Qalaq, la grande preoccupazione di Jerusalem In My Heart

Sto ascoltando in questi giorni un lavoro molto interessante. È firmato da Jerusalem In My Heart, progetto musicale dietro al quale si celano Radwan Ghazi Moumneh ed Erin Weisgerber, musicista, producer, sound designer canadese di origini libanesi cresciuto in Oman il primo, e visual artist canadese la seconda. Per la cronaca, Moumneh s’è “battezzato” Jerusalem in my Heart riprendendo il titolo di un disco uscito nel 1967 della grande interprete libanese Fairuz, che, assieme all’egiziana Umm Kulthum, è la più grande voce mediorientale del Ventesimo secolo.

L’album porta un titolo tosto, Qalaq, che in arabo ha varie accezioni, ma che Moumneh ha usato per riassumere una onnicomprensiva “grande preoccupazione”. Un disco politico? Assolutamente sì, soprattutto nella sua seconda parte, dove tutti i brani si chiamano Qalaq e sono numerati da 1 a 9 in uno studiato crescendo dirompente di angosce e tormenti.

In più, è un lavoro corale. Ed è ciò che conta di più: lavorato in piena pandemia, Moumneh ha deciso di sfruttare le distanze (fisiche e mentali) mandando i temi abbozzati a molti artisti sparsi nel mondo perché li completassero, liberi di manifestare e interpretare queste inquietudini. Quindi, ha ripreso tutte le incisioni e le ha ricostruite modellando l’album come lo possiamo ascoltare ora.

Qalaq è uscito l’8 ottobre per la canadese Constellation Records. Porta dentro di sé tutto il dolore, la sofferenza e l’amarezza di vedere il Medio Oriente così dilaniato. Dai disastri in Libano, il governo andato in default, l’esplosione che ha dilaniato il porto della capitale libanese lo scorso anno, la corruzione, la guerra civile, ai territori palestinesi bombardati recentemente.

La coralità del pathos gioca un ruolo importante. Situated between the cracks of a broken tomorrow/ I worry, recita la poetessa americana Moor Mother in Qalaq 3, mentre, in Qalaq 1 l’ottantanovenne Alanis Obomsawin, regista, cantante, attivista canadese, accompagnata dalle percussioni della portoghese Diana Combo introduce con voce grave la prima delle preoccupazioni, che culmineranno in Qalaq 9 con la partecipazione di mayss, Mazen Kerbaj, Sharif Sehnaoui e Raed Yassin, un corto circuito acuto, disturbante, la summa di tutte le angosce e violenze stratificate negli anni.

In tutto questo, dove la musica scomposta in noise e interventi di strumenti, molti dei quali tradizionali, ha un ruolo narrativo coerente e tragicamente reale, si aggiunge anche la visualizzazione plastica di quello che Moumneh vuole consegnarci con Qalaq. La foto scelta per la cover dell’album è della ventinovenne libanese Myriam Boulous, tre donne cercano riparo a Beirut durante la Rivoluzione d’Ottobre del 2019, mentre un libretto firmato dal fotografo/musicista Tony Elieh racconta l’esplosione al porto di Beirut del 2020.

Quel tragico evento ha portato non pochi musicisti a raccontare una pagina vergognosa della storia libanese come avevo scritto lo scorso anno in questo post.

Musica, significati e qualche riflessione sulle bandiere…

Quello che mi stupisce sempre dell’America, intesa come Stati Uniti, è che c’è sempre una fiammella accesa anche nei momenti più bui. E che da quella fiammella possono nascere luci, progetti, futuro. Mi ha colpito molto una serie di idee, opinioni, proposte, che il quotidiano The New York Times ha riassunto in Snap out of it, America! (tradotto, un lapidario Reagisci, America!). Nell’ultima “puntata”, a corollario dei tanti interventi che hanno coinvolto la modernizzazione del Paese, la Costituzione, la politica, la democrazia, l’educazione, l’economia, c’è stata una riflessione che ho trovato illuminante: rivedere in forma artistica e provocatoria la famosa bandiera a stelle e strisce.

Dargli nuovi significati, scomponendone i simboli. L’intento? Un Paese che accetta di rivedere il massimo dei suoi simboli, è un Paese senza paure. Potete andare a vedere tutto ciò sulla pagina dedicata del quotidianoPer restare al gioco del NYT, possiamo cimentarci nel paragone di alcune tra le bandiere rivisitate con altrettanti musicisti, non necessariamente americani, perché il gioco del re-immaginare nuovi vessilli vale ovunque.

La bandiera americana vista dallo studio 2X4

Alla “flag” diventata nebulosa, dello studio grafico 2×4, dove tutti i simboli e i colori sono talmente sfuocati da non percepirli più nel loro giusto posizionamento e significato, ho pensato di collegare Christian Scott aTunde Adjuah e la sua X. Adjuah (I owns the night), tratta dall’interessante Axiom (live) uscito lo scorso anno di cui vi ho già parlato qui, dove il musicista sovrappone stili e ritmi a significare l’esistenza di un’America multiculturale nella quale tutte le culture dovrebbero avere lo stesso valore e forza comunicativa.

La bandiera molto concettuale di Andrew Kuo, artista che usa il colore come arma di denuncia, fa pensare a un brano famoso di Bob Marley, Buffalo Soldier, ricordate, pubblicato come singolo e quindi nella raccolta Confrontation del 1983? Buffalo Soldier, Dreadlock Rasta/ There was a Buffalo Soldier/ In the heart of America/ Stolen from Africa, brought to America/ Fighting on arrival, fighting for survival…

Invece, quella super grafica e precisina di Natasha Jen, Michelle Ando e Veronica Höglund, di Pentagram Design, nella quale le stelle sono allineate e incastonate, una a una, nel blu, come soldatini, separate dalle strisce rosse, richiama la metrica rigorosa di un batterista prog. Per rimanere sugli ultimi dischi usciti, alla bravura dell’inglese Craig Blundell che assieme al bassista Nick Beggs e al tastierista americano Adam Holzman compongono i Trifecta, qui Auntie.

E ancora, l’intuizione di rendere la Old Glory monocroma di Na Kim, a significare che il mitico sogno americano s’è ingrigito nel tempo, rimanendo senza colore e infeltrito, mi fa venire in mente che il primo ad accorgersi della caduta dell’American Dream è stato Bruce Springsteen ben 46 anni fa, quando se ne uscì con il leggendario Born To Run.

Finisco con l’artista visuale Hank Willis Thomas: ha creato una vibrante bandiera del “vorrei” battezzata Lift Every Voice and Sing, dove la speranza di un mondo aperto e inclusivo non vuole morire, fa ricordare un disco uscito 50 anni fa, un grande disco, What’s Going On di Marvin Gaye, con l’omonimo brano: Mother, mother/ Everybody thinks we’re wrong/ Oh, but who are they to judge us/ Simply ‘cause our hair is long/ Oh, you know we’ve got to find a way/ To bring some understanding here today.

Vi invito a cercare altri artisti e a guardare questi brillanti progetti. Stuzzicare memoria e intelligenza è un gran bell’esercizio. Condivideteli con me, ne sarei felice!

Backbone, soundtrack e la bravura di Arooj Aftab

Nello scorso giugno è uscito in Italia Backbone, videogioco sviluppato dalla canadese EggNut. Non oso addentrarmi nel vasto mondo dei games, innanzitutto perché non ne so un accidenti, secondo perché non mi hanno mai attirato (mea culpa), nonostante ne riconosca una creatività senza limiti e una bellezza intrinseca.

Tornando a Backbone, ve ne parlo perché la colonna sonora è stata scritta da Nikita Danshin, cofounder di EggNut, e pure musicista, e da una nostra apprezzata conoscenza, Arooj Aftab, autrice di un bellissimo disco uscito il 23 aprile scorso, Vulture Prince di cui vi ho parlato qui.   

