Tre dischi per il weekend: St. Vincent, Joe Barbieri, Vijay Iyer

1 – Daddy’s Home – St. Vincent

Come consuetudine, vi propongo tre dischi da ascoltare nel fine settimana. Parto subito con un’uscita fresca fresca, di giornata: Si tratta di Daddy’s Home, ultimo lavoro di St. Vincent, nome d’arte dietro cui si cela la brava Annie Clark, musicista e produttrice americana che vanta collaborazioni importanti, una a cui sono particolarmente legato, è quella con David Byrne in Love This Giant, album del 2012 (ricordate Who?). Dadd’ys Home è un disco irriverente e autobiografico (Annie racconta il periodo, dieci anni, in cui suo padre è stato rinchiuso in prigione per aver partecipato a una truffa azionaria pump & dump di oltre 43 milioni di dollari).

Inevitabili i ricordi dei dischi che giravano in casa, quella musica anni Settanta (lei è nata nel 1982), dove gli artisti amavano sperimentare. E lei reinterpreta quell’ansia quasi nevrotica di cambiare il presente mutando a sua volta la musica di quegli anni. Live in the Dream, per esempio, ricorda tanto Us and Them dei Pink Floyd, che poi si evolve in una forma altra, quasi una parodia del brano originale, con quegli effetti di sitar elettronico, molto usati in quegli anni da quasi tutte le band rock, ma con l’aggiunta dei suoi assoli di chitarra acidi e della batteria che scandisce secca, quasi apatica, in netto contrasto con i suoni avvolgenti di Gilmour e Mason. Sotto questi aspetti, un lavoro originale, non banale, uno spaccato della sua vita non solo di artista. Viene in mente quello che proprio St. Vincent, alle battute finali di What drives Us, docufilm di Dave Grohl che consiglio vivamente, dice: «Alla fine, suonare e scrivere fottute canzoni è ciò che amo fare, la cosa che mi piace di più in assoluto!».

2 – Tratto Da Una Storia Vera – Joe Barbieri

Passiamo a tutt’altro, veniamo a casa nostra per un’uscita di un mese fa: Tratto Da Una Storia Vera, di Joe Barbieri. Su Barbieri mi sono già espresso in questo post, è uno degli autori italiani più bravi e raffinati che possiamo vantare. A cavallo tra jazz, bossanova, arie classiche, è un artista completo. In questo album vanta, as usual, collaborazioni di rispetto, come Fabrizio Bosso nel brano che apre il disco La Giusta distanza, o Niente di Grave, con il violoncellista carioca Jaques Morelenbaum, o ancora In Buone Mani, cantata con Carmen Consoli e Promemoria, esplosione di gioia, con il grande trombonista Mauro Ottolini che ho intervistato qualche settimana fa su questo blog. Un album personale, autobiografico, dove dentro ci sono tutte le passioni musicali di Barbieri, quei generi e quegli amici che lo hanno reso l’artista che è oggi.

3 – Uneasy   Vijay Iyer, Linda May Han Oh, Tyshawn Sorey

E ora ci tuffiamo nel jazz con un pianista che per suonare non sceglie mai le strade più facili, ma ama avventurarsi in terreni affascinanti, in nuove sonorità, in fraseggi complessi che restituiscono all’ascoltare la meraviglia di una lingua, la musica, ricca di “sinonimi e contrari” senza ricadere sempre sulle solite “frasi fatte”. Lui è il newyorkese Vijay Iyer, 49 anni, per l’occasione in trio con altri due grandi musicisti, la contrabbassista e compositrice australiana Linda May Han Oh e il batterista (polistrumentista e compositore newyorkese) Tyshawn Sorey. Il risultato è Uneasy, titolo che potremmo tradurre con “A disagio”, uscito il 9 aprile scorso. A disagio per gli anni di pandemia, a disagio per le tensioni razziali in America ancora irrisolte – ascoltate Combat Breathing.

Ma anche artisti preoccupati di cercare di far capire quello che i tre stanno portando avanti in nome della creatività. Proponendo, ad esempio, anche dei superclassici, come Night and Day di Cole Porter, da ascoltare non come brano in sé ma come una trasformazione sul tema, un altro punto di vista, più complesso, appunto, per le implicazioni emotive e le storie professionali di ciascuno dei tre musicisti. Dunque, un disco da mettere in cuffia a cuore aperto, per lasciarsi conquistare da nuovi linguaggi, considerare altri orizzonti, al di là dei propri gusti personali.

11 maggio: il tempo, Bob Marley, Cats e Toscanini

Kingston, la casa di Bob Marley, particolare – Foto BC

In questi giorni riflettevo sul passare del tempo, questo scandire apparentemente immoto che muta, trasforma, crea, distrugge. Anni fa un amico artista, Francesco Arecco, mi aveva coinvolto in un progetto, un libro dove, a più mani, ciascuno per il suo sapere e professione, parlava del tempo. Il titolo era Tempo al Tempo: Riflessione corale sul concetto di Tempo (Mimesis 2013). Un gran bel lavoro, perché lui, curatore, era riuscito a ottenere un’immagine del tempo sfruttando più conoscenze, materie, professioni, non elitaria ma ricca di esperienze e suggestioni.

