Com’è nata la musica? Risponde Stefano Zenni

Vi siete mai chiesti, almeno una volta, come e quando sia nata la musica? Chi abbia cantato per la prima volta, chi, dei nostri antichi progenitori, abbia avuto l’intuizione di inventare un flauto, pizzicare una corda, far vibrare un tronco, insomma trasformare un semplice rumore in suono? Ultimamente sto leggendo alcuni libri che parlano proprio di questo. Uno in particolare mi ha colpito: si intitola Musica dal Profondo (Codice Edizioni) lo ha scritto un musicologo e musicista americano, Victor Grauer, nel 2011.

Nove anni fa fece molto scalpore per le ipotesi che lo studioso metteva a disposizione dopo anni di ricerca (Grauer ha lavorato anche con il famoso etnomusicologo Alan Lomax, con lui ha messo a punto la cantometrica, un sistema di codifica dei popoli in base ai canti): per riassumere velocemente la teoria dello studioso, sappiate che la musica per Grauer è nata in Africa, e questo è assodato da tempo.

Quando parlo di musica, però, intendo quella polifonica, costruita, pensata con uno sviluppo preciso dove anche l’improvvisazione libera era incanalata in una forma ragionata e condivisa. Una musica che forse risale a ventimila anni fa, creata da Boscimani e Pigmei, popolazioni che abitavano il continente africano in zone molto distanti tra loro. Alcuni erano raccoglitori, cioè vivevano dei frutti della terra, altri erano cacciatori. Proprio attraverso i canti tradizionali di questi due popoli, Grauer ha notato come ci fossero molte basi comuni, ipotizzando dunque una lontana matrice comune. Queste popolazioni, poi, hanno dato vita a migrazioni (la teoria dell’out of Africa) che nei millenni li ha fatti disperdere in molte aree del mondo portandosi dietro anche il canto, dote straordinaria, aspetto culturale e spirituale…

Chi ha scritto la prefazione di Musica dal Profondo per l’Italia è stato un musicologo, docente e musicista. Uno dei maggiori esperti internazionali di musica afroamericana, Stefano Zenni. Classe 1962, Zenni, titolare della cattedra di Storia del jazz e della musica afroamericana al Conservatorio di Bologna, dove insegna anche Analisi delle forme compositive e performative del  jazz, è stato l’unico vero “addetto ai lavori”, pianista, jazzista, studioso di musica, ad aver scritto l’introduzione del libro a Grauer. Negli altri Paesi dove è stato publicato, il compito è stato affidato ad antropologi ed etnomusicologi… «Il sostegno di Zenni è stato di gran lunga il più entusiasta ed efficace…» confidava Grauer in un’intervista rilasciata allora al quotidiano Il Manifesto.

Stefano Zenni, 58 anni, è musicologo, docente al conservatorio di Bologna e musicista jazz

Dunque Stefano, da dove iniziamo? Partiamo dal libro di Grauer…
«Devo dirti che la teoria di Grauer, seppur continui a essere valida nell’intuizione primaria, è stata radicalmente sovvertita dai nuovi studi sul DNA antico. Anzi, tutte le teorie più importanti sulla nascita e la diffusione di homo sapiens sono state messe in dubbio dai nuovi approcci scientifici sullo studio del genoma attraverso le mappe genetiche ricavate da ossa millenarie. A una decina d’anni dalla pubblicazione di Musica dal Profondo, le cose sono cambiate molto. L’intuizione di Grauer, e cioè che la musica sia un’attività coltivata da ben prima di quanto si sia pensato finora, è giusta. Ma quello che s’è rivelato sbagliato è tutto il resto, soprattutto le ipotesi sulle migrazioni, che si basavano su studi come quelli del genetista e antropologo Luigi Luca Cavalli Sforza, poi superati proprio da un allievo di Sforza, David Reich, autore di uno splendido libro pubblicato lo scorso anno, Chi siamo e come siamo arrivati fin qui (Raffaello Cortina Editore) dove lo scienziato racconta i progressi enormi fatti sul DNA antico che hanno rivisto – e continuano a rivedere – la storia dell’uomo».

Grauer ha comunque avuto un grande merito…
«Con Grauer il tema di una storia “profonda” della musica è diventato un fatto assodato. Da tempo, grazie alla tecnologia e ai progressi nella genetica siamo stati in grado di estendere il concetto di storia dell’uomo retrocedendo di millenni. La storia “profonda” ha partorito riflessioni inevitabili sulla cultura che spesso sono ancora senza risposta. Per esempio: come e quando è nato il linguaggio? Cosa ci dicono i manufatti o le pitture rupestri scoperti negli anni? Sono segni simbolici, segni culturali? Si discute molto anche se anche l’uomo di Neanderthal manifestasse un comportamento simbolico. Ora il discorso si fa ben più complesso: le ricerche sul DNA hanno portato addirittura alla scoperta di popoli di cui non si conosceva l’esistenza, quelli che Reich nel suo libro definisce “fantasmi”, di cui abbiamo le tracce genetiche ma non archeologiche, sviluppati, cresciuti ed estinti nell’arco di pochi secoli».

Sulla musica cosa possiamo sapere o intuire?
«La musica è sempre stata estranea a queste riflessioni, per il fatto che non abbiamo tracce concrete, come le pitture rupestri, che impongono riflessioni e consentono una convergenza tra studiosi. Questo, secondo me, è accaduto per due motivi. Il primo, oggettivo: la musica lascia molte meno tracce di una pittura rupestre. La prova fattuale più antica della musicalità di Sapiens sono dei flauti d’osso risalenti a 35mila anni fa scoperti in Germania. Ma non sappiamo che tipo di musica venisse suonata con questi strumenti… ciò scoraggia i musicologi dal fare ipotesi. Il secondo è la chiusura culturale che la musicologia ha avuto verso le conoscenze delle discipline storiche. Il musicologo lavora su documenti scritti, l’etnomusicologo su culture esistenti. Nessuno si azzarda a fare ipotesi senza alcuna prova. È un modo di studiare tipicamente anglosassone: si rimane attaccati alle prove più palpabili ma si fanno poche ipotesi».

Qual è la tua opinione in proposito?
«Se posso, io sono ancora più audace di Grauer. Fare musica implica determinate capacità cognitive, per cui possiamo parlare di musica anche dove non ci sono manufatti a supportarne l’esistenza. Pensa, ad esempio, a un un nostro progenitore che migliaia di anni fa ha concepito una pietra tagliente bifacciale. Progettare e realizzare un simile manufatto implica il riuscire a concepire ragionamenti complessi, avere in testa un set di operazioni ben precise, un progetto e una finalità… Perché mai, quindi, un essere dotato di queste capacità progettuali e cognitive non avrebbe potuto fare anche musica?».

La tavoletta di Blombos

Cioè mi stai dicendo che era impossibile che un nostro progenitore capace di progettare utensili complessi non facesse anche musica…
«Ti faccio un esempio: hai presente le tavolette di Blombos? Un tesoro ritrovato in una grotta a 300 chilometri da Città del Capo negli anni Novanta. Oltre a vari manufatti (punte di pietra finemente lavorate, gusci forati per farne collane, N.d.R.) ci sono, appunto, due tavolette di ocra rossa incise con decorazioni geometriche risalenti a 75mila anni fa. Osservale: pensare ed eseguire incisioni così perfette che danno vita a figure geometriche è esattamente l’espressione di quanto sostenevo prima: per concepire un simile manufatto questi individui dovevano essere dotati di un principio combinatorio, su una base di linee astratte hanno creato il concetto di angolo per poi formare un rombo… Se 75mila anni fa erano capaci di questo, certamente potevano anche combinare un set di altezze musicali, cioè cantare e suonare delle melodie».

La genetica sta rivoluzionando l’idea che gli studiosi si erano fatti della diffusione dell’uomo e del suo sviluppo.
«Alcuni mesi fa ho letto un interessantissimo articolo pubblicato sulla rivista Internazionale, dove in sostanza si dice che sulle origini di Sapiens la scienza sta facendo passi talmente veloci che spesso studi e libri freschi di stampa sono già sorpassati. L’affascinante è che in pochi anni le lancette del tempo per lo sviluppo cognitivo dell’uomo si sono spostate indietro in modo drastico. Il DNA antico ha evidenziato molto altro, ad esempio che c’erano molti più gruppi di ominidi, alcuni più sviluppati di altri, gruppi che si sono formati, sviluppati, incrociati con altri, e poi estinti… l’unica cosa chiara è che le vecchie teorie sull’evoluzione umana sono fatalmente cadute. Dopo il libro di Grauer la storia dell’umanità è stata profondamente ridisegnata, soprattutto quando si parla di migrazioni».

Frame dal film di Werner Herzog “Cave of Forgotten Dreams” (2011)

Quindi non possiamo più sostenere un’evoluzione dalla pietra al computer!
«No, questi studi hanno sparigliato le carte. Non è più così chiaro come e quando sono avvenuti certi sviluppi cognitivi. Inevitabilmente anche la musicologia dopo 150 anni di certezze comincia a scontrarsi con l’evidenza. Dovremmo tutti guardare un docufilm illuminante su questi argomenti. Si tratta di Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog, pellicola sugli splendidi disegni trovati nelle grotte di Chauvet in Francia (tra l’altro, splendida la colonna sonora di Ernst Reijseger!). Disegni spettacolari fatti da mani esperte e da menti capaci di elaborare concetti moderni: vedi ad esempio il bufalo in corsa dipinto con molte zampe per simulare, come in un’immagine cinematografica, il movimento… In quel film c’è anche un accenno alla musica che è molto suggestivo. Quello attuale sulla ricerca dell’origine dell’uomo è un momento esaltante, una fase di sviluppo tumultuosa, anche frustrante perché non abbiamo ancora tante risposte, ma in sé straordinaria».

