Monique Chao: il Subconscious Trio e le forme dell’acqua

Oggi vi racconto una bella storia. Di musica e amicizia, Tre giovani musiciste che si sono conosciute al conservatorio di Milano e che non si sono più lasciate. Una la conoscete già, ve ne ho parlato spesso, si chiama Francesca Remigi, batterista talentuosa che dopo un perfezionamento alla Berklee School of Jazz di Boston ha deciso di vivere negli States, a New York. L’altra è una ragazza bulgara, Victoria Kirilova: il suo strumento è il contrabbasso che suona meravigliosamente, vive e lavora a Vienna. Last but not least, una cantante e pianista taiwanese, Monique Chao, che ha scelto Milano come casa.

Esperienze, culture diverse, passione per la musica, soprattutto per il jazz, le hanno portate a costituire, ormai sette anni fa, ancora studentesse, il Subconscious Trio, formazione che ha dato alla luce il suo primo lavoro in uscita proprio oggi, che porta un titolo, Water Shapes, le forme dell’acqua, perfetto, oserei, autobiografico.

Il trio proprio in questi giorni è impegnato in una serie di concerti che le porterà dall’Austria in Italia, al Gezmataz Festival di Genova e al Lucca Jazz Donna Festival.

Mi ha incuriosito molto Monique. L’ho vista suonare con Francesca all’Après Coup di Milano assieme al contrabbassista Giacomo Marzi. Il suo modo di cantare, la sua voce profonda, il suo approcciarsi al pianoforte, un dialogo continuo, mi hanno incuriosito non poco. Così, come faccio ormai da tempo, l’ho contattata per farmi raccontare la sua storia.

Diplomata in canto a Taiwan, arrivata in Italia per amore, ha scoperto il jazz: s’è iscritta al conservatorio di Milano, s’è laureata in piano jazz e con lode in composizione, scrive partiture per Orchestra e per Big Band, una delle sue grandi passioni, e guarda al mondo con un sorriso contagioso.

Monique, innanzitutto perché proprio Milano, l’Italia?
«Sono arrivata per amore, un ragazzo calabrese. Devo però ringraziare il vostro Paese perché mi ha fatto innamorare anche del jazz. Rispetto a Taiwan, l’ambito jazzistico italiano è molto più sviluppato. Musicalmente veniamo formati ancora con una rigida educazione classica, su questo siamo bravissimi. Nel jazz siamo ancora “freschi”, ci sono pochissime università con un dipartimento jazz, un paio, tre al massimo».

È un problema culturale?
«In realtà è strano, perché noi taiwanesi siamo sempre stati affascinati dalla cultura musicale europea. Per esempio, ci sono tantissimi appassionati d’Opera lirica, viene accettata più facilmente perché si pensa sia la via più tradizionale, corretta. Il jazz, soprattutto come studio, è stato più difficile da accogliere. Negli anni Settanta e Ottanta era visto come una novità. Ora, grazie a una nuova generazione di musicisti trentenni, come me, è stato sdoganato. In Italia credo di essere l’unica jazzista taiwanese, mentre ci sono tantissimi colleghi che, dopo aver studiato in Europa sono tornati a casa, portando una ventata d’aria fresca, importando un jazz classico, tradizionale, degli anni Venti del Novecento, ma anche quello contemporaneo».

Stanno educando il Paese…
«Sì, negli ultimi sei, sette anni c’è stato un forte interesse da parte degli studenti del Conservatorio per il jazz. Gli insegnanti sono miei giovani colleghi, molto appassionati nello sviluppare un nuovo linguaggio musicale. I corsi stanno crescendo a una velocità incredibile. Una volta a settimana anch’io insegno in streaming in una scuola jazz».

Da musicista cosa vedi nel jazz?
«Una creazione, l’esposizione di un linguaggio molto personale. Per me sarebbe più facile suonare e avere seguito nel canto e nella musica classica. Con un limite: canti e suoni musica di altri, mentre nel jazz puoi presentare una tua musica. Trovo interessante che questo genere ti permetta di creare un linguaggio individuale, identificativo e creativo. È un modo per mostrami al pubblico attraverso il mio carattere, comunicare quello che sento, anziché diventare una virtuosa che cerca una anonima perfezione».

Il tuo modo di cantare è unico, risente dei tuoi studi classici e del tuo imprinting orientale, dunque frutto di una fusione più complessa, con un’escursione vocale che parte da bassi profondi ad acuti sottili…
«È vero! Posso sempre dire che non trovo qualcuno con la voce simile alla mia. In questo sono unica! Ho tanti interessi: il canto, lo studio del pianoforte, la composizione, sia per orchestra sia per big band. Quando insegno, soprattutto canto, non mi stanco mai di ripetere ai miei allievi che se qualcuno ti dice che sembri Billy Holiday o Ella Fitzgerald, non lo devi considerare un complimento, vuol dire che non sei riuscito a tirare fuori quello che hai veramente dentro. Se un giorno qualcuno, sentendo i miei album, riuscirà a distinguere il mio stile, la mia voce, vorrà dire che sono sulla strada giusta».

Corretta osservazione…
«Mi dà quasi fastidio se mi dicono che canto come qualcun altro. Non è lo spirito del Jazz. Ecco perché mi trovo bene con il Subconscious Trio: con Francesca e Victoria siamo soprattutto grandi amiche».

Dove vi siete incontrate?
«Ci siamo conosciute a Milano, al Conservatorio. Francesca e Victoria sono più giovani di me, siamo diventate amiche così, spontaneamente, abbiamo legato subito. Così mi son detta: “Caspita, io sono una pianista, Victoria una contrabbassista e Francesca una batterista. Siamo un trio perfetto!».

Siete tutte compositrici, con passioni diverse: Francesca è votata al jazz contemporaneo, Victoria è in cerca di strade sempre nuove, tu vieni da una matrice classica…
«Abbiamo iniziato a suonare fin dal 2015: eravamo alle prime armi, non sapevamo come far dialogare gli strumenti in modo efficace. Dalla nostra avevamo una solida amicizia. Poi, credo molto nel destino. Insieme siamo molto creative, anche se non ci vediamo spesso perché Francesca abita negli Stati Uniti e Victoria a Vienna, ognuna di noi continua a comporre per il trio e quando ci vediamo “fondiamo” i nostri lavori».