Le riflessioni sul tempo sono legate a dei momenti importanti vissuti, come quelli dell’11 maggio di 40 anni fa, quando Bob Marley, consumato da un tumore, si spense all’ospedale universitario di Miami. Non voglio lanciarmi in coccodrilli postumi, Marley è un mito, uno degli immortali, grazie alla sua musica, come ho avuto modo di scrivere in un post lo scorso anno. Quasi ventenne pensavo allo studio, alla musica, agli amori. Tutto normale, se non l’aver avvertito quella nitida sensazione di arrepio, bella parola portoghese che ben rappresenta i brividi, per la velocità con cui si sta consumando la mia vita. Quarant’anni sono un battito d’ali, ieri.

Così, per restare in musica, sempre l’11 maggio del 1981 c’è stata la prima di Cats al New London Theater di Londra, musical scritto da Andrew Lloyd Webber, lo stesso autore di quel Jesus Christ Superstar, la cui prima voce rock prestata al Nazareno, nel disco uscito nel 1970, fu quella di Ian Gillan frontman dei Deep Purple, band che ascoltavo allo sfinimento negli Settanta e Ottanta (qui The Temple). Tornando a Cats, che molti pensavano fosse soltanto un visionario flop ma che, invece, è diventato uno dei musical più visti al mondo, chi non ricorda Memory? Un po’ troppo romantica per i miei gusti, ma una delle canzoni più famose in assoluto, brano su cui si sono cimentati in tanti, da Barbra Streisand a Barry Manilow.

Quarant’anni… Praticamente ieri.

E ancora oggi sono, invece, 75 anni che il Teatro alla Scala di Milano riapriva coraggiosamente dopo tre anni di lavori, per celebrare la libertà della città e l’inizio di un periodo di pace. Il 79enne Arturo Toscanini, di nuovo sul podio dopo l’autoesilio impostosi nel 1931 per protesta contro il regime fascista, diresse un concerto emozionante. Significò la ripartenza della cultura, della vita, della speranza, tra arie di Rossini e di Giuseppe Verdi.

“Spotify is Surveillance”: dal disco alla realtà

Ormai lo abbiamo capito: tutto questo “benessere” tecnologico che ci è piovuto dal cielo come la biblica manna, dobbiamo pagarlo in qualche modo. Il prezzo è elevato: vendiamo noi stessi. Ne siamo più o meno consapevoli, un meretricio voluto per giustificare le nostre comodità ma anche – e soprattutto – il nostro ego. Siamo disposti – spesso con leggerezza – a vendere la nostra privacy in cambio di like, sorrisi, condivisioni… il quarto d’ora di celebrità dibattuto da Wharol, lo possono vivere – o credere di averlo vissuto – tutti.

In questo mercato che le aziende tecnologiche considerano il nuovo Eldorado, non poteva certo mancare la musica. E arrivo al punto: il 4 maggio scorso oltre 180 artisti più una settantina di organizzazioni a tutela del consumatore e dei diritti umani, tra queste anche Amnesty International, Fight For The Future, il Center for Digital Democracy, Mozilla Foundation, hanno inviato una lettera a Daniel Ek, Co-founder e Ceo di Spotify con la quale chiedono conto di un nuovo algoritmo che l’azienda avrebbe intenzione di usare per rilevare «emotional state, gender, age or accent» come si legge nel testo, così da raccomandare in modo sempre più mirato la musica ai milioni di iscritti alla famosa app di musica. La lettera è diventata anche una petizione: chi volesse firmarla, può andare a questo link.

Spotify, pur ammettendo studi per migliorare l’esperienza musicale dei suoi iscritti, ha fatto sapere che non intende applicare questo nuovo sofisticato sistema, ma… sta di fatto che questo algoritmo esiste e ha destato non poche preoccupazioni tra i musicisti e le associazioni per i diritti umani. Un sistema che permetterebbe all’app svedese di ascoltare la voce, le inflessioni, il genere, la razza e con tutti questi dati presi sul campo, centrare i gusti musicali in maniera sicura ma anche aumentare di conseguenza il proprio fatturato.

In sostanza i vari Tom Morello, chitarrista dei Rage Against The Machine, Laura Jane Grace, Downtown Boys, Evan Greer (che ha appena pubblicato un album dal titolo significativo: Spotify is Surveillance, ascoltate The Tyranny of Either/Or ed è vicepresidente della già citata Fight For The Future, la più radicale tra le associazioni americane per i diritti digitali), Ted Leo, Sadie Dupuis, DIIV, Talib Kweli, The Blow, chiedono che Spotify non applichi questo nuovo sistema di controllo e si impegni a non concedere in licenza, vendere o monetizzare mai questa tecnologia.