Il fatto che la Aftab abbia voluto mettere la sua firma assieme a quella di Danshin sulla colonna sonora di un videogioco lo trovo perfettamente in linea con il lavoro artistico e culturale di una musicista curiosa, colta, intrigante come è lei, di origine pakistane, laureata al Berklee College of Music di Boston, da anni a New York. Quello che ne è uscito è un lavoro di bella struttura, dove atmosfere jazz, doom e trip-hop si fondono, cupe, per arricchire un racconto/gioco noir, dedicato a chi ama le sottili trame della crime story investigativa, ambientato in una Vancouver distopica, dove i vari personaggi che popolano la sceneggiatura sono animali antropomorfizzati (l’investigatore, Howard Lotor, è un procione). Così, tra scimmie, topi, cavalli, cani, maiali si snodano la strada investigativa e, con questa, le trenta tracce musicali che incanalano ansie, colpi di scena, dialoghi e deduzioni dei personaggi. Ascoltate I Wonder oppure The Warmth of Parents’ Hands, e poi ditemi la vostra.

Non ho scoperto nulla, ovvio. Molti artisti da anni si cimentano nel rendere i videogames un prodotto d’alta qualità anche nell’aspetto musicale, basti pensare a Jeremy Soule, pluripremiato pianista e compositore, che ha lavorato in oltre 60 produzioni, tra queste, le serie di Harry Potter e di The Elder Scrolls, oppure le avvincenti avventure western, vera epopea, di Red Dead Redemption 2, dove si possono trovare Woody Jackson, altro pioniere della musica per video games, che in qualche brano, da intenditore, si rifà a Ennio Morricone, il sassofonista jazz Colin Stetson, il trombettista Michael Leonhart e la dj, produttrice, cantautrice venezuelana Arca, o la soundtrack di The Last Of Us dell’argentino Gustavo Santaolalla, vincitore di due premi Oscar (Brokeback Mountain, 2005, e Babel, 2006).

Se ne avete voglia dedicatevi all’ascolto di soundtrack per videogames, al di là dello scopo per cui sono state create. Troverete ottima musica, dove la bravura e la fantasia degli autori permettono loro di spaziare oltre i canoni di un semplice – e scontato – disco da pubblicare per il proprio pubblico. Altamente raccomandabili!

Cosa pensate dello show avatar degli ABBA?

Breve pensiero del venerdì. Avrete certamente letto del ritorno degli ABBA, la pop band svedese che prese il nome dalle iniziali dei nomi dei quattro componenti, AgnethaBennyBjörnAnni-Frid, quest’ultima conosciuta come Frida, che, in una decina d’anni di intensa attività, dal 1972 al 1982, ha sfornato talmente tanti brani da rendere le due coppie immortali e milionarie con oltre 400 milioni di copie vendute. Dall’82, dopo i divorzi si dissolse anche la band. Tutti continuarono le loro carriere artistiche, chi con più sorte, chi con meno.

Ebbene, nel 2018 gli ABBA hanno deciso di riunirsi dopo quasi quarant’anni di separazioni nella vita e sul palco, pubblicando, un disco, Voyage, che uscirà il prossimo 5 novembre. La faccio breve: fa piacere risentire i mitici svedesi, omaggiati pure, ai tempi, dai Led Zeppelin e dagli U2, anche perché quelli della mia generazione, oltre che a rock e punk, sono cresciuti, che lo volessero o meno, anche ad ABBA (era impossibile non ascoltarli nelle radio o non ballarli nelle feste).

Fa un po’ meno piacere che il loro primo tour dopo quarant’anni, sia stato già preparato e confezionato perché sul palco saliranno i loro avatar. Detta così suona un po’ troppo semplice, ma i magnifici quattro hanno davvero cantato i loro brani, indossando tute fantascientifiche che trasmettevano i movimenti a potenti computer che li elaboravano, in modo da dare vita agli avatar, facendo uscire Agnetha, Benny, Björn e Frida nel loro pieno splendore giovanile, con espressioni, sorrisi, balli.

In questa laboriosissima operazione sono state impiegate oltre duecento persone e tre settimane di lavoro intenso. A Londra è in piena costruzione la ABBA Arena, dove il 27 maggio 2022, aprirà il virtuale (e costosissimo) show, luogo pensato proprio per questo tipo di concerto. Prevendite già on line per accaparrarsi i biglietti. Tra il pubblico ci saranno anche i quattro, a godersi lo spettacolo di loro che cantano. “Un po’ strano”, hanno dichiarato. Come dar loro torto…

Gli ABBA Avatar in concerto – frame promo

Tutto molto interessante, il Covid ci ha insegnato a diventare avatar di noi stessi, ma qui non si sta parlando di un concerto (anche se la musica verrà eseguita dal vivo), piuttosto di uno spettacolo, grande, maestoso, stupefacente. La musica, da come è stato presentato l’evento, permettetemi, è solo marginale. Quello che interessa è il grande spettacolo, la celebrazione di una band che ha fatto la storia del pop e della disco, la novità, il non plus ultra della tecnologia umana.

L’inizio di un nuovo modo di ascoltare i live? Mi auguro di no, visto che la voglia di veder cantare e suonare un artista o una band è il motore principale che spinge ad andare ai concerti. Ora che la tecnologia lo permette, abbiamo superato una frontiera, il virtuale calato nel reale. Che so, andremo a vedere nelle tante arene del pianeta, in contemporanea mondiale, uno show degli avatar dei Pink Floyd? O rivedremo Charlie Watts che suonerà ancora con i Rolling Stones nella prossima tournée? L’ologramma di Tupac Shakur al Coachella nel 2012 era una barzelletta al confronto.

Nell’era del “totally virtual” c’era da aspettarselo che si arrivasse a questo. Se avete la voglia di leggervi il post che ho pubblicato un paio di giorni fa, dove presentavo il Changüí di Guantánamo, lo stridor di meccanismi che s’inceppano tra una musica live “presente” e una “filtrata” è fragoroso. Due mondi totalmente diversi e anche due realtà distanti anni luce. Se vogliamo, i due estremi. Sarò vecchio, desueto, vicino all’amplifon, ma scelgo di gran lunga il primo, con il massimo rispetto (e riserbo) per il secondo.

  

Changüí: storia degli autostoppisti musicali. Parola di Gianluca Tramontana

Il 30 luglio scorso è uscito un box set, tre compact disc più un libro di 124 pagine, dedicato alla musica Changüí, dal titolo, Changüí – The Sound of Guantánamo. Molti si staranno chiedendo che tipo di musica sia. Riassumendo in poche parole, una musica folk, nata nell’Oriente di Cuba, nel distretto di Guantánamo, nella seconda metà dell’Ottocento. Musica contadina, musica delle piantagioni, qualche etnomusicologo sostiene sia l’antesignano del son cubano, quello dei Buena Vista Social Club, per intenderci, di cui vi ho parlato qui. Una rarità, se si considera che, dopo oltre un secolo, è una musica che si suona ancora – e in modo effervescente – nei centri rurali del distretto. Per chi ha conosciuto Cuba, la sua storia, i suoi abitanti, e se ne è innamorato, il Changüí è un capitolo che vale la pena leggere e ascoltare. È nato a Baracoa, la Ciudad Primada, qui sbarcò Cristoforo Colombo e con lui, la forza bruta della colonizzazione spagnola, che almeno ha lasciato una bella cittadina coloniale, dall’aria decadente, di grande attrazione, e un popolo formato a forza tra indios, europei e africani, portati in schiavitù sull’isola. Culture che si sono fuse, ritmi e suoni che hanno cambiato per sempre il cuore musicale degli abitanti.