Il Subconscious Trio: da sinistra Victoria Kirilova, Francesca Remigi, Monique Chao – Foto Arianna Ciattini

Il jazz è per lo più un ambiente maschile. Solo da pochi anni si vedono musiciste protagoniste…
«È un’osservazione che voi giornalisti mi fate spesso. Seguita da altre, del genere: sei una musicista femminista? Prima di questa generazione tantissimi brani jazz sono stati scritti da musiciste, che spesso non apparivano. Oggi è diverso, sono contenta che ci siano compositrici, artiste, musiciste. Alla fine, però, per chi cerca musica di qualità, non importa il genere. Se tutti la pensassero così sarebbe un mondo perfetto».

…E bellissimo!
«Quando abbiamo iniziato eravamo insicure, ancora “scarse” quanto a tecnica. Ci stava che chi ci ascoltava non apprezzasse. Capita a tutti i musicisti, noi ci sentivamo molto frustrate per questo. Ma abbiamo insistito. Mi sono resa conto di essere diventata brava, abbiamo preso consapevolezza della nostra preparazione. E ho pensato che nei musicisti c’è una bravura, a prescindere dal sesso. Solo così la gente ti porta rispetto e ti ammira e ha voglia di ascoltare la tua musica, perché questa viene dal cuore. È la dignità del musicista».

A Taiwan ti sei diplomata al conservatorio in canto. Poi sei venuta a Milano e ti sei iscritta a pianoforte jazz, una bella forza di volontà!
«Sono passata dal canto e dalla musica classica allo studio del pianoforte jazz. Sono stata molto criticata per questo. Però sono andata avanti, sentivo che era la strada giusta. Solo due persone mi hanno sempre sostenuta: Francesca e Victoria. “Noi crediamo in te”, mi dicevano. Ne ho tratto un insegnamento che ora trasmetto ai miei allievi. Se ci credi sei come un seme che diventa una piantina e dopo si fortifica e si trasforma in albero. Ho creduto e voluto diventare una pianista, e ci sono riuscita. Se hai dubbi su te stesso e sulle tue capacità non andrai mai lontano».

Raccontami di Water Shapes, il vostro album fresco di giornata!
«Abbiamo iniziato a pensarlo un anno prima della pandemia. Poi ho avuto gravi lutti in famiglia, e si è sommato il primo lockdown. Così ho iniziato a comporre. L’anno scorso Francesca è arrivata dagli States. Ci siamo incontrate nonostante il lockdown, dovevamo vederci, parlare di musica, confrontarci! Con Victoria in videochat da Vienna ci siamo dette: “andiamo avanti, abbiamo tutte dei brani composti, facciamo il disco!”».

Componi da poco, quindi?
«Sì, da circa tre anni. Con tutto quello che mi era successo in famiglia, poi il lockdown ho scritto la mia composizione jazz da presentare al Conservatorio. Pino Iodice, il mio severo maestro di composizione, che considero un padre, mi ha fatto i complimenti perché ascoltandolo ha visto una luce in quel periodo di chiusura e pandemia. Se sei capace di comporre puoi portare gioia e speranza per gli altri, mi ha detto».

Quindi Water Shapes racchiude tutti i vostri sentimenti in questi anni difficili…
«Sì, è così! È un disco democratico dove ci sono le fantasie, i sogni, le pazzie, le esperienze di tre donne. È il frutto di una grande amicizia. Qui dentro ci siamo noi, la sensibilità di Francesca, il coraggio di Victoria, le mie esperienze. Poi, essendo tutte e tre lontane, mi sono presa carico del mixaggio, lavorando per mesi con un bravo ingegnere del suono di Taiwan, Jason Huang. Ammetto, sono una rompipalle, ho impiegato quasi un anno a fare un master…».

Tour?
«Ora siamo a Vienna per una serie di concerti in Austria. Poi saremo in Italia, a Genova al Gezmataz Festival e al Lucca Jazz Donna Festival. Ad agosto andrò a suonare a Taiwan, dove proporrò mie composizioni».

Cosa preferisci fra trio, orchestra e big band?
«Il trio, è più immediato. Scrivere per orchestra e dirigere, però, è bellissimo».

Ti piace la direzione d’orchestra?
«Molto, però non è facile! Davanti a te hai dei professionisti di grande qualità e questo spaventa. Ma poi quando sali sul palco hai in mano questa bacchetta magica che ti fa passare tutte le paure! Dirigere musicisti che suonano tuoi pezzi è straordinario».

Monique, i tuoi ascolti?
«Sempre musica classica, adoro Puccini, lo ascolto tutti i giorni. Poi mi piace il pop, Bruno Mars, il jazz nordeuropeo, la musica indiana, giapponese e taiwanese…Ah, anche l’hip hop!».

Marta Giulioni: il musicista, un funambolo sulla corda…

Marta Giulioni in quartetto con Nico Tangherlini al pianoforte, Gabriele Pesaresi al contrabbasso e Andrea Elisei alla batteria

Un uomo che cammina su una corda. Si bilancia con le braccia, gioco d’anche. L’equilibrio è tutto su questo cavo che non ha un inizio né tantomeno una fine. L’immagine della cover di Up On A Taightrope, primo lavoro di Marta Giulioni, giovane cantante jazz marchigiana con una voce di cui si apprezza una calda tenuta nelle note basse e una grande capacità di camminare disinvoltamente lungo il difficile filo del pentagramma, semplice e complessa nel suo insieme, rappresenta quello che è la vita.

Siamo tutti precari, camminiamo sulla nostra corda cercando il giusto equilibrio per non cadere. Non c’è scelta, si va avanti così, a volte tranquilli, altre ricorrendo a evoluzioni che hanno del grottesco, altre ancora cadendo…

La vita dell’equilibrista è, in questo caso, quella del musicista. Questo ci vuole dire Marta. Perché da lassù il mondo ha altri punti di vista, e, se si seguono i propri sogni, si avrà la fortuna di scrutarlo, possederlo, viverlo. Il suo “manifesto” è chiuso ne Il Funambolo, ma è in tutta la costruzione del disco circondato da un’aura eterea di intangibilità, che si scopre una corda che va alto sulle ali, come canta l’artista. Il brano che segue, So What If I Fall, dominato da un piano che lavora su percorsi “collinari” rendendo bene il senso del movimento, la voce, attraverso uno scat leggero, racconta che se si ha uno scopo, un aggancio sicuro, la caduta si trasforma in volo, in opportunità. 