Le preoccupazioni contenute in questa lettera sono elencate con chiarezza: innanzitutto c’è il rischio di una manipolazione delle emozioni: monitorare lo stato emozionale e consigliare, in base a questo i brani più adatti all’ascoltatore, pone la società in netto predominio rispetto al cliente “spiato”. Altro grande rischio: che si instauri un fattore discriminatorio, soprattutto verso le identità di genere non binarie e di tutti coloro che non si inquadrano negli stereotipi di genere. È anche invasivo dedurre i gusti musicali di qualcuno, si spiega sempre nella lettera, in base alle inflessioni del linguaggio, rischiando di ricadere in stereotipi razzisti.

Per non parlare della violazione della privacy: questo sistema dovrebbe registrare e monitorare tutte le informazioni ascoltate, “metadati ambientali” che potrebbero anche informare Spotify della presenza di altre persone, ignare che la app li stia ascoltando, invadendo di fatto il loro diritto di riservatezza.

Altro punto critico rilevato: il data security: siamo sicuri che i dati acquisiti saranno immuni dagli attacchi di hacker senza scrupoli?

Ultima preoccupazione, non meno importante e più “tecnica”: gli artisti firmatari temono che l’uso di questo sistema possa aumentare le profonde disuguaglianze già presenti nell’industria della musica. In poche parole, si verrebbero a creare evidenti disparità tra artisti. «La musica dovrebbe essere il frutto di una connessione tra gli esseri umani, non favorire il profitto attraverso una massimizzazione dell’algoritmo», sostengono i firmatari.

Tutti ragionamenti legittimi. Il problema è che la tecnologia non la puoi fermare, ma, questo sì, si possono piantare dei paletti, limiti da non oltrepassare mai.

La mia è una personale lotta quotidiana contro gli algoritmi. Seguo varie app di streaming musicali per lavoro e finisco sempre con l’incazzarmi e cercare di avere la meglio sulle loro sempre più evolute tecnologie. Non voglio che le app mi suggeriscano la musica da ascoltare, voglio cercare, mettere in cuffia autori e generi diversi, avere quel sottile piacere di stupirmi di un artista o di un brano perché l’ho scoperto, non perché un algoritmo me lo ha freddamente indicato (e imposto).

Il piacere della conoscenza ci viene privato ogni giorno, ed è un ossimoro, visto che la rete ci mette a disposizione praticamente tutto. Ma il tutto rischia di rimanere un muro invalicabile, e coloro che, per profitto, recitano la parte “del gatto e della volpe” seducendo noi ignari Pinocchi, invitandoci a seguire strade dettate da un’intelligenza artificiale e offrendoci un presunto, spettacolare, incredibile continente da esplorare, finiamo per essere relegati in piccoli ghetti, dove uscirne è difficilissimo.

Pretendo e reclamo la mia libertà di ascoltare tutto, anche la musica che non mi piace; non voglio che sia qualcuno che mi dica, dandomi con sufficienza una pacca sulla spalla: “dammi retta amico, questa è quella che fa per te”. È una libertà che pretendo e che difendo ogni giorno, nel mio piccolo, piccolissimo mondo. E certo, i firmatari della lettera hanno ragioni da vendere: la musica è condivisione, un patrimonio di tutti, a cui tutti possono attingere, ovviamente pagando il giusto.

Solidarietà: rockband e biciclette per aiutare i tecnici dei live

C’è una bella iniziativa che vale la pena segnalare in questo anno di crisi e di mancati concerti live. Un settore in ginocchio, ce lo siamo detti più volte, dove gli aiuti da parte dei governi sono stati da carenti a mediocri. Per cercare di aiutare chi i live li fa, al di là degli artisti, e sto parlando delle maestranze della musica, come sono intervenuto più volte in questo blog (vedi uno dei post pubblicati sull’argomento nel giugno dello scorso anno) alcuni gruppi storici, rockstar, si sono uniti in un progetto piuttosto creativo: usare le biciclette per aiutare fonici, addetti alle luci, palchisti…

I Foo Fighters di Dave Grohl, i Radiohead di Thom Yorke ed Ed O’Brian, Phoebe Bridgers, gli LCD Soundsystem, i Khruangbin, Enrique Iglesias, Nathan East (bassista che ha suonato anche nei Toto), i Dinosaur Jr,  gli inglesi Oh Wonder, gli Underworld, i Rise Against, Neko Case, la casa discografica Sub Pop Records hanno stretto un accordo con la Brompton Bicycle Ltd, produttrice delle famose (e costose) biciclette pieghevoli (quelle con le ruote piccole very London style, per intenderci), per customizzarle e poi offrirle per un’asta benefica gestita da Greenhouse Auctions per conto di Crew Nation, società per la raccolta fondi per i lavoratori della musica istituita da Live Nation, il colosso della musica live.