Storie già viste in altri luoghi dell’America Latina, a partire dal Brasile. Permettetemi una breve digressione: sono stato a Cuba nei primi anni Novanta (allora lavoravo in un giornale che era una sorta di bibbia del viaggiatore, Weekend Viaggi, finito poi miseramente). Era il cosiddetto Periodo Especial, la grande crisi che colse l’isola dopo la dissoluzione dell’Impero Sovietico. Tutti stavano male, nessuno aveva più nulla e ciascuno si arrangiava come poteva. Con il mitico Marco Casiraghi, fotografo di grande abilità ed esperienza, andammo a Baracoa. Un posto meraviglioso, e poi a Guantánamo, dove fummo portati nella base dell’esercito cubano che aveva il compito di controllare la base americana. Qui, davanti a un plastico che riproduceva l’”angolo Usa” ci spiegarono con dovizie di particolari cosa stessero facendo gli yankee in quel momento. C’era persino un mirador, un belvedere, con tanto di binocolo e bar, dove sorseggiando una birra si potevano osservare “da vicino” portaerei, corazzate, sommergibili all’ancora nella base. Altri tempi. In quei giorni frequentammo quasi tutte le sere la Casa de La Trova, un locale aperto a tutti i musicisti, dove chi voleva entrava, saliva su un palchetto malconcio e suonava. La gente, ascoltava, cantava, ballava. Serate indimenticabili. La più bella e organizzata era la Trova di Santiago de Cuba. Però Baracoa aveva un che di assolutamente magico che mi porterò per sempre nel cuore.

Gianluca Tramontana intervistato alla BBC – Foto Jack Howson

Torniamo a questo capitolo: a scriverlo e a registrarlo in presa diretta in due anni di ricerca, dal 2017 al 2019, è stato un italiano, milanese, da oltre trent’anni a New York, Gianluca Tramontana. Classe 1966, musicista, giornalista, appassionato di roots music, sia americana sia latino-americana, Gianluca è stato collaboratore di testate musicali storiche, come Rolling Stone, e lavora tutt’ora per l’inglese Mojo. Ha un programma radiofonico molto seguito su Radio Free Brooklyn, Sitting With Gianluca, dove, tutte le settimane, tiene conversazioni legate alla musica con artisti famosi e meno famosi purché abbiano qualcosa di interessante da raccontare. L’ho contattato e, settimana scorsa, abbiamo fatto una lunga e bella chiacchierata via Skype.

Gianluca, roots music, amore a prima vista…
«Sono un appassionato, e il Changüí ne è uno straordinario esempio. È come il primo blues del Mississippi. D’altronde, Guantánamo è un po’ come il Sud degli Stati Uniti, tradizionalmente povero, una zona agricola. Anche il periodo in cui è comparso si avvicina a quello del Blues americano e, se vogliamo, dello Choro brasiliano, nella seconda metà dell’Ottocento».

Dunque, ha poco a che vedere con il son cubano che conosciamo…
«Il Changüí non è la musica cubana che siamo abituati ad ascoltare, quella che potremmo definire straight time, dove il ritmo è lineare, non sincopato. Mi ha catturato proprio perché ha swing, inizia in un modo ma non sai mai dove va a parare, prende direzioni diverse, ha cambi improvvisi di ritmo. La sua origine, per ritornare alla storia, è più o meno coincidente con le guerre indipendentiste cubane che poi hanno generato la nascita di Cuba come stato indipendente, avvenuto nel 1902. Riflette lo stato d’animo, la cultura, dei lavoratori delle piantagioni, le loro provenienze. C’è l’Africa, l’indigeno nelle maracas (il Changüí di Baracoa, per esempio, è molto più indio di quello di Guantánamo), quindi ci sono elementi francesi provenienti dalla vicina Haiti…».

Bello il paragone con Blues e Choro. Sono tutti generi che implicano improvvisazione. Come quello con la storia americana e quella brasiliana. A Cuba le guerre indipendentiste contro la Spagna, le pulsioni americane di conquista dell’isola già a quei tempi, l’avvento di José Martí, considerato il padre della Patria, morto combattendo nella Guerra Necesaria…
«La musica delle radici è quella della propria storia. Gli storici normalmente partono, nelle loro esposizioni dei fatti, dall’alto verso il basso, dalla situazione generale, dai governi e mai dalla gente. La testimonianza storica di questi agricoltori, lavoratori delle piantagioni è riposta nel Changüí. Nelle loro canzoni si trova tutta la narrazione della loro vita, delle gioie, dei dolori, dei problemi di tutti i giorni. Come esiste il terroir nel vino, esiste anche il terroir di Guantánamo, che è questa musica. La storia del distretto è raccontata nei minimi particolari, giorno dopo giorno, da questi artisti, tutte persone che, per vivere, fanno due o tre lavori. Come giornalista mi attraggono le storie non ancora scritte. Benjamin Lapidus (musicista ed etnomusicologo newyorkese, ndr) ha scritto un libro sul Changüí, Origins of Cuban Music and Dance: Changüí (2008). Non sono un etnomusicologo, non ho gli strumenti per elaborare certe teorie. Ti dico solo che il Changüí tradizionale non è molto conosciuto fuori da Guantánamo e che, per questo, conserva tutto il suo potenziale espressivo».

Come ne sei venuto a conoscenza?
«Quindici anni fa mi trovavo a Manzanillo (città sul golfo di Guacanayabo, nel distretto di Granma, ndr), inviato da NPR (National Public Radio, una delle maggiori emittenti americane, ndr). Dovevo andare in onda, c’era Fidel Castro che parlava. Qualcuno aveva una cassetta di Changüí tradizionale che faceva suonare in un registratore. Incuriosito, ho chiesto in giro che tipo di musica fosse e tutti mi risposero che il Changüí erano Elio Revé e suo figlio Elito. Invece non era quella la musica che mi aveva incuriosito, era come se avessi ascoltato Robert Johnson e mi fosse stato detto degli Allman Brothers o di Eric Clapton. Per anni ho continuato a chiedere informazioni sulla tradizione Changüí, ma nessuno mi ha potuto dire altro se non che gli esponenti del genere erano Los Van Van e Revé, tutti musicisti che fanno ottima musica, ma moderna e urbana. Questa è considerata Changüí dalla maggior parte dei cubani e dai fan della musica cubana in tutto il mondo, ma non era quella che avevo sentito, un suono “rustico”, acustico come dire, loose but tight. L’unico modo per saperne di più era andare direttamente a Guantánamo e scoprirlo da solo. La mia intenzione originale era confezionare un pezzo per NPR di cinque minuti su quella musica, ma nessuno aveva dei Cd, quindi ho dovuto registrarli mentre suonavano. Il progetto originale s’è sviluppato in un altro e sono caduto in un vortice di due mesi durante il mio primo viaggio, che poi è diventato un’odissea di registrazione di due anni e mezzo».

Dovevi fare un semplice servizio e invece…
«…Invece sono stato coinvolto in un mondo incredibile. Dal “semplice” lavoro che dovevo preparare mi sono ritrovato a viaggiare per due anni nei paesi del distretto di Guantánamo, ascoltando vari gruppi e registrando oltre 250 brani. Nel box set ne ho selezionati 51 (qui il video promo del lavoro, ndr). Come avrai potuto sentire, c’è una caratteristica fusione di culture che trovi solo in questo luogo. Ti consiglio di leggere Cuba and Its Music: From the First Drums to the Mambo di Ned Sublette, quasi settecento pagine, un libro scintillante, dove capisci come il rock’n’roll proviene da Cuba, passando prima da New Orleans con il Rhythm&Blues. È una collisione di ritmi africani, melodie spagnole che portano con sé un bagaglio di influenze arabe. Insomma questi musicisti sono degli autostoppisti musicali!».

Finora abbiamo parlato della musica, ma, come ho letto in alcune altre interviste che hai rilasciato negli Usa e in Francia, il Changúí è molto altro…
«È danza, la musica senza ballo non esiste, ma è soprattutto comunità. Non si suona per farsi ascoltare, ma per stare insieme. Tutti possono intervenire, è un sistema aperto dove ognuno può interagire. È questa la bellezza. Su una struttura di canto fissa, un verso che viene ripetuto più volte, si inizia a inventare, inventa chi interviene nel canto, che però deve essere attinente al tema, inventano i musicisti che si chiamano ai cambi di ritmo con gli strumenti».

