfezionarsi al conservatorio Martini del capoluogo emiliano-romagnolo e qui rimasto.

L’ho ascoltato, visto in alcuni suoi video pubblicati sui canali social. L’ho cercato e intervistato. Il perché lo scoprirete durante questa chiacchierata. Pippi Dimonte viene da studi classici, e si sente, ama il jazz tanto quanto la musica popolare che sta riabilitando in maniera sorprendente (e solo su questa bisognerebbe aprire più di un lungo capitolo, mi impegno a farlo in un prossimo futuro), quella della sua terra, la Basilicata, ma anche le altre del mediterraneo, la greca, la turca, la maghrebina, la balcanica. Il risultato è una fusione di stili che potremmo battezzare folk-jazz o meglio jazz-pop-world.

Alcuni se la cavano definendolo jazz contemporaneo, che, per la musica che fa, vuol dire tutto e niente. Se dovessi fare un paragone, con le debite distinzioni del caso, direi che Pippi è sulla stessa lunghezza d’onda di Luke Stewart, trentatreenne contrabbassista americano che adora suonar jazz traendo scorribande da punk e rock. Insomma artisti aperti, in cerca di nuove sonorità con uno strumento che così estroverso non è, anche se si presta a essere piuttosto trasversale. E qui sta la bravura…

Pippi, dicevo, ha all’attivo quattro album, Morning Session (2014), Hieronymus (2016), Trio Mezcal (2018)  e Majara, uscito quest’anno, oltre a un lungo elenco di collaborazioni con jazzisti internazionali come Adrien Moignard, Sebastien Giniaux, Nilza Costa, brava interprete brasiliana di Bahia, un timbro di voce molto particolare. Pippi si circonda di musicisti, amici, molto diversi tra loro, per studi e interessi personali. Eppure questo bell’ensemble ha creato nei suoi lavori quella sapidità che esalta le differenze, unendole.

Pippi Dimonte – Foto Niccolò Dimonte

Siamo in un altro lockdown, quest’anno va così. Per voi musicisti è stato piuttosto difficile…
«Sì, questo è un anno particolare per tutti. Io sono di indole positiva o forse non sono ancora troppo maturo ma, nella mia innocenza, da questa situazione ho tratto il dono più grande: il tempo».

E quindi?
«Mi sono messo a studiare contrabbasso come non lo facevo dal conservatorio. Ho vissuto in maniera, se vuoi, egoistica il tempo che mi era stato dato. Non possiamo farci niente, tutto è “rimandato” al 2021. Anche se quel verbo, in Italia spesso assume un significato diverso, più definitivo, e cioè, “annullato”. Penso che il Covid abbia palesato difficoltà come queste, che già esistevano».

È un problema non solo di lavoro ma anche psicologico…
«Ora non sto lavorando. Vuol dire che non sono più un musicista? O che la musica, come spesso si crede, non è un lavoro? Al momento sto vivendo da quindicenne: studio e basta, studio perché provo piacere a restare ore concentrato sullo strumento, mi piace dedicare tempo ad ascoltare gli altri musicisti, cerco di crescere ancora, perfezionarmi sempre di più».

Dopo quattro album, che si trovano anche sulla piattaforma Bandcamp, come definiresti il tuo stile?
«Sono sempre stato affascinato da tante “robe”, e il contrabbasso è uno strumento che si impone in maniera trasversale. Ho studiato musica classica, mi piace il jazz e ora mi sono concentrato sulla world music, musica etnica, musica turca, musica dei Balcani. Questa curiosità mi obbliga a cercare connessioni nuove e, dunque, stimoli nuovi».

Sto ascoltando con grande attenzione Majara, il tuo ultimo lavoro, che è diventato anche un progetto musicale.
«È uscito ai primi di febbraio e, ovviamente non abbiamo potuto promuoverlo a causa della pandemia. Siamo partiti in quattro, Mario Brucato, al clarinetto, Francesco Paolino alla chitarra e alla mandola (strumento a corde della famiglia dei liuti, simili all’oud, in voga nel Cinquecento), Emiliano Alessandrini al pandeiro (tamburo brasiliano usato nel Samba e nello Choro, una piccola batteria portatile!) e io, al contrabbasso. Quello che ne è uscito, è stato un lavoro apprezzato dal pubblico e dalla critica. Ora sto già cambiando, è un progetto che sto perfezionando, espandendolo ad altri musicisti che hanno altre provenienze. C’è Giulia Meci cantante jazz, il nostro amico greco Vaggelis Merkouris all’oud e Alberto Mammollino alle percussioni, esperto di tamburi a cornice (qui potete ascoltarli nel nuovo ensemble in una registrazione dell’estate scorsa, ndr).

La nuova formazione del progetto Majara. Da sinistra a destra, Francesco Paolino, Giulia Meci, Vaggelis Merkouris, Pippi Dimonte, Emiliano Alessandrini, Alberto Mammollino, Mario Brucato – Foto Simone Petracchi

Continuo su Majara, il disco: ti sei riavvicinato alle sonorità della tua terra. I titoli dei brani riportano tutto lì, all’essenza, a quello che sei…
«Anche se sono anni che non abito più in Basilicata, ora vivo vicino a Bologna, in un paesino sull’Appennino, sento molto la mia “lucanità” Mi piace la genuinità. In Basilicata siamo veramente pochi, lo spazio è tanto e la natura incontaminata. Certe sovrastrutture verbali lì è come se non esistessero. Majara, in dialetto, è la fattucchiera. Di lei ne parlava l’antropologo Ernesto De Martino nel suo libro Sud e Magia (1959, ndr). Majara era una donna, una strega buona, l’incontro tra il sacro e il profano. Ricorda riti pagani, è profana al massimo! Ma, come spesso accade, in un ambiente geograficamente chiuso, tutti sono religiosissimi però credono anche in lei. Il disco – e anche il nome del progetto – è un omaggio alla mia terra e alla commistione di generi e culture (ascoltate Grancìa…)».