Veniamo a oggi: la musica che ben conosciamo secondo me ha subìto come una improvvisa decelerazione. Mi sembra che ci si appiattisca su modelli oliati senza cercare nuove frontiere, ovviamente le eccezioni ci sono sempre, ma sono poche…
«La musica oggi è frutto della globalizzazione del gusto. All’occidentale, però. Mi viene da pensare alla Cina, con cui intratteniamo rapporti continui. L’Occidente ha influenzato la musica pop e classica in Cina ma non sta succedendo il contrario. Ciò significa che un modello di gusto  occidentale si è imposto e uniforma altri possibili modelli, complice la tecnologia: gli strumenti a disposizione sono gli stessi in tutto il mondo e il mercato detta le sue regole globali. Questo inevitabilmente impone a chi è creativo sfide diverse. Il problema della musica oggi non è la qualità ma la possibilità di farla emergere. Il fatto, poi, che grazie alla tecnologia sono venuti meno gli intermediari (produttori, case discografiche, ecc) amplifica il problema.

Cioè una massificazione che si porta dietro una mediocrità costante?
«Non tanto una mediocrità, quanto uno scollamento dalla realtà. È una mia sensazione, ma rispetto ad altre forme d’arte, come il cinema, il teatro o la letteratura, la musica oggi mi sembra sia meno in grado di raccontare quello che siamo, le nostre inquietudini, le nostre insicurezze. Mi riferisco a tutti i generi, con l’eccezione forse dell’hip hop. Il cinema, ad esempio, racconta le domande che oggi si pone la nostra società, sa tradurle in forme artistiche anche innovative. È come se invece i musicisti fossero disconnessi dal mondo… in questo non vedo segnali di cambiamento a breve termine».

Perché i regimi hanno paura della musica?

Frame da Il “Grande Dittatore”, film di Charlie Chaplin (1940)

Le recenti elezioni in Bielorussia, dove il sessantacinquenne Aleksandr G. Lukashenko, al potere da 26 anni, s’è garantito la sesta rielezione, secondo osservatori internazionali e oppositori con brogli elettorali, intimidazioni, arresti e l’oscuramento del web, mi hanno fatto riflettere. Che rapporto c’è tra dittatura e musica? In effetti, quella della Bielorussia è l’unico regime totalitario rimasto nella cara vecchia Europa, almeno così sostengono convinti gli Stati Uniti. Ci sarebbe da discutere al proposito…

Non andiamo a invadere campi che non ci appartengono. Sul rapporto tra dittature e musica ci sono saggi su saggi, anche molto interessanti, soprattutto sul rapporto tra quest’arte e il Nazismo e Fascismo. La musica è troppo destabilizzante per chi deve detenere con pugno di ferro un potere fine a se stesso, con l’alibi del bene del popolo. È risaputo che il Nazismo, che predicava la purezza della razza e, dunque, anche delle maggior espressioni artistiche di un popolo, aborriva il jazz, musica di neri, inascoltabile per un orecchio predestinato alla perfezione, anche se nei campi di concentramento il jazz, per chi soffriva, era una ventata di resistenza. Il Fascismo aveva i suoi aedi, che hanno partorito canzoni decisamente imbarazzanti, intrise di quel semplicistico ornato di parole ridondanti, slogan da grande impero privi di contenuti… Poi sappiamo come sono andate (fortunatamente per noi!) le cose. Rileggetevi i testi di queste preziose perle trasposte in musica, da Faccetta Nera a Me ne Frego! a Vincere Vincere Vincere. Mi permetto la prima strofa di quest’ultima: Temprata da mille passioni La voce d’Italia squillò! “Centurie, coorti, legioni, In piedi chè l’ora suonò”! Avanti gioventù! Ogni vincolo, ogni ostacolo superiamo! Spezziam la schiavitù Che ci soffoca prigionieri nel nostro mar! Non vi tedio oltre.

Venendo a tempi più recenti, anche durante il ventennio di dittatura brasiliana, tanto cara al presidente attuale, Jair Bolsonaro, la musica è stata vista come un pericoloso nemico da combattere. Caetano Veloso, Gilberto Gil, Chico Buarque, ma anche il regista Glauber Rocha oltre a politici e sindacalisti, furono costretti all’esilio. Ascoltatevi Cálice di Chico Buarque e di quel geniaccio incredibile di Milton Nascimento (Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, De vinho tinto de sangue… Padre allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, di vino rosso di sangue…), oppure Alegria Alegria di Caetano Veloso, diventati must della musica popolare brasiliana (MPB). Di canzoni simbolo contro poteri e strapoteri anche nelle nostre democrazie ce ne sono molte. Pensiamo a The Revolution Will Not Be Televised (1971) di Gil Scott Heron (di cui vi ho già parlato in questo post) o a Imagine (sempre 1971) di John Lennon, ma anche a God Save The Queen (1977) dei Sex Pistols, a Rock in The Casbah (1982) dei Clash, a Sunday Bloody Sunday (1983) degli U2; e ancora, a Killing in the name (1992) dei Rage Against The Machine, a Idioteque (2000) dei Radiohead o a Psycho (2015) dei Muse.

Frame da “Psycho” – Muse

Torniamo a Lukashenko: la musica fa così tanta paura che l’apparato del governo si prende la briga di ascoltare e leggere tutto (come d’altronde faceva il Minculpop, nel periodo fascista, e fa ogni dittatura oliata) per poi mettere il “visto… si ascolti”. Molte canzoni sono state “tagliate” in modo pretestuoso: testi troppo banali, o non convenienti, o inneggianti alla violenza, non adatti al fiero popolo d’appartenenza… Ne sa qualcosa, per esempio, Siarhei Mikhalok, il frontman della band punk-rock Lyapis Trubetskoy (qui con Kapital) e l’altra da lui  sempre fondata, anarco-rock, Brutto (qui con Giri). Dopo un esilio dai palchi del suo Paese, Mikhalok è potuto rientrare quattro anni fa, apparentemente libero ma… guarda caso i concerti o non potevano tenersi, o venivano rinviati per qualche problema.

La musica fa davvero paura: scuote gli animi, fa riflettere, invita a guardare un altro mondo possibile.

E chiudo: noi, che abbiamo la fortuna di vivere in Paesi dove si può criticare anche aspramente senza il timore di sparire o venire arrestati o esiliati, sappiamo usare questo dono immenso che è la libertà? L’abitudine, spesso gioca brutti scherzi. Non dovremmo mai dimenticare Giorgio Gaber e la sua La Libertà: «La libertà non è star sopra un albero/ Non è neanche il volo di un moscone/ La libertà non è uno spazio libero/Libertà è partecipazione». Pensiamo ai tanti, troppi Lukashenko ancora in giro  – e brutalmente attivi – sparsi nel mondo, pensiamo alla nostra facilità d’espressione che, per ossimoro, troppo spesso diventa difficoltà di esprimersi, pensiamo alla musica, un’arte così immensa e forte da intimorire il forte di turno. Basta, la finisco qui.

Canzoni d’agosto, ecco cinque brani da ascoltare…

In questi giorni d’agosto visto che il lavoro inevitabilmente rallenta, mi sono rifugiato in montagna, sul massiccio del Grappa, in Veneto. Un buen retiro per pensare, leggere, ascoltare musica, guardare la natura, ricostruire un filo interrotto da mesi dove la parola “Covid” è stata pronunciata più di “Amore”, e “occupazione” non fa certo rima con “lavoro”. Dunque, divagazioni a parte, ho deciso di rendervi partecipi dei miei “ascolti” liberi, senza prevenzioni di sorta, perché la musica in fin dei conti è questo, libertà di ascoltare, di costruirsi dei mondi sonori, di farsi suggestionare, di viaggiare tra generi e artisti… conoscenza allo stato puro.

Inizio con cinque canzoni. Sono brani che sto mettendo in cuffia in questi giorni. Eccetto uno, il primo, un singolo di Billie Eilish pubblicato il 30 luglio scorso, sono contenuti tutti in album  degni di nota, pubblicati recentemente. C’è il sound essenziale e alternativo di Eilish, appunto, il rock new deal, essenziale e irriverente dei tre Dehd, la conversione di una popstar che – ammetto – pochissimo consideravo, con un album davvero ben confezionato e di spessore, Taylor Swift, le melodie psichedeliche dei Khruangbin, un altro trio, e, infine, l’immarcescibile Rufus Wainwright con You Ain’t Big, dal suo Unfollow the Rules.

Veniamo al dunque!

1 – My Future – Billie Eilish Sulla diciottenne artista losangelina avevo scritto uno dei miei primi post del blog. Dopo aver vinto quest’anno cinque Grammy, gli Oscar della musica, tra questi i cosiddetti Big Four, miglior canzone (Bad Guy), miglior album (When We All Fall Asleep, Where Do We Go?), miglior registrazione dell’anno e miglior cantante esordiente, la ragazza, con il fratello Finneas, suo alter ego, attore, produttore e musicista, ha messo a disposizione questo nuovo brano, scritto in periodo di lockdown (e sempre lì si ritorna…). Bello anche il video, dove Billie è in versione “anime”. Cercare di innamorarsi in tempo di clausura, ma non di qualche persona, bensì del proprio futuro. Questo il significato del brano: «’Cause I, I’m in love with my future, Can’t wait to meet her. And I, I’m in love, But not with anybody else, Just wanna get to Know myself»…

2 – Exile – Taylor Swift Come ha ben scritto Tgcom24.it la trentenne artista americana ha battuto ogni record con il nuovo Folklore, album decisamente bello e altrettanto diverso dai precedenti. A 30 anni, si sa, si inizia a vedere la vita in altro modo. Taylor ha cercato preziose collaborazioni nel circuito della musica indie Usa, come Aaron Dessner dei The National Justin Vernon (aka Bon Iver), musicisti come Jack Antonoff, ex chitarrista dei Fun, e tal William Bowery, nome quest’ultimo sconosciuto, probabilmente inventato per nascondere un altro artista. Un po’ di pepe non fa mai male, soprattutto quando tra i fan si accendono interminabili discussioni: c’è chi dice sia Ed Sheeran, chi Lorde (grande amica della Swift), chi addirittura Joni Mitchell, una delle fonti di ispirazione della popstar, o Lana del Rey… Discussioni che mi appassionano poco, ma siccome William Bowery ha scritto con Taylor la splendida Exile, interpretata con Bon Iver, un po’ di curiosità viene naturale…