L’ho ascoltato più e più volte Up On A Taightrope. Al di là della indiscussa bravura tecnica di Marta e dei suoi compagni “di corda”, Nico Tangherlini al pianoforte, Gabriele Pesaresi al contrabbasso e Andrea Elisei alla batteria, c’è molto pathos in questo lavoro, molta anima. Brani con testi visionari, aperti, dove la fantasia aiuta le note, agganciando l’attenzione e le emozioni dell’ascoltatore.

L’altra sera ero all’Après Coup, un locale intimo, dove si gusta buona tavola e gustosissimo jazz, in una via nascosta del centro di Milano, per ascoltare il Monique Chao trio. La eclettica pianista taiwanese era accompagnata da un ottimo Giacomo Marzi al contrabbasso e da Francesca Remigi, giovane batterista, conoscenza nota di chi legge il mio blog. Mercoledì sera suonerà con il grande pianista panamense Danilo Pérez a San Lazzaro di Savena (Bologna): andateci se potete! 

Perché vi racconto tutto ciò? C’è un legame fisico e mentale in questa nuova generazione di musiciste e musicisti. Una freschezza e una profondità che va oltre la bravura. Non avevo fatto caso, me lo ha ricordato proprio Francesca: in The Human Web, suo ultimo lavoro di cui vi avevo parlato in questo post, nel primo brano, Metamorfosi, c’è la voce di Marta. Hanno studiato insieme al Koninklijk Conservatorium Brussel (KCB). La corda ti costringe a stare in equilibrio e ti lega indissolubilmente ad altri funamboli come te…

Marta, la passione per il canto?
«Ho iniziato studiando la chitarra classica, che poi ho abbandonato, da che io mi ricordi, mi è sempre piaciuto cantare. Da adolescente ho lasciato la musica per dedicarmi allo sport… continuando, però, a cantare. Intorno ai 20 anni, periodo in cui ero proprio persa, non avevo ben chiaro cosa fare della mia vita, ho scoperto il jazz attraverso la Libera Accademia del Jazz, spin-off dell’Accademia musicale di Ancona. Mi sono appassionata, ho iniziato a studiarlo sempre di più. Da lì in poi è stato un crescendo».

Nell’album hai degli ottimi compagni di viaggio…
«Gabriele (Pesaresi, ndr), il contrabbassista, l’ho conosciuto tramite dei seminari. In realtà, lui era l’insegnante. Negli anni abbiamo iniziato a suonare insieme. Quando mi sono decisa di dare una vita ai miei brani originali, l’ho contattato e coinvolto. Così è stato anche per Andrea (Elisei, ndr), il batterista. Con lui abbiamo altri progetti insieme, da cui è nato un altro disco uscito lo scorso anno, con il gruppo Mantis, A Postcard From Nowhere, un quartetto con il chitarrista Thomas Lasca, il contrabbassista Edoardo Petracci e la partecipazione del sassofonista Simone La Maida. Con Nico, invece, suoniamo insieme da otto anni, per me è una certezza!».

Qual è il tuo processo creativo?
«Per comporre uso il pianoforte. Inizio, di solito, cercando la melodia. Sto provando a seguire altri metodi, che ancora non so affrontare benissimo, e cioè iniziare un brano dall’armonia, oppure partendo dal testo. Nel disco ho fatto questo tentativo con I cieli del Rojava. Il testo non è mio, ma di un caro amico, che è scrittore e poeta, Giovanni Paladini. Era già stato pensato in metrica dall’autore, un ottonario. Dà molta sonorità, ma il rischio era quello di continuare su una melodia che poteva essere abbastanza ripetitiva. Così, una volta finito, ho lavorato per sottrazione, riducendo tutto all’essenziale».

Tra l’altro, ne I cieli del Rojava c’è un lavoro di contrabbasso con l’archetto veramente bello. La tua scelta di cantare in italiano e inglese dipende dalla metrica, da quello che vuoi aggiungere alla musica?
«Ho un triennio in mediazione linguistica, sono sempre stata appassionata di lingue. Questa cosa, al tempo stesso, mi ha creato per tanto tempo un blocco che, se ho risolto nella scrittura in inglese, non l’ho ancora elaborato per quella in italiano. Forse perché l’inglese è quella che sono abituata ad ascoltare. Paladini mi aveva proposto anche la traduzione in inglese dei versi, ma ho scelto di lasciarla nella lingua originale, perché, secondo me, tradotti si perdevano alcuni passaggi stilistici importanti».

Parliamo del brano Colibrì, è un bonus track, giusto? Confesso che mi piace molto, perché legato agli stilemi della musica brasiliana…
«È stato uno dei primi brani che ho scritto. In quel periodo ascoltavo tantissimo Egberto Gismonti, Maria João e Mário Laginha. Ho pensato: bello, bellissimo! Anch’io ne vorrei tanto scrivere un uno su questi metri compositivi. Avevo iniziato a comporlo in parte, poi, come mia abitudine, l’ho lasciato decantare e, quindi, ripreso. L’ho suonato da subito con arrangiamenti diversi a seconda delle formazioni con cui mi sono trovata a collaborare. È stato pubblicato anche in A Postcard From Nowhere, dove, al posto del piano, c’è una chitarra e, in aggiunta un sax, con cui ho potuto interagire. Colibrì è un brano a cui sono molto affezionata, volevo inserirlo nel disco come bonus truck, ma riarrangiato per il quartetto, amalgamarlo all’album facendolo diventare più…intimo».

Colibrì è il beija flor, un uccellino “ritratto” più volte nella musica brasiliana…
«Vero, ma in realtà il nome del brano è nato per caso. Ero in auto con un’amica musicista, glielo stavo facendo ascoltare… cercavo un titolo che non riuscivo a trovare. Le ho domandato: cosa ti ricorda? E lei, un colibrì! Così è rimasto».