Parlando della composizione, parte tutto da te giusto?
«Compongo musiche e arrangiamenti. Poi, per il fatto di essere molto eterogenei tra noi, il pezzo si perfeziona, prende corpo e forma. Vedi, Alberto Mammollino, il percussionista, viene dalla tradizione popolare italiana, ma ha studiato anni la percussione mediterranea. Francesco Paolino ha studiato chitarra classica, è un mandolinista e apprezza anche la musica popolare, come Mario Brucato, clarinettista classico ma appassionato di musica rinascimentale. Suona anche il cornetto, uno strumento a fiato usato dal Medioevo fino al periodo rinascimentale. Giulia Meci, invece, ha studiato canto jazz, mentre Vaggelis Merkouris, il nostro oudista suona la musica Makam, della tradizione turca…

Tu, invece “lavori” con un classico contrabbasso…
«Ne suono uno normale a quattro corde. Quest’anno mi sono comprato quello a cinque corde. Di solito viene usato per aggiungerci una corda ancora più grave, in modo da ottenere suoni più profondi. Io, invece, ho montato una corda più alta, per avere un suono più lirico. Sembra quasi un violoncello… Ecco, l’ho detto, e ora mi attirerò le reprimenda dei violoncellisti!».

Ho letto da qualche parte che un critico musicale americano, all’uscita del tuo album Hieronymus, 2016, ti ha annoverato tra i più creativi bassisti in circolazione, uno in particolare mi ha colpito perché lo ammiro da sempre, Flea dei Red Hot Chili Peppers…
«Troppo buono, un complemento immeritato, Flea è uno dei più grandi bassisti al mondo, non esageriamo! Però, dai, va bene tutto».

Che musica ascolti, quali i tuoi riferimenti?
«Sono uno youtuber dipendente! Dedico ore al giorno a cercare musicisti e musiche che mi interessano. Grazie a queste ricerche ho avuto modo di ascoltare personaggi incredibili. Queste piattaforme sono veri propri banchi dati della musica. Torniamo agli ascolti: al momento mi sto dedicando di più a quello che mi interessa per il lavoro che sto facendo, ascolto molti musicisti turchi, arabi, spagnoli, quelli che hanno in comune contaminazioni panmediterranee. Oltre a questi, mi piace molto la corrente jazz nordeuropea, ad esempio, il contrabbassista svedese Lars Danielsson, musicisti che suonano jazz ma che hanno un background classico. Tra i miei preferiti ci sono Ibrahim Maalouf (trombettista jazz franco libanese, ndr), Dhafer Youssef (oudista tunisino, ndr), Ross Daly (inglese, specialista nella Lira Cretese, ndr), Efrén López (polistrumentista spagnolo, appassionato di musica medievale, ndr), Stelios Petrakis (greco, polistrumentista)…».

Tutti nomi che con il mainstream musicale non ci azzeccano proprio
«La musica che in questo momento ha più risonanza fa semplicemente sembrare che non ci sia altro in circolazione. Mi piace, invece, pensare che altra musica, di minor valore commerciale, possa, un domani, avere molta più eco di questa. È un sogno, un augurio…».

Election day 2020: la parola ai musicisti…

Siamo entrati nel fatidico Election Day, il giorno in cui gli americani sceglieranno l’uomo che li guiderà per i prossimi quattro anni. Mai come questa volta, è un’attesa carica d’elettricità, negozi con le serrande abbassate, esercito che circonda la Casa Bianca, nemmeno l’America fosse lo Stato Libero di Banana.

Per la prima volta in una campagna americana si sono sentite echeggiare parole come odio, divisivo, razzismo, morte. Insomma Donald Trump è Donald Trump, uno che con la testa non ci sta tanto, un caso clinico, come ha tentato di dimostrare il docufilm #Unfit – The Psychology of Donald Trump di Dan Partland. L’altro, Joe Biden, a onor del vero, è un po’ moscio, l’opposto di uno che buca il tubo catodico, come si diceva una volta (quando ancora esisteva il tubo catodico), però è strutturalmente, fondamentalmente diverso dal primo (grazie all’appoggio virale di Barak Obama). Ma non è di questo che voglio parlarvi. Ben più esperti colleghi del sottoscritto commenteranno nelle prossime ore durante le interminabili dirette web e televisive.

Scrivo questo post per un altro motivo. La musica. Può questa smuovere le coscienze di milioni di elettori? Possono versi e note essere determinanti per chi si recherà al seggio o esserlo stati per chi ha già votato per corrispondenza? La mia risposta è sì, certo che sì! Mai come questa volta abbiamo assistito a un endorsement così massiccio da parte di artisti che non si sono soltanto limitati a dire sui loro social: “Voto Biden”, ma che hanno giustificato il loro voto contro Trump. I musicisti pro-Trump, in realtà sono davvero pochi… vedremo anche loro.

