Breaknotes/ Due compleanni e un necrologio…

Ci sono momenti in cui ricordare, nella felicità e nella tristezza, è un obbligo. E oggi è uno di quei momenti. Un capitolo tutto rock, dedicato a tre personaggi che hanno contribuito a creare quelle leggende, quella musica, quelle perfette imperfezioni che genericamente riassumiamo nella categoria “Rock”.

Ma qui c’entra anche il blues, la sperimentazione, l’estro, il carattere e sì, anche le malattie. Ieri, 25 luglio, nel tardo pomeriggio è arrivata la notizia di un addio: Peter Green (Greenbaum il suo vero cognome), 73 anni, mitica chitarra dei Bluesbreakers di John Mayall dopo che Eric Clapton aveva lasciato la band per fondare i Cream, se n’è andato nel sonno a 73 anni. Così ha dichiarato la sua famiglia. Con Mick Fleetwood, John McVie e Jeremy Spencer nel 1967 ha dato vita ai Fleetwood Mac, per lasciarli nel 1970. Lo stesso anno ha pubblicato il suo primo album da solista, The End of the Game, una cavalcata di blues psichedelico, musica d’avanguardia, molto ben confezionata (ascoltate Descending Scale per capirlo). Quindi scompare per quasi dieci anni durante i quali viene ricoverato per la sua schizofrenia e si sbarazza di tutto, persino della sua chitarra, donata a Gary Moore, altro asso del blues inglese.

Lo ha ricordato Cat Stevens/Yousuf in un tweet ieri: «God bless the ineffable Peter Green, one of the unsung heroes of musical integrity, innovation and spirit. When I heard he left Fleetwood Mac in 1970 to get a real life and donate his wealth to charity, he became something of a model for me».

A Rolling Stones Mick Fleetwood ha affidato un ricordo: “Per me e per ogni singolo membro che ha fatto parte dei Fleetwood Mac perdere Peter Green è “monumental”, un evento enorme». E ha continuato: «Nessuno è mai entrato nei Fleetwood Mac senza portare il rispetto dovuto a Peter Green e al suo talento».

Veniamo alle notizie più felici. Oggi 26 luglio, compiono gli anni due rockstar, entrambe determinanti nel loro ruolo per le rispettive band – e anche per la musica. Nel 1943 nasceva a Dartford nella contea di Kent, UK, Sir Michael Philip Jagger, per tutti Mick. Il frontman di una delle band più famose nella storia del rock compie 77 anni. E di questi, ben 57 li ha passati nei Rolling Stones, con le eccezioni delle esperienze soliste. Rolling Stone, il magazine di musica rock, maniaco di classifiche, lo ha posto nei primi venti più famosi cantanti rock di sempre, al 16esimo per essere esatti.

L’altra mitica rockstar a spegnere le candeline è Roger Taylor, classe 1949. Il batterista dei Queen festeggia i suoi 71 anni. Due figure per certi versi simili: maniacali nel loro modo di lavorare, creativi, il primo estremamente appariscente, sempre primadonna, il secondo ingranaggio perfetto nella sua band, complemento essenziale al servizio di uno dei gruppi più longevi e conosciuti al mondo.

Mi bastava ricordarli. Mi sono soffermato di più su Peter Green, lo meritava. Di Mick e Roger tutti sanno tutto, leggende incluse. Se ne avete voglia  – e a me è venuta – e non avete di meglio da fare in spiaggia o in montagna, andate sul vostro “hub” preferito ed ascoltatevi i tre monumenti del rock in azione. Una domenica all’insegna del rock, del blues e della psichedelia. Buon pomeriggio a tutti!

Breaknotes/ Ritornano gli Stones con un brano profetico…

Anche i mitici Rolling Stones hanno avuto una premonizione? Ieri Jagger & Cia hanno rilasciato una canzone originale dopo quasi otto anni di silenzio creativo. Il titolo? Living in A Lost Town. L’uscita l’ha annunciata Mik Jagger sul suo account Twitter: «The Stones were in the studio recording new material before the lockdown & one song – Living In A Ghost Town – we thought would resonate through the times we’re living in. It’s out at 5pm BST today and you can hear the track and interview on @Beats1 now!» .

Il brano è firmato Jagger/Richards e, come ha dichiarato il frontman della band, non è stato scritto pensando a questo preciso momento storico, bensì un anno fa a Los Angeles, immaginando una città come Londra che da allegra e divertente, piena di vita diventava improvvisamente fantasma, vuota. La band era in studio per registrare nuovi pezzi (album in arrivo!). E, visto il lockdown generale, le città deserte, la paura del virus, in questo caso un pericoloso fantasma che si aggira per strade e metropolitane, hanno deciso di adattare il testo del brano («non è stato necessario apportare troppe modifiche», ha precisato Mik). E questo il risultato: ascoltatelo qui. Una Londra deserta così non s’era mai vista.