Il giorno dell’asta è fissato per il 28 maggio. Come si legge sul sito dedicato di Brompton, si tratta di 13 modelli unici, progettati dalle band e dagli artisti che hanno aderito. Tutte hanno chiari riferimenti ai musicisti in questione, ad esempio, per i Radiohead s’è ricorso ai lavori di Stanley Donwood, artista che ha lavorato per la band di Yorke sin dagli anni Novanta. Per i Dinosaur Jr, J Mascis, il leader della band, ha preferito puntare sul colore del gruppo, il viola, arricchito da fiori.

Un modo per aiutare – e penso, ringraziare – i tecnici che aiutano da sempre i musicisti e le band a realizzare spettacoli perfetti.

25 aprile: alla Scala suite di Enrico Gabrielli su “Bella Ciao”

Enrico Gabrielli

Anche quest’anno il 25 aprile si festeggerà senza manifestazioni e incontri. Ritorna in modo virtuale però, con numerose iniziative. Una di queste – ed è il motivo per cui la segnalo su Musicabile – è un concerto in streaming proposto dal Teatro Alla Scala di Milano.

Una suite per orchestra da camera, dieci variazioni sul tema di una canzone simbolo della resistenza e di quell’anelito di libertà che ha contraddistinto la nostra storia repubblicana, Bella Ciao, opera di Enrico Gabrielli. E qui apro una parentesi: Gabrielli è uno di quei musicisti di grande talento che il nostro Paese può vantare nel mondo. Ha suonato con gli Afterhours, i Calibro 35, i The Winstons, gruppo prog di bravura eccelsa (ve ne avevo parlato giusto un mese fa), si occupa di un progetto molto interessante 19’40”, una collana discografica su abbonamento, idea nata da Gabrielli, Sebastiano De Gennaro, Francesco Fusaro, in collaborazione con Tina Lamorgese.

Ok, torniamo a Bella Ciao. Senza andare a ritroso sull’origine del brano, sicuramente popolare e poi riadattato oltre settant’anni fa nel testo, Bella Ciao è una canzone famosa tanto quanto Nel Blu dipinto di Blu di Domenico Modugno. In questi anni l’hanno suonata e rielaborata un po’ tutti. Penso a Manu Chao, la grande Mercedes Soza, i Modena City Ramblers (una delle più belle e famose), Goran Bregović e la sua Wedding and Funeral Band, il dj Steve Aoki con i Marnik, Manu Pilas (la colonna sonora de La casa de Papel, fortunata serie spagnola), Mike Singer, Tosca, Yves Montand, tanto per citarne alcuni.

Alla Scala, sotto la direzione del maestro Francesco Muraca, potremo, dunque, ascoltare una formazione composta da componenti dell’Orchestra del Teatro, affiancati da giovani dell’Accademia, che suonano la suite in dieci variazioni scritta da Gabrielli.

La storia della composizione la racconta a Musicabile lo stesso artista: «Tutto è partito l’anno scorso. Dovevo scrivere una sigla per una trasmissione di Gad Lerner. La linea guida doveva essere un tema riconoscibile, che contenesse gli argomenti del format, partigiani ultra novantenni, momenti di commozione, la guerra e la fiducia. Il Covid ha fatto saltare tutto. Quindi sono stato ricontattato per ampliare quella versione e ho dovuto cambiare approccio, optando per quello sinfonico. Dentro ci sono le mie esperienze e passioni per i sinfonisti russi ed Ennio Morricone».

Alla domanda su come si svolge il tema musicale, Enrico risponde: «Comincia in maniera nascosta, un po’ segreta e, mano a mano, si svolge chiaramente. Sono dieci variazioni eseguite senza soluzione di continuità». Quanto alle ispirazioni: «Se devo trovare relazioni c’è la mia parte “arrangiativa” che si rifà a quegli arrangiamenti nobili degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, alla Jaques Brel (e lui su questo era un maestro!)».

«La ritengo un’iniziativa importante», mi spiega Roberto Cenati, Presidente ANPI Provinciale di Milano che interverrà all’evento streaming. «La sezione Scala dell’Anpi, nata nel 2015, è un piccolo, prezioso gioiello», mi dice orgoglioso. Quanto a Bella Ciao, sempre Cenati racconta: «È una canzone che racchiude quel concetto di libertà che viene da lontano, dalla Resistenza, che appartiene a tutti. L’essenza di libertà non ha limiti politici né confini, viene piuttosto da un alto concetto politico legato a un bene comune, insieme alla solidarietà, parole che, proprio in questo periodo acquistano un forte significato e che si oppongono ai sovranismi». Con lui c’è anche lo storico Ivano Granata che tiene una lezione sulla Liberazione e sul periodo storico che ha portato alla nascita della nostra repubblica.

Appuntamento dunque alle 18, domenica, collegandosi sul sito del Teatro Alla Scala o sui canali social del teatro.

I The Smiths son tornati. Grazie ai Simpsons!

Frame da “Panic on the streets of Springfield”

È da domenica scorsa che la notizia sta tenendo banco sulle riviste specializzate e sui quotidiani. Francamente esagerata. È uno scontro, verbalmente piuttosto violento, tra I Simpsons, i protagonisti di uno dei comics più fortunati della televisione disegnati da Matt Groening, e Morissey, frontman dei mitici The Smiths.