Sono usciti tweet, dichiarazioni, veri e propri documenti programmatici da parte di artisti, popstar, rockstar, jazzisti, rapper e quant’altro. Ci sono i soliti noti, Madonna, Taylor Swift, Ariana Grande, Beyoncé, Cher, John Legend, Lady Gaga («Parliamo di come può essere l’America con un presidente più gentile. Abbiamo bisogno di ogni voto. Io sto con Biden», twittava ieri), Justin Timberlake, Tracy Chapman, Cardi B, Eminem («We have one shot. One opportunity. One moment. Don’t miss the chance. Vote» rappava  poche ore fa). C’è Dave Grohl con la madre Ginny, in uno spot girato insieme a Jill Biden, moglie del candidato democratico, twittato via Foo Fighters. E anche Neil Young, che ha addirittura citato in giudizio Trump per aver usato una sua canzone (ne avevo scritto qui e qui) e c’è pure il suo vecchio compagno di band David Crosby che a Biden dice: «Penso che sarà la lotta più sporca dai tempi della Guerra Civile; sono felice che tu sia disposto a prendere la tua spada e il tuo scudo, Joe, ed entrare nella mischia…».

Anche Sheryl Crowe alcuni mesi fa era scesa nell’agone cantando la sua hit del 1996 A Change Will Do You Good durante una raccolta fondi pro Biden. Lei è rimasta particolarmente colpita dall’assassinio a sangue freddo da parte della polizia di George Floyd e dallo sgomento dei suoi due figli, di 13 e 10 anni, che le domandavano il perché delle manifestazioni di Minneapolis. «Ho detto loro: sì, abbiamo bisogno di un leader che parli di tutto ciò e che chieda giustizia!».

Proteste razziali ma anche riflessioni sulla pandemia mal gestita dall’attuale presidente. Esce allo scoperto Archie Sheep, una delle figure mitologiche del jazz, ascoltatelo nella bellissima Sometimes I Feel Like a Motherless Child, da un brano del 1960 di Bessie Griffin (ripreso, tra gli altri, anche da Van Morrison negli anni Ottanta), brano contenuto nell’album Goin’ Home con il pianista Horace Parlan, del 1977. L’ottantatreene sassofonista della Florida fa un’amara considerazione: «Dobbiamo correggere un sacco di cose sbagliate che sono successe in questo Paese. Abbiamo il virus e le troppe vittime che ha causato. Tra questi, tanti musicisti. Molte morti avrebbero potuto essere evitate». Il vecchio e saggio Archie ricorda il trombettista Wallace Roney, morto a 59 anni, «all’apice del suo talento musicale», Ellis Marsalis, il padre di Wynton, Lee Konitz («A very fine man, excellent saxophonist»).

Sempre nel mondo del jazz ha detto la sua anche Kamasi Washington, 39 anni, gran bravo sassofonista losangelino: parla del valore del voto, di ciascun voto, sostenendo che se tutti gli americani facessero la loro parte attivamente si saprebbe cosa uscirebbe dai seggi, e cioè: «Ciò che la maggior parte di noi vuole veramente: qualità della vita, uguaglianza e pace per ciascuno di noi». E non dimentico Terri Lyne Carrington, sublime batterista jazz (ne avevo scritto in uno dei miei primi post di Musicabile): il 22 ottobre scorso la tre volte vincitrice di un Grammy Award ha ricevuto il prestigioso NEA Jazz Master 2021 dal National Endowment for the Arts, la maggior onorificenza jazz americana. Ebbene, il suo ultimo disco, Waiting Game, composto assieme ai Social Science, è nato proprio come reazione all’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti.

Anche David Byrne, cittadino americano dal 2012, non è stato zitto. La posta in gioco è troppo alta. Invita ad andare a votare, a non far scegliere agli altri «quello che per te non va bene». Dice: «Nonostante tutti i problemi che il nostro sistema democratico mostra, non possiamo semplicemente alzare le mani. Dobbiamo provare. Se non voti, devi startene zitto, lo sai vero?».

E l’elenco pro Biden prosegue ancora a lungo: ecco Billie Eilish: «Che ti piaccia o meno la politica, se davvero ti sta a cuore la giustizia sociale, la parità dei diritti, se vuoi persone elette che possano battersi per affrontare la crisi climatica prima che sia troppo tardi, devi andare a votare!». E se Billie, da giovane artista convinta che, grazie alla sua musica, può smuovere coscienze, Alynda Lee Segarra, in arte Hurray for the Riff Raff (ascoltatela in Thirteen con Bedouine e Waxahatchee) da oltre un anno collabora con una gruppo, il Freedom For Immigrants, decisione presa dopo la campagna di Trump contro l’immigrazione e i centri dove gli immigrati vengono tenuti, anzi de-tenuti. «Una vergogna», tuona l’artista. «Biden e la Harris hanno detto che fermeranno questa detenzione “a scopo di lucro” (riferendosi ai soldi che lo stato paga a questi centri per tenere i migranti… vi suona familiare?).

L’elenco scorre e scorre. Ogni artista vuole dire la sua, Chuck D dei Public Enemy’s, sostenitore di Bernie Sanders, ha scelto Biden. «Trump non sta facendo il Presidente ma un suo reality show con il favore del fascismo dei suprematisti bianchi», tuona. Beth Ditto parla di Biden e Trump come di due anziani, ricchi bianchi, con la differenza «che uno ti annusa i capelli, l’altro ti afferra la vagina». Due nonnetti. Ma almeno il primo ti prepara i pancakes alla mattina mentre l’altro ti promette caramelle che tiene chiuse nella borsa della nonna che è troppo giovane per essere tua nonna. «Almeno avremo i pancakes», conclude l’autrice di Fire.

E potremmo continuare così con altre decine e decine di musicisti più o meno famosi (almeno nella nostra terra). Dall’altra parte dell’agone gli artisti sono pochini, li conti sulla punta delle dita. Il più famoso è Ted Nugent che sostiene The Donald: «va contro gli stupidi giochi del politicamente corretto e dice quello che deve dire». Pane al pane e vino al vino, diremmo noi. Ah, ci sono anche Kid Rock, l’ex marito di Pamela Anderson, e Trace Adkins, artista country.