Memento/ Storie di un 15 aprile qualsiasi…

15 aprile, un giorno a caso. Oggi è un mercoledì. Pasqua è appena passata. Continuiamo le nostre quarantene. Inizia il caldo e il verde s’accende di variazioni: bello e confortante per lo spirito e la vista. Insomma, una giornata paradossalmente normale. Ma se iniziassimo a giocare con gli anni, retrocedendo al 15 aprile addirittura di qualche secolo o decennio fa, almeno per la musica, scopriremmo alcune piccole, interessanti affinità. Siete pronti per un viaggio nel tempo in 5 fermate targate 15 aprile?

Partiamo dal 15 aprile 1738. Era un martedì, a Londra, sotto il regno di Giorgio II Augusto di Hannover. Al King’s Theatre il tedesco George Frideric Händel presenta la sua opera in tre atti Serse. Tra gli artisti, sul palco anche Gaetano Majorano di Bitonto, detto il Caffarelli, uno dei più grandi cantanti d’opera del tempo, un soprano. Per diventarlo fu castrato, a fini musicali, un’operazione che veniva fatta prima della pubertà, visto che le donne, per quelle volontà “dissonanti” della Chiesa cattolica, in suolo sacro non potevano cantare: mulieres in ecclesia taceant, diceva San Paolo – sublime voce soprano (era nota la sua rara estensione vocale, oltre che la sua propensione alle avventure amorose per le quali, pare, rischiò pure la vita). Qui un estratto con la contralto veneziana Sara Mingardo. Ebbene, per Händel quello fu un martedì nero, perché pubblico e critica stroncarono il lavoro del compositore. Così diverso rispetto agli altri dello stesso artista, atti troppo brevi, un solo movimento, inserimenti buffi in un’opera considerata seria (narrava le gesta di Serse I re di Persia). Un fallimento: probabilmente Händel era stato influenzato da nuove “aperture” musicali, dalla coscienza che nell’aria volteggiava qualcosa di nuovo. Gli artisti hanno quella sensibilità, chiamatela creatività o propensione alla genialità, a riprova che la musica, come le altre arti, non è un atto statico ma fluido, un fiume che scorre a volte lento a volte impetuoso, cambia letto, trasforma paesaggi, si insinua dove spesso nulla potrebbe arrivare.

Sempre il 15 aprile ma di 228 anni più tardi, e sempre a Londra, i Rolling Stones pubblicano Aftermath, album caratterizzato dall’introduzione di strumenti “esotici” come il sitar o antichi come il dulcimer (alla stregua degli amici/nemici Beatles), voluta da un vezzoso Brian Jones, e dal fatto che tutte e 14 le canzoni dell’album edizione inglese (uscì anche la versione americana con cover e brani diversi, 11) furono firmati Jagger/Richards. Anche in questo caso, l’album non fu preso bene. Soprattutto per un brano, Going Home che aveva l’ardire di andare avanti per 11 minuti e 14 secondi, non proprio in linea con la media delle canzoni, che duravano al massimo poco più di 3 minuti, meglio se 2 minuti e mezzo. Quell’album contiene alcuni brani diventati poi immortali, vedi Lady Jane, Under My Thumb o Paint It Black (nella versione americana, dove Jones usò il sitar). Anche Serse, poi, ebbe il suo posto nell’Olimpo della musica.

Andiamo avanti, retrocedendo di sei anni dall’uscita di Afetrmath. Questa volta dirigiamoci a Raleigh, North Carolina, Stati Uniti. Il trentaduenne Guy Carawan, attivista, cantante folk morto a 88 anni nel 2015, canta un brano dal titolo We Shall Overcome, davanti al Comitato di Coordinamento Non Violento degli Studenti di Raleigh, il suo contributo per difendere i diritti civili degli afroamericani. Il brano, probabilmente un gospel d’inizi Novecento, profondamente rivisto da Pete Seeger e preso da Guy come canzone di protesta diventa così, uno degli inni più famosi e forti della storia americana. We shall overcome, We shall overcome, We shall overcome, some day. Riusciremo a superarlo, riusciremo a superarlo, riusciremo a superarlo un giorno… cantava quel 15 aprile Guy con trasporto. Cinque anni più tardi, il 7 marzo, ci sarà la marcia di Selma, uno degli atti marcanti del cammino verso la conquista dei diritti civili, il cui cinquantesimo fu ricordato con un bellissimo discorso da Barak Obama quando era presidente nel 2015. We Shall Overcome divenne un cavallo di battaglia di Joan Baez, anche Bruce Springsteen ne ha fatto una versione molto bella alla sua maniera.