Gianluca Tramontana registra Las Flores del Changüí – Fotografo sconosciuto

Quali sono gli strumenti musicali generalmente usati?
«Di base sono tre, il Tres, tipo di chitarra che esiste solo a Cuba, con sei corde raggruppate in tre coppie, la Marímbula (una sorta di cassa acustica con delle linguette di acciaio, un basso ante litteram, ndr) e il bongo, l’equivalente del nostro “chitarra, basso e batteria”! In più ci sono il guayo (strumento idiofono a raschiamento, ndr) e le maracas. Gli strumenti in genere sono costruiti in casa, sono “rustici”. Quando se lo possono permettere, i musicisti si comprano anche ottime chitarre. C’è un gruppo che mi è rimasto nel cuore, Las Flores del Changüí, composto da sole donne. Floridia Hernández Daudinot, la fondatrice, suonava un Tres ridotto male. Quando le ho registrate e portate a mixare, non si potevano ascoltare. Quindi, sono ritornato a Cuba, con un Tres nuovo che le ho regalato e abbiamo inciso nuovamente». Ascoltate Guarijira.

Il suono di Tres, Marímbula e bongo creano quell’atmosfera festosa…
«I tre strumenti si connettono e si chiamano tra loro, improvvisando uno sull’altro. Il Changüí è come un brano pop. C’è un verso, che poi nessuno ricorda, poi c’è un coro che va e va e va e non finisce più. Un brano può durare pochi minuti come mezz’ora o più, dipende dalla situazione in cui ci si trova. Ci sono feste che continuano un intero weekend. Alcuni brani esistono come canzoni, con musica e parole codificate, ma in genere è tutto una “chiamata e risposta”. È musica per la comunità dove tutta la comunità può collaborare. Il circolo è aperto, si canta, si balla, il Tres chiama il bongo che a sua volta chiama la Marímbula. Quando lo ascolti dal vivo cadi in questa spirale, è una sensazione indescrivibile. Nelle registrazioni ho cercato di farla percepire. Ho lasciato che i musicisti si disponessero nel modo migliore, normalmente in cerchio, e ho registrato. In alcuni brani si sentono in lontananza gli uccelli che cantano e i maiali che grufolano. Ho fatto il giornalista, non il produttore. Volevo testimoniare un’esperienza e una storia».

Gianluca Tramontana – Foto di Kate Peila

Il box set è uscito il 30 luglio: com’è stato recepito negli Stati Uniti?
«Molto bene, sono soddisfatto! Nelle classifiche del circuito NACC (North American College and Community Radio Chart, ndr), è stato al primo posto per il genere Latin otto settimane consecutive, nella top assieme a Yola e Billie Eilish… L’ascolto delle radio dei college è molto importante, perché vuol dire che i ragazzi hanno trovato nel Changüí una ragione di divertimento, musica e ballo, significa che è un genere che ha colpito il cuore! Quando fai un progetto non sai se piacerà o meno. Volevo presentare la musica per quello che è, tradizionale ma anche moderna. L’ho proposta come se fosse una collezione pop, perché è accessibile e importante visto che ti racconta una storia».

Gianluca tu hai una teoria sulla musica, giusto?
«Per me la musica senza ballo non esiste. Mi spingo a dire che non è un’arte ma un’esigenza primaria per l’uomo, come bere, mangiare, dormire. Era così mille, duemila, diecimila anni fa, e la musica e il ballo viaggiano insieme. Volendo fare una distinzione, secondo me esiste la “Musica Arte”, che si fa in privato, vene scritta, prodotta a casa propria e, magari, un disco nato quattro anni prima, vede la luce senza un’attualizzazione perché si decide di proporlo al mercato. E poi c’è la “Musica folclorica”. Non è un genere, è musica che si suona all’aperto, dove la gente può partecipare. Una musica che si crea lì e che rimane irripetibile, perché è stata eseguita in quel preciso momento. Nel box set, c’è un brano, De aqui pa’ Italia, di Mikiki and his Brothers, che racconta proprio di me. Se la sono inventata al momento e l’ho cristallizzata nella mia registrazione».

Avrei potuto restare a parlare con Gianluca per ore. Con questo box set è riuscito a costruire un piccolo capolavoro in nome del valore sociale e artistico della musica, ad aprire uno spaccato su una piccola regione cubana e su una delle più belle e interessanti storie dell’isola. Come scrive nella presentazione Arturo O’Farrill, musicista, compositore e fondatore della Afro Latin Jazz Orchestra: «Gianluca Tramontana ha scoperto che l’essenza della vita può essere ridotta (o amplificata) alla semplice pratica di suonare il tres, pizzicare la marímbula, percuotere il bongo o “grattare” il guayo. Ha scoperto che nel pantheon degli eventi della vita niente – e sottolineo, niente – è più importante di afferrare la nostra vita e usare la musica del changüí per prendere in mano e plasmare i nostri cuori in modo da averne sempre il controllo, non importa quale sia il nostro quotidiano».

Intervista: NicoNote, le Limbo Session e un disco prezioso

Nicoletta Magalotti, aka NicoNote – Foto Giada De Nigris

È da sempre un’attenta studiosa della voce e del linguaggio. Ma è soprattutto un’ottima cantante, dotata di una gran bella voce, impostata e potente, ed è pure una brava attrice. Adora insegnare, didattica della vocalità, che non significa solo canto, ma impostazione della voce, public speaking… Un paio di mesi fa ha pubblicato con Wang inc., uno dei tanti moniker di Bartolomeo Sailer, quello più politico e combattivo, un disco chiamato Limbo Session 1. Poi ci arriveremo al titolo, ma prima vi presento Nicoletta  Magalotti, italo austriaca, nata a Rimini 59 anni fa. In arte è NicoNote ed è stata la cantante e il perno dei Violet Eves, band importantissima della New Wave italiana, negli anni Ottanta, molto apprezzata anche all’estero. Con lei, autrice dei testi delle canzoni, c’erano Franco Caforio, Gabriele Tommasini, Leonardo Militi e Renzo Serafini. Coloro che hanno vissuto la giovinezza in quel periodo li ricorderanno di sicuro. Pubblicavano per I.R.A. Records, casa discografica dove, nello stesso periodo, incidevano anche i Litfiba, i Moda (a proposito, l’ex cantante, Andrea Chimenti, proprio stasera, nella notte di San Lorenzo, pubblicherà il suo nuovo singolo Milioni, preannuncio del nuovo album, nei negozi a novembre, Il Deserto La Notte Il Mare), gli Underground Life e i Diaframma. Ascoltate qui la bellissima Aaria dall’album Promenade.

Veniamo a Limbo Session 1. Un lavoro ricercato, dove l’elettronica di Wang inc. interagisce con  le escursioni vocali di NicoNote. Qui due brani che trovo significativi del lavoro proposto, La Buddessa motociclista del Ladakh e Iam Lucet. Episodi diversi tra loro, dove si mescolano la passione di Nico per autori, come la poesia civile di Amelia Rosselli, i riferimenti beat di Lawrence Ferlinghetti, andatosene a 101 anni nel febbraio scorso, i versi e le testimonianze del poeta barbadiano Kamau Brathwaite che bene descrisse (e studiò) la diaspora africana. Le sue improvvisazioni vocali si fondono con i pattern di Wang inc., tappeti misteriosi dove NicoNote può lavorare su ambienti jazz, accenti post punk e clubbing. Un disco difficile, che necessita di più ascolti, prodotto dal collettivo Rizosfera e distribuito dall’inglese Rough Trade. Ma che poi, improvvisamente, si svela in tutta la sua bellezza e solidità. Non è mai semplice improvvisare, bisogna conoscere e studiare molto, avere la padronanza dello strumento, in questo caso della voce, divertirsi a scoprire nuovi fonemi, cercare una complicità continua con la musica per ottenere effetti che possono sembrare dissonanti ma che in realtà sono il sale del lavoro.

La chiamo un venerdì pomeriggio. Mi risponde dal salisburghese, dove sta trascorrendo un periodo rigenerativo di ferie e stimoli culturali. Iniziamo subito a parlare di musica. Chiacchierando si arriva all’uso della voce nel rap e nella trap. «Hai notato che mozzano le parole?», mi dice. «Quando li ho ascoltati per la prima volta ho provato una curiosità enorme: se decidi di lavorare sulla lingua e cambi le parole fai un atto fortissimo. Ciò mi fa riflettere, senza giudizi sul genere musicale».