Gegè Telesforo: la musica in testa e l’arte nel cuore

Gegè Telesforo, classe 1961, foggiano. Musicista, polistrumentista, ma anche conduttore, ricercatore affamato di nuovi talenti, professore, cantante, jazzista con il funk nel cuore, onnivoro ascoltatore di note dal mondo… Inquadrarlo non è facile. Si è esibito e ha collaborato con i grandi nomi del jazz internazionale e non solo. Comunque la giri, lui è un esperto. Sarà il carattere, una naturale predisposizione al pentagramma, un genio eternamente curioso e vorace, sta di fatto che Gegè sta alla musica come la batteria al ritmo, l’improvvisazione al jazz… Insomma, due atomi inscindibili. Con lui, che del suo divertimento ne ha fatto una professione ad altissimi livelli, ho voluto scambiare quattro chiacchiere (forse qualcuna in più, concedetemela!), sul suo nuovo lavoro uscito in pieno lockdown, Il Mondo in Testa, su cosa significhi musica di qualità oggi e sugli artisti che preferisce.  Importante: il prossimo 29 ottobre, in occasione del JazzMi, sarà al Blue Note di Milano, con un quintetto fantastico: oltre a lui, Domenico Sanna al pianoforte, Ameen Saleem al contrabbasso, Michele Santoleri alla batteria e Alfonso Deidda al sassofono, voce e tastiere. Torniamo all’intervista e mettetevi comodi…

Gegè, iniziamo con Il Mondo in Testa, il tuo lavoro uscito il 27 marzo scorso…
«Ho deciso di esprimere in un nuovo album tutto quello che ho imparato e assimilato negli anni, libero di fondere vari linguaggi e basi ritmiche che ho adattato alle mie composizioni. Un impegno notevole, abbiamo impiegato un anno e mezzo per confezionarlo. È stata una produzione vera e propria che mi ha occupato tantissimo. I tempi di realizzazione si sono dilatati perché ho voluto che suonassero con me musicisti che conosco e apprezzo, sia affermati sia emergenti, rispettando i loro impegni di lavoro. Inevitabilmente i tempi si sono allungati… È una produzione indipendente, artigianale, che ha richiesto una cura notevole».

A sei mesi dall’uscita com’è stato accolto il disco?
«Mi sta dando molte soddisfazioni. Ho deciso, vista la situazione, di presentare dal vivo i brani del disco il prossimo anno. È un lavoro che richiede la presenza di più musicisti sul palco. Quest’anno ho deciso di proporre solo alcuni brani del disco dal vivo e portare un repertorio adatto al mio quintetto…».

Perché questo titolo?
«Il Mondo in Testa si presta a una doppia lettura. Perché ho viaggiato tanto, e in tutti questi miei viaggi ho scoperto e imparato a usare le tante spezie che esaltano il sapore della musica. E poi perché il mondo in questo momento è una priorità, visto tutto quello che sta succedendo. Questo mio lavoro vuole essere una riflessione sulla vita, sulla natura».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Hai deciso di cantare in Italiano…
«Sì, ci sono tre brani cantati (Il Mondo in Testa, Genetica dell’Amore e Mille Petali, n.d.r.), nei restanti uso la vocalità. Non sono un cantautore che parte dalle parole e le mette poi in musica. Faccio il processo inverso: scrivo la melodia e poi cerco di dare un senso letterario al brano. Ho utilizzato l’italiano come si fa con l’inglese, assegnando a ogni nota una sillaba. La scelta delle parole è stata un lavoro molto complicato, per agevolare il canto di chi ha collaborato al disco».

Sei famoso per usare la vocalità nella tua musica. Insomma, sei il re dello scat!
«Servirsi della vocalità è come suonare uno strumento, bisogna allenarsi tanto, impararla. Nei conservatori che hanno aperto al jazz si studia la voce e lo scat. In sostanza, si creano frasi musicali sillabando parole senza senso. Non sono il solo in Italia a praticare questa disciplina. Ti cito, ad esempio, Maria Pia De Vito, Roberta Gambarini, Walter Ricci. E poi c’è una siciliana, una musicista completa, Daniela Spalletta, che ha cantato nel mio disco, un’artista devota allo studio, completa, canta lirica e jazz contemporaneo. È bravissima. Questi sono i musicisti che mi piacciono, onnivori, versatili».

Tu come hai scoperto lo scat?
«Una mania che avevo da bambino, senza ovviamente sapere cosa fosse. Papà, che di professione è architetto, ama il jazz, in particolare quello del periodo bebop. E io da piccolo ascoltavo quei dischi, memorizzavo tutto e li “suonavo” con la voce. Era una vera fissazione, passavo le ore, tanto che i miei a un certo punto si erano anche preoccupati. Per me era soltanto il mio gioco preferito e su questo gioco ho costruito una carriera».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Passiamo alle mille altre cose che fai. Uno degli appuntamenti fissi (che io ascolto con interesse perché non finisco mai di imparare) è SoundCheck il programma che da anni tieni su Radio24…
«La radio di Confindustria mi dà la possibilità di lavorare in assoluta libertà e trattare, dunque, la musica in maniera assolutamente naturale per me. Vedi (sorride, n.d.r.), tu e io, coetanei, siamo arrivati a un’età che ci permette di dire quello che pensiamo. E questa libertà me la prendo anche nel presentare la musica che mi piace. Faccio un programma da musicista e racconto di musica. Quando presento gli artisti mi informo, voglio sapere tutto, il loro background, da dove arrivano, come si sono formati. Non ho nessuna casa discografica che mi impone questo o quell’altro».