La vicenda è ormai nota a tutti: domenica 18 aprile va in onda una puntata della yellow family intitolata Panic on the streets of Springfield, dove la piccola Lisa dialoga con un amico immaginario, tal Quilloughby, leader degli Snuffs, gruppo anni Ottanta, la cui voce è stata prestata dall’attore Benedict Cumberbatch. Quando l’amico immaginario svanisce, questo si trasforma in un mostro, un mangiatore bulimico di carne che canta le peggiori teorie della destra americana contro immigrati e diversi…

Frame da “Panic on the streets of Springfield”

I riferimenti a Morissey e agli Smiths sono più che sostanziosi, nonostante la debole difesa degli autori della serie, a partire dal titolo Panic on the streets of Springfield: Panic è uno dei brani più famosi della band di Manchester, che attacca proprio con Panic on the streets of London, dall’album The World Won’t Listen del 1986. Anche il ciuffo di Quilloughby ricorda quello di Morissey come il poster di Oscar Wilde alla parete (uno degli autori preferiti e maggiormente studiati dall’artista al punto da identificarvisi in pieno). Continuando nelle similitudini, pure i titoli della canzoni sono una parodia di quegli degli Smiths, vedi Hamburger Homicide che ricorda tanto Meat is Murder, album e brano title track pubblicati nel 1985, diventato un inno per tutti i vegetariani del mondo e una condanna contro i maltrattamenti e le sofferenze degli animali da macello.

Le posizioni fortemente dissonanti degli ultimi anni dell’artista sessantunenne hanno corroso non poco la sua immagine, tanto che, senza troppe preoccupazioni, da autore che ha saputo cantare le contraddizioni di una società, quella degli anni Ottanta, in ogni sua piega e anfratto, con testi particolarmente significativi e una musica ripresa dalla future generazioni, il complicato Morissey s’è beccato l’accusa di xenofobia per certe sue prese di posizioni sulle razze e per un avvicinamento a For Britain, partito di estrema destra inglese. L’empatia dei fan nei confronti di Morissey e degli Smiths s’è trasformata per lo più in una tiepida riconoscenza. Non sono pochi gli amici che mi dicono: «Morissey era uno dei miei miti, ma ora non lo capiamo più, s’è divorato il cervello, non ha più niente da dire se non lamentarsi conto tutto e tutti»…

Frame da “Panic on the streets of Springfield”

Peter Katsis, manager di Morissey, ha definito sui social ufficiali dell’artista la puntata dei Simpson un attacco violento e razzista. Lo stesso Morissey ha rilasciato una lunga nota dove se la prende con gli sceneggiatori della serie definendoli ignoranti e dando dello stronzo a Benedict Cumberbatch per aver prestato la sua voce a un’operazione così becera…

Una querelle per pochi eletti, evidentemente. Sta di fatto, come ha fatto notare Mark Beaumont di NME, che, nel bene e nel male, quando i Simpson parlano di artisti famosi, a loro modo, s’intende!, questi ultimi ne ricavano sempre un grande vantaggio, per immagine e fama. Il titolo del pezzo è eloquente: “Qualunque cosa Morissey sostenga, il nuovo episodio dei Simpson potrebbe riabilitare l’immagine dei The Smiths”. A riprova, gli U2 per vedersi protagonisti di una puntata della fortunata e dissacrante serie della Fox hanno dovuto telefonare e supplicare, ricorda Beaumont.

Discorso trito: se sei un artista famoso, un personaggio pubblico, uno che ha cantato un certo tipo di cultura contribuendo a portare gli Smiths a essere una band senza tempo, e dunque dirimente non solo nella società inglese di quarant’anni fa ma anche nell’attuale situazione politica, devi accettare il dileggio, la satira e la critica, anche se dura. È il gioco delle parti a cui non puoi sottrarti o, peggio, minacciare ritorsioni che non farai mai, e nemmeno sfogarti con insulti isterici. Ma è anche la dimostrazione di quanto la band di Manchester sia stata, e sia tuttora, importante nel panorama della musica del Novecento. Il buono di tutta questa storia è che gli Smiths sono ritornati, più attuali che mai. E dobbiamo ringraziare i Simpson…

Rossella Seno: disponibile il video di “Principessa”

Rossella Seno – Foto Carlo Bellincampi

Ritorno su un’artista di cui vi ho parlato agli inizi di gennaio. Sto parlando di Rossella Seno. Veneziana d’origine ma romana d’adozione, ha pubblicato lo scorso anno, in piena pandemia, un disco per niente banale, interessante sia per la musica sia per i testi, Pura come una Bestemmia. Da alcuni giorni è uscito il video di Principessa, brano scritto da Pino Pavone, lo storico paroliere di Piero Ciampi (artista a cui la Seno è particolarmente affezionata) e musicato da Massimo Germini, chitarrista e arrangiatore.