3 – Loner – Dehd Il trio indie-rock di Chicago composto da Emily Kempf (basso e voce), Jason Balla (chitarra e voce) ed Eric McGrady (batteria) ha pubblicato a metà luglio un album davvero interessante e per certi versi singolare, nella – piuttosto piatta – scena rock di questi ultimi anni, Flower of Devotion. Come ha scritto Bandcamp, recensendo il disco: «An album for remembering the revitalizing feeling of inhaling fresh air – the aural equivalent of a gleam of hope». Anche Pitchfork ha detto la sua, ovviamente in positivo, mettendolo tra i Best Album Rock perché: «Dehd look you straight in the eye, sing you something discomfitingly simple and sincere». Strumenti essenziali, pochi ricami ma tanta passione…

4 – So We Won’t Forget – Khruangbin Un altro trio, composto da Laura Lee, basso, Mark Speer, chitarra, e Donald Ray “DJ” Johnson Jr, batteria, per un album, Mordechai, di bell’ascolto. Come assaggiare un buon vino estivo, che ne so, un bel rosato, frizzantino, dai sentori di pesca e frutta matura, beverino. Così è l’ultimo lavoro della band texana. Una nota di freschezza e spensieratezza per questa strana estate di questo strano anno bisestile. C’è world music, soul, psichedelia anni Settanta, insomma divertimento e relax…

5 – You Ain’t Big – Rufus Wainwright Il 47enne artista newyorkese naturalizzato canadese ha pubblicato il suo ultimo disco, Unfollow The Rules nell’aprile di quest’anno. Dentro c’è il “Rufuspensiero”, ossia quelle melodie pop sdolcinate che tanto piacciono ai suoi fan, ma anche esibizioni della sua bella voce in assoli da manuale. Tra i 12 brani di questo percorso a ritmi alternati ecco la giocosa You Ain’t Big, sound anni Sessanta, per una cavalcata nella pancia d’America, nelle storiche contraddizioni di un Paese, bianchi felici e neri in manifestazioni di protesta. Quanto mai attuale visto quello che è successo con George Floyd (proprio ieri è stato diffuso il video intero dei suoi ultimi attimi di vita) e le manifestazioni che sono seguite… Ironica e apparentemente sbarazzina. Ben riuscita!

Alessandro Gottardo: musica e disegno? L’arte primordiale

Alessandro Gottardo (Shout) – Foto di Nicola Boccaccini

Musica e fumetto. Musica e graffiti, Musica e illustrazioni. Sembra un’attrazione fatale, arte su arte, a comporre il puzzle perfetto. Complementari – se si pensa bene, come fa notare Alessandro Gottardo, aka Shout, classe 1977, friulano di nascita e milanese d’adozione, famoso quanto talentuoso e creativo illustratore che collabora con testate prestigiose, da Time a The New Yorker – musica e disegno insieme da sempre, in quanto “arte primordiale”. Ho fatto una lunga chiacchierata con Alessandro proprio su questo tema, apparentemente semplice, in realtà molto sfaccettato.

Perché, se la “banana” di Andy Wharol per la cover dei The Velvet Underground & Nico è storia, come le centinaia di comics pubblicati in tutto il mondo sulle avventure e canzoni dei Beatles, le illustrazioni che accompagnano gli album di artisti e rockstar oggi sembrano meno incisive, anzi, poco interconnesse. Insomma, operazioni piuttosto “fredde”. Non sono tutte così, ovvio, a generalizzare non si fa mai un buon servizio, ma quel famoso “matrimonio perfetto” sembra aver perso slancio e creatività… Certo è che l’uso delle illustrazioni “graffitate” sono sempre più frequenti per arricchire singoli pezzi e album urban. Anche un certo cantautorato “colto” ritorna alle illustrazioni, vedi il video illustrato da Clelia Catalano per Mammut, nuovo brano del romano Gimbo…

Musica e disegno (fumetto, graffiti…) da sempre si attraggano. Perché?
«Mia figlia, che ha 3 anni, da quando è nata disegna e balla. Come tutti: fin da bambini il disegno e la musica sono le cose che impariamo per prima e quasi in contemporanea. Mi piace pensare che la connessione tra le due arti sia, quindi, primordiale».

Le cover accese dei Gorillaz, l’uso dei graffiti nel mondo rap, le astrazioni dei Depeche Mode e, ancor prima, Beatles (protagonisti di centinaia di fumetti in tutto il mondo) e Pink Floyd: l’immagine racconta la musica, è un’anteprima di quello che si troverà nell’album, o sono solo vezzi, mode?
«C’è stata una corrente di copertinisti negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso che hanno fatto storia. Penso a Milton Glaser, Andy Wharol o Alton Kelley, ma di esempi ce ne sono davvero tanti. L’arte della cover rappresentava non solo la musica contenuta nell’album ma anche il momento storico in cui quell’album e quella musica nascevano. Non erano sicuramente vezzi, ma un matrimonio, e spesso felice. Pensiamo alla banana di Wharol appunto, o alla linguaccia di John Pashe. I Grateful Dead testimoniavano con la loro musica la scoperta dell’LSD, il suo impatto nelle loro vite. La psichedelia e tutto il movimento culturale che ne è derivato poi esplodeva nelle copertine di Kelley. Da noi c’è stato Andrea Pazienza che ha firmato molte cover, penso, ad esempio, a quelle di Roberto Vecchioni (Montecristo, Il Grande Sogno, Vorrei…) o della PFM (Passpartu). Oggi gli esempi sono più rari, credo si sia persa la volontà di produrre arte dentro e fuori il disco. La cover dei Gorillaz ha delle caratteristiche, in chiave pop, che ricordano le grandi collaborazioni del passato tra musica e arte, ma meno nobili, mi pare. Chi usa l’arte oggi nelle cover degli album lo fa principalmente come operazione di marketing. Non penso ci sia più la volontà di fare un progetto artistico a 360 gradi».

“Pace”

Tornando a musica e disegno: sono un’unione “naturale” o “forzata”?
«È naturale, sicuramente. Come dicevo in risposta alla tua prima domanda è qualcosa che abbiamo dentro, e non importa se uno ha attitudine al disegno o alla musica, se uno ha talento o meno. Il fatto di poter godere di un bel disegno o di una bella musica, nel vederlo, nell’ascoltarla o nel praticarla, a prescindere dal risultato finale, è qualcosa che appartiene a tutti fin da bambini».

Che rapporto hai con la musica? Quale ti piace?
«Mentre lavoro ascolto molta musica jazz. Musica strumentale, Bill Evans, Ornette Coleman, Miles Davies, John Coltrane e così via. Talvolta la alterno alla musica elettronica: Nils Frahm, Jonny Greenwood, Olafur Arnalds. Per il resto, quando non lavoro sono abbastanza onnivoro, anche la musica classica mi piace, Mahler in particolare. Quella che non ascolto è la musica pop contemporanea mentre ogni tanto qualche vecchio pezzo del pop anni ’70 non mi dispiace».

Hai brani o artisti “tuoi” che ti accompagnano nel tuo lavoro?
«Ho delle playlist sì, le ho composte con Spotify. Jazz, Classica, Elettronica, Funk, Bossa Nova, R&B e via dicendo… ma sicuramente la compilation Jazz è quella che ascolto di più, tutti i giorni. Un pezzo che potrei ascoltare all’infinito è Take five dei The Dave Brubeck Quartet, così come Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davies e Naima di John Coltrane».

“Il Mestiere di Scrivere”

Hai disegnato molte cover di dischi? Ricordo la girella di liquirizia dei Santa Margaret…
«Sì, esatto, ho collaborato con Stefano Verderi e Angelica Schiatti. Stefano aveva in mente proprio quello di cui parlavamo prima, voleva un progetto a 360 gradi, musica e arte a braccetto a rappresentare una cosa unica. È stata una collaborazione bella anche dal punto di vista umano. Poi ho collaborato con Paolo Fresu a un paio di cover, LP e CD. In quei due casi erano riadattamenti di miei lavori d’archivio. Non erano stati fatti originalmente per Paolo, ma sicuramente, dato il mio amore per il jazz, è stata una collaborazione che mi è piaciuta molto. Per di più ero fan di Fresu ben prima di lavorarci insieme. È stato bello ritrovarsi in quelle due occasioni. Poi ho realizzato alcuni poster di festival musicali. Se in futuro capiteranno altri LP da illustrare ne sarò felice, ma penso che ora le dinamiche di marketing vogliano in copertina la cosa che ha più potenzialità di far vendere il disco che, nove volte su dieci, è la faccia del musicista».

A proposito di Paolo Fresu: ti ha coinvolto in un progetto che sta preparando per il decennale della Tǔk Music, la sua casa discografica…
«Ho contribuito alla preparazione di un docufilm prodotto da Ferdinando Vicentini Orgnani e Roberto Minini Merot, che Fresu presenterà al JazzMI a novembre. Nelle intenzioni di Paolo si tratta di un racconto corale fatto dalle tante voci che hanno collaborato negli anni con la sua etichetta, musicisti, illustratori, artisti visivi, grafici, videomaker, uffici coordinatori, agenti, uffici stampa. Insomma, proprio tutti, un puzzle fatto di musica, arte e green…».  

La copertina di Time – “Space”

Cosa rappresenta per te l’illustrazione? La tua è una narrazione apparentemente semplice, in realtà, piuttosto complessa… spinge il lettore a “impegnarsi” su più piani di lettura…
«Tempo fa su Post.it scrissi nel mio blog (che però ora ho chiuso) da dove veniva la mia passione per la narrazione. Soprattutto da adolescente, questa mi ha salvato. Mi riferisco a quella letteraria. Ero un tipico adolescente insicuro, afflitto dall’acne giovanile che la viveva molto peggio di quanto non fosse in realtà. Mi rifugiai nei libri. Pensai: “non può essere tutto solo forma. Non posso essere condizionato dal mio aspetto”. Il primo libro che affrontai con questo stato d’animo fu Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde, non penso vi sia un romanzo migliore di quello per un 15enne che affronta una crisi adolescenziale legata al proprio aspetto fisico. Poi ho letto tutto Kundera, da Immortalità in poi, quindi Goethe, Schnitzler e molti, molti altri. Al punto che, a 20 anni, mi iscrissi anche a dei corsi serali di scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Facevo avanti e indietro da Milano due volte la settimana, tornavo che era quasi mezzanotte. Ricordo il freddo delle giornate di febbraio, la fame perché saltavo i pasti, e la stanchezza dell’andare avanti e indietro, ma fu un periodo meraviglioso. Capii che scrivere era un lavoro complesso per la quale non avevo abbastanza talento, ma realizzai che avrei potuto comunque raccontare storie tramite i miei disegni, dove di talento ne avevo a sufficienza. Fu così che diventai illustratore. Per rispondere alla tua domanda, per me l’illustrazione rappresenta il mezzo per raccontare una storia con un unica immagine».