Sempre un 15 aprile e sempre negli States, questa volta l’anno è il 2012, il mondo scopre che anche un artista assassinato 16 anni prima a Las Vegas, sto parlando di Tupac Shakur, riesce a rivivere attraverso un ologramma in 3D su un palco e a cantare insieme a Snoop Dogg, al festival Coachella. La tecnologia ha camminato, il ricordo pure – la sensazione di cui parlavo in un post di qualche giorno fa – i tuoi artisti preferiti, anche se non ci sono più, vivono nelle loro canzoni, nei loro video, nei loro dischi e ti sembra di averli sempre accanto. Ma qui, in più, Tupac c’era veramente, si vedeva, cantava. La presenza fisica azzera il tempo, l’emozione concretizza l’evento, lo rende reale, possibile. Il mondo dei vivi che interagisce con quello dei morti. Dopo di lui lo showbiz non si ferma e sul palco risaliranno Elvis Presley, Michael Jackson, Freddie Mercury… Operazioni dubbie per far soldi, grandi artisti, riposino in pace, trasformati in fenomeni da baraccone…

E siamo all’ultimo 15 aprile, quello dello scorso anno, quando la divina Aretha Franklin – e qui non possiamo non ascoltarla in Think dal film The Blues Brothers di John Landis – morta il 16 agosto del 2018, riceve una Special Citation dal prestigioso premio Pulitzer, prima donna ad avere questo onore post mortem, «per il suo indelebile contributo alla musica e alla cultura americana per oltre 50 anni». Amen, anche Aretha ha avuto la sua onorificenza. Forse avrebbe gradito di più averla “dal vivo” come avrebbe filosofeggiato Massimo Catalano, trombettista e pensatore, sodale di Renzo Arbore in Quelli della Notte. Cose che accadono in un 15 aprile qualsiasi…

Sanremo2020/ Morgan, Bugo e l’essenza dell’imprevedibilità

Il coup de théâtre alla fine è arrivato. E lo spettacolo ha raggiunto uno dei momenti più lirici e drammatici, l’apice di tensione fisica e mentale, lo stress perfetto, prima dell’ultima parte che porterà, questa sera, alla fine dell’opera omnia.

Il 70esimo festival di Sanremo come una poderosa tragedia greca. L’uscita di scena col botto di Morgan e Bugo di questa notte, iniezione di vita vera nella finzione scenografica, è stata la ciliegina sulla torta di un festival che s’è rivelato, di fatto, uno dei migliori degli ultimi anni.

Le cronache raccontano di morsi e sputi, offese e parolacce da veri duri volate tra l’ex Bluevertigo e il cantautore/attore novarese. Sprazzi punk, incursioni da rocker, follia seminata a beneficio della folla e dell’ego dei contendenti. Roba già vista, per carità.

Dal mitico pugno stampato da Charlie Watts, batterista dei Rolling Stones, sulla faccia di Mick Jagger in una camera d’albergo, alle snervanti frecciatine e offese tra Kurt Cobain, leader dei Nirvana, e Axl Rose dei GNS (Guns N’ Roses), il mondo del rock ne ha viste di ogni. Ricordate i fratelli Gallagher? Dopo anni di litigi, Noel e Liam, nel 2009 a Parigi, prima di salire sul palco del Rock en Seine, hanno lo “scazzo” definitivo: volano chitarre e urla, Noel se ne va, il concerto salta e gli Oasis si sciolgono. E ancora, memorabile, a Las Vegas,  durante gli MTV Video Music Awards edizione 2007, il destro del gelosissimo Kid Rock, allora marito di Pamela Anderson, che colpisce Tommy Lee, ex consorte della Anderson, con cui lei ritornerà insieme…

Ma torniamo a Morgan e Bugo: nonostante il pedegree dei rispettivi artisti, la loro canzone era debole e l’esibizione, anche peggio, poco amalgamati, due particelle di sodio nella stessa bottiglia, mentre l’interpretazione di Canzone per te, fatta nella terza serata, sempre parere personale, è stato un atto poco gentile nei confronti del pubblico e dell’autore, il mitico Sergio Endrigo. E qui nulla c’entra l’artista, la sua libertà d’interpretazione e la follia del compositore… Comunque, a squalifica avvenuta e conferenza stampa annunciata dai due ex amici per oggi pomeriggio, resta un fatto: c’è sempre una prima volta, anche nella macchina perfetta e immutabile di Sanremo. Quell’imperfezione che renderà la 70esima edizione indimenticabile…