Torniamo a Up On A Tightrope e al suo filo conduttore, restare in equilibrio nella vita…
«L’idea del funambolo è quella di una persona che si ritrova, come tante, a vivere in bilico. Ce la farà, non ce la farà? Cadrà, non cadrà? Lei/lui sa che mette in gioco tanto, ma alla fine continua, va avanti comunque… Poi quest’idea di etereo, di restare sospeso in aria affidandosi solo a una corda, mi è piaciuto riportarla anche nel suono. Alla base di tutto, sì, c’è il rischio, soprattutto nella professione del musicista dove…certezze mai! Però fai di tutto per proseguire su quella strada…».

L’uso dello scat è frequente nel disco, è una delle tue forme predilette?
«Mi piace da quando ho scoperto il jazz. Il primissimo strumentista compositore di cui mi sono appassionata è stato Charlie Parker. Mi dicevo: “senti che bella musica, anch’io vorrei fare quello che fa lui, ma con la voce, come si fa?”. Adoro anche il pianoforte, seguirlo con la voce è meraviglioso. Provo sempre, come studio, a improvvisare su qualsiasi cosa: poi, se non ci sta vado per sottrazione, ma comunque ho tentato!».

Suoni il pianoforte?
«So accompagnarmi, compongo al pianoforte, ma non affronterei un intero concerto musica e voce. Lascio fare ai professionisti!».

Cosa vuol essere questo disco per te?
«Up On a Tightrope è una raccolta di brani che ho scritto nel tempo. Il filo conduttore l’ho trovato dopo, amalgamando il lavoro, ed è stata una bella scoperta. Quello che voglio fare è divertirmi con la musica, mi piace scrivere, comporre mi emoziona, adoro sperimentare, cercare nuovi input, ma anche rimodellare cose già fatte. Voglio continuare a produrre, pubblicare dischi, come solista o insieme ad altri gruppi».

Concerti?
«Sto pianificando per l’estate, aspettando conferme e risposte da festival. Sono stata a Parigi per un mese a marzo per il progetto del MIDJ (nel 2019 Marta Giulioni è stata una delle vincitrici del bando AIR: Artisti in Residenza, promosso da MIDJ, Musicisti Italiani Di Jazz e sponsorizzato da SIAE, ndr). Lì ho trovato un ambiente ricchissimo, molto stimolante per i giovani jazzisti come me». 

Francesca Remigi ritorna con “The Human Web”…

«Sto scrivendo un progetto che presenterò alla Berklee dal titolo The Human Web, dove mi concentro ad analizzare l’impatto dei social media, le condizioni economiche e fisiche, uno scontro che la pandemia ha ulteriormente accelerato. Sai sto seguendo quest’aumento vertiginoso di suicidi e tentati suicidi tra adolescenti, mi ha colpito molto. La mia idea è registrare questo nuovo progetto a Boston con musicisti residenti, a maggio». Questo mi raccontava un anno fa Francesca Remigi in un’intervista uscita su Musicabile. 

The Human Web, la “tesi” al Berklee College of Musica, nel Berklee Global Jazz Institute (BGJI) sotto al direzione di Danilo Pérez, è stato il suo lungo e approfondito lavoro, sfociato in un disco uscito il 23 marzo scorso. Un concept album, composto interamente da Francesca, che include una parte visiva,  un balletto con tre danzatrici (Clotilde Cappelletti, Mayke van Veldhuizen, Hannah van den Berg), una dettagliata esposizione scritta e la parte musicale. 

Lo ammetto, sono un fan di Francesca Remigi. Perché a 25 anni dimostra una maturità artistica notevole. The Human Web è un lavoro di pregio, creativo, comunicativo, con un’anima e delle emozioni rappresentate da brani dove hanno suonato vecchi amici, vedi Federico Calcagno, clarinettista, al conservatorio con lei a Milano, e numerosi colleghi della Berklee. 

Metamorfosi, il primo brano, rappresenta una fase lunga e delicata della vita della giovane artista, una malattia che l’ha segnata e da cui ne è uscita. Il riuscire a scriverne ora, a parlarne e suonarne, indica una maturità non da poco. Ci siamo sentiti alcuni giorni fa, io a Milano lei a Boston. La ritrovo in video, sorridente, felice, piena di progetti…

Quindi è andato tutto per il meglio a Boston…
«Sì, ho finito il mio master (aveva ottenuto una borsa di studio, ndr) e ora sto lavorando nell’amministrazione della Berklee per garantirmi uno stipendio, pagarmi casa, e continuare a fare esperienza con molti musicisti, artisti famosissimi nel mondo del jazz. Pochi giorni fa ho suonato in un trio con la pianista Ellen Rowe e la contrabbassista Marion Hayden. In questo periodo sto suonando molto jazz tradizionale. A gennaio sono stata a Panama per alcuni concerti, in Georgia ho registrato un disco. Sono tornata in Europa recentemente suonando in trio a Piacenza. A fine aprile sarò in Cile e a maggio ritornerò per un’altra tornata di concerti in Europa…».

È un bell’effetto suonare con tanti musicisti di grande esperienza…
«Qui esiste un’idea forte di mentorship, gli artisti affermati, grossi nomi nel mondo del jazz, ti insegnano, vogliono che tu suoni con loro, in questo modo avviene una trasmissione del sapere. Così loro si sono formati e ora fanno crescere nuovi musicisti. Ho suonato insieme a John Patitucci (grandissimo bassista newyorkese, ndr), con il pianista Danilo Pérez, con Joe Lovano (sassofonista) e tanti altri… è fantastico! Stasera aprirò un concerto di Terri Lyne Carrington (batterista e storica docente alla Berklee: è stato il secondo post di Musicabile due anni fa, quando lei pubblicò con i Social Science un bellissimo album, Waiting Game, ndr)».

Terri Lyne Carrington! È fantastica… attivista e musicista, che onore!
«Frequento il Berklee Institute of Jazz and Gender Justice, una sezione del college fondata dalla stessa Carrington, di cui è anche direttrice artistica, istituto che ha lo scopo di promuovere un’idea di jazz basato sulla qualità della musica a prescindere dal genere di chi la propone».

Veniamo a The Human Web, un gran bel lavoro…
«È il progetto di ricerca della mia laurea. Contiene, oltre alla musica, letteratura e danza contemporanea (un cortometraggio di 20 minuti dove tre ballerine danzano sulla mia composizione)».

