Hendrix, Joplin, Morrison: la morte e la consacrazione eterna

Ci sono cose che bisogna fare. E questa è una di quelle. Cinquant’anni fa, 1970. Inizio di un nuovo decennio, e che decennio! L’euforia degli ultimi anni Sessanta, la grande rivoluzione di costumi, cultura, pensiero che inizia a incanalarsi in torrenti, spesso in piena. La musica non fa eccezioni, anzi è proprio in quest’arte che si vivono i grandi cambiamenti, le rivoluzioni concrete, il rock, il prog, gli esperimenti, i talenti. L’11 marzo del 1970 – è solo uno dei numerosi esempi – Crosby Still Nash & Young pubblicarono uno dei dischi più belli di sempre, Déjà vu. Nell’agosto dell’anno prima l’America era stata sconvolta dall’eccidio di Cielo Drive, dove alcuni membri della Manson family ammazzarono cinque persone tra cui Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, incinta di un bimbo di 8 mesi. Una settimana dopo a Bethel, New York si sarebbe tenuto il festival più famoso e dirimente della storia del Rock, Woodstock. Si era ancora al culmine della guerra in Vietnam…

Ebbene, cinquant’anni fa, a distanza di soli 16 giorni, ed entrambi ad appena 27 anni d’età, morivano Jimi Hendrix e Janis Joplin. Il primo a Londra, in un albergo nel quartiere di Notting Hill, il 18 settembre, la seconda a Hollywood, il 4 ottobre. Come l’araba fenice sono risorti dalle loro ceneri, reincarnati sotto forma di mito. Hendrix il virtuoso della chitarra elettrica, il numero uno per Rolling Stone – ve l’ho già detto, il giornale fondato da Ian Wenner nel 1967 adora le classifiche! – la seconda, per la sua voce blues inconfondibile, carica di pathos, rabbia e forza vitale.

Entrambi eccessivi, maledetti, egocentrici, irriverenti, non convenzionali, desiderio erotico di una generazione. Insomma, rock nell’anima, non per posa ma per lignaggio. Come una stirpe regale si sono consegnati ai loro sudditi che li hanno adorati e riveriti e, dopo la loro morte avvenuta per overdose (di barbiturici, eroina, alcol, fate voi, tanto che importa…), scolpiti nell’eternità della storia della musica moderna.

Qualche mese più tardi, il 3 luglio del 1971, sempre a 27 anni, se ne andava il terzo della “trimurti genio e sregolatezza” di quegli anni, Jim Morrison, a Parigi.

Hendrix, come Che Guevara, diventa un essere mitologico, un “semprevivo”, stampato su miliardi di t-shirt, la sua chioma afro riprodotta in borse e gadget da vendere nelle bancarelle dei concerti. Nonostante la sua breve vita artistica ai massimi livelli, appena quattro anni, Jimi ha prodotto più dischi da morto che da vivo, per parafrasare Catalano, indimenticabile personaggio dell’esilarante compagnia di Arbore. Il padre Al e un giro di affamati produttori lo hanno sfruttato oltre l’impossibile.

Destino dei grandi, metà umani e metà dèi. Il rock deve molto, ma proprio tanto, al chitarrista mancino, quello che faceva urlare la chitarra, con lei c’era un’intesa erotica senza limiti, amore, odio, fiamme, pianto e disperazione, bombe e guerra. Più o meno lo stesso vale per Janis, donna incontenibile, affamata d’affetto, senza freni, un’auto di formula uno lanciata a tavoletta, mai sazia di musica, alcol, droga, sesso. Lo stesso dicasi per il frontman-poeta dei Doors.

La Joplin ha rispettato tutti i canoni del Rock, come Morrison. I tre si erano incontrati, avevano pure suonato insieme, si erano ascoltati e frequentati. I tre erano consapevoli di essere dei cavalli di razza e di avere un destino: scrivere i capitoli principali del grande libro del Rock. Un po’ meno capaci, invece, di gestire il prepotente successo e i loro inevitabili fantasmi, come, del resto, molti altri loro colleghi.