Perché hai scelto di chiamarti “Shout”?
«Era il titolo di una mia illustrazione per un nuovo portfolio di immagini realizzato nel 2005. Non c’è un motivo, suonava bene, volevo dare una svolta al mio linguaggio illustrativo e ho scelto di presentarlo con uno pseudonimo di modo che non si confondesse con ciò che avevo fatto sino ad allora e che firmavo con il mio nome vero».

“Prima”

Ancora sul tuo lavoro: perché secondo te l’illustrazione nella stampa non è tenuta così in considerazione in Italia, mentre è un valore aggiunto nei Paesi anglosassoni? Vedi The New Yorker, NYT, Monocle
«Bella domanda. Faccio questo mestiere da 20 anni, produco circa 200 illustrazioni all’anno ma non con l’Italia… A dire il vero alcuni miei colleghi lavorano molto con il nostro Paese, io invece ho fatto una scelta esterofila già nel lontano 2003, dopo le prime esperienze con alcuni periodici italiani e dopo dei lavori mal pagati e mal capiti. Una volta trovata l’America, non mi sono più voltato indietro e non ho fatto nulla per promuovere il mio lavoro da noi. Per cui, magari, è anche colpa mia. In ogni caso ho una teoria: l’illustrazione, a differenza del fumetto  o delle vignette, è l’arte commerciale che si avvicina di più all’arte tradizionale, e proprio per questo motivo, come succede quando con il digitale tenti di replicare un volto umano realistico, più ti ci avvicini alla verosimiglianza più ti disturba. Nel nostro paese chi osserva un’illustrazione fa fatica a incasellarla e questo la rende dimenticabile. O è Arte o è nulla. Per cui penso sia un’arte non capita. Io, per esempio, non vivo il mio lavoro come un’arte ma come un mestiere. Forse basterebbe non prenderla troppo sul serio, accettarla per quello che è, non è fumetto, non è vignetta, non è Arte, è illustrazione. È arte commerciale che richiede molta creatività».

“Tourette”

Dunque, cos’è per te l’arte? In alcune interviste hai detto che non ami definirti un artista. Perché? Mi riallaccio alla musica: secondo te è sempre e comunque arte?
«Sai, ritengo che dal momento in cui realizzi un lavoro a pagamento, su commissione, l’onestà intellettuale alla base del lavoro che stai eseguendo è già stata viziata. Meglio, quindi, mettere da parte l’idea di fare arte e, semplicemente, fare il bravo professionista, che è cosa comunque degnissima a mio avviso. Ammiro chi fa il proprio lavoro bene, qualunque esso sia. Alcuni mi hanno replicato: “E gli artisti rinascimentali, allora? Lavoravano su commissione!”… Ho risposto: “Vuoi davvero paragonare un artista rinascimentale che lavorava su temi religiosi di straordinaria importanza con un’illustrazione sull’articolo scritto da “tal dei tali” sul New Yorker?”. All’epoca gli artisti dipingevano tutti le stesse cose, i temi erano i medesimi, solo che ognuno li interpretava a suo modo. Nella religione troviamo i temi più alti per un artista, e cioè,  la vita e, soprattutto, la morte. Io ho illustrato articoli sul diritto all’eutanasia ma non direi che è la stessa cosa. Venendo alla musica: non è sempre arte, così come non lo è sempre un dipinto. Una volta ho sentito Philippe Daverio dire che l’arte è tecnica più poesia, se manca l’uno o l’atra cosa allora non è arte. Idea assolutamente condivisibile, che poi è un concetto dell’arte che deriva dagli antichi greci. Per me l’arte, più in generale, è il nostro punto di vista, una nostra opinione, scevra da qualsiasi condizionamento esterno (penso al denaro, alla fama o all’approvazione), espresso tramite una forma d’arte che possa essere condivisa con gli altri. A mio avviso, non ha importanza se l’opinione espressa sia particolarmente originale o illuminata, l’importante è che sia un’opinione sincera. Alla base ci deve essere l’onestà intellettuale di voler dire qualcosa che sia autenticamente importante per noi. Poi, è chiaro che non tutto può essere salvato dalle generazioni che verranno. C’è arte che sopravvive e arte che verrà dimenticata. Molta viene dimenticata, poca sopravvive. Ma chi produce Arte non se ne deve preoccupare».

Mario Mariani: la musica come ricerca del proprio cuore

Mario Mariani -Foto Gloria Mancini

Cominciamo con un acronimo: V.I.T.R.I.OL. Che sta per Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem, Ispeziona l’interno della terra, operando con rettitudine troverai la pietra nascosta. Acronimo comparso agli inizi del Seicento in un trattato di alchimia e mutuato anche dalla massoneria: lo si trova inciso nel gabinetto di riflessione, dove gli iniziandi sostano prima del rito di affiliazione. Penserete che sia impazzito di colpo, magari fulminato sulla via dell’esoterismo…

L’acronimo ha catturato la mia attenzione perché è anche il titolo di un disco in uscita l’11 luglio. L’autore è Mario Mariani, musicista, compositore, concertista, pianista di 49 anni, nato a Pesaro. È tutto fuorché mainstream, aperto alla sperimentazione, fuori dal coro ma talmente dentro il suono da dedicare la sua vita alla sperimentazione di un unico strumento, il pianoforte. Che usa non solo pigiando i tasti ma divertendosi con palline da tennis, frullini montalatte, catene, in modo da ottenere suoni simili a xilofoni, calvicembali, scratch da consolle… Per capire ciò di cui sto scrivendo andate a vedervi il personalissimo curriculum vitae dell’artista e vi renderete conto immediatamente…

Anche qui, niente di nuovo, non voglio presentarvi l’inventore di un genere, ma il modo in cui certi artisti – e lui è uno di questi – ricercano una propria espressività, ricavando nuove forme armoniche che possano dare un senso non omologabile al loro lavoro. Banalmente: essere se stessi, qualità rara nel continuo orientarsi all’appiattimento musicale e ai conseguenti facili guadagni…

Torniamo a V.I.T.R.I.O.L.: l’album ha una storia lunga dieci anni. Un lavoro fatto per tre quarti dentro una grotta sul monte Nerone nel 2010 e per il restante nello studio di Mariani a Pesaro, quest’anno, durante il lockdown. Un lavoro con un filo di Arianna che corre e serpeggia dalle viscere della terra fino alla città di Gioachino Rossini.

È un album molto particolare, sperimentale e spirituale allo stesso tempo. Com’è nato?
«È iniziata come una sorta di provocazione sociale. Nell’estate del 2010 mi sono ritrovato senza una pianificazione di concerti. Ero stanco, costi assurdi, difficoltà a non finire con organizzatori, teatri, burocrazia. Ho deciso di fare qualcosa senza quelli che io chiamo gli “intermediari ostacolanti”. Ed è nata così l’idea di rinchiudermi nella Grotta dei Prosciutti sul monte Nerone, luogo dove ho una casa, con un pianoforte a coda, un computer, un pannello fotovoltaico e una tenda in cui passare un mese della mia vita a comporre e suonare per chi avesse desiderato ascoltarmi. La mia provocazione, mutuando le parole del Vangelo, è stata: “È più facile portare un pianoforte a coda in una grotta che non su un palcoscenico”».

È stata un’operazione laboriosa?
«Ne ho parlato con l’allora sindaco di Piobbico che ha aderito con entusiasmo. Ottenuto il benestare dell’amministrazione comunale, ho contattato un falegname che ha costruito la custodia per il pianoforte. La stessa, poi, mi è servita per montarci dentro la tenda dove ho dormito. Una squadra di volontari e amici mi ha aiutato nell’impresa: portare lo strumento in questa grotta a circa 450 metri dal rifugio Corsini più o meno a 1100 metri d’altezza».

Sei stato chiuso dall’11 luglio all’11 agosto del 2010. Come passavi le tue giornate?
«Suonavo, componevo, registravo quello che usciva dalla mia testa. Mano a mano che procedevo sentivo che il suono era simile alle pietre che mi circondavano. Lì dentro tenevo anche concerti: da me sono passate un migliaio di persone, ed è stata una bella esperienza. Mi sentivo come Maurizio Montalbini, ti ricordi il sociologo e speleologo che faceva esperimenti di sopravvivenza? Qui sul monte Nerone è stato chiuso per 366 giorni nel 1992… Non so rispondere sul perché l’ho fatto, forse, vivendo in questo luogo, volevo lasciare un segno artistico a contatto con la natura».

Mario Mariani tiene un concerto nella Grotta dei Prosciutti sul Monte Nerone – Foto L. Angelucci

E da questo eremitaggio voluto cos’hai imparato?
«È stata un’esperienza che mi ha lasciato un segno importante. Ho vissuto un mese senza gli obblighi del “consorzio civile”, senza soldi, guardando all’essenziale… in un mese mi son fatto quattro docce usando una mangiatoia delle mucche e un secchio… Ho imparato che i sogni si possono realizzare».

Quindi quest’album, a partire dal titolo, è una sorta di viaggio introspettivo di purificazione e ricerca?
«Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem lo interpreto come un cammino nel nostro inconscio tormentato. Dobbiamo ripulirci dalle cose inutili per arrivare alla nostra essenza, il nostro cuore. Le composizioni le potrei definire “istantanee trasnpersonali”. Riascoltandole dopo ho sentito che mancava qualcosa. Così, una volta finita l’esperienza, l’ho lasciata decantare. Nel frattempo sono usciti altri quattro album. Lo scorso anno sono ritornato in quella grotta per registrare il rumore all’interno. Ho campionato il riverbero dell’ambiente».