SoundCheck va alla grande…
«Sì, sono contento. Sebastiano Barisoni, il vicedirettore di Radio24, ogni volta mi dice che supero me stesso. Il programma va bene, ci sono ascoltatori, c’è pubblicità, c’è interesse per una musica diversa dal mainstream. SoundCheck lo posso fare perché viviamo nell’era digitale. Ai tempi in cui ho iniziato avevamo contatti diretti con le case discografiche. Era la musica che ci raggiungeva e si parlava di quegli artisti che le case discografiche volevano spingere. Oggi questo non succede più. Per fortuna possiamo bypassare le discografie ufficiali e cercare su siti che propongono artisti straordinari, molto interessanti, come SoundCloud o Bandcamp. Basta saper cercare».

Ti impegna molto?
«Dedico due giorni alla settimana alla ricerca, all’acquisto, all’ascolto. Poi catalogo e quindi inizio a formare i vari airplay…».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Ultimamente mi sono appassionato al trombettista Christian Scott aTunde Adjuah. Non smetto di ascoltarlo… ha una sezione ritmica incredibile…
«L’ho conosciuto e intervistato. È un ragazzone atletico, simpatico e aperto, non si droga né beve, il classico bravo ragazzo. Vive per la musica, fa tutto in funzione della musica. È questa dedizione, come ti dicevo prima, che mi fa apprezzare il lavoro di artisti come lui. Hai notato, parte con una tromba dal sapore messicano per buttarsi poi in altri territori d’improvvisazione…».

Tu hai un mentore e amico, il mitico Renzo Arbore. Possiamo definirlo musicista o è riduttivo?
«Lo conosco da quando ero piccolo, è amico di papà da sempre. Renzo secondo me è l’Artista, nel vero senso della parola. Una persona squisita, di grande cultura, un grande appassionato di jazz, un grande conoscitore della musica napoletana, uno che ha rivoluzionato la televisione. E poi conosce repertori messicani, portoghesi, spagnoli, segue concerti di jazz contemporaneo. Ha una memoria incredibile, ricorda nomi di musicisti, dischi, tutto! Penso che molti degli artisti di oggi debbano qualcosa a lui e a Gianni Boncompagni. Sì, poi Renzo è anche un musicista, uno che ha calcato palcoscenici importanti in tutto il mondo».

Hai lavorato molto con lui…
«Stavo negli Stati Uniti e collaboravo con Ben Sidran, il mitico Ben Sidran. Si era creato un’etichetta musicale sua, la Go Jazz e, oltre a pubblicare se stesso, cercava e spingeva giovani talenti. Ho inciso per la sua etichetta. Nel 1998 Renzo mi chiese di partecipare alla sua tournée sudamericana. Così sono rientrato in Italia per seguirlo. A fine tour, il suo manager, Adriano Aragozzini, mi fece la proposta di restare per 70 date. È finita che sono rimasto con Renzo per vent’anni, sempre in tour. Finché il tam tam primordiale, la mia passione, complice un esaurimento nervoso (stavamo fuori casa per 250 giorni all’anno), mi ha fatto dire basta e sono ritornato all’attività da solista, fondando una mia etichetta, la Groove Master Edition, assieme a Roberto Lamberti, che è anche il mio manager».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Da Arbore hai imparato tanto?
«Nella musica c’è sempre da imparare. Il problema è fermarsi. Si apprende dai grandi maestri ma anche dai giovani talenti. Quelli nei quali ho visto e vedo una luce, come Stefano Di Basttista, Tosca, Giorgia, il pianista Domenico Sanna, i batteristi Michele Santoleri (che con Sanna suona nel mio quintetto) e Dario Panza.

Tosca, la adoro! La sua versione di Piazza Grande di Lucio Dalla a Sanremo con Silvia Pérez Cruz, per me, è stata l’unica nota di vera musica del festival…
«Tosca è la mia cantante preferita in Italia. Quando inizia a cantare senti il grande studio che c’è dietro, è un’artista che sa stare sul palco, lo avverti il fuoco della musica».

La musica mainstream è piuttosto piatta, non trovi?
«Perché mercato e comunicazione dettano legge. In televisione anni fa c’erano programmi che cercavano di raccontare storie, indagavano, informavano. Oggi si cercano popstar che possono durare solo una stagione… Quando appare il grande talento, questo è preso dalla casa discografica e spremuto perché c’è necessità di fare numeri. I ragazzi da parte loro hanno un unico obiettivo, quello di raggiungere il successo immediatamente. Il risultato è che quest’ultimo arriva su pattern noiosi. Hai notato che il nostro Paese d’estate diventa tropicale? Ascolti solo basi Reggaeton, si cerca di semplificare al massimo, tutto deve essere ridotto a prodotto facile, che non impegna, da consumare subito».

Una specie di fast food della musica. Ma per fortuna non è tutto così…
«Esistono i musicisti, cioè quelli che, usciti dal conservatorio, non si vedono destinati all’insegnamento, ma vogliono imparare l’arte del vivere di musica. Un’arte che si apprende scoprendola sulla propria pelle. Ci sono ragazzi che scrivono con una certa complessità, che non passano in radio perché il pop deve fare visualizzazioni, streaming, download. Nessuno li conosce. Io sì, li cerco e spesso incidono con la mia etichetta indipendente».

Secondo te questo decadente appiattimento culturale è una fase di passaggio?
«Ora è tutto indie-trap-hip hop, un miscuglio di vari stilemi. Ma chi è appassionato di musica va a cercare altro. C’è tanta musica di qualità, credimi! Perciò, no, non penso che stiamo vivendo un periodo decadente».