Gli argomenti trattati sono in parte personali e in parte sociali…
«Comporre e raccontare questo disco per me è stata una grande conquista. L’ho potuto fare perché sono io, ora, nel mio presente e nel mio passato. Ho sofferto di disturbi alimentari, anoressia e bulimia. Una malattia molto diffusa, un’emergenza sociale: vengono promosse figure di riferimento che colpiscono gli adolescenti, l’essere magra, l’assomigliare a modelli di bellezza pericolosamente irraggiungibili. Questo mio percorso lo racconto in Metamorfosi, una suite in cinque movimenti che rappresentano l’escalation della malattia, un viaggio attraverso i diversi stati emotivi che caratterizzano i disturbi alimentari, come la depressione, l’ansia, il disturbo ossessivo compulsivo, le allucinazioni. È un cambiamento fisico ma anche psicologico. Diventi schiavo, pensi solo al cibo. La musica traduce tutto ciò: non c’è una costante armonica, semmai è tutto discordante». 

Poi ci sono i social, le tendenze suicide degli adolescenti durante la pandemia, il potere dell’algoritmo che decide per ciascuno di noi…
«Sì, richiamano tutti il concetto di gabbia, come lo è il disturbo alimentare. Il brano che dà il titolo all’album, The Human Web, ispirato dai concetti di William McNeill (autore del libro The Human Web: A Bird’s-eye View of World History, ndr), vuole dare, invece, una visione più positiva di Internet e dei Social Media, che possono essere impiegati come strumento capace di connettere persone, diffondere valori di condivisione, supporto, comunità».

Presenterai il disco nei tuoi concerti in Europa?
«Con i musicisti del progetto Archipélagos abbiamo già proposto in alcuni festival brani di The Human Web, come Follia. Li sto riadattando alla nostra formazione, visto che in questo disco hanno collaborato, oltre a me, 23 persone!».

Ultima annotazione: la cover del disco è bellissima!
«È nata per caso: una musicista che ha suonato il sax in The Human Web, l’argentina Camila Nebbia ha una sorella Caro, bravissima (e famosa) graphic designer che, per inciso, le disegna tutte le cover dei suoi dischi. Ho spiegato a Carola il concept, raccontandole che mi piace molto l’espressionismo tedesco, adoro Egon Schiele, i suoi ritratti dove si focalizza sui cambiamenti fisici dei soggetti. Carola mi ha proposto le ballerine i cui corpi, deformati dai movimenti, sono bellissimi, perfetti!».

Ora cosa ti aspetta?
«Se tutto va come deve, dopo l’estate tornerò negli Stati Uniti, questa volta a New York. Lì mi dovrebbe aspettare un lavoro al The Jazz Gallery, una internship dove dovrei curare concerti live in streaming, svolgendo anche compiti amministrativi, e avere la possibilità di suonare, conoscere grandi artisti del jazz e rapportarmi con altri giovani musicisti professionisti. La scena newyorkese è una bella sfida…».

Javier Subatin, l’improvvisazione e un nuovo jazz all’orizzonte…

Javier Subatin – Foto Raquel Nobre G.

Sei di Buenos Aires? Dall’altro capo del collegamento Skype, Javier Subatin, argentino, 36 anni, chitarrista virtuoso, mi risponde di sì con la testa sorseggiando un mate, suggellando così la tradizione con la propria terra d’origine. Da pochi giorni si è trasferito ad Anversa, in Belgio, a due ore di strada da Amsterdam, luogo d’elezione per i giovani jazzisti in cerca di fortuna in Europa. Di lui – ed è questo il motivo dell’intervista – mi hanno attirato il suo modo di comporre, un jazz innovativo nel suo ultimo album, Mountains, uscito poco più di un mese fa, che per provocazione ho definito “un non-jazz” (leggerete la sua risposta), e il suo vivace attivismo nel coinvolgere giovani e talentuosi colleghi musicisti in progetti, fondando una community e, quindi, una casa discografica, la Habitable Records, composta solo da artisti. Javier e i suoi colleghi stanno cercando di rendere sostenibile la professione del musicista, un lavoro che permetta la crescita di ogni singolo componente. Vi consiglio di ascoltare i quattro album che ha pubblicato, Autotelic (2018), Variaciones e Trance (usciti entrambi nel 2020) e, appunto, Mountains (2021). Un percorso di maturità espressiva che lo ha portato all’ultimo disco dove l’improvvisazione regna sovrana…

La tua musica è stata cataloga nella famiglia del jazz contemporaneo. Sei d’accordo? È davvero jazz il tuo?
«Sostieni che non faccio jazz? A mio modo di vedere è relativo: il jazz oggi è quello che è. Importante è che io lo reputi tale. Il jazz si è evoluto, non è più quello di un tempo».

Javier, dammi una definizione del “tuo” jazz…
«È il risultato di molte cose. Ho studiato improvvisazione jazz e quindi composizione. Ogni volta che mi insegnavano scale nuove, un’armonia o elementi nuovi utili per improvvisare con la chitarra, componevo una musica per esercitarmi. Così nascevano musiche nuove che non facevano parte dello standard jazz. Improvvisare e comporre è strettamente collegato. Questa musica ha tutto, jazz, ma anche rock, pop, ma anche Piazzolla, il folclore argentino, una delle cose che mi piace di più utilizzare ora. Del folk non prendo riferimenti diretti, ma uso il ritmo e alcune armonie. Mi è sempre piaciuto il contrappunto e come la musica si costruisce con più “strati”. Senza rendermene conto, ha a che vedere anche con la classica!».

Vieni da una famiglia di musicisti?
«Nella mia casa c’è sempre stata musica. I miei, però, non sono musicisti. Mio padre adorava la musica, suonava il pianoforte e a mia madre piaceva ascoltare. Il fratello di mio papà è musicista. Da piccolo ho studiato piano, mi attiravano i suoni che riuscivo a fare pigiando i tasti. Mio papà adorava il jazz e la musica classica, così, nel fine settimana, c’era musica a tutto volume. Io non avevo scelta, ero un bimbo non potevo oppormi!, mi chiamava per ascoltare, focalizzando la mia attenzione sui singoli strumenti. Ricordo che a due anni, al posto delle canzonette per bimbi, volevo che mi mettessero di continuo la colonna sonora di Mission (Ennio Morricone, ndr)».