Di quegli anni così forti, paurosamente belli, incredibilmente creativi oggi c’è rimasto poco o niente. Siamo tutti irregimentati in canoni dettati dalla tecnologia, comandati da un impietoso e subdolo sentire comune scritto da app, social e meraviglie da Silicon Valley. Beh, tra il circo fine a se stesso di oggi e quello bombastico di 50 anni fa, permettetemi un po’ di nostalgia e qualche lacrimuccia di rimpianto. Lo dico da cronista e da ex ragazzo nato nei Sessanta e adolescente nei Settanta. Ecco, questa cosa l’ho fatta…

Famosi, impegnati, sofisticati. Tre anteprime di album che verranno…

Post per il fine settimana: voglio presentarvi tre anteprime di album che verranno, a ottobre. Sono “confezionati” da tre artisti diversissimi tra loro, famosi, impegnati, sofisticati. Come sempre accade, in preparazione all’uscita del nuovo disco, vengono rilasciati alcuni brani che gli autori scelgono come maggiormente rappresentativi del loro nuovo lavoro.

Parto dal sofisticato, anzi, sofisticata. Lei si chiama Emel Mathlouthi, 38 anni, cantautrice di Tunisi, residente a New York. Il prossimo 23 ottobre uscirà il suo nuovo lavoro The Tunis Diares. Si tratta di un doppio album, nove canzoni ciascuno, divise tra brani composti e cover di canzoni famose rivisitate dei Nirvana, Black Sabbath, Placebo, David Bowie, per citarne alcune. E proprio del mitico Duca Bianco è il brano disponibile all’ascolto, The Man Who Sold The World. Dal primo disco, invece, ecco Holm (A Dream). Lasciatevi incantare dalla sua voce magnetica e abbandonatevi ai suoi magici cerchi vocali… Come l’ha definito la stessa Emel, questo è un lavoro introspettivo che ha pensato e composto nella sua casa di Tunisi, dove era andata a trovare la famiglia e a festeggiare l’85esimo compleanno del padre. Il lockdown l’ha costretta nella sua stanza d’infanzia. E lì ha tirato le fila della sua musica, componendo sensazioni nuove e affidandosi ai suoi album preferiti, quelli che ascoltava da ragazza.

Andiamo all’impegnato. Si tratta di Matt Berninger, il 49enne frontman dei The National, band culto indie-rock di Cincinnati. Matt pubblicherà il 16 ottobre Serpentine Prison, il suo primo album da solista. Ieri, 10 settembre, ha rilasciato un altro brano One More Second, dopo Distant Axis e Serpentine Prison, brano che dà il titolo all’album e che chiude il disco. Il disco è prodotto da Booker T. Jones, il frontman dei Booker T & the M.G.’s, e vede alcune importanti collaborazioni artistiche come quelle con il batterista Matt Barrick, il polistrumentista Andrew Bird e Gail Ann Dorsey, bassista e compagna di palco per lunghi anni di David Bowie.

Infine il famoso. Molto famoso. Una delle rockstar planetarie. Sì, proprio lui, il Boss. Bruce Springsteen ha annunciato l’uscita del suo nuovo album Letter To You, in uscita il 23 ottobre prossimo. Si tratta di 12 brani suonati con la storica E Street Band. Una garanzia: album registrato “dal vivo”, nessuna sovraincisione, tutto filato liscio e chiuso in appena cinque giorni. Il Boss lavora così! Ieri Bruce ha rilasciato come anticipazione il brano che dà il titolo all’album, Letter To You. La tracklist incorpora anche la revisione di tre canzoni scritte e pubblicate negli anni Settanta, Janey Needs a Shooter, If I Was the Priest e Song for Orphans.

Buon ascolto!

Libano: un disco per la ricostruzione culturale del Paese

4 agosto 2020: un’esplosione potentissima causata da un deposito di nitrato di ammonio distrugge la zona portuale di Beirut. Il bilancio è di quasi 200 morti, migliaia di feriti, e oltre trecentomila persone che hanno perso casa e lavoro.