Com’è nata la musica? Risponde Stefano Zenni

Vi siete mai chiesti, almeno una volta, come e quando sia nata la musica? Chi abbia cantato per la prima volta, chi, dei nostri antichi progenitori, abbia avuto l’intuizione di inventare un flauto, pizzicare una corda, far vibrare un tronco, insomma trasformare un semplice rumore in suono? Ultimamente sto leggendo alcuni libri che parlano proprio di questo. Uno in particolare mi ha colpito: si intitola Musica dal Profondo (Codice Edizioni) lo ha scritto un musicologo e musicista americano, Victor Grauer, nel 2011.

Nove anni fa fece molto scalpore per le ipotesi che lo studioso metteva a disposizione dopo anni di ricerca (Grauer ha lavorato anche con il famoso etnomusicologo Alan Lomax, con lui ha messo a punto la cantometrica, un sistema di codifica dei popoli in base ai canti): per riassumere velocemente la teoria dello studioso, sappiate che la musica per Grauer è nata in Africa, e questo è assodato da tempo.

Quando parlo di musica, però, intendo quella polifonica, costruita, pensata con uno sviluppo preciso dove anche l’improvvisazione libera era incanalata in una forma ragionata e condivisa. Una musica che forse risale a ventimila anni fa, creata da Boscimani e Pigmei, popolazioni che abitavano il continente africano in zone molto distanti tra loro. Alcuni erano raccoglitori, cioè vivevano dei frutti della terra, altri erano cacciatori. Proprio attraverso i canti tradizionali di questi due popoli, Grauer ha notato come ci fossero molte basi comuni, ipotizzando dunque una lontana matrice comune. Queste popolazioni, poi, hanno dato vita a migrazioni (la teoria dell’out of Africa) che nei millenni li ha fatti disperdere in molte aree del mondo portandosi dietro anche il canto, dote straordinaria, aspetto culturale e spirituale…

Chi ha scritto la prefazione di Musica dal Profondo per l’Italia è stato un musicologo, docente e musicista. Uno dei maggiori esperti internazionali di musica afroamericana, Stefano Zenni. Classe 1962, Zenni, titolare della cattedra di Storia del jazz e della musica afroamericana al Conservatorio di Bologna, dove insegna anche Analisi delle forme compositive e performative del  jazz, è stato l’unico vero “addetto ai lavori”, pianista, jazzista, studioso di musica, ad aver scritto l’introduzione del libro a Grauer. Negli altri Paesi dove è stato publicato, il compito è stato affidato ad antropologi ed etnomusicologi… «Il sostegno di Zenni è stato di gran lunga il più entusiasta ed efficace…» confidava Grauer in un’intervista rilasciata allora al quotidiano Il Manifesto.

Stefano Zenni, 58 anni, è musicologo, docente al conservatorio di Bologna e musicista jazz

Dunque Stefano, da dove iniziamo? Partiamo dal libro di Grauer…
«Devo dirti che la teoria di Grauer, seppur continui a essere valida nell’intuizione primaria, è stata radicalmente sovvertita dai nuovi studi sul DNA antico. Anzi, tutte le teorie più importanti sulla nascita e la diffusione di homo sapiens sono state messe in dubbio dai nuovi approcci scientifici sullo studio del genoma attraverso le mappe genetiche ricavate da ossa millenarie. A una decina d’anni dalla pubblicazione di Musica dal Profondo, le cose sono cambiate molto. L’intuizione di Grauer, e cioè che la musica sia un’attività coltivata da ben prima di quanto si sia pensato finora, è giusta. Ma quello che s’è rivelato sbagliato è tutto il resto, soprattutto le ipotesi sulle migrazioni, che si basavano su studi come quelli del genetista e antropologo Luigi Luca Cavalli Sforza, poi superati proprio da un allievo di Sforza, David Reich, autore di uno splendido libro pubblicato lo scorso anno, Chi siamo e come siamo arrivati fin qui (Raffaello Cortina Editore) dove lo scienziato racconta i progressi enormi fatti sul DNA antico che hanno rivisto – e continuano a rivedere – la storia dell’uomo».

Grauer ha comunque avuto un grande merito…
«Con Grauer il tema di una storia “profonda” della musica è diventato un fatto assodato. Da tempo, grazie alla tecnologia e ai progressi nella genetica siamo stati in grado di estendere il concetto di storia dell’uomo retrocedendo di millenni. La storia “profonda” ha partorito riflessioni inevitabili sulla cultura che spesso sono ancora senza risposta. Per esempio: come e quando è nato il linguaggio? Cosa ci dicono i manufatti o le pitture rupestri scoperti negli anni? Sono segni simbolici, segni culturali? Si discute molto anche se anche l’uomo di Neanderthal manifestasse un comportamento simbolico. Ora il discorso si fa ben più complesso: le ricerche sul DNA hanno portato addirittura alla scoperta di popoli di cui non si conosceva l’esistenza, quelli che Reich nel suo libro definisce “fantasmi”, di cui abbiamo le tracce genetiche ma non archeologiche, sviluppati, cresciuti ed estinti nell’arco di pochi secoli».

Sulla musica cosa possiamo sapere o intuire?
«La musica è sempre stata estranea a queste riflessioni, per il fatto che non abbiamo tracce concrete, come le pitture rupestri, che impongono riflessioni e consentono una convergenza tra studiosi. Questo, secondo me, è accaduto per due motivi. Il primo, oggettivo: la musica lascia molte meno tracce di una pittura rupestre. La prova fattuale più antica della musicalità di Sapiens sono dei flauti d’osso risalenti a 35mila anni fa scoperti in Germania. Ma non sappiamo che tipo di musica venisse suonata con questi strumenti… ciò scoraggia i musicologi dal fare ipotesi. Il secondo è la chiusura culturale che la musicologia ha avuto verso le conoscenze delle discipline storiche. Il musicologo lavora su documenti scritti, l’etnomusicologo su culture esistenti. Nessuno si azzarda a fare ipotesi senza alcuna prova. È un modo di studiare tipicamente anglosassone: si rimane attaccati alle prove più palpabili ma si fanno poche ipotesi».