Nico, come è iniziata la tua vita artistica. O, forse è meglio dire, le tue vite?
«Ho iniziato a 16 anni, con il francese Roy Hart Theatre e successivamente con Yoshi Oïda e quindi con la polacca Akademia Ruchu. Sapevo di avere una voce e lavorare con questi istituti e queste persone mi è servito molto nella formazione. Crescendo, tra i 25 e 30 anni, ho incontrato Tiziana Ghiglioni (grande cantante jazz, amante della sperimentazione e docente, n.d.r.) e poi la straordinaria Gabriella Bartolomei che è stata importantissima per me nell’apertura della vocalità. Ho iniziato a fare workshop molto presto, focalizzando la mia professionalità negli ultimi 15 anni».

Poco più che ventenne hai fatto parte dei Violet Eves, band leggendaria nel panorama della New Wave italiana…
«Mi è sempre piaciuto far parte di progetti che sono mondi a sé. Uno di questi è stata l’esperienza con i Violet Eves. Abbiamo pubblicato tre dischi dischi, Listen over the Ocean (1985), Incidental Glance (1986, uscito anche in Giappone via Nippon Philips) e Promenade (1988, uscito anche in Francia per Ira /Barclay, prodotto da Roberto Colombo con ospiti Patrizio Fariselli e Mauro Pagani). Abbiamo tenuto concerti in tutta Italia, Francia, Svizzera, Austria, Grecia, partecipato a festival e circuiti underground. Il nostro suono era tra new wave, dream pop e indie. È stata un’esperienza molto interessante, un momento molto nuovo, l’inizio di una scena, sono felice e orgogliosa di esserne stata parte».

NicoNote – Foto Giada De Nigris

Oltre ai Violet tu hai cantato usando vari moniker…
«Il primo che mi sono data, attorno ai vent’anni, è stato Fräulein Rogèe, facevo performance con la Sguinc Way, collettivo di artisti di base tra Romagna e Milano, installazioni e musica… Poi ho fatto album come AND, collettivo nato nel 1999 con Andrea Felli, compositore e producer, e David Love Calò, dj con cui ho poi lavorato al Cocoricò…».

NicoNote…
«È un progetto sonoro, poi diventato un nome d’arte che ho usato per firmare progetti dal 1996. L’ho vissuto come un nuovo corso musicale. NicoNote nasce nel clubbing».

Prima di arrivare a Limbo Session 1 c’è un passaggio fondamentale, il Morphine…
«Il Morphine è stato un’altra grande esperienza. L’abbiamo creato nella cattedrale techno del Cocoricò. Venivo dalla New Wave, avevo inciso sempre con etichette indipendenti, alcune affiliate a grandi major. Questa situazione mi stava stretta, ero anche un po’ delusa e ferita. Per cui ho dovuto ritrovare un punto con me stessa e l’ho visto nella performance situazionista e nel teatro. Nel ’93 ero sul punto di sospendere tutto. Lavoravo al Cocoricò. Mi chiama Romeo Castellucci per interpretare, nell’Orestea, il ruolo di Cassandra. Un lavoro molto visionario che mi ha segnato, rendendomi ancora più radicale. In questa particolare situazione della mia vita si inserisce il Morphine…».

Avete iniziato nel 1994 e siete andati avanti fino al 2007…
«È stata una grande esperienza Un laboratorio dove, con Davide Love Calò, dj resident, abbiamo sperimentato davvero di tutto. Da noi sono venuti grossi nomi, come Arto Lindsay, Roberto Cacciapaglia, Hector Zazou… C’è passato anche Franco Battiato. Era un posto dadaista, molto wharoliano. Ho iniziato a improvvisare con la voce sui suoni di Davide. Mi piaceva cantare senza essere sul palco, nascosta, per vedere le reazioni del pubblico. Sono state esperienze uniche… Loris Riccardi, direttore artistico del Cocoricò, mi chiese così di mettere il mio nome sui flyer che venivano stampati di continuo. Così, non potendo chiamarmi solo Nico, perché c’era la ben più famosa – e da me amata – Nico (The Velvet Underground, ndr) ed essendo Blue Note la mia etichetta del cuore, sono diventata NicoNote! E qui, nella cornice del Morphine, sono nate le Limbo Session.».

Bartolomeo Sailer aka Wang inc. – Foto Giada De Nigris

Limbo Session che hai ripreso nel tuo ultimo lavoro…
«Nelle Limbo ho messo tutta la mia esperienza, lavori non solo musicali ma anche teatrali, nel definire il suono, gli spazi, le luci i colori. Una voce che non fa del marketing la sua direzione ma che si ricollega a un vissuto, a mondi epocali che talvolta non hanno a che vedere con il mercato. Ero e sono una presenza indipendentissima. Con Wang inc., con cui avevo collaborato già in precedenza, ho una bella intesa. Abbiamo voluto fissare un momento, un flusso emozionale capace di rappresentare ciò che le Limbo Session sono diventate oggi, frutto di una lunga, instabile, stratificazione culturale. I Rizosfera ci hanno chiesto di fare un album rigorosamente live, di improvvisare. Esperienza interessante, soprattutto quando si è trattato di scegliere i brani da mettere nel disco. Dove si trovano aspetti più umorali, ogni frammento in questa session ne ha. Post clubbing, direbbero i miei editori. Le Limbo sono, appunto, una condizione di indefinizione totale, dove tutto può accadere».

Il lavoro è uscito solo in vinile?
«Anche in Cd. Supporti materiali con cui riesco a spiegare il mio concept attraverso un booklet con una grafica bellissima, anche se, per chi acquista il vinile dal sito, Rizosfera dà la possibilità di avere via mail uno streaming personalizzato illimitato».

Un’espressione di ciò che è stato il clubbing…
«Era un laboratorio dove far accadere delle cose. Non aveva nulla a che fare con la discoteca. Un luogo dove sperimentare delle visioni. È generazionale, quasi sociologico. In quegli anni ho ibridato situazioni, come ad esempio forme teatrali con la Societas Raffaello Sanzio e Romeo Castellucci. Ho cercato di unire clubbing, teatro d’avanguardia e musica elettronica».

NicoNote e Wang inc. – Foto Giada De Nigris

A proposito, che genere di musica ascolti?
«Non ho generi definiti, per lo più molta classica e jazz. Ascolto anche il silenzio, John Cage ne ha fatto una bandiera. Posso dirti cosa sto ascoltando adesso, per lo più Mozart. In genere, mi piace incontrare musica che mi piace, ma ascolto anche musica che non è nelle mie corde, ma che mi serve per una determinata drammaturgia».

Dopo il Morphine hai abbandonato il clubbing?
«Ho continuato a nutrire molta curiosità per il clubbing. Con Piefrancesco Pacoda, giornalista e saggista, abbiamo ideato un format, Tenera è la Notte, dedicato a Dino D’Arcangelo, giornalista de La Repubblica che ha capito e interpretato la nascita e lo sviluppo della Club Culture in Italia nella sua storica e omonima rubrica, presentata al MIR Tech di Rimini. Che poi è diventato un libro, Tenera è la Notte. La club culture di Dino D’Arcangelo. E anche un premio. Faccio parte della giuria assieme a Ernesto Assante, Pierfrancesco Pacoda, Simona Faraone, Francesco Costantini, Principe Maurice, Pierluigi Pierucci, Claudio Coccoluto, Damir Ivic… È uscito a luglio anche un bellissimo docufilm che racconta la storia di quegli anni, Disco Ruin, di Lisa Bosi e Francesca Zerbetto.

Nico, la tua vita artistica è ricchissima, musica, cinema, teatro, organizzatrice di eventi, ma anche la didattica della voce…
«È un altro aspetto del mio lavoro. Lo faccio come libera professionista a Bologna. Ho allievi di ogni tipo, dal cantante all’attore al manager che vuole imparare a catturare l’attenzione durante un discorso. Insegno a usare la propria voce. In alcuni casi c’è anche un risvolto di consapevolezza e benessere. Sono sempre stata attratta dalla voce. Il mio bilinguismo (sono austriaca da parte di madre), credo abbia contribuito al mix dei miei suoni e del mio immaginario».