Danni per miliardi di dollari. La tempesta perfetta per un Paese, il Libano, già tecnicamente fallito, sepolto da un indebitamento spaventoso e quel martedì d’agosto anche dalle macerie. Si sta scavando ancora tra i palazzi crollati per cercare corpi e, magari, anche qualche persona ancora viva…

In tutto questo pauroso disastro, pochi giorni fa l’esercito libanese ha scoperto altre quattro tonnellate di nitrato di ammonio chiuso in quattro container, sempre nella stessa zona, all’ingresso del porto, come riportato dall’agenzia di stampa ufficiale Nna, news ripresa anche da Al Jazeera.

Vi sto raccontando tutto questo perché il 4 settembre scorso, a un mese esatto dall’esplosione, Ma3azef, rivista online di musica con sede a Tunisi, in collaborazione con Bandacamp (organizzazione creata per divulgare la musica di artisti indipendenti) ha rilasciato un disco di musica elettronica dal titolo Nisf Madeena, i cui proventi dalla vendita andranno alla raccolta fondi per la ricostruzione culturale del Paese (Fundraising Campaign for the Arts and Culture Community in Beirut, coordinata dall’AFAC, Arab Fund for Arts and Culture, e dal Beirut Musicians’ Fund, creato da Tunefork Studios e dall’organizzazione no-profit Beit el Baraka.

Si tratta di diciassette brani per altrettanti artisti internazionali e locali lavorati e mixati con la collaborazione di Heba Kadry, brillante mastering engineer cresciuta in Egitto e perfezionatasi negli States, dove attualmente vive (a Brooklyn, New York, per esser precisi). Sempre per inquadrare il lavoro di Heba, lei lavora con artisti del calibro di BjörkMarissa Nadler, Josiah Wise (aka Serpentwithfeet), gli inglesi Slowdive, le Girlpool, e la polistrumentista Kristin Hayter conosciuta come Lingua Ignota, musicista classica con escursioni nel noise e nel Metal più spinto…

Toni cupi, densi, noise pesante, passaggi molto acidi, alla Daniel Blumberg per intenderci (muscista istrionico e alternativo inglese che ha firmato la colonna sonora di uno dei più apprezzati film presentati a alla Mostra del cinema di Venezia in questi giorni The World To Come di Mona Fastvold), ma anche interventi ariosi e liberatori come quelli di Deena Abdelwahed – Wein Al Malayeen e di DJ Plead – Marcel.

Tra gli altri contributi, Fatima Al Qadiri, Nicolás Jaar, ZULI, Slikback… Come si legge nella presentazione del disco sulla pagina di Bandcamp: «Riunendo i suoni dalle diverse fessure della musica elettronica, è un umile tentativo di galvanizzare musicisti e ascoltatori a sostenere una città che è stata parte integrante della scena musicale contemporanea della regione». Ve l’ho segnalato, ascoltatelo e, se volete, contribuite con 10 euro…

Briatore, il Billionaire pieno e i mancati concerti dal vivo

Il tema caldo di queste giornate, quello che sta tenendo banco su media e social, è il contagio di Flavio Briatore, negazionista Covid della prima ora. Nel suo Billionaire, che qualcuno, con raffinata ironia, ha ribattezzato Focolaire, c’è stato un contagio genere Codogno, uno dei suoi dipendenti è addirittura intubato e grave, a Sassari. Lui, dal San Raffaele dove è ricoverato, ieri ha invece postato una foto sorridente su Instagram, post rimosso quasi subito (quando la si fa fuori dal vaso…).

Parlo di Briatore perché è “la notizia”, ma l’imprenditore sbruffone, una miniera inesauribile per la comicità di Crozza, mi dà la possibilità di sollevare un tema sul quale sto riflettendo da giorni: perché le discoteche hanno potuto accogliere a braccia aperte orde di giovani stressati dal lockdown in un liberatorio atto di sfida al virus, mentre i concerti dal vivo, con tutte le doverose restrizioni imposte, sono stati nella pratica vietati? Ci sono, sì, coraggiosi tentativi grazie a musicisti impegnati come Paolo Fresu, Stefano Bollani e pochi altri.