Ora abiti ad Anversa, dopo aver vissuto a Lisbona. Perché molti giovani musicisti jazz da tutto il mondo scelgono l’Europa, soprattutto il Belgio e l’Olanda per suonare?
«Mi sono trasferito da Lisbona ad Anversa qualche giorno fa. Ho deciso che per percorrere la mia strada, dedicarmi alla mia musica, dovevo venire in Europa. A Lisbona mi sono sentito a casa, avevo il mio professore di composizione e poi è una città bellissima, si vive bene, fa caldo (ride, ndr). Per il jazz Amsterdam e Bruxelles eccellono, ritengo si tratti proprio del sistema educativo adottato in quei Paesi che porta i ragazzi ad approfondire lo studio di questo genere musicale. Il conservatorio di Amsterdam è molto importante, ha una bella e solida struttura, è la porta di entrata per la scena europea».

Parliamo di Mountains: lo sto ascoltando e mi sta piacendo. Perché hai deciso di chiamare l’album così?
«Il titolo non è introspettivo come può apparire, semplicemente ho avuto un aiuto per registrare un disco e non sapevo bene cosa fare. Avevo molte composizioni già fatte, avevo una montagna di idee custodite. Così ho deciso di selezionare brani che già avevo messo via. Il titolo viene da qui, da una montagna di registrazioni ho scelto un percorso per me logico in modo da comporre il disco».

Mi incuriosiscono anche i titoli: si inizia con Mountain #1, poi si passa a un brano dal titolo Rocks per finire a Mountain #5, a sua volta seguito da Birds, quindi Mountain #3… Sto cercando una logica…
«Quando compongo di solito ho un’idea base, non c’è un concetto. Poi devo trovare un significato per questa musica nel disco. Vado per blocchi di musiche e queste devono avere una consequenzialità. Mountain #1 è stata la prima che ho composto, poi ho cercato di dare una narrativa che avesse diversi momenti, ritmi diversi, una parte più lenta, l’altra più forte, una più introspettiva…».

Questi brani li hai suonati direttamente con tutti i musicisti?
«No, li ho composti a casa, con la chitarra. Volevo scrivere con più dettagli per poi offrire ai musicisti un modo di improvvisare liberamente. Il disco si fonda sull’improvvisazione e ho lasciato che i miei compagni di viaggio si sentissero totalmente liberi nelle esecuzioni».

Hai un rapporto di simbiosi con i tuoi colleghi…
«Avevamo deciso di suonare le parti comuni e poi metterci le improvvisazioni. Per fare questo lavoro ci siamo chiusi in una casa e abbiamo vissuto e lavorato insieme. L’idea era che la musica si creasse al momento. Abbiamo tirato fuori tanto materiale. La registrazione è finita con un concerto, praticamente un altro disco, tutto di improvvisazioni, pronto per essere pubblicato. Durante le registrazioni, i singoli musicisti intervenivano con spunti e idee, come Demian Cabaud, il contrabbassista, che ha tirato fuori suoni che assomigliavano al canto degli uccelli … e così è nata Birds. D’altronde, in montagna ci sono il canto degli uccelli, il rumore del vento, il fragore delle rocce, i giochi d’ombra…».

Un mix perfetto di composizione e improvvisazione. Che differenza c’è tra Mountains e il tuo disco precedente, Variaciones (uscito nel 2020)?
«Variaciones (qui Solo#3, ndr) è stato un processo che è iniziato con il primo disco Autotelic (qui #3). Quest’ultimo è stato, fondamentalmente, un dialogo con un pianista (il lisboeta João Paulo Esteves da Silva, ndr), quasi tutto scritto, con grandi momenti di improvvisazione, ma, di fatto, jazz standard (ve lo consiglio!, ndr). Con Variaciones, c’è stata un’evoluzione, e cioè, cercare una musica più complessa, che fosse più fluida, pensata per improvvisare. È stato un punto intermedio tra Autotelic e Mountains. Molto diverso anche da Trance (qui Trance#1) ancora molto nei canoni standard, un tema A, uno B e un’improvvisazione. Mountains credo sia un lavoro più maturo, merito di ulteriori tecniche estese di studio e a un set di chitarra che mi sono costruito con effetti ottenuti grazie anche all’uso del computer. Ho registrato da solo in casa durante la pandemia, studiando in quale modo rivedere la chitarra jazz, trasformandola in un qualcosa d’altro. Dici che questo non è jazz, infatti, cerco di trovare un nuovo modo di suonarlo».

Javier Subatin al lavoro – Foto Raquel Nobre G.

Hai previsto di presentare il disco in Italia e in Europa?
«Con la pandemia è cambiato molto. Ho deciso, visto che il Covid ha aumentato la difficoltà di suonare live, di perfezionarmi nel suono e nella composizione. Ho un altro disco pronto, con Francesca Remigi (altro interessante nome del nuovo jazz d’improvvisazione di cui vi ho parlato alcuni mesi fa, ndr) e Federico Calcagno (grande clarinettista milanese di base ad Amsterdam che ha lavorato al bel disco di Francesca Il Labirinto dei Topi, ndr). Non so ancora quando porterò in concerto Mountains, non ho fatto un disco per poter suonare nei teatri ma per far conoscere la mia musica. Dal vivo, poi, potrà diventare un’altra cosa».