Xavier Rudd, Gal Costa e Tim Bernardes, Rodrigo y Gabriela: tre singoli da ascoltare

Frame dal video di “Stoney Creek”, brano di Xavier Rudd

Non so perché, ma non mi sono mai piaciute le uscite di dischi singoli, quelli che, in vinile, erano i 45 giri e, oggi, in digitale sono i “single”. Sto notando che che tra i “single” sempre più spesso vengono proposti due brani, magari uno la rielaborazione del precedente. Si ritorna, dunque, ai vecchi lato A e lato B. I singoli raramente restano tali. Servono a lanciare un nuovo album (e per questo ci sono i rilasci programmati, Amuse Bouche invitanti in attesa della portata principale), ad annunciare che l’artista si sta dando da fare, a tenere in ansia i fan… Nell’urban (rap-trap) sono pane quotidiano. Si consumano come tapas in una taparia di Barcelona, alcuni buoni, altri mediocri, ma comunque utili ad abbinarli a una buona cerveza helada. Ma ci sono anche uscite fatte per il solo gusto di dire qualche cosa, brevi e intensi momenti di musica. Tutto questo pippone per presentarvene tre che in questo 2021 mi sono piaciuti particolarmente. Scopriamoli insieme.

1 – Stoney Creek – Xavier Rudd
Per chi non lo conoscesse, Xavier Rudd è un artista molto particolare. Australiano, 43 anni, sempre a piedi nudi (un suo modo per restare a contatto con la terra, essere parte di un mondo a cui lui crede fermamente, fatto di semplicità, connessione con la natura, amicizie vere), polistrumentista, one man band, assistere a un suo concerto ha un che di catartico. Che si esibisca da solo con l’immancabile didgeridoo (lo strumento a fiato degli aborigeni) e la chitarra acustica o con il suo gruppo The United Nations con il quale si diletta a suonare reggae in versione australe, riesce a trasmettere sempre qualcosa di magico. Diventato famosissimo con il suo Spirit Bird, disco uscito nel 2012, che contiene Follow The Sun, uno dei suoi brani più noti – la Time Records lo ha portato a fama mondiale con il progetto Time Square, canzoni di grande valore artistico riviste con nuovi mixaggi e produzioni – dopo un anno forzato di fermo nel suo “concertare” per il mondo, ha iniziato a riflettere sulla sua musica e su quanto stava succedendo nel mondo. Spiega lui stesso (lo trovate sul suo sito): «Stavamo viaggiando verso nord, diretti al Capo e il vento soffiava troppo forte per uscire in barca… Mentre contemplavo tutto quello che mi stava succedendo e ciò che stava avvenendo nel mondo, ha cominciato a soffiare un forte vento di sud-est. Sembrava proprio un vento di cambiamento, letteralmente». Così è nata Stoney Creek, canzone accompagnata da un video, dove una donna danza su uno skateboard spinta dalle raffiche di quel vento: Baby, the wind is blowin’/ So rest your weary head here on my knee/ There’s no way we’re getting on the ocean/ So fuck everything else and let’s just be

2 – Baby – Gal Costa & Tim Bernardes
È un brano storico, contenuto nel disco-manifesto del Tropicalismo, Tropicália ou Panis et Circensis, uscito nel 1968. Baby è stato scritto da Caetano Veloso e interpretato da Gal Costa. L’origine della canzone l’ha descritta lo stesso Caetano nel suo meraviglioso libro Verdade Tropical (Companhia das Letras, 1997), uscito in Italia con il titolo Verità tropicale: musica e rivoluzione nel mio Brasile, ripubblicato da Sur nel 2019, in occasione dei 20 anni dall’uscita italiana, con integrazioni dello stesso artista. A chiedere la canzone è stata la sorella Maria Bethânia – a proposito, ascoltatevi Noturno, il suo ultimo lavoro uscito fresco, fresco il 29 luglio scorso, ne parlerò sicuramente – che poi, inspiegabilmente non lo interpretò. Il brano è diventato uno dei cavalli di battaglia del Tropicalismo, suonato e cantato da numerosi artisti. Quello che vi consiglio oggi è Baby, reinterpretato dalla stessa Gal Costa, con una voce ancora meravigliosa e squillante, fresca e vibrante nonostante i suoi 75 anni (fa parte di un progetto dell’artista carioca ribattezzato #Gal75 diventato un disco, Nenhuma Dor, uscito nel febbraio scorso) su un arrangiamento e voce comprimaria di Tim Bernardes, trentenne artista di São Paulo, fondatore del gruppo pop-psichedelico O Terno (ascoltateli!). Tim è molto apprezzato sia da Caetano sia da Maria Bethânia per il suo sound essenziale con cui riesce a creare terreni musicali di gran spessore. E Baby non fa eccezione!

3 – The Jazz Ep – Rodrigo Y Gabriela
Non è proprio un singolo, ma l’ho scelto perché, sebbene si tratti di un Ep con tre brani di tre autori diversi rielaborati con la loro consueta verve, può essere considerato un solo unico pezzo di quasi 20 minuti d’ascolto. C’è un filo conduttore nei tre brani, Lingus degli Snarky Puppy, Oblivion di Astor Piazzolla (c’è anche la partecipazione di Vicente Amigo, chitarrista di flamenco tra i più quotati) e Street Fighter Mas, del sassofonista Kamasi Washington, che la coppia di chitarristi messicani con sede a Barcellona, Rodrigo Sanchez e Gabriela Quintero, ex membri di una band metal messicana, i Tierra Acida, sono riusciti a plasmare come un’unica mini sinfonia in tre atti. Il lavoro che ne è uscito, pubblicato nel maggio scorso, è un piccolo gioiello che solo dei virtuosi possono permettersi. Se vi ascoltate i brani originali, noterete che Rodrigo y Gabriela sono riusciti ad armonizzare tre partiture molto diverse tra loro trasformandole in una sequenza coerente e avvincente. Una sorta di cavalcata ai confini tra jazz, fusion, e sonorità latine, grandi pressioni e ampi spazi di riflessioni (nella struggente  e magistrale Oblivion), dialoghi di corde, a volte duri a volte romantici, ma sempre tecnicamente perfetti. Noterete l’uso della chitarra elettrica in simbiosi con la chitarra classica. Grandi professionisti, ottima musica, venti minuti intensi da godere e condividere.

Tre dischi, tre voci femminili, tre modi di passare il weekend…

Come ormai consuetudine, anche questo venerdì vi propongo tre album da ascoltare durante il weekend. Questa volta si tratta di tre nuove uscite di giugno dove le protagoniste sono tre donne. Tre artiste di notevole bravura, tra elettronica, neo soul e Musica Popular Brasileira di nuova generazione. Viaggeremo, quindi, tra New York, Melbourne e São Paulo.