Dei tecnici senza lavoro ne ho parlato più volte in questo blog, come dei musicisti costretti a ripensare il loro modo di presentare la loro arte al pubblico. Sono riflessioni al sapore di Covid – anch’io non sono esente da questa sorta di rincoglionimento progressivo, uno stordimento che non fa ragionare con chiarezza e semplicità.

Tutto si complica, tutto si contorce, siamo tante marionette che si agitano perché mosse da altri che a loro volta sono pupazzi in mano ad altri e via dicendo, come in un infinito gioco di specchi. Tornando alla domanda che possiamo riassumere in: perché Briatore sì e Bruce Springsteen no?, ammetto che il quesito non possa avere una risposta. Nella caotica organizzazione che ci stiamo dando a causa del nostro “virus vivendi” ci metto dentro anche i 12 milioni di euro dati dal ministro della cultura Dario Franceschini agli organizzatori di concerti per i live annullati, tramite un decreto firmato l’11 agosto scorso, somma trovata attraverso il fondo emergenze imprese e istituzioni culturali introdotto con il Decreto Rilancio.

Vien da dire, piove sul bagnato. Si presume che gli organizzatori di concerti qualche soldo per vivere se lo siano messo sotto il materasso, ma – e credetemi non faccio populismo, mentre ascolto a tutto volume la sempre grande Highway to Hell degli AC/DC – come la mettiamo con tutti gli operatori degli spettacoli live che se ne stanno forzatamente a casa da mesi, se va bene in cassa integrazione, ma i più, essendo partite iva, senza paracaduti sostanziosi? Come possono uscirne?

Capite perché parlo di azioni “sclerate”… Non so se vi facciate le mie stesse domande, è che mi sembra tutto molto appiccicaticcio, caotico, ognuno dice e fa quello che vuole. E se in questo bailamme ci si mettono i musicisti negazionisti il caos diventa perfetto. Ed eccovi serviti: il 21 agosto sul suo sito ufficiale Van Morrison ha pubblicato un caloroso invito ai suoi colleghi: alzare la testa e tornare a suonare dal vivo senza ascoltare la scienza, anzi, la pseudo-scienza (Come forward, stand up, fight the pseudo-science and speak up, “Fatevi avanti, fatevi sentire combattete la pseudo-scienza, parlate”)…

In tutto ciò, e finisco, ci metto anche il tanto atteso ritorno alla scuola, quello che, l’infettivologo Matteo Bassetti, da me intervistato per un magazine, ha definito necessario e inevitabile “altrimenti sarebbe il fallimento totale di un Paese”. Con Briatore, la questione scuola è l’altro capitolo che tiene banco da giorni. Capitolo fondamentale per il progresso di una società. Studio, cultura, arte. Evitiamo danni che verranno pagati a caro prezzo da tutti…

Perché i regimi hanno paura della musica?

Frame da Il “Grande Dittatore”, film di Charlie Chaplin (1940)

Le recenti elezioni in Bielorussia, dove il sessantacinquenne Aleksandr G. Lukashenko, al potere da 26 anni, s’è garantito la sesta rielezione, secondo osservatori internazionali e oppositori con brogli elettorali, intimidazioni, arresti e l’oscuramento del web, mi hanno fatto riflettere. Che rapporto c’è tra dittatura e musica? In effetti, quella della Bielorussia è l’unico regime totalitario rimasto nella cara vecchia Europa, almeno così sostengono convinti gli Stati Uniti. Ci sarebbe da discutere al proposito…