Il video è un racconto in forma di “comics” della vita di una bella ragazza dai capelli rossi – è la stessa Rossella – disegnato da Stefano Ripamonti e animata da Giuseppe Giannattasio. Lo script della storia è di Davide Iannuzzi.

«Principessa è un brano che mi piace molto», mi racconta Rossella. «Parla dell’invecchiare, condizione umana a cui nessuno può sottrarsi e a cui tutti dobbiamo sottometterci». La storia parte proprio a questo incipit: «Quando si è giovani si pensa di avere tanto tempo a disposizione, invece ci si accorge poi che la gioventù è un lusso».

Un chitarrista-narratore, vede le stagioni passare seduto dentro la scena, che è il palcoscenico di un teatro. Dove la bella dai capelli rossi cammina spensierata, mentre i tratti del suo viso cambiano mano a mano che il tempo ne disegna forme e pensieri. Nel palco della vita, confini brevi e orizzonti lontani, c’è posto anche per un gatto nero, a simboleggiare gli stereotipi e i pregiudizi che si incontrano inevitabilmente lungo il cammino, e un orologio che scandisce inesorabile il passare del tempo, «tema cinematograficamente ispirato alla scena dell’incubo de “Il posto delle fragole” di Ingmar Bergman», ricordano gli stessi autori.

Ultima annotazione: il palcoscenico rappresenta la storia a teatro vuoto. Un riferimento “obbligato” alla situazione attuale, un passaggio della nostra vita. Una ruga in più.

Qui il testo del brano

Amico mio volevo dirti
che la gioventù è solo un’invenzione
che va di fretta come una parola
l’invenzione svanisce poco dopo
con la tristezza diventa come il fuoco
che mi prende dalle gambe
ma allora allora sono grande
e dico grande che può dire tutto
può dire amore amato e poi distrutto
può dire che son stata alla finestra
per vedere chi passa e chi mi resta
e dove vado se tutto si trasforma
in un vortice rosso più profondo
quando comincia e quanto mi fa male
questa giornata di gelo da sputare
diventa fiume diventa indifferenza
il soffio di un randagio sulla mia testa
sulla mia testa
Pensi allora è finita non mi gira
Mi ricordo di quando stavo in fila
mi strofino sul muso di un rimpianto
senza falsi pudori come un gatto
concedo un’alleanza ai miei sospiri
e vado avanti con quello che so fare
con la pazzia di una donna del mio tempo
Amico mio volevo dirti
che la gioventù è solo un’invenzione
che va di fretta come una parola
l’invenzione svanisce poco dopo
con la tristezza diventa come il fuoco
che mi prende dalle gambe
ma allora allora sono grande
e dico grande che può dire tutto
può dire amore amato e poi distrutto
può dire che son stata alla finestra
per vedere chi passa e chi mi resta
e dove vado se tutto si trasforma
in un vortice rosso più profondo
quando comincia e quanto mi fa male
questa giornata di gelo da sputare
diventa fiume diventa indifferenza
il soffio di un randagio sulla mia testa
sulla mia testa
Pensi allora è finita non mi gira
Mi ricordo di quando stavo in fila
mi strofino sul muso di un rimpianto
senza falsi pudori come un gatto
concedo un’alleanza ai miei sospiri
e vado avanti con quello che so fare
con la pazzia di una donna del mio tempo.

La musica che mi fa sentire bene

È da un po’ che volevo condividere con voi una mia riflessione. Sarà l’età, sarà la tanta musica che ho ascoltato e continuo ad ascoltare, ma mi sono reso conto di essere diventato sempre più selettivo nelle mie preferenze.

Continuo, certo, a mettere in cuffia tutti i generi, soprattutto quelli che non sono nelle mie corde, per comprendere nuove forme d’espressione e trarne spunti, spesso in una banalità imperante e dai facili consumi.

Quando la melodia è ripetitiva e scontata mi sento dire: «Ma devi ascoltare i testi, sono quelli che contano». Grazie, ma preferisco leggere quei versi senza il contorno di elaborazioni digitali fatte in catena di montaggio, tutte uguali, tutte senz’anima. Alcuni testi sono davvero interessanti, e mi riferisco soprattutto all’Urban. Il mainstream non è affatto garanzia di qualità.

Guardo all’Italia: apparentemente c’è solo una cultura dominante, quella del rap-trap, diventato il nuovo Pop, una contraddizione in termini se si pensa alla matrice culturale dell’hip-hop e alla controcultura in cui si è formato. Il genere è mercificato, buono per le case discografiche e per i trapper e rapper che hanno a disposizione il loro quarto d’ora di celebrità. Non parliamo poi dei prestampati sanremesi. Le eccezioni sono rare…

Ascoltare musica che dica qualche cosa (incluso l’Urban) risulta molto difficile, bisogna andarsela a cercare. In Italia, comunque, abbiamo fior di musicisti raffinati, preparati, virtuosi, polistrumentisti, affamati di contaminazioni, senza preclusioni. Jazz, latin jazz, rock, bossa nova, classica, hip-hop, funk, pop, linguaggi spesso distanti tra loro, diventano magicamente compatibili, un melting pot riuscito.