Poi è arrivato il lockdown…
«Un’altra chiusura. La mia prima reazione è stata di rabbia per come siamo arrivati a questa quarantena, ho perso anche degli amici, Pesaro è stata una città molto colpita dalla pandemia, poi ho pensato che a dieci anni dalla mia reclusione volontaria, una quarantena obbligata era l’occasione per chiudere un percorso e dare un senso compiuto al mio lavoro. Così ho finito il disco usando il riverbero della grotta campionato in precedenza sui nuovi brani».

Mario Mariani – Foto L. Angelucci

Tu sei un “one man band”, componi, suoni, fai il fonico, il manager di te stesso, registri, produci
«Mi considero un incrocio tra un uomo rinascimentale (sempre desideroso di sapere) e un hacker che viola il “sistema pianoforte”, penetra nel suo interno accedendo alle enormi possibilità della tavola armonica e delle corde. Il tasto è una semplice leva che dà impulso a un martelletto che batte sulla corda. Io cerco di entrare nello strumento, farne uscire suoni diversi. Il frullino montalatte a contatto con la corda provoca un suono che ricorda il mandolino, con le biglie ottengo un effetto bending, le catene sulle corde riportano il pianoforte al suo antenato clavicembalo… Ciò non vuol dire che suono sempre da solo. Mi piace molto lavorare con le orchestre, gli ensemble. Faccio anche “finta” di suonare jazz e un certo tipo di rock, il progressive, genere che ho ascoltato tanto».

La tua è comunque una formazione classica…
«Vengo da lì, ho frequentato il conservatorio Rossini a Pesaro, d’altronde calpesto ogni giorno lo stesso suolo che ha calpestato il maestro oltre due secoli fa… Essendo un “solitario” la musica l’ho sempre vissuta come la mia ancora di salvezza fin da piccolo. A 25 anni mi sono dedicato alla composizione, ho composto per due volte la sigla per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nel 1999 e nel 2005, oltre ad altre musiche per spettacoli teatrali e televisivi. Tengo anche workshop di creatività musicale, dove invito i musicisti a chiudere gli spartiti e a tuffarsi nell’improvvisazione lasciandosi guidare dalle solide basi costruite con lo studio, che vengono fuori spontaneamente…».

Che musica ti piace ascoltare?
«Apprezzo molto Frank Zappa, un grande musicista. Ha una discografia immensa e mai banale. È l’unico artista che ha coniugato la musica sinfonica con il rock. La sua estetica si rifà a Stravinskij. Poi ascolto volentieri John Zorn, improvvisatore, compositore ed eccellente musicista e Keith Jarret».

Con quale pianoforte suoni?
«Uno Steinway&Sons del 1906 restaurato. Uno strumento splendido».

Sul monte Nerone tutti gli anni organizzi un festival…
«Si chiama il Teatro Libero del Monte Nerone, quest’anno sarà dal 31 luglio al 3 agosto. Un festival dove vengono rappresentate tutte le arti e gli artisti improvvisano, creando una comunità con il pubblico: si cena insieme, si fanno attività olistiche e performance collettive. Una sera abbiamo letto un libro intero passandolo tra tutti i presenti. Il festival è diventato un punto di riferimento per la zona, attraendo anche un pubblico internazionale».

Gianluca Lalli: così insegno ai bimbi ad amare la musica

Gianluca Lalli

Oggi vi voglio raccontare una storia. Una bella storia, che ha a che fare con le favole e la musica. Un argomento non nuovo, se ne parla da decenni, però, una storia è una storia, soprattutto se il personaggio principale è un musicista, scrittore e regista che da anni si occupa di diffondere tra bimbi, adolescenti e ragazzi un modello di scrittura non banale su cui aggiungere una melodia. Lui si chiama Gianluca Lalli, ha 44 anni, è marchigiano, di Colle d’Arquata, piccola frazione di Arquata del Tronto, provincia di Ascoli Piceno.

È un cantautore, di quelli “impegnati” avremmo detto negli anni Settanta. Non a caso ha collaborato con il bolognese Claudio Lolli (ve lo ricordate? Ho visto anche degli zingari felici, Aspettando GodotBorgesia…) mancato nell’agosto di due anni fa. Nel 2005 ha vinto il premio Rino Gaetano, a cui poi ha dedicato una canzone e anche un docufilm, titolati entrambi Rino, nel 2019. Per completarne il profilo artistico, nel 2013 il video del suo brano Il lupo vince il premio Hard Rock Café nella sezione video musicale alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. In più Lalli è un educatore, di formazione e anche di professione, anche se la musica resta il suo interesse primario. Dopo il terremoto del 2016 che ha raso al suolo il paese dov’era nato e cancellato casa sua, oggi vive a San Benedetto del Tronto.

Mi ha catturato l’attenzione perché sta pubblicando (sarà disponibile a fine estate) un nuovo album, Favole al telefono (qui un’anteprimatratto dall’omonima raccolta di racconti del 1962 di Gianni Rodari. Favole che sono per piccoli ma anche per adulti, come del resto tutta la letteratura dello scrittore di Omegna: la sua bravura stava proprio nel riuscire a raccontare la stessa storia disponendola su più piani. Quest’anno, il 23 ottobre, si celebrano i cento anni dalla sua nascita.

 

Perché un disco dedicato a Rodari?
«È un lavoro che viene da lontano, dalla lunga esperienza acquisita grazie al laboratorio di scrittura creativa che da anni porto nelle scuole, Il Cantafavole, dove Rodari ha un posto fisso. Il disco è un omaggio a questo grande scrittore e alla sua fantasia. Ho sottoposto il progetto alla famiglia Rodari e ho avuto un felice riscontro. In realtà l’album sarebbe dovuto uscire prima dell’estate, e in questi mesi sarei dovuto stare in giro per l’Italia a promuoverlo. Ma il virus ha scombussolato tutto…».

Raccontami del Cantafavole
«È un progetto didattico, un laboratorio di scrittura creativa che porto in tutte le scuole, pubbliche e paritarie: ovunque vogliano chiamarmi, io arrivo! Sono molto soddisfatto, anche perché, lo dico spesso, mi pagano per imparare».

Ovvero?
«I bambini hanno una grande fantasia. Da loro si apprende molto. Danno delle risposte incredibili perché la loro è un’autenticità senza filtri e una fantasia senza freni. Lo vedi durante il laboratorio che dura quattro ore: prima leggo la favola, poi la metto in musica, con la chitarra. Stanno attenti quando leggo e battono le mani a tempo quando suono. Poi si passa al laboratorio vero e proprio: li divido in gruppi di cinque o sei, ogni gruppo deve provare a scrivere una quartina di canzone in base a quello che hanno ascoltato. Lavorano sulla storia ed è incredibile vedere cosa nasce in quel momento, escono delle rime mai scontate. Quindi, scelgo le migliori quartine, le musico e, a fine lezione, cantiamo la canzone tutti insieme».

Per il tuo disco hai scelto otto favole dal libro di Rodari e le hai trasformate in versi e note.
«Delle 70 favole del libro originale ho scelto quelle che colpivano di più la fantasia dei ragazzi, come Il Paese dei Bugiardi, o Il Giovane Gambero, quello che a dispetto delle convenzioni, s’era messo in testa di poter camminare in avanti invece che all’indietro, o, ancora, La strada che non andava in nessun posto…».

Prepari anche laboratori per i ragazzi delle medie e liceali…
«Con i primi, integro i laboratori con testi più complessi, come La Fattoria degli animali o 1984 di George Orwell, per citare un autore. Assieme al mio violoncellista, che è anche un appassionato studioso di storia, raccontiamo e contestualizziamo le grandi distopie del Novecento. Per i secondi abbiamo messo a punto altri progetti, come Letteratura in Musica, dove trattiamo gli Scapigliati, Arrighi, Boito, Olindo Guerrini…».

Raccontami di Rino Gaetano.
«È sempre stato uno dei miei autori preferiti. Quando ho vinto il premio a lui dedicato, è stato un momento magico. Con il mio docufilm volevo rendergli la giusta dignità, come uomo e come artista, anche se la famiglia non ha particolarmente gradito. Gaetano veniva da Crotone, io da una minuscola frazione marchigiana di carbonai. Zone rimaste indietro nel tempo, paesi che ci hanno accomunato… per questo le sue canzoni, cariche di ironia e denuncia sociale, sono parte di me».

Oltre alle scuole, usi la musica anche in altre situazioni…
«Un lavoro che mi ha appassionato l’ho fatto nella città dove risiedo, San Benedetto del Tronto, con gli ammalati di Alzheimer in un centro diurno. L’ho chiamato La Musica contro l’Alzheimer. Sono stati mesi intensi, dal settembre 2019 a febbraio di quest’anno. Andavo ogni giorno e facevo cantare gli ammalati. Dopo molti tentativi, nonostante i loro corpi abbandonati a se stessi, smarriti, ho visto dei risultati: iniziavo a cantare e notavo che, poco a poco, le loro labbra si muovevano… cantavano! Un’emozione fortissima».

Musica e libri… come ti sono venute queste passioni?
«A Colle, pochissimi abitanti, tutti, eccetto mio padre che lavorava in un’azienda edile, erano lavoratori autonomi, qui c’era la tradizione della produzione del carbone. Finita la scuola, avevo del tempo libero visto che non dovevo lavorare in famiglia. Così passavo il tempo a leggere. Ho letto tanto e di tutto. La musica, all’inizio la odiavo: colpa del flauto che ci insegnavano a scuola! A 18 anni ho scoperto la chitarra e da lì è partito tutto… Poi, se mi chiedi cos’è per me la musica, posso solo risponderti che è un qualcosa che mi colpisce al punto da stordirmi. La musica non fa parte del mondo razionale: e questo, per una persona curiosa, è il massimo!».