Non andiamo a invadere campi che non ci appartengono. Sul rapporto tra dittature e musica ci sono saggi su saggi, anche molto interessanti, soprattutto sul rapporto tra quest’arte e il Nazismo e Fascismo. La musica è troppo destabilizzante per chi deve detenere con pugno di ferro un potere fine a se stesso, con l’alibi del bene del popolo. È risaputo che il Nazismo, che predicava la purezza della razza e, dunque, anche delle maggior espressioni artistiche di un popolo, aborriva il jazz, musica di neri, inascoltabile per un orecchio predestinato alla perfezione, anche se nei campi di concentramento il jazz, per chi soffriva, era una ventata di resistenza. Il Fascismo aveva i suoi aedi, che hanno partorito canzoni decisamente imbarazzanti, intrise di quel semplicistico ornato di parole ridondanti, slogan da grande impero privi di contenuti… Poi sappiamo come sono andate (fortunatamente per noi!) le cose. Rileggetevi i testi di queste preziose perle trasposte in musica, da Faccetta Nera a Me ne Frego! a Vincere Vincere Vincere. Mi permetto la prima strofa di quest’ultima: Temprata da mille passioni La voce d’Italia squillò! “Centurie, coorti, legioni, In piedi chè l’ora suonò”! Avanti gioventù! Ogni vincolo, ogni ostacolo superiamo! Spezziam la schiavitù Che ci soffoca prigionieri nel nostro mar! Non vi tedio oltre.

Venendo a tempi più recenti, anche durante il ventennio di dittatura brasiliana, tanto cara al presidente attuale, Jair Bolsonaro, la musica è stata vista come un pericoloso nemico da combattere. Caetano Veloso, Gilberto Gil, Chico Buarque, ma anche il regista Glauber Rocha oltre a politici e sindacalisti, furono costretti all’esilio. Ascoltatevi Cálice di Chico Buarque e di quel geniaccio incredibile di Milton Nascimento (Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, De vinho tinto de sangue… Padre allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, di vino rosso di sangue…), oppure Alegria Alegria di Caetano Veloso, diventati must della musica popolare brasiliana (MPB). Di canzoni simbolo contro poteri e strapoteri anche nelle nostre democrazie ce ne sono molte. Pensiamo a The Revolution Will Not Be Televised (1971) di Gil Scott Heron (di cui vi ho già parlato in questo post) o a Imagine (sempre 1971) di John Lennon, ma anche a God Save The Queen (1977) dei Sex Pistols, a Rock in The Casbah (1982) dei Clash, a Sunday Bloody Sunday (1983) degli U2; e ancora, a Killing in the name (1992) dei Rage Against The Machine, a Idioteque (2000) dei Radiohead o a Psycho (2015) dei Muse.

Frame da “Psycho” – Muse

Torniamo a Lukashenko: la musica fa così tanta paura che l’apparato del governo si prende la briga di ascoltare e leggere tutto (come d’altronde faceva il Minculpop, nel periodo fascista, e fa ogni dittatura oliata) per poi mettere il “visto… si ascolti”. Molte canzoni sono state “tagliate” in modo pretestuoso: testi troppo banali, o non convenienti, o inneggianti alla violenza, non adatti al fiero popolo d’appartenenza… Ne sa qualcosa, per esempio, Siarhei Mikhalok, il frontman della band punk-rock Lyapis Trubetskoy (qui con Kapital) e l’altra da lui  sempre fondata, anarco-rock, Brutto (qui con Giri). Dopo un esilio dai palchi del suo Paese, Mikhalok è potuto rientrare quattro anni fa, apparentemente libero ma… guarda caso i concerti o non potevano tenersi, o venivano rinviati per qualche problema.

La musica fa davvero paura: scuote gli animi, fa riflettere, invita a guardare un altro mondo possibile.

E chiudo: noi, che abbiamo la fortuna di vivere in Paesi dove si può criticare anche aspramente senza il timore di sparire o venire arrestati o esiliati, sappiamo usare questo dono immenso che è la libertà? L’abitudine, spesso gioca brutti scherzi. Non dovremmo mai dimenticare Giorgio Gaber e la sua La Libertà: «La libertà non è star sopra un albero/ Non è neanche il volo di un moscone/ La libertà non è uno spazio libero/Libertà è partecipazione». Pensiamo ai tanti, troppi Lukashenko ancora in giro  – e brutalmente attivi – sparsi nel mondo, pensiamo alla nostra facilità d’espressione che, per ossimoro, troppo spesso diventa difficoltà di esprimersi, pensiamo alla musica, un’arte così immensa e forte da intimorire il forte di turno. Basta, la finisco qui.