1 – Fatigue – L’Rain
Partiamo da New York, Brooklyn per la precisione. L’Rain è il moniker che si è scelta Taja Cheek, trentenne cantautrice, una laurea in musica e un modo di comporre molto personale. Il nome d’arte L’Rain è un omaggio a sua madre, Lorraine, morta nel 2017 quando Taja stava lavorando al suo primo disco. L’ha anche tatuato sull’avambraccio. Fatigue riporta ancora le ferite della perdita subita, unite alle tante altre legittime domande che la Cheek si  pone sulla sua vita. È un disco ma, soprattutto, un viaggio introspettivo, come lei stessa ha spiegato al New York Times che le ha dedicato una lunga intervista una decina di giorni fa. Di lei, Jon Pareles, l’autore dell’intervista nonché capo dei critici musicali del quotidiano americano, scrive: «Cheek continua a riflettere su insicurezza, ricordo, smarrimento, rimpianto, lutto e la preoccupazione mentre cerca, in qualche modo, di insistere. In Find It canta “Mia madre mi ha detto: trova una strada dove non c’è”». Find It è un po’ la “summa” del suo modo di fare musica. Lei registra di continuo, voci, suoni, canti, scene di vita quotidiana. Lo fa in modo minuzioso, come tenere un prezioso diario sonoro. Nel brano c’è, dunque, l’intervento di un organista che suona e canta I Will not Complain durante il funerale di un amico di famiglia. Taja l’ha registrato, ci ha messo sopra un sax romantico e un crescendo di basso, mentre l’organo e la voce esplodono in cori e fraseggi. In Blame Me c’è una frase pronunciata da sua madre nascosta tra le pieghe della canzone… insomma un percorso sinuoso, apparentemente senza senso, in realtà molto ben definito, con accenni a uno stile a tratti essenziale che ricorda Moses Sumney. Da mettere sul piatto la sera e riflettere…

2 – Mood Valiant – Hiatus Kaiyote
Dici Hiatus Kaiyote leggi Nai Palm, chitarrista e leader della band di Melbourne, il cui vero nome è Naomi Saalfield, musicista dotata di una straordinaria creatività e anche di una buona dose di vita vera vissuta. La band, presente da alcuni anni sulla scena mondiale, ha pubblicato lo stesso giorno di L’Rain, il 25 giugno, Mood Valiant, disco decisamente interessante. Preparato già nel 2019 ma poi, causa pandemia e un tumore al seno (per fortuna risolto al meglio) che ha fermato la vulcanica frontwoman, è uscito solo ora. Fiati e violini nel miglior stile soul (vedere An We Go Gentle) si alternano a un tappeto di suoni a tratti stridenti della chitarra di Nai, a tratti suadenti, con una base ritmica simile a un soffice tappeto erboso. Il brano più interessante – e anche quello che mi piace di più – una sorta di flash back, è Get Sun con la partecipazione del compositore brasiliano Arthur Verocai. Soul, psichedelia, frammenti jazz, ne fanno un album che vale la pena ascoltare.

3 – Esperança – Mallu Magalhães
Chiusura in bellezza e spensierata. Musica da ascoltare come sottofondo nelle calde notti estive, musica che riporta al momento d’oro della bossanova. Mallu Magalhães, 28 anni, di São Paulo, al suo quinto album in studio, dà vita a un piccolo universo di MPB, delicato e sofisticato, allegro e positivo, con refrain che si ricordano facilmente e che ti rimangono impressi e li fischietti senza accorgetene, come Quero Quero. Esperança è un viaggio raccontato in portoghese, spagnolo e inglese, ricordi che sono fissati nella miglior tradizione brasileira. Inizia con America Latina, tanto per ribadire da dove Mallu proviene, cantata in inglese, per poi snodarsi e sciogliersi in brani come Barcelona con l’intervento di Nelson Motta uno dei padri della bossanova, giornalista e compositore, o Regreso (in spagnolo), o Deixa Menina cantata con Preta Gil, la figlia di Gilberto Gil. Chitarre, tromba, cuica, batucada, e una voce disincantata dal timbro jazz ne fanno un disco amabile, scaccia pensieri, vacanziero. Divertitevi!

Thiago Nassif, la nuova musica brasiliana. Parola di Arto Lindsay

Thiago Nassif in un ritratto di Caio de Paiva

Quando si parla di musica brasiliana, quelli della mia “era” – cresciuti tra gli anni Settanta e Ottanta – sono rimasti ancorati ai classici della bossanova (nata alla fine dei Cinquanta) e ai psichedelici Os Mutantes, parte di quel movimento, il Tropicalismo, che ha rivoluzionato la musica brasileira assieme a Caetano Veloso, Gilberto Gil, Gal Costa, Maria Bethania, Tom Zé… ma anche al rock del mitico Raul Seixas, al punk, quello nato a Brasília con gruppi come i Plebe Rude, per intenderci, ai roqueiros di São Paulo, i Barão Vermelho, i Titãs, a Rio de Janeiro i Paralamas do Sucesso, a Porto Alegre gli Engenheiros do Hawaii, nel metal, i Sepoltura… Insomma, un fermento musicale incredibilmente vario che – almeno a me – ha fatto chiudere occhi e orecchie alla musica venuta dopo.

Il mainstream di oggi è quello del resto del mondo: l’urban nelle sue varie declinazioni, il pop di facile successo alle Anitta, che, sinceramente, mi getta in un profondo sconforto. Tutta questa tirata per dirvi che la mia idea su una musica brasiliana ferma, ripetitiva, poco o per nulla creativa, improntata a quel declino culturale che è arrivato – ed è un paradosso – con i social, ha incominciato a incrinarsi quando ho ascoltato Thiago Nassif.

C’è vita su Marte, ho pensato! Qualcosa di davvero originale, nuovo, profondo, ricercato, raggiungeva l’Europa. Thiago ha 41 anni è nato e cresciuto a São Paulo, si è trasferito a Rio de Janeiro «perché c’è più fermento creativo». Ha pubblicato il suo quarto album, Mente, uscito giusto un anno fa, un disco esemplare che ha seguito un percorso coerente, testimoniato dai suoi precedenti lavori, soprattutto Práxis, del 2011, e Três, del 2016 (rieditato due anni dopo per la casa discografica inglese Foom), coprodotto con Arto Lindsay.

Proprio ieri è stato pubblicato un remix firmato da Cornelius, il musicista, produttore e dj giapponese, di Pele de Leopardo, secondo brano di Mente. Così, dopo mesi che lo seguo attraverso la sua musica, ho deciso di chiamarlo via Meet e intervistarlo.

Lui ha accettato volentieri: «Che bello, l’Italia si sta sempre più interessando a me, con lei ho un legame, una connessione, anche perché mia nonna materna era italiana», mi dice contento, sorseggiando il primo bicchiere di un intero bricco di caffè. Mi incuriosiva conoscerlo anche perché, quando uscì Mente, il New York Times lo inserì in una sofisticata playlist estiva. La recensione del disco terminava con un complimento categorico: “It’s music of nowhere and everywhere, disappearance and arrival, the archive becoming the now”.

Se credete, come io credo, alla ripetitività della storia, ebbene, permettetemi questo paragone: se il Tropicalismo si basava su un’antropofagia culturale, presa a modello dal Manifesto Antropofago stilato dal poeta Oswald de Andrade nel primo Novecento, oggi Thiago è uno dei consapevoli esponenti di un’antropofagia cultural-musicale, che si manifesta in un desiderio di usare tutto quello che l’eredità della sua terra – e non solo – mette a disposizione, dai canti indigeni alla bossanova, dal samba al funk brasileiro, proponendo un suono nuovo, dove conta molto il rumore e anche il silenzio. Non è un caso che il grande Arto Lindsay lo abbia capito e spronato. Ora sono grandi amici, compongono insieme, si intendono alla perfezione. Arto di Thiago dice: «È la musa ispiratrice della nuova generazione di compositori brasiliani».

La cover del singolo “Pele de Leopardo”, remix di Cornelius uscito il 28 maggio 2021.

Thiago, sono curioso, ho un sacco di cose da chiederti. È giusta la mia sensazione di un Brasile culturalmente impoverito nell’ultimo ventennio?
«Al contrario, c’è molto movimento, pensa al funk brasileiro, nato nei sobborghi, nelle favelas. Ogni città, ogni stato di questo Paese ha il suo funk, c’è quello carioca, quello Paulista e via dicendo. Anche il funk, come il samba, è una musica che ha una discendenza africana, che è nato dal basso ed è espressione popolare. Credimi, il Brasile oggi ha molto da offrire, grazie alla musica dell’Afro-diaspora. Per esempio, pensa alla musica nordestina, a Siba (artista pernambucano con il quale ha collaborato lo stesso Arto Lindsay, n.d.r.), un costrutto tradizionale che si evolve. Ma anche ai canti indigeni – non dobbiamo dimenticare il loro apporto alla nostra musica, il loro costrutto canoro è molto geometrico, ma non inteso in forma pitagorica! Si tratta di un lavoro a cui ho partecipato come musicista e produttore, è un disco di canti degli indios Huni Kuin. Al canto, Bella e io abbiamo aggiunto delle sculture sonore, Bruno di Lollo il sintetizzatore,  Domênico Lancellotti l’MPC1000. Il tutto per esaltare il potere della voce di Ibã Sales, Uma voz da Floresta Encantada».