Festa della Musica, con un po’ d’amaro in bocca

Oggi, primo giorno d’estate, dovremmo essere tutti felici, giù per le strade a celebrare la Festa della Musica. Da quando è nata in Francia, nel 1982, legata al solstizio d’estate, sotto l’egida di Jack Lang, allora Ministro della Cultura, nel corso degli anni s’è diffusa in tutto il mondo. Nell’intento degli organizzatori c’è l’idea di sempre: portare la musica, qualunque essa sia, gratuitamente per le strade, per regalare e condividere le gioie del pentagramma.

Dove c’è musica, c’è vita, ci sono emozioni. E fino a qui ci siamo. E non sarò certo io a rovinare nel mio piccolo questo bell’appuntamento. Anche perché quest’anno la Fête de la Musique ha un’altra valenza, è una sorta di 25 aprile, una liberazione da un inverno/primavera d’oppressione, duro da dimenticare. Le abbiamo vissute tutte, i flash mob, gli applausi (meritati) ai medici e infermieri, le session di musica e canto dai balconi, piccoli palchi monouso, gli streaming di artisti più o meno famosi. Ora che proprio liberi non siamo, visto che l’invisibile tiranno ancora incombe anche se con molta meno furia, avere a disposizione una giornata dove divertirsi è un imperativo assoluto.

Paolo Fresu stasera dalle 20 sarà in diretta streaming dal sito della Festa della Musica e su quello della Rappresentanza Italiana della Commissione europea dal parco Valle dei Templi di Agrigento per una notte di festa e di ricordo, in onore di Ezio Bosso, dal titolo Altissima Luce – Laudario da Cortona, concerto jazz con incursioni classiche insieme con il bandeonista Daniele Bonaventura. Con loro, il contrabbassista Marco Bardoscia, il batterista Michele Rabbia e l’Orchestra da Camera di Perugia. Il mitico trombettista dice parole sante: «In un periodo in cui eravamo tutti confinati nelle nostre case per via di un nemico invisibile, la musica ci ha permesso di affacciarci alla finestra e di sentirci per un po’ liberati. Oggi più che mai la musica è di tutti. La musica dovrebbe essere nelle nostre case, nei nostri cuori, nelle nostre vite. Tutti i giorni. Tutti dovrebbero essere in grado di leggere una partitura perché la musica è condivisione, è capacità di tendere la mano verso il prossimo».

Sarà l’ultimo disco in cuffia – Rough and Rowdy Ways, di Bob Dylan uscito un paio di giorni fa – con le sue ballate blues intrise di ricordi ed emozioni, sarà che non ho ancora digerito questo 2020 bisestile (pizzico necessario di superstizione), ma io vorrei che questa giornata di gioia, canto e note si trasformasse anche in un impegno: festeggiamola pure la musica ma senza dimenticarci di chi la musica la fa e con la musica ci vive.

Mi sono preso a cuore una piccola, grande battaglia. Grazie a questa, ho conosciuto persone splendide, tutte maestranze dello spettacolo. Figure necessarie per diffondere la musica, dalla festa di paese al mega concerto nello stadio San Siro, per intenderci. Per mesi non hanno visto un euro, tutti “tengono” famiglia. Invece di aspettare passivamente gli eventi stanno lavorando per loro stessi, cercando di far conoscere l’altra faccia dello spettacolo, quella invisibile ai più, ma preziosa tanto quanto il frontman idolatrato che suona davanti a migliaia di spettatori.

Lo spettacolo deve continuare, e continuerà. Il problema sarà: come? Come si entrerà in un teatro o in un’arena al di là delle disposizioni dei decreti governativi, come verranno fatti i contratti per turnisti, star, fonici di palco, fonici di sala, addetti alle luci, mediaserver, scaff, rigger… e l’elenco è ancora lungo. Rolling Stone, edizione americana, un paio di giorni fa ha sganciato una piccola bomba: in poche parole, Live Nation, la più grossa azienda organizzatrice di eventi dal vivo in Usa, complice la pandemia e la crisi economica conseguente, vorrebbe trasferire il rischio d’impresa sugli artisti. Qualche esempio? Se un concerto viene cancellato per la scarsa vendita di biglietti, l’azienda rifonderà gli artisti, a titolo di garanzia, il ​​25% del cachet concordato (invece del 100 per cento che i promotori sono tenuti a pagare). E ancora: se un artista annulla un’esibizione in violazione dell’accordo, questi dovrà rifondere il promotore con una somma pari al doppio del suo compenso, penalità, come ha fatto notare la rivista musicale Billboard, senza precedenti nel settore della musica dal vivo. Così potremo dire addio a una bella fetta di concerti e, tornando alle maestranze dello spettacolo, assisteremo a una falciata trasversale…

Sarà il caso che tutti, dalle rockstar che protestano con l’hashtag #iolavoroconlamusica, ai tecnici che chiedono solidarietà e lavoro, agli organizzatori che cercano in tutti i modi – e come negarlo! – di fare profitto, si uniscano per pensare a un imminente futuro di rilancio della musica in tutti i suoi aspetti. Se quel giorno arriverà avremo una speranza. E anche una ricorrenza da celebrare: un evviva alla festa della musica…

Musica e… Respiro, una “liaison” indispensabile!

Mike Maric, 46 anni, autore de “Il Potere Antistress del Respiro” (Vallardi)

C’è un collegamento tra musica e respiro? Me lo sono domandato in questi giorni, dopo aver letto il nuovo libro del mio amico Mike Maric, Il Potere Antistress del Respiro (Vallardi, 218 pag, 16,90 euro). Conoscendo Mike, 46 anni, la sua pignoleria, la sua passione per la scienza e il suo curriculum come medico legale specializzato in ortognatodonzia con master in Identificazione Forense, docente universitario, divulgatore (il suo precedente libro, La scienza del Respiro, ha vinto nel 2018 il primo premio nella sezione tecnica del concorso letterario Coni), senza dimenticare le prestazioni sportive, è ex-campione del mondo di apnea, ho deciso di chiamarlo e fare quattro chiacchiere in proposito.

Mike, andiamo subito al punto: c’è una connessione tra ascoltare buona musica e respirare bene?
«La musica è vita e arte, un connubio perfetto. È forza vitale, dà modo a ognuno di esprimersi e a chi la ascolta, di ritrovarsi. Per questo nel mondo dello sport è considerata da anni una forma di doping. Sulla musica e le influenze sugli atleti ci hanno lavorato e lavorano scienziati ed esperti. In alcune discipline è vietata durante le competizioni a causa degli effetti rivitalizzanti che aiutano a migliorare la prestazione».

È un doping innocuo, però, diciamo “bio”. Nella maratona di New York, infatti, gli atleti in gara non possono correre con le cuffie dal 2007…
«Appunto. La musica aumenta la concentrazione e dà energia. Il runner amatore evoluto che non vuole distrarsi perché deve raggiungere determinati obiettivi, o perché non vuole chiacchierare mentre corre poiché in questo modo accelera l’affanno, usa la musica in cuffia per isolarsi. Meno senti il respiro, più vai avanti».

Dipende dalla playlist che decidi di preparare per la tua corsa. Ci sono runner che scelgono la musica in base all’allenamento che devono fare: il ritmo è connesso ai bpm…
«Dipende come sempre dal tuo obiettivo, ma anche dal tuo stato d’animo. Se hai bisogno di un brano rivitalizzante propenderai, per puro esempio, ad ascoltare la Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner o qualche brano rock sostenuto…E poi, credo che chiunque, dalla corsa alla palestra, dal nuoto alla bicicletta si sia messo in cuffia le musiche di Rocky Balboa, motivazionali e perfette per un allenamento intensivo. Quando mi allenavo per l’apnea usavo la musica per concentrarmi. In gara non lo puoi fare, ma ti assicuro che musica e concentrazione per me erano essenziali».

Dunque per tornare al motivo della nostra chiacchierata, la musica c’entra, eccome, con il respirare bene…
«Posso dirti che una determinata tipologia di musica aiuta, ha un effetto mentale. Da un’onda beta, per esempio di pensieri continui e costanti, che possono generare preoccupazione o stress, ascoltando un brano che ti piace particolarmente, si passa a un’onda di tipo Alfa o Theta, cioè a un processo di rilassamento con conseguente benessere. Quando cambiano le onde cambia anche il respiro. In ogni situazione in cui possiamo trovarci, forte stress, emozione, paura, benessere la prima cosa che cambia in noi è proprio il respiro. Saperlo controllare è fondamentale. Quindi, tornando alla musica, se sei preoccupato, oppure durante il lavoro raggiungi una fase di stallo dove ti sembra di non avere più idee, devi agire sul respiro, che aiuterà la mente. Mettere una canzone che ti piace, dopo aver assunto una posizione di rilassamento, sdraiato, equivale a fare una meditazione di pochi minuti. Il tuo respiro si regola, ti rilassi, ti concentri e sei di nuovo pronto ad affrontare il tuo lavoro con rinnovata energia».

Mike Maric nuota con i delfini. Da anni studia questi splendidi mammiferi, con i quali interagisce con risultati sorprendenti

Perché si altera il respiro?
«A livello fisiologico, il respiro detta il ritmo del cuore. A livello emozionale, un evento cambia la respirazione, che a sua volta cambia anche il ritmo cardiaco, quindi incide sul cervello. È una catena di eventi, prevedibili se ci si è abituati ad allenare il respiro con la tecnica che ho messo a punto, il motivo del libro che ho appena pubblicato. Non dico cose nuove, questa filosofia esiste da millenni. In Oriente l’esercizio diaframmatico, il respiro come atto di concentrazione, o come rilassamento per una meditazione efficace, viene insegnato ai bimbi sin da piccoli. Fa parte della cultura».

Il respiro non ha a che fare solo con la concentrazione…
«Per stare bene non devi solo imparare a respirare, devi anche cercare un percorso di benessere generale che ho identificato in quattro aree: Breathness, la gestione del respiro, Mindness, il lavoro mentale come metodo di rigenerazione, Foodness, tenere un’alimentazione corretta, Bewaterness, fare attività fisica in acqua o sulla terra. Lavorando su queste quattro macro-aree si acquista benessere fisico e mentale, insomma, si vive sicuramente meglio, più felici, disponibili, efficienti».