Nel marzo di quest’anno hai contribuito a far nascere la Habitable Records, casa discografica fondata da nove musicisti… Sei il leader se non sbaglio…
«Non è proprio così. Tutto è nato durante la pandemia quando ho fondato la Composers & Improvisers Community Project, un progetto collettivo, di cui sono direttore artistico: con il lockdown si pubblicava solo on line e sembrava che tutti si fossero messi a competere su chi faceva uscire più video, una sorta di guerra e una specie di catarsi. Ho pensato che, forse, era meglio unire più musicisti per indirizzare questo flusso massiccio di pubblicazioni in qualcosa di compiuto e maggiormente visibile. Quello che realmente è successo è che si è creato un bel gruppo di musicisti, dai video si è passati allo scambiarsi progetti, musiche. Così ho conosciuto Francesca e Federico, per esempio. Su whatsapp mi sono trovato a discutere con loro su come pubblicare un disco, trovare una casa discografica. Ed è nata l’idea di diventare “editori di noi stessi”, progetto a cui avevo già pensato. Così s’è creato un gruppo di nove persone, tra cui anche Francesca e Federico. Habitable Records non ha un capo, siamo tutti leader: far musica, produrre il più liberamente possibile, avere supporti di comunicazione e marketing. A sostegno del progetto abbiamo creato un’associazione culturale in Portogallo (che ha un nome legale ma non ancora uno ufficiale per il pubblico) con l’obiettivo di pagare un musicista perché produca musica. Nel caso di Mountains sono stato pagato perché ho avuto un aiuto, ma creare con più facilità un circuito virtuoso sarebbe il nostro obiettivo. Con Antena 2 – RTP (la radio portoghese) abbiamo stretto un accordo  per montare una serie di concerti on line con programmazioni a distanza: organizzo un duo, ognuno vive nel proprio paese, e li faccio suonare insieme. Questo, tutti i mesi. Si chiama Intersections: un musicista inizia a suonare e alla fine si fonde la performance di un altro per un totale di mezz’ora di concerto. I musicisti per questo vengono pagati. Il cachet è diretto dalla radio al musicista. Questo è il nostro spirito. È giusto che un musicista sia pagato per il proprio lavoro».

Un altro ritratto di Javier Subatin – Foto Raquel Nobre G.

Come vedi la professione del musicista in un mondo di musica mainstream dove c’è poco spazio per giovani di certo valore?
«C’è un mercato per il tipo di musica che facciamo noi. Che non sarà mai mainstream. Ci sono due scelte: la prima, è fare molti concerti (in questo momento non è molto facile), la seconda, insegnare. Mi sono sempre mantenuto insegnando musica. La produzione musicale mi dà un extra. Il mio obiettivo è quello di invertire le mie fonti di reddito!».

Fare concerti è complicato anche senza pandemia…
«Certo, perché il musicista dovrebbe fare anche l’agente. Quello che sta succedendo ora è che gli agenti guadagnano molto di più insegnando ai musicisti a diventare anche agenti. Un paradosso…».

Interviste: Francesca Remigi e il Labirinto dei Topi

Francesca Remigi – Foto The Fog House Photography

Confesso, ho una certa soggezione quando mi accingo a telefonare per quest’intervista. Francesca Remigi, bergamasca, 24 anni, figlia e nipote di musicisti, è una batterista jazz. Eccolo lì, sono subito riduttivo… Bisogna aggiungere che è anche una compositrice, e pure molto brava e complessa, dai che ci sono!, e una persona esigente, che tende alla perfezione (sarà perché nata sotto il segno della Vergine, per chi ci crede). Qui, miei cari amici, non è questione di zodiaco, bensì di carattere e amore (sconfinato) per la musica e per il ritmo.

Il 5 gennaio è uscito sulle piattaforme digitali, e due settimane dopo nei negozi fisici, Il Labirinto dei Topi, otto brani di non facile ascolto, ai quali bisogna accostarsi con mente libera e aperta, musica che non possiamo etichettare semplicemente come “jazz contemporaneo”. Detto così, è tutto e niente. Il lavoro è nato da sue composizioni e da un gruppo di musicisti che si è scelta, sempre non per caso. Un ensamble battezzato Archipélagos. Ma vedremo tutto tra poco… Al cellulare mi risponde una voce squillante, simpatica, gentile… «Scusami, oggi la linea dà problemi, non so perché, eccomi qua, pronta!».

Francesca, vado subito al sodo: hai studiato al Conservatorio di Milano, quindi l’ultimo anno, un Erasmus a Maastricht, poi la laurea al Koninklijk Conservatorium di Bruxelles. Ora sei nel pieno di un super master al Berklee Global Jazz Institute di Boston, diretto dal pianista Danilo Pérez, in quella mitica scuola dove insegna anche la grande batterista Terri Lyne Carrington…
«Sì sono stata scelta, è dal novembre del 2019 che ho iniziato il mio percorso per partecipare al master. Ho inviato i miei provini, sai ci sono venti borse di studio, dieci per studenti americani e dieci per il resto del mondo. Il Master costa molto, 70/80mila dollari per un anno. Sono stata ammessa con la borsa di studio, sarei dovuta partire nel settembre dello scorso anno, ma il campus di Boston nel frattempo è rimasto chiuso, causa pandemia, nel primo semestre. Da fine gennaio ha riaperto iniziando alcune lezioni in presenza. A questo punto, vista l’incertezza, ho continuato a frequentare on line. Mi stanno servendo molto, anche se non è come in presenza, ovvio. Sto imparando nozioni importanti di Music Technology, Productions, tutte capacità che, di questi tempi, sono utili a un musicista: imparare a usare programmi complessi che ti permettono di registrare ad alti livelli da solo con evidenti risparmi in un momento in cui non ci sono risorse. Comunque, se tutto va secondo i piani, dovrei partire a maggio per fare, in presenza, gli ultimi quattro mesi e poi rimanere negli Stati Uniti. È il mio sogno restare al Berklee, continuare il mio percorso di perfezionamento…».

Per ora come funziona?
«Per le composizioni intendi? Ci si passa le tracce, è un processo molto lento, estenuante, soprattutto per i batteristi che devono registrare per primi…».

FRANCESCA REMIGI – “Adriano Bellucci photographer – Una Striscia di Terra Feconda 2020”

Perché ti sei appassionata alla la batteria?
«Sono nata in mezzo alla musica. Mio padre è un chitarrista, mia madre una pianista, mio nonno suonava la tromba nell’Orchestra Sinfonica della Rai. Insomma, sono cresciuta tra classica e jazz. Ho iniziato prendendo lezioni da mio padre. Padre-figlia, professore-allieva, non sempre funziona. Una volta sono andata ad ascoltare mio padre che suonava con un’orchestra, ero piccola, e c’era anche un batterista che, ai miei occhi di bambina, si stava divertendo tantissimo a suonare. Era Stefano Bertoli, e proprio lui è stato il mio primo insegnante. Così ho lasciato la chitarra… I miei, comunque, sono felici della scelta, vedono quello che faccio, sono contenti».