L’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro in un suo libro dirimente, O Povo Brasileiro (impiegò 30 anni a scriverlo), annotava come la miscigenação, la combinazione di tre popoli, il portoghese, l’africano e l’indigeno, avesse portato a quello che è diventato un solo popolo brasiliano oggi. Non solo razza, ma anche cultura e, quindi, musica. Musica del mondo, dunque, influenze che trovano in artisti come Joe Barbieri, Stefano Bollani, Paolo Fresu, Daniele di Bonaventura (ascoltate l’ultimo suo lavoro uscito il giorno di Pasqua, Canzoni da Casa, o lo splendido Reminescenze con il pianista Giovanni Guidiqui uno dei concerti dei due artistiTosca, Gegè Telesforo (che ho intervistato lo scorso anno), Luca Aquino, Gabriele Mirabassi, Mauro Ottolini, di cui vi parlerò tra alcuni giorni, esempi significativi e importanti.

Mentre scrivo mi sto ascoltando Bollani e il suo Carioca, album uscito nel 2008. Ma anche il live uscito a marzo di quest’anno, in versione classica/world music, El Chakracanta (Live in Buenos Aires) con l’Orquesta Sin Fin diretta da Exequiel Mantega. Il disco è composto da due tanghi, Don Agustín Bardi di Horacio Salgán e Libertango di Ástor Piazzolla (l’11 marzo s’è celebrato il centenario della nascita) e da due composizioni per orchestra di Bollani, il Concerto Azzurro e il Concerto Verde, registrati, sempre nella capitale argentina, in tempi diversi.

Ieri sera, invece, l’ho dedicata a Barbieri, riandando ad ascoltare quel bellissimo disco del 2015, Cosmonauta da appartamento, qui L’Arte di Meravigliarmi con il prezioso intervento crossover della spagnola La Shica (a proposito di rap…) e Tu sai Io So con la voce inconfondibile di Peppe Servillo. Rimane un capolavoro per me Maison Maravilha, album del 2009 dove c’è Malégria cantata con Omara Portuondo, la grande artista cubana del Buena Vista Social Club.

Paolo Fresu (del suo ultimo disco, P60LO FR3SU ho parlato qualche giorno fa) da anni porta in musica quella miscigenação descritta da Ribeiro. Un esempio, per nulla banale, ma che solo un vero musicista può concepire, lo ha regalato il venerdì di Pasqua, suonando dalla sua casa il Miserere insieme al Cuncordu ‘e Su Rosariu di Santulussurgiu.

Il 30 marzo è uscito l’ultimo lavoro di Gabriele Mirabassi, Tabacco e Caffè, di nuovo assieme dopo quasi cinque anni da Amori Sospesi, al bassista Pierluigi Balducci e al chitarrista Nando di Modugno. Ascoltate Party in Olinda, il brano che apre il disco, del compositore e chitarrista brasiliano Toninho Horta. Il disco è un viaggio nella musica tradizionale brasiliana e quello che ha rappresentato negli anni per molti artisti, soprattutto jazzisti. E mentre il clarinetto di Mirabassi ti proietta in mondi rassicuranti e sognanti, Luca Aquino fa suonare la sua tromba in rivisitazioni della musica che ha più amato attraverso quella grande casa che è il jazz. Mi diverte ascoltare le elaborazioni di Rock 4.0 brani rock, dai Radiohead, a Neil Young a Bob Dylan (album del 2014) o overDOORS (del 2015), un omaggio alla mitica band di Jim Morrison, ma anche quel giusto riconoscimento a certa musica italiana d’autore in Italian Songbook del 2019 (con l’orchestra sinfonica di Benevento e la partecipazione del pianista Danilo Rea): molto intensa la sua versione di Almeno tu nell’Universo.

Potrei andare avanti ancora e ancora. La musica ha un grande potere terapeutico, e questi artisti per me sono passione, lavoro, fantasia, sogno, emozione. Questa è la musica che mi incuriosisce, che mi manca – nel senso della saudade brasileira (ne avevo parlato sul blog giusto un anno fa) che ho bisogno di ascoltare per essere in pace con me stesso e il mondo. Contaminazione, fantasia, un esperanto in note che acquista sempre più senso in questo assurdo momento storico.

Uto’pians, quando la musica va in soccorso della Natura

Esce oggi per la Blue Spiral Records il secondo volume di Uto’pians / Piano Collection. Si tratta di un disco collettivo, dove 13 pianisti delle più varie estrazioni, dal classico all’avanguardia, hanno collaborato per un progetto comune, unire Musica e Natura.

La musica è insita nella natura delle cose. Ricordate quando vi ho parlato di Federico Ortica, il compositore e sound designer che fa suonare gli alberi, alla continua ricerca di un nesso tra note e voci della foresta?