Mike si concentra attraverso il respiro prima dell’allenamento di apnea in piscina

Torniamo alla musica, alla tua musica…
«Ascolto di tutto, dagli AC/DC al rap. Mi piacciono la Mannoia, Guccini, i Queen, Ramazzotti… Sono curioso, aperto ai generi più diversi…».

Ma…
«Ma ho un debole da sempre per la musica degli anni Cinquanta, per il rock’n’roll e il suo re, Elvis Presley. Mi sono affezionato quando ero adolescente. Sono cresciuto a Happy Days e Grease… Adoravo mettere le 100 lire nel juke box, in quel periodo da ragazzetti ci si sentiva tutti Fonzie. Quel mondo era il sogno americano, quelle lunghe macchine, le pubblicità in televisione avevano come colonna sonora le musiche dei Platters, di Presley. Ricordo che mi venne regalato un cd e mi innamorai di una canzone di Elvis, Are You Lonesome Tonight. Elvis mi piace perché ha spaziato in vari generi e anche per la grande capacità di evoluzione nella sua vita. Poi è finita male ma… Uno dei miei tatuaggi raffigura Elvis. Quando mi sono laureato, a 23 anni, dai miei mi sono fatto regalare un viaggio a Memphis. Non sono un fanatico, semmai un cultore. Ho tantissimi vinili originali, e anche Cd, per puro spirito collezionistico. Il vinile mi piace perché ti prepara all’ascolto, c’è un rituale da rispettare, lo togli dalla busta, lo pulisci, lo metti sul piatto e, infine, sei pronto ad ascoltare, a emozionarti, rilassarti».

Musica e… crisi 2/ Ritorno al lavoro, futuro, speranze, progetti

Giusto una settimana fa vi ho raccontato la giornata passata nel teatro di Gonzaga con un gruppo di tecnici, fonici, security, esperti di video e luci per girare uno spot a favore dei lavoratori del Dietro le Quinte, totalmente penalizzati dal lockdown a seguito della pandemia. Ore intense di lavoro, tutti, per una volta, concentrati sul realizzare qualcosa per se stessi, un atto di sensibilizzazione verso il pubblico a cui questo mondo deve praticamente tutto.

Oggi potete vedere il risultato di quel lavoro, racchiuso nello spot diretto e montato da Giampaolo Damato (cliccate sulla foto qui in basso). Nell’idea del bolognese Paolo “Red” Talami, 61 anni, del mantovano Vittorio “Vitty” Magro, 53, e del torinese Massimo “Max” Vigliotti, 45, i tre organizzatori dell’iniziativa, i primi due, fonici di sala, di palco e tecnici del suono, il terzo project manager e operatore mediaserver, dovrebbe essere proiettato prima di ogni spettacolo dal vivo, sia questo un concerto, un evento o una rappresentazione teatrale.

Ormai ci siamo: oggi, 15 giugno, riaprono cinema, teatri, manifestazioni all’aperto. Con molte restrizioni, ma a questo punto saranno i promoter e gli artisti a doversi adattare: più serate nello stesso posto per compensare la richiesta del pubblico e coprire le spese, accettare di rivedere i cachet di tutti, come saggiamente sostiene Beppe Carletti, leader dei Nomadi, band che vive di pubblico, serate, in contatto continuo con i fan. Artisti, di lungo pedigree e giovani “leve”, hanno voluto contribuire all’iniziativa degli “invisibili” inviando video di sostegno (cliccate sulla foto in basso, la prima per Carletti, la seconda per Ghigo Renzulli dei Litfiba). Se ne stanno aggiungendo ogni giorno. Sono tutti musicisti che hanno lavorato con loro, si conoscono, stimano, affezionano. Insomma, un atto dovuto, come in ogni grande famiglia degna di questo nome, spontaneo e confortante per chi ama la musica in tutti i suoi aspetti.

 

Ho fatto quattro chiacchiere con Red, Vitty e Max, anche loro felici di tanta solidarietà, dagli amici artisti ma soprattutto dai tanti interventi sui social di persone normali che li incitano a non mollare, ad andare avanti.

Come per molte cose, la pandemia e la quarantena stanno cambiando profondamente questo mondo, il fatto di essersi tutti bloccati ha interrotto bruscamente – per fortuna! – certe abitudini che si trascinavano pigramente, ha fatto riflettere e, sì, magari un mondo migliore è possibile anche da queste parti…Vitty: «Non credo si tornerà mai più come prima. A quello che eravamo si aggiunge la frustrazione di un futuro poco chiaro… Ora stiamo pensando solo a ripartire, questo è il nostro obiettivo…».
Red: «Una cosa è sicura, cambierà il pubblico in base a quando finirà quest’emergenza – oggi, meglio dire, mezza emergenza. Se continua così, dovremmo adattarci, abituarci a convivere fino a quando non ci sarà il vaccino… e forse tutto tornerà come prima».
Max: «Il mio futuro e quello della nostra professione? Al momento mi sono (ci siamo) dedicati a questo progetto lavorativo. Credo che la ripresa porterà con sé una maggiore consapevolezza di quello che è il mondo dello spettacolo».

Massimo “Max” Vigliotti

Voi siete dei veterani del dietro le quinte, come avete iniziato questo mestiere?Nell’immaginario collettivo è un lavoro meraviglioso, sempre in viaggio, conosci rockstar, una vita avventurosa…
Red:
«Ho iniziato nel 1975. Allora suonavo in una band con Gianfranco Stefanelli (quarto creativo del gruppo, l’art che ha ideato il logo dell’iniziativa, n.d.r.). Avevamo acquistato tutta la strumentazione per suonare dal vivo. Ricordo che andavamo ad appendere i manifesti delle nostre esibizioni di notte perché non avevamo i soldi per pagare le tasse comunali. Dopo un anno di questa vita, facevamo un rock country in controtendenza, ci siamo resi conto di essere fuori strada. Con tutto il materiale di palco che avevamo a disposizione abbiamo deciso di costituire una società e affittarlo alle band, lavoro che è durato per molti anni. Intanto mi ero appassionato al mestiere del fonico… Ho lavorato con Enrico Ruggieri, gli Skiantos, e dall’87 al 2012, con i Litfiba. Poi anche con Jovanotti, Ligabue, Zucchero, Gigi Proietti in teatro. È vero, viaggi, conosci molta gente ma è un mestiere molto faticoso, non hai orari, puoi lavorare anche per 20 ore filate. Ti deve piacere. In tutto questo sono riuscito a farmi una famiglia e a mantenerla!».
Max: «Io nasco come montatore e riparatore di sistemi tecnici. Ho studiato per questo. Crescendo e acquistando abilità, mi sono trovato a lavorare nel mondo del broadcasting, finendo a installare e tarare video proiettori per le proiezioni immersive. Lavoro per eventi, aziende e anche nei concerti, quando c’è da creare i ledwall che servono ad arricchire il concerto. Prima progetto il tutto per dare la mappatura corretta ai videomaker, i quali poi mi danno il video che proietto durante lo show. Ho collaborato come operatore di messa in onda nei concerti di Jovanotti, Ramazzotti, Ligabue (dove ho conosciuto Red), Renato Zero e tanti altri artisti, ma anche grosse aziende come la Fiat. Sono fortunato perché faccio il mestiere per cui ho studiato. Anch’io sono sposato e ho una figlia adolescente».
Vitty: «Ho cominciato suonando la chitarra in un gruppo hard rock nel 1989, nella mia città, Mantova. Poi, grazie a un collega più anziano, Ivo Bottura, che mi ha fatto da maestro, mi sono avvicinato e appassionato al mestiere di fonico. Ho fatto una lunga gavetta assieme a Ivo, decine e decine di concerti estivi… Poi ho iniziato a seguire i Nomadi, prima come backliner del chitarrista poi come fonico di palco. Quindi sono passato a tournée con i Modena City Ramblers, Carmen Consoli, Niccolò Fabi. Sono il fonico di sala di Davide Van De Sfroos dal 2013. Ho fatto il fonico per gli America, questi ultimi li ho seguiti in cinque tour. Con Red ho fatto l’installazione dell’impianto audio dei concerti di Leonard Cohen e Paul MacCartney. Mestiere avventuroso? Ti racconto questa: ad aprile del 1998 mi sono sposato; dopo nemmeno un mese sono partito per un lungo tour e sono ritornato a casa solo a settembre… bel mestiere, sì, ma incredibilmente tosto. Anch’io ho un figlio, di dieci anni».

Vittorio “Vitty” Magro

Ritorniamo alla vostra iniziativa: è difficile raccogliere gli operatori dello spettacolo, fare battaglie e iniziative insieme…
Max: «Il fermo obbligato di questi mesi mi ha portato a pensare molto e a condividere i miei pensieri sul nostro futuro professionale con altri amici. Ho spolverato la mia agenda per contattare i colleghi e sottoporre quella che era un’idea embrionale per farsi sentire. Non potevamo rimanere in silenzio, senza lavoro così d’improvviso. Sentivo la necessità di parlare alla gente, dire loro che gli artisti se vogliono esibirsi hanno bisogno di un fonico, se vogliono fare un concerto servono altre maestranze decisive alla buona riuscita dello show…».
Vitty: «Ti confesso che in questi tre mesi di fermo ho pensato anche di cambiare mestiere. Ma poi ho pensato: che cosa faccio? Mi sono passate davanti interminabili notti di concerti, l’adrenalina prima dell’inizio, poi alla fine, hai quella sensazione indescrivibile di aver fatto un gran lavoro. Un aneddoto: ho lavorato per un bel po’ di date con B.B. King. Tutte le sere, a fine concerto, veniva da me e mi ringraziava. L’ultima sera mi ha stretto la mano ringraziandomi ancora per l’ottimo lavoro e la collaborazione. Il giorno dopo sono andato a fare il fonico per un concerto locale. Sul palco c’era un ragazzino con chitarra e amplificatore costosissimi, accompagnato dal padre. Mi chiama: «Ehi, tipo, non mi sento…». Sono andato da lui e gli ho spiegato un po’ di cosette. Ecco, la complicità e la stima tra artista e tecnico è indispensabile e si ha solo quando entrambi sono veri professionisti. Tornando a noi, è difficile fare un censimento su quanti siamo in Italia. Ultimamente c’è un fiorire di ragazzi che escono da scuole di specializzazione disposti a tutto… la situazione sta scappando di mano. Per risparmiare, certe produzioni contattano giovani ancora inesperti, pagandoli ovviamente poco. Non ci sono regole».
Red: «Proprio per questo – e lo sto dicendo da anni – la nostra categoria deve essere regolamentata da un Ordine professionale. Vanno stabilite le modalità di ingresso, la formazione continua, ma è necessario avere un patentino, un’abilitazione per lavorare. In questo modo si fa selezione con aumento di professionalità. Ho insegnato un anno al Polo Scientifico Universitario di Firenze a 30 ragazzi che sarebbero poi usciti con un diploma che permetteva di accedere anche a un corso universitario. Era un insegnamento impostato sul “live”. Di questi 30 ragazzi solo uno ha fatto il magazziniere per un anno in una produzione. Per tornare al lavoro avventuroso che attira molti ragazzi, questi spesso si ricredono dopo aver visto, e vissuto, la fatica e il duro lavoro che viene richiesto. Anche la normativa non aiuta. Dopo gli incidenti che sono costati due vite a Trieste, nel 2011, nel tour di Jovanotti, e a Reggio Calabria nel 2012, nel concerto della Pausini, l’organizzazione di un concerto viene considerata alla stregua di un cantiere edile, con tutte le distorsioni del caso. Si cerca di evitare incidenti mettendo paletti, si aggiungono normative che “incasinano” il settore, invece di rendere tutto più fluido e sicuro».