Con quale genere musicale ti sei formato? Cosa ascoltavi da ragazzo?
«Mio padre, Zé Nassif, aveva tantissimi dischi, ascoltava molta musica, soprattutto rock, musica strumentale, adorava l’arpista Andreas Vollenweider e il compositore greco Vangelis Papathanassiou, autore di numerose colonne sonore, tra cui quella di Blade Runner…». Verso i dodici anni mi ha preso il blues, la musica nera americana, il movimento di Chicago che gravitava intorno alla Chess Records. Lo studiavo a fondo, ero rapito e interessato al punto che ero arrivato a una conclusione: volevo suonare il Blues. A mio padre piaceva la musica straniera, io, crescendo, mi sono appassionato alla musica brasiliana tradizionale, grazie a mia nonna che abitava all’interno dello Stato di São Paulo. Adoravo la Moda de Viola, una musica delle radici, legata alla terra, eseguita con quello splendido strumento che è la Viola, una chitarra a dieci corde. Ad ascoltarla potrai notare che ha basi di blues e country, quello del Mississippi. Crescendo ho imparato ad amare lo Choro…».

Lo Choro, un antesignano del jazz…
«Esatto, una musica dove si improvvisava dentro rigidi canoni. La mia svolta musicale l’ho avuta a 13 anni con la chitarra elettrica. Per me è stata un vero impatto, mi affascinava l’elettrificazione dei suoni, come li puoi cambiare. Ricordo che mio papà comprò una pedaliera: non riuscivo ad usarla, non la capivo anche se mi ci applicavo. Un giorno venne un suo amico con un solo pedale, e lì mi si è aperto un mondo, ho iniziato a curiosare tra i suoni, a registrarmi con un registratore a quattro piste, ad ascoltarmi, ad apprezzare il rumore della cassetta che emetteva il suono. A 18 anni ho deciso di registrare un album. Andai in studio di registrazione ma ho odiato il suono che il tecnico mi presentava. Non c’era proprio, dovevo imparare a costruire il suono come lo volevo io…».

Cosa hai fatto per trovarlo?
«Mi sono iscritto a ingegneria del suono negli Stati Uniti, nel Tennessee, a Nashville, nel punto nevralgico della musica americana. Mi sono laureato. In quegli anni di studio avevo messo su una band con altri colleghi e grandi amici, i Cowboy Movie. Facevamo un folk psichedelico con molti interventi di Noise. Tornato a São Paulo con alcuni amici abbiamo formato un’altra band, gli Epicac Tropical Banda (ci trovi su Bandcamp), band concettuale con improvvisazioni quasi jazzistiche».

Quando hai deciso di andare a vivere a Rio de Janeiro?
«Nel 2014. Mi sono trasferito a Rio perché la scena musicale – e non solo – era molto diversa da quella di São Paulo. La libertà era un’altra, c’era una forte relazione tra i vari movimenti culturali, Rio era un frullatore: arti visive si mescolavano a jazz, musica brasiliana a musica sperimentale suonata solo da macchine. Tutti facevano capo per lo più allo studio di registrazione Audio Rebel».

Arto Lindasy e Thiago Nassif – Foto Rogerio Vonkruger

E lì c’era anche Arto Lindsay…
«Sì ci siamo conosciuti in quell’ambiente, ci siamo scambiati idee. Lui ha prodotto il mio terzo album Três, siamo diventati amici, lavoriamo spesso insieme. Arto mi chiama per collaborare a suoi lavori, che sia un disco o un’installazione sonora. Lui suona la chitarra al di fuori delle convenzioni, usando delle melodie con inserti ispidi, rumorosi…».

Veniamo a Mente, lo hai definito un disco di connessioni…
«Perché è proprio questo, un disco costruito su una mia base da molte persone che ho scelto con attenzione. Ciascuna di queste ha dato quello che era necessario al lavoro. Quando componevo con una chitarra elettrica e un semplice pedale Looper pensavo a quali fossero gli artisti giusti che potessero dare il loro apporto in termini estetici, melodici e armonici. In questo viaggio mi hanno accompagnato, formando strati musicali, Pedro Sá, Guilherme Lirio, Menino Brito, un percussionista fantastico che suona samba con Pretinho da Serrinha. Lui ha portato il suo bagaglio, che è diverso dal mio, suonando la cuica in Vóz Unica Foto Sem Calcinha. Lo stesso dicasi per Sergio Azul: viene da Bahia suona in un afro-bloco gigantesco di percussionisti. Il suo “toque” viene dal Candomblé, è diverso da quello carioca. Ognuno ha il suo timbro…».

Thiago Nassif – foto Hick Duarte

Al disco ha partecipato anche Vinícius Cantuária…
«Sì, lui vive a New York, ma era a Rio de Janeiro, così sono riuscito a coinvolgerlo. È un “violonista”, suona la chitarra, ma per caso l’ho sentito suonare la batteria: aveva un suono e una tecnica tutta sua, parte dell’universo di Vinícius. Così, in Soar Estranho e Plástico lui suona la batteria».

Non ci sono solo musicisti in Mente. O meglio, sono anche musicisti ma si occupano d’altro…
«Ho chiamato anche Bella, artista che fa una musica di ricerca, lei si costruisce gli strumenti. Ha messo strati ai brani, approfondendo sempre di più la complessità del suono. Come vedi, questo disco non l’ho fatto solo io, ma anche Arto e tutti gli amici coinvolti. È frutto della ricerca di ciascuno. Il disco cerca proprio questo equilibrio di saperi».

Apriamo una parentesi sul “rumore” a cui tu tieni molto.
«Per me il rumore è ritmo, quello che ti fa danzare, ti dà la carica, l’energia. Può essere anche una prateria testuale o musicale. Comunque è sempre presente nella nostra vita e per me dà il ritmo, scandisce il silenzio».

Perché hai deciso di chiamare il tuo album Mente?
«Mente ha un doppio significato. La mente umana, il pensare in modo razionale ma anche, nella sua forma verbale, il mentire, e mi riferisco alla situazione politica soprattutto attuale. Quest’ultimo è un discorso lungo e complesso da fare, che il Covid ha amplificato. Siamo in un momento di “post verità”, un momento molto delicato per il mio Paese. Allo stesso tempo la mente è uno specchio, una riflessione di se stessi che ci confonde. Non a caso l’immagine della cover rappresenta uno specchio dove io butto un secchio d’acqua. Riprendendo il mito di Narciso che muore affogato nel suo continuo compiacersi e specchiarsi, ecco, lui è la mia speranza, prima o poi deve svegliarsi e non finire preda di se stesso».

Arrivati a questo punto, come posso definire la tua musica? Elettronica? No-wave?
«Non solo, ho cercato di prendere l’essenziale da ogni genere della musica brasiliana una connessione più che una contaminazione per raggiungere l’essenza della musica. Dentro c’è Tropicalismo, jazz, musica sperimentale, funk carioca, musica elettronica, praterie di suoni e ritmi, lo stesso fatto di cantare in portoghese e inglese è una dimostrazione delle connessioni anche attraverso le parole».

La chiudo qui. Vi assicuro che di sostanza nella musica di Thiago Nassif ce n’è molta. I suoi lavori vanno ascoltati con attenzione, vanno apprezzate le texture melodiche, i singoli rumori mai buttati a caso, il gran lavoro percussivo, l’amalgamare suoni che apparentemente stridono. L’antropofagia culturale diventa una necessità, una sorta di chiamata a raccolta del proprio passato e delle esperienze musicali universali. Tutto viene ricondotto in melodie che contengono mondi diversi, generi diversi, strutture diverse. Connessioni reali e non virtuali…Vi lascio con Plástico, suonato con Arto Lindsay, Vinícius Cantuária, Negro Léo e Laura Wrona…