Lookin’ For A Leader 2020: Neil Young continua la sua campagna

Dalle parole è passato alle note. Ritorno brevemente sulla dura campagna di Neil Young contro il presidente degli Stati Unit, Donald Trump. Dopo aver annunciato che si rivolgerà a un giudice per tutelare l’uso del suo brano Rockin’in the Free World, notizia di cui vi ho parlato un paio di giorni fa, l’artista ha rilasciato una nuova versione di un suo precedente brano, del 2006, Looking for a Leader (dall’album Living With War, quella volta, al centro delle sue canzoni, erano Bush e la sue bugie che hanno scatenato la guerra contro l’Iraq).

Lo ha battezzato Lookin’ for a Leader 2020 (cliccate sulla foto per ascoltarlo).

Dritto all’obiettivo: chitarra armonica voce e un cajon a scandire il tempo, Young invita gli americani a trovarsi un leader vero, uno che non «fa erigere muri attorno alla nostra casa». In una strofa ricorda Barack Obama: «… and we really need him now/The man who stood behind him has to take his place somehow/», sostenendo senza nominarlo, il vice di Obama e candidato dei democratici alla corsa presidenziale del novembre prossimo, Joe Biden.

Insomma, NY ha iniziato la sua personale campagna contro DJT. E si sa, visto il carattere, che l’osso non lo mollerà facilmente…

Breaknotes/ Due compleanni e un necrologio…

Ci sono momenti in cui ricordare, nella felicità e nella tristezza, è un obbligo. E oggi è uno di quei momenti. Un capitolo tutto rock, dedicato a tre personaggi che hanno contribuito a creare quelle leggende, quella musica, quelle perfette imperfezioni che genericamente riassumiamo nella categoria “Rock”.

Ma qui c’entra anche il blues, la sperimentazione, l’estro, il carattere e sì, anche le malattie. Ieri, 25 luglio, nel tardo pomeriggio è arrivata la notizia di un addio: Peter Green (Greenbaum il suo vero cognome), 73 anni, mitica chitarra dei Bluesbreakers di John Mayall dopo che Eric Clapton aveva lasciato la band per fondare i Cream, se n’è andato nel sonno a 73 anni. Così ha dichiarato la sua famiglia. Con Mick Fleetwood, John McVie e Jeremy Spencer nel 1967 ha dato vita ai Fleetwood Mac, per lasciarli nel 1970. Lo stesso anno ha pubblicato il suo primo album da solista, The End of the Game, una cavalcata di blues psichedelico, musica d’avanguardia, molto ben confezionata (ascoltate Descending Scale per capirlo). Quindi scompare per quasi dieci anni durante i quali viene ricoverato per la sua schizofrenia e si sbarazza di tutto, persino della sua chitarra, donata a Gary Moore, altro asso del blues inglese.

Lo ha ricordato Cat Stevens/Yousuf in un tweet ieri: «God bless the ineffable Peter Green, one of the unsung heroes of musical integrity, innovation and spirit. When I heard he left Fleetwood Mac in 1970 to get a real life and donate his wealth to charity, he became something of a model for me».

A Rolling Stones Mick Fleetwood ha affidato un ricordo: “Per me e per ogni singolo membro che ha fatto parte dei Fleetwood Mac perdere Peter Green è “monumental”, un evento enorme». E ha continuato: «Nessuno è mai entrato nei Fleetwood Mac senza portare il rispetto dovuto a Peter Green e al suo talento».

Veniamo alle notizie più felici. Oggi 26 luglio, compiono gli anni due rockstar, entrambe determinanti nel loro ruolo per le rispettive band – e anche per la musica. Nel 1943 nasceva a Dartford nella contea di Kent, UK, Sir Michael Philip Jagger, per tutti Mick. Il frontman di una delle band più famose nella storia del rock compie 77 anni. E di questi, ben 57 li ha passati nei Rolling Stones, con le eccezioni delle esperienze soliste. Rolling Stone, il magazine di musica rock, maniaco di classifiche, lo ha posto nei primi venti più famosi cantanti rock di sempre, al 16esimo per essere esatti.