Qual è la tua opinione in proposito?
«Se posso, io sono ancora più audace di Grauer. Fare musica implica determinate capacità cognitive, per cui possiamo parlare di musica anche dove non ci sono manufatti a supportarne l’esistenza. Pensa, ad esempio, a un un nostro progenitore che migliaia di anni fa ha concepito una pietra tagliente bifacciale. Progettare e realizzare un simile manufatto implica il riuscire a concepire ragionamenti complessi, avere in testa un set di operazioni ben precise, un progetto e una finalità… Perché mai, quindi, un essere dotato di queste capacità progettuali e cognitive non avrebbe potuto fare anche musica?».

La tavoletta di Blombos

Cioè mi stai dicendo che era impossibile che un nostro progenitore capace di progettare utensili complessi non facesse anche musica…
«Ti faccio un esempio: hai presente le tavolette di Blombos? Un tesoro ritrovato in una grotta a 300 chilometri da Città del Capo negli anni Novanta. Oltre a vari manufatti (punte di pietra finemente lavorate, gusci forati per farne collane, N.d.R.) ci sono, appunto, due tavolette di ocra rossa incise con decorazioni geometriche risalenti a 75mila anni fa. Osservale: pensare ed eseguire incisioni così perfette che danno vita a figure geometriche è esattamente l’espressione di quanto sostenevo prima: per concepire un simile manufatto questi individui dovevano essere dotati di un principio combinatorio, su una base di linee astratte hanno creato il concetto di angolo per poi formare un rombo… Se 75mila anni fa erano capaci di questo, certamente potevano anche combinare un set di altezze musicali, cioè cantare e suonare delle melodie».

La genetica sta rivoluzionando l’idea che gli studiosi si erano fatti della diffusione dell’uomo e del suo sviluppo.
«Alcuni mesi fa ho letto un interessantissimo articolo pubblicato sulla rivista Internazionale, dove in sostanza si dice che sulle origini di Sapiens la scienza sta facendo passi talmente veloci che spesso studi e libri freschi di stampa sono già sorpassati. L’affascinante è che in pochi anni le lancette del tempo per lo sviluppo cognitivo dell’uomo si sono spostate indietro in modo drastico. Il DNA antico ha evidenziato molto altro, ad esempio che c’erano molti più gruppi di ominidi, alcuni più sviluppati di altri, gruppi che si sono formati, sviluppati, incrociati con altri, e poi estinti… l’unica cosa chiara è che le vecchie teorie sull’evoluzione umana sono fatalmente cadute. Dopo il libro di Grauer la storia dell’umanità è stata profondamente ridisegnata, soprattutto quando si parla di migrazioni».

Frame dal film di Werner Herzog “Cave of Forgotten Dreams” (2011)

Quindi non possiamo più sostenere un’evoluzione dalla pietra al computer!
«No, questi studi hanno sparigliato le carte. Non è più così chiaro come e quando sono avvenuti certi sviluppi cognitivi. Inevitabilmente anche la musicologia dopo 150 anni di certezze comincia a scontrarsi con l’evidenza. Dovremmo tutti guardare un docufilm illuminante su questi argomenti. Si tratta di Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog, pellicola sugli splendidi disegni trovati nelle grotte di Chauvet in Francia (tra l’altro, splendida la colonna sonora di Ernst Reijseger!). Disegni spettacolari fatti da mani esperte e da menti capaci di elaborare concetti moderni: vedi ad esempio il bufalo in corsa dipinto con molte zampe per simulare, come in un’immagine cinematografica, il movimento… In quel film c’è anche un accenno alla musica che è molto suggestivo. Quello attuale sulla ricerca dell’origine dell’uomo è un momento esaltante, una fase di sviluppo tumultuosa, anche frustrante perché non abbiamo ancora tante risposte, ma in sé straordinaria».

Veniamo a oggi: la musica che ben conosciamo secondo me ha subìto come una improvvisa decelerazione. Mi sembra che ci si appiattisca su modelli oliati senza cercare nuove frontiere, ovviamente le eccezioni ci sono sempre, ma sono poche…
«La musica oggi è frutto della globalizzazione del gusto. All’occidentale, però. Mi viene da pensare alla Cina, con cui intratteniamo rapporti continui. L’Occidente ha influenzato la musica pop e classica in Cina ma non sta succedendo il contrario. Ciò significa che un modello di gusto  occidentale si è imposto e uniforma altri possibili modelli, complice la tecnologia: gli strumenti a disposizione sono gli stessi in tutto il mondo e il mercato detta le sue regole globali. Questo inevitabilmente impone a chi è creativo sfide diverse. Il problema della musica oggi non è la qualità ma la possibilità di farla emergere. Il fatto, poi, che grazie alla tecnologia sono venuti meno gli intermediari (produttori, case discografiche, ecc) amplifica il problema.

Cioè una massificazione che si porta dietro una mediocrità costante?
«Non tanto una mediocrità, quanto uno scollamento dalla realtà. È una mia sensazione, ma rispetto ad altre forme d’arte, come il cinema, il teatro o la letteratura, la musica oggi mi sembra sia meno in grado di raccontare quello che siamo, le nostre inquietudini, le nostre insicurezze. Mi riferisco a tutti i generi, con l’eccezione forse dell’hip hop. Il cinema, ad esempio, racconta le domande che oggi si pone la nostra società, sa tradurle in forme artistiche anche innovative. È come se invece i musicisti fossero disconnessi dal mondo… in questo non vedo segnali di cambiamento a breve termine».