Il senso di questo album vuole essere proprio questo: cercare di connettere e sensibilizzare l’uomo sul nostro pianeta e su tutti i suoi abitanti, animali inclusi. Il progetto dei curatori di Uto’pians, i musicisti, Raphaelle ThibautRaphaelle Thibaut, va proprio in questa direzione: una parte dei profitti, infatti, andrà a finanziare Animals Australia, ong che persegue uno scopo: «We belive in a world where compassion extends to everyone». Comprensione e compassione sono le parole “magiche” per sognare un mondo migliore.

Ascoltando questi tredici artisti che propongono le loro composizioni al pianoforte, arricchite, come l’italiano di origini indonesiane Feryanto, da accenti elettronici con Tree Spirit, o la tedesca Valeska Rautenberg che suona e canta You are Everything, o ancora la giapponese, residente a Berlino, Midori Hirano, compositrice e produttrice, con la riflessiva Keep Shining, ne esce un puzzle di emozioni dove la musica diventa una vera e propria forma di meditazione sul tema del rispetto, dell’accettazione, della tolleranza.

Un’utopia, come rileva il titolo dell’album, giocando tra questa parola e pianoforte? Sì, perché tutti sappiamo che non potremo mai arrivare a un amore universale. Vale comunque la pena provarci. Queste composizioni sono soltanto un piccolo passo che ci può avvicinare al vero senso della parola Natura, intesa come forza generatrice. La possibilità di poter sognare, aggiungere alla colonna sonora in ascolto la nostre emozioni…

Qui la tracklist:
Raphaelle Thibaut – Mirage
Arthur Jeffes – Temporary Shelter From The Storm
Christopher Dicker – Optis Nocturne
David Weengren – For a Kinder World
Christina Higham – Hyperspace
Patrick Delobel – Inner Sights
Feryanto – Tree Spirit
Midori Hirano – Keep Shining
Marie Awadis – Raindrops
Dominique Charpentier – Parasol
Alexandra Hamilton-Ayres – Dancing Trees
Wilson Trouvé – The Hours
Oskar Tena – Alive
Valeska Rautenberg – You Are Everything

Il prog italiano da conoscere secondo Bandcamp

Mi ha incuriosito un post uscito qualche giorno fa su Bandcamp. Si parla del rock progressivo italiano. Dopo il ricordo del cinquantenario di Aqualung dei Jethro Tull, è inevitabile non parlare del prog di casa nostra, che, a differenza di altri Paesi, è vivo e suona con noi!

Sulla scia delle mitiche formazioni rock-prog degli anni Sessanta e Settanta, penso a Le Orme, la grande, immensa PFM, Il raffinato Banco del Mutuo Soccorso, il prog italiano ha intrapreso una strada molto nitida che si disegna attraevrso un legame con le storiche band italiane e inglesi (i Tull, gli Yes, i Genesis, i Caravan…) cercando, nello stesso tempo, di “attualizzare” le sonorità adeguandole, storicamente, a passaggi inevitabili avvenuti nella storia del rock, alle recenti interpretazioni jazz e pure a un pop fondamentalmente mutato. Insomma, un genere che riempie il cuore di gioia di vivere, come è scritto nell’articolo.

Ma veniamo al post, che vi consiglio di leggere. Il titolo è indicativo: Italy’s Cooking: A Menu of Today’s Italian Prog. Il sito di musica indipendente paragona la musica prog del Belpaese alla fantasia e creatività italiana in cucina. Similitudine azzeccata, visto che le quindici band presentate vanno a costituire una preziosa e golosa cena dove gli ingredienti sono dosati sapientemente tra sonorità provenienti dai più vari ambienti musicali.

Quello che “salta all’udito”, oltre alla innegabile preparazione tecnica dei musicisti, è una passione che passa le generazioni fondendole, come i bresciani Phoenix Again (qui Silver da Unexplored, 2017) o le partiture innovative dei The Winstons, band milanese composta da tre fratelli figli della musica, Rob Winstons, Linnon Winstons e Enro Winstons (al secolo Roberto Dellera, bassista degli Afterhours, Lino Gitto ed Enrico Gabrielli), tre musicisti polistrumentisti coi fiocchi, protagonisti della scena indie italiana da tempo. Ascoltateli in Ghost Town dall’album del 2019 Smith.

Nel caleidoscopio prog, Genova vanta varie band e progetti artistici, segnalati da Bandcamp, come Il Tempio delle Clessidre, La Maschera di Cera, La Coscienza di Zeno, La Dottrina degli Opposti (progetto pensato dal polistrumentista Andrea Lotti, ex membro de La Coscienza di Zeno). Da Vicenza arrivano i Syncage, quelli meno “tradizionalisti” della quindicina, per un prog rock di grande impatto più virato al metal e all’ambience, con riff “gutturali” e acidi di chitarra e praterie jazz: ascoltate School brano del 2017 da Unlike Here.

Per ogni band nel post c’è un brano da ascoltare, come consuetudine di Bandcamp, a comporre quel menu così equilibrato e sapido del nostro prog nazionale.