L’altra mitica rockstar a spegnere le candeline è Roger Taylor, classe 1949. Il batterista dei Queen festeggia i suoi 71 anni. Due figure per certi versi simili: maniacali nel loro modo di lavorare, creativi, il primo estremamente appariscente, sempre primadonna, il secondo ingranaggio perfetto nella sua band, complemento essenziale al servizio di uno dei gruppi più longevi e conosciuti al mondo.

Mi bastava ricordarli. Mi sono soffermato di più su Peter Green, lo meritava. Di Mick e Roger tutti sanno tutto, leggende incluse. Se ne avete voglia  – e a me è venuta – e non avete di meglio da fare in spiaggia o in montagna, andate sul vostro “hub” preferito ed ascoltatevi i tre monumenti del rock in azione. Una domenica all’insegna del rock, del blues e della psichedelia. Buon pomeriggio a tutti!

Il destino della musica, incontro a Carpi

Ieri sera sono andato a Carpi. Nel cortile d’onore di Palazzo dei Pio, l’edificio simbolo della città, ben 11 secoli di storia da raccontare, c’era un appuntamento davvero interessante: Il futuro della musica dal vivo in Italia alla luce del Covid19. Così recitava l’incipit dell’incontro. Avevo prenotato una quindicina di giorni fa per assicurarmi uno dei pochi posti disponibili, causa distanziamento e norme antipandemia…

Del destino della musica live se ne sta parlando troppo poco. Assieme al turismo, quello degli spettacoli dal vivo è il settore più colpito. Sul turismo si sta tentando di fare qualche cosa, sulla musica no. È questa l’amara considerazione che è emersa anche nella tavola rotonda con Beppe Carletti, mitico frontman dei Nomadi, Cisco, ex Modena City Rambler, Paolo Belli, Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia Romagna, e Alberto Bellelli, sindaco di Carpi. Moderatore Pierluigi Senatore, direttore news di Radio Bruno, storica emittente locale.

Della questione ne ho già parlato in questo blog. Professionisti senza lavoro, artisti allo sbando, speranze a lumicino… Non a caso la serata s’è aperta con la proiezione dello spot girato da un gruppo di tecnici che si è unito nell’associazione Dietro le Quinte e firmato da Giampaolo Damato a favore degli “Invisibili”, le maestranze dello spettacolo che da mesi ormai non guadagnano più, come ho avuto modo di raccontarvi qualche tempo fa qui e qui.

Quella della musica è un’industria a tutti gli effetti: considerando tutto l’indotto, genera 250 miliardi di euro, il 16 per cento del Pil, e occupa qualcosa come 400mila persone, cifre sicuramente al ribasso… Un’industria che ha staccato la spina e che, per farla ripartire, ha bisogno di sostanziosi aiuti – legislativi e pecuniari – oltre che di una grande botta di fortuna (non è detto che le due cose viaggino sempre insieme)…

È un problema nazionale e come tale dovrebbe essere trattato. Lo hanno sostenuto un po’ tutti i relatori. «L’Emilia Romagna è l’unica regione italiana che ha varato una legge sulla musica», spiega Bonaccini. Ogni anno si investe un milione di euro per non far cadere nell’oblio la cultura musicale di una comunità, aiutando le bande musicali, favorendo i live, promuovendo le nuove professioni legate alla musica e le scuole di musica… Di una legge per il settore se ne sta parlando da decenni, da quando ho iniziato questa professione quasi trent’anni fa», ricorda Cisco.

Il governo dovrebbe varare forme di sostegno per gli artisti meno conosciuti, per i tecnici – è sempre Bonaccini a parlare – è necessario trovare una forma di compensazione. Sulla difficile ripartenza dei concerti, ancora il politico: «Faccio una richiesta al Governo: ridiscutere il numero di pubblico ammesso nei live (oggi, mille all’esterno e 250 all’interno, n.d.r.), permettendo di ampliarlo, laddove possibile, in modo da garantire un minimo di lavoro per tutta la filiera».