Veniamo al Labirinto dei Topi. Il titolo fa riferimenti alle teorie di Zygmunt Bauman, ma non solo. Leggo i titoli dei brani: Il Labirinto dei Topi, Gomorra, Be Bear Aware (ascoltateli). Ci sono riferimenti a Noam Chomsky e a Roberto Saviano.
«Sono sempre stata attratta dalla storia, dalla filosofia dalle relazioni umane. Mentre studiavo al Conservatorio, a Milano, mi sono iscritta anche a Interpretariato Parlamentare… La musica è uno strumento per dire qualche cosa, non è solo musica fine a se stessa, va riempita di contenuti. Penso a Eric Dolphy a Charles Mingus. L’arte in generale e, dunque, anche la musica, è un mezzo di denuncia sociale. Questi argomenti mi toccano e mi interessano, mi sono avvicinata anche allo studio della psicologia e della sociologia. Tornando al Labirinto dei Topi: l’idea del titolo ma anche della composizione mi è venuta leggendo La Società sotto assedio di Bauman, una società senza certezze dove le istituzioni non rappresentano più i cittadini ma diventano una oligarchia a sé stante. Ci si trova da soli ad affrontare vita e sfide, i social poi hanno dilatato questo processo… Sto scrivendo un progetto che presenterò alla Berklee dal titolo The Human Web, dove mi concentro ad analizzare l’impatto dei social media, le condizioni economiche e fisiche, uno scontro che la pandemia ha ulteriormente accelerato. Sai sto seguendo quest’aumento vertiginoso di suicidi e tentati suicidi tra adolescenti, mi ha colpito molto. La mia idea è registrare questo nuovo progetto a Boston con musicisti residenti, a maggio».

Ritornando al disco, tutto questo lo hai inserito in una musica che segue anche canoni non propriamente occidentali. Mi riferisco alla tua passione per lo studio della musica carnatica indiana…
«Sono una persona che non si accontenta facilmente, cerco sempre nuove sfide, e una di queste è proprio la musica carnatica indiana. È per questo motivo che mi sono spostata a Bruxelles, dove ho preso lezioni da Stéphane Galland, un grande batterista che da anni la studia. È una musica molto lontana dalla nostra. Usa un unico riferimento armonico melodico per un intero brano (che viene chiamato Raga) e che può durare ore. Non esistono successioni di accordi come nella musica occidentale. A livello melodico parlo di quarti di tono, appoggiature che non sono nostre. Da batterista è super interessante, molto complessa, rigorosa…».

Rigore che ti è servito per rafforzare il significato dei brani, tornando a Bauman, Saviano…
«Il rigore ritmico e matematico che caratterizza le composizioni, vuole far riflettere sulla società “Matrix” che opprime e controlla i singoli tramite uno sfrenato consumismo e un’inarrestabile globalizzazione».

Gli Archipélagos – screenshot video

Veniamo ad Archipélagos, il tuo progetto musicale. Ti sei scelta un gruppo che avesse queste affinità e conoscenze…
«Sì. Con Federico Calcagno (suona il clarinetto) ci conosciamo da quando abbiamo iniziato il conservatorio a Milano. Poi lui si è trasferito ad Amsterdam per perfezionarsi e io a Bruxelles. Siamo rimasti sempre in contatto. Amsterdam e Bruxelles sono vicine, ci vedevamo spesso per suonare, fare concerti. Avevo poi conosciuto, nell’estate del 2019 in Canada, durante una residenza artistica presso il Banff Centre for Arts and Creativity, un trombettista australiano, Niran Dasika, che lo scorso anno si trovava in Europa e aveva accettato di partecipare al lavoro. Si registrava a Roma nel Tube Recording Studio. A causa della pandemia e i continui rinvii, è poi dovuto ripartire per l’Australia. Le tracce le ha registrate da lì e le abbiamo aggiunte poi»…

Archipélagos viene proprio da qui, dal fatto che siete musicisti di varia provenienza (non solo “regionale”) ma anche musicale… Per la cronaca, l’ensemble è stato finalista dei Maastricht Jazz Awards 2020 e vincitore dei concorsi All You Have To Do is Play 2019 Nuova Generazione Jazz 2021 (I-Jazz).
«Con me ci sono amici conosciuti a Bruxelles, come il contrabbassista olandese Ramon van Merkenstein o il pianista francese Simon Groppe. Assieme a loro avevo avviato nel 2018 un altro progetto, i Soul’s Spring, poi abbandonato perché avevo in mente un altro genere di composizioni. Poi c’è la lussemburghese Claire Parsons alla voce: giocando con l’elettronica, riesce a fare cose davvero interessanti. Siamo, insomma, tante isole che però condividono lo stesso modo di fare musica, un arcipelago, appunto».

Torniamo alla tua musica. Come la puoi definire?
«È uno stile che rientra nella “creative music”, non è solo free jazz alla Ornette Coleman per intenderci. Rientra nella musica creativa, perché collega varie influenze, musica classica contemporanea, rock progressivo, musica carnatica, jazz..».

Francesca Remigi in concerto al Banff Centre, Canada

Il rigore compositivo lascia, però, spazio all’improvvisazione….
«Se hai ascoltato Gomorra, avrai notato che alla fine c’è come un placarsi del dialogo stretto tra strumenti, rimane il pianoforte di Simon e il canto di Claire, un segnale di speranza. In Scherzo e ne Il Labirinto dei Topi cantante e trombettista hanno totale libertà di esplorare; insomma, c’è una giusta dose di libertà. Si tratta di tanti soli che avvengono su metriche molto complesse».

Francesca, un’ultima cosa, anzi due: che musica ascoltavi da adolescente e che musica ascolti oggi?
«La musica è stata una costante nella mia vita. Fin da piccola, a cinque anni, sono stata abituata ad ascoltare Beatles, Queen, Rolling Stones. A 14, 15 anni mi sono avvicinata al jazz, ascoltavo il  progressive rock, King Crimson, Dream Theater (prog virato sul metal) e altri gruppi simili. Sono rimasta intrappolata in quell’estetica lì. Oggi, come ascolti, direi musica classica contemporanea, jazz contemporaneo e tanta musica di artisti emergenti giovani. Ultimamente ho ascoltato Octopus di Kris Davis & Craig Taborn (2018), Musica Ricercata di György Ligeti, Open Form For Society di Christian Lillinger, The African Game di George Russell».