Paolo “Red” Talami

Quindi, fatemi capire: regolamentazione del settore e creazione di un albo secondo voi sono la strada giusta per cercare di risolvere i vostri problemi?
Red: «In un periodo di vacche grasse, quando gli affari vanno a gonfie vele per tutti, pochi ci pensano. Sei coinvolto dal lavoro, vedi le cose che non vanno, ti riprometti di migliorarle, ma poi sei sempre in giro per il mondo e tutto passa in secondo piano. Il lockdown, il trovarsi improvvisamente senza occupazione, ha fatto riflettere».
Vitty: «All’estero, in Germania, Francia, Svizzera ci sono regolamentazioni più ferree che da noi. In una mia giornata tipo, le 16/18 ore di lavoro, sono la regola. Lì viene riconosciuto il lavoro serale e quello logorante con limiti all’orario e riconoscimenti anche economici…».

Cosa succederà adesso che si riapre?
Vitty: «La mia paura, visto che per un po’ non ci saranno grossi investimenti, è che si scateni una guerra al ribasso che costringerà a scendere a compromessi. Ma non voglio essere negativo; grazie al mestiere che facciamo abbiamo imparato a “saltar fuori” dai problemi in un modo o nell’altro. D’altronde, il “live” è così».
Max: «Nel bene e nel male non sarà più come prima. Non possiamo più vivere di compromessi. Spero che torni di nuovo la professionalità, che non si parli più di risparmi economici, ma di qualità. Le persone in questo mestiere fanno al differenza».

 

 

Musica e… crisi/ Il mondo nascosto di “Dietro le Quinte”

Back On Stage, Claudio Zanoni

L’appuntamento è per le nove al teatro comunale di Gonzaga, cittadina di novemila abitanti abitanti del basso mantovano. Il Po è vicino, la giornata splendida, un sabato da classica gita fuori porta. L’aria che tira appena sceso dalla moto è quella di un grande giorno. Le porte del teatro sono aperte – gran bella sensazione! – un evento straordinario, visto che i “luoghi dello spettacolo” resteranno chiusi per decreto della presidenza del consiglio fino al 15 giugno.

Sono stato coinvolto da alcuni amici, tutti maestranze dello spettacolo, per contribuire a costruire uno spot (che vedrete prestissimo sulle pagine di questo blog) a sostegno di centinaia di addetti allo spettacolo che sono fermi, senza lavoro da mesi. Il lockdown da coronavirus se ha tenuta viva la presenza degli artisti in streaming, più o meno casalinghi, ha invece cancellato i già invisibili professionisti del dietro le quinte di ogni spettacolo, evento, manifestazione degno di questo nome.

Sono stati sufficienti pochi giorni, una fittissima chat di idee, creatività spinta al massimo, il titolo, Back On Stage, e la disponibilità di una giovane amministrazione comunale pronta ad aprire, prima in Italia, le porte di un teatro a fonici, videomaker, video engineering, addetti alle luci, con il solo scopo di far sentire le voci di professionisti altrimenti silenziosi. Una ventina di persone che hanno dato vita a uno spettacolo dove i protagonisti per una volta sono stati loro, gli invisibili, “un mondo che non è mai apparso e che non vuole apparire”.

Back On Stage – La regia

Tutto costruito in maniera meticolosa, una troupe da Roma con a capo il regista Giampaolo Damato, i tre professionisti, menti dell’operazione, Paolo “Red” Talami, audio engineering, 61 anni, bolognese, Vittorio Magro, 53 anni, fonico e tecnico audio, da Mantova, Massimo Vigliotti, 45 anni, video engineering da Torino, insieme a Gianfranco Stefanelli, 60 anni, bolognese, un passato dietro ai palchi, giornalista, art director, creativo alla milanese Tucano.

Tutti concordi nel mostrare il grande e certosino lavoro che c’è nella preparazione di un concerto o un evento, le prove audio, video, la sistemazione del suono e delle luci, ma anche far capire alla gente l’intesa che si viene a creare tra i tecnici e gli artisti, momenti di stima e di complicità che fa nascere anche delle solide amicizie. Li osservo dalla platea e da dietro le quinte e quello che viene subito fuori è la gioia di ritornare in attività, la concentrazione, i passaggi ripetuti migliaia di volte in anni di lavoro, la meticolosità di ogni operazione, anche la più semplice.

Arriva Claudio Zanoni, trombettista e chitarrista dei Ridillo, band funk-soul formatasi nei primi anni Novanta tra la provincia di Mantova e quella di Reggio Emilia, gestore del caffè del teatro di Gonzaga e producer, subito preso e messo sul palco per un paio di riprese. Quindi è la volta della truccatrice e della costumista, altre figure importanti del grande circo del “dietro le quinte”, grazie a due formidabili volontarie, Caterina, moglie di Massimo, e Paola, tuttofare sempre presente nel gestire i dettagli. «Veloci che suona l’ora del pranzo, sennò sforiamo nei tempi». Red è implacabile, il tempo di mangiare un risotto accompagnato da un bicchiere di Lambrusco e i dolci (ottimi!) portati dalla moglie di Massimo, con il Limoncello fatto da Red (bel tenore alcolico…). Quindi, di nuovo sul palco: si monta il mixer e la batteria, bisogna microfonarla, ci pensa Gianfranco: «L’ho fatto per anni», racconta, mentre accorda i tamburi e sistema l’hi-hat, il charleston.

Back On Stage – Momento di pausa. Al centro uno degli organizzatori, Vitty Magro

Intanto iniziano ad arrivare i video di solidarietà da musicisti e rockstar. Dewey Bunnell, Gerry Beckley, degli AmericaTullio De Piscopo e il mitico Beppe Carletti dei Nomadi, sono stati i primi a rendersi disponibili per un messaggio di appoggio e di forza al mondo “di dietro le quinte”, come si sono autodefiniti questi “ragazzi invisibili”. Arrivano anche i cronisti, Leonello Viale di Radio Bruno e Mauro Pinotti de La Gazzetta di Mantova (un articolo è uscito proprio oggi sul quotidiano locale). Si parla degli effetti della pandemia, della crisi, di come uscirne, della prossima riapertura di cinema, sale e teatri. Ognuno ha la sua ricetta ma si sa, si parla dell’incognito. Sul tavolo non mancano le idee…

La voce che il teatro ha preso vita s’è diffusa in città. La gente passa e fa capolino, curiosa. L’emozione di trovare quelle porte aperte ricorda, anche nel piccolo centro di Gonzaga, che tornare alla normalità forse si può. E si deve. Arrivano Alberto Benati e Alessandra Bertelli. Alberto è l’ex tastierista dei Ridillo, musicista e gran sognatore. Conosce profondamente il territorio in cui vive e tutto questo mix di arte, musica, territorio, cultura lo ha riversato in un’associazione assieme ad Alessandra, attivissima, il Collettivo Indaco. Da alcuni anni organizzano un festival, il 432HZ. Una frequenza non presa a caso: «È quella perfetta, sin dall’antichità, sulla quale si sono fatti e si continuano a fare studi. Una frequenza che porta effetti benefici all’uomo e alla natura», mi spiega Alberto. E proprio su questi 432HZ a Luzzara, lungo il Po, un posto magnifico, è nata l’idea di costruire un ponte sonoro sul grande fiume: «Due gruppi di musicisti posti ciascuno su una sponda del fiume, suonano insieme, ovviamente su quella stessa frequenza, in modo da creare un magico gioco di riverberi aiutati anche da uno spettacolo di luci…».

Back On Stage – Elisabetta Galeotti, sindaca di Gonzaga

Nel tardo pomeriggio arriva anche la sindaca di Gonzaga, Elisabetta Galeotti, assieme al giovanissimo assessore alla cultura, Eugenio Benatti, 26 anni. «È bello vedere il teatro in funzione», dice la prima cittadina, orgogliosa. Per l’estate monteranno un’arena aperta disponibile a tutti coloro che vorranno esibirsi, dai gruppi teatrali a quelli musicali. Il sogno nel cassetto dell’assessore alla cultura. E anche quello dei “lavoratori invisibili”.

Le riprese sono terminate, la troupe di regia dopo aver caricato il furgone riparte alla volta di Roma. Sono quasi le otto di sera. Il cielo si colora dei blu elettrici e arancioni del tramonto. Si ritornerà ad ascoltare e a fare musica live? Con gradualità, le restrizioni sono ancora molte – non più di 200 persone nei teatri e non più di mille all’aperto. Saremo costretti a vedere concerti in streaming? Forse, ma almeno fatti bene, in attesa di tempi migliori. Che si spera arrivino anche per Red&Soci. La musica bisogna farla insieme mi dicono, ed è davvero così.