Perché i regimi hanno paura della musica?

Frame da Il “Grande Dittatore”, film di Charlie Chaplin (1940)

Le recenti elezioni in Bielorussia, dove il sessantacinquenne Aleksandr G. Lukashenko, al potere da 26 anni, s’è garantito la sesta rielezione, secondo osservatori internazionali e oppositori con brogli elettorali, intimidazioni, arresti e l’oscuramento del web, mi hanno fatto riflettere. Che rapporto c’è tra dittatura e musica? In effetti, quella della Bielorussia è l’unico regime totalitario rimasto nella cara vecchia Europa, almeno così sostengono convinti gli Stati Uniti. Ci sarebbe da discutere al proposito…

Non andiamo a invadere campi che non ci appartengono. Sul rapporto tra dittature e musica ci sono saggi su saggi, anche molto interessanti, soprattutto sul rapporto tra quest’arte e il Nazismo e Fascismo. La musica è troppo destabilizzante per chi deve detenere con pugno di ferro un potere fine a se stesso, con l’alibi del bene del popolo. È risaputo che il Nazismo, che predicava la purezza della razza e, dunque, anche delle maggior espressioni artistiche di un popolo, aborriva il jazz, musica di neri, inascoltabile per un orecchio predestinato alla perfezione, anche se nei campi di concentramento il jazz, per chi soffriva, era una ventata di resistenza. Il Fascismo aveva i suoi aedi, che hanno partorito canzoni decisamente imbarazzanti, intrise di quel semplicistico ornato di parole ridondanti, slogan da grande impero privi di contenuti… Poi sappiamo come sono andate (fortunatamente per noi!) le cose. Rileggetevi i testi di queste preziose perle trasposte in musica, da Faccetta Nera a Me ne Frego! a Vincere Vincere Vincere. Mi permetto la prima strofa di quest’ultima: Temprata da mille passioni La voce d’Italia squillò! “Centurie, coorti, legioni, In piedi chè l’ora suonò”! Avanti gioventù! Ogni vincolo, ogni ostacolo superiamo! Spezziam la schiavitù Che ci soffoca prigionieri nel nostro mar! Non vi tedio oltre.

Venendo a tempi più recenti, anche durante il ventennio di dittatura brasiliana, tanto cara al presidente attuale, Jair Bolsonaro, la musica è stata vista come un pericoloso nemico da combattere. Caetano Veloso, Gilberto Gil, Chico Buarque, ma anche il regista Glauber Rocha oltre a politici e sindacalisti, furono costretti all’esilio. Ascoltatevi Cálice di Chico Buarque e di quel geniaccio incredibile di Milton Nascimento (Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, De vinho tinto de sangue… Padre allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, di vino rosso di sangue…), oppure Alegria Alegria di Caetano Veloso, diventati must della musica popolare brasiliana (MPB). Di canzoni simbolo contro poteri e strapoteri anche nelle nostre democrazie ce ne sono molte. Pensiamo a The Revolution Will Not Be Televised (1971) di Gil Scott Heron (di cui vi ho già parlato in questo post) o a Imagine (sempre 1971) di John Lennon, ma anche a God Save The Queen (1977) dei Sex Pistols, a Rock in The Casbah (1982) dei Clash, a Sunday Bloody Sunday (1983) degli U2; e ancora, a Killing in the name (1992) dei Rage Against The Machine, a Idioteque (2000) dei Radiohead o a Psycho (2015) dei Muse.

Frame da “Psycho” – Muse

Torniamo a Lukashenko: la musica fa così tanta paura che l’apparato del governo si prende la briga di ascoltare e leggere tutto (come d’altronde faceva il Minculpop, nel periodo fascista, e fa ogni dittatura oliata) per poi mettere il “visto… si ascolti”. Molte canzoni sono state “tagliate” in modo pretestuoso: testi troppo banali, o non convenienti, o inneggianti alla violenza, non adatti al fiero popolo d’appartenenza… Ne sa qualcosa, per esempio, Siarhei Mikhalok, il frontman della band punk-rock Lyapis Trubetskoy (qui con Kapital) e l’altra da lui  sempre fondata, anarco-rock, Brutto (qui con Giri). Dopo un esilio dai palchi del suo Paese, Mikhalok è potuto rientrare quattro anni fa, apparentemente libero ma… guarda caso i concerti o non potevano tenersi, o venivano rinviati per qualche problema.

La musica fa davvero paura: scuote gli animi, fa riflettere, invita a guardare un altro mondo possibile.

E chiudo: noi, che abbiamo la fortuna di vivere in Paesi dove si può criticare anche aspramente senza il timore di sparire o venire arrestati o esiliati, sappiamo usare questo dono immenso che è la libertà? L’abitudine, spesso gioca brutti scherzi. Non dovremmo mai dimenticare Giorgio Gaber e la sua La Libertà: «La libertà non è star sopra un albero/ Non è neanche il volo di un moscone/ La libertà non è uno spazio libero/Libertà è partecipazione». Pensiamo ai tanti, troppi Lukashenko ancora in giro  – e brutalmente attivi – sparsi nel mondo, pensiamo alla nostra facilità d’espressione che, per ossimoro, troppo spesso diventa difficoltà di esprimersi, pensiamo alla musica, un’arte così immensa e forte da intimorire il forte di turno. Basta, la finisco qui.