Sembra ben intenzionato: lui e Zaia sono i nuovi nomi della politica italiana. I “governatori” del fare. Non a caso i Nomadi sono partiti con le loro prime tre date post Covid in Veneto. “La regione Veneto ci ha dato la possibilità di ripartire. Ci siamo ridotti il cachet, i nostri tecnici, invece, li paghiamo per intero… Lo dico con orgoglio: abbiamo altre 11 date fissate tra Veneto, Piemonte, Toscana, Marche e Umbria (quest’ultima ancora in forse)”, mi spiega Beppe Carletti. Che aggiunge amaro: «L’ho detto ieri sera, l’hai sentito, e te lo ripeto: noi musicisti siamo sempre pronti ad aiutare per raccogliere fondi su qualsiasi cosa. Nel 2012 ho organizzato con un amico una raccolta fondi/concerti per dare una mano alle persone colpite dal terremoto. Lo facciamo senza paura, l’abbiamo sempre fatto. Ora tocca a noi avere bisogno degli altri, ma nessuno ci considera… Per la musica non ha mai fatto niente nessuno…».

Cerchiamo di tirare le fila: la crisi post-pandemia è tragica. Il tempo per agire e salvare un comparto sempre più stretto, i musicisti a parole dicono di essere uniti, in realtà ognuno corre per sé da sempre. È quanto mai necessario un intervento dei big della musica italiana sulla politica: Vasco, Ligabue, Zucchero, Jovanotti, per fare alcuni nomi pesanti, potrebbero (e dovrebbero) aprire interlocuzioni con il governo per chiedere, soprattutto a nome dei più deboli, una legge che regolamenti questo settore. Il problema è che la musica è considerata cultura solo a parole. Nei fatti, è un’altra cosa. Parole di Cisco: «perché il libro ha un’Iva al 4 per cento e il disco al 22%?». Bella domanda. La musica, soprattutto quella non classica, non è considerata un mestiere ma un passatempo… «è sempre stata vista come un’arte povera» sostiene Carletti. E lui, il mestiere lo conosce davvero bene, visto che da oltre mezzo secolo calca i palchi dell’Italia intera con i suoi Nomadi.

La conclusione forse sta nelle parole del sindaco di Carpi, Alberto Bellelli: «In un periodo un po’ oscurantista si vince solo puntando sulla cultura e sulla bellezza» e in quelle di Paolo Belli: «Le persone hanno bisogno non solo delle cure del corpo ma anche di quelle per l’anima. E la musica è una di queste».

Breaknotes/L’eredità armonica di Ennio Morricone

E così, a 91 anni, se n’è andato anche Ennio Morricone… I media di tutto il mondo lo stanno ricordando, narrandone le gesta: due premi Oscar, uno alla carriera nel 2005 e l’altro per la colonna sonora di The Hateful Eight di Quentin Tarantino (per questa vinse anche il Golden Globe). Nella sua vita artistica ha ha venduto oltre 70 milioni di dischi e conquistato 10 David di Donatello, 6 Bafta, 4 Golden Globes, 3 Grammy Awards, 11 Nastri d’argento, 2 European Film Awards, un Leone d’Oro alla carriera e un Polar Music Prize…

La musica era la sua lingua e il suono il suo chiodo fisso: anche un colpo di tosse, uno schiocco di lingua, un fischio, un colpo di frusta uniti al ronzare dei violini o a una tromba cristallina (lo strumento con il quale s’era diplomato al conservatorio) diventavano strumenti per melodie memorabili.

Lo “Spaghetti Western” – e quelli delle mia generazione ci sono cresciuti – è stata parte della nostra formazione culturale. Come dimenticare il geniale Scion Scion – che poi era Sean Sean – di Giù la testa, western del 1971 di Sergio Leone con Rod Steiger, James Coburn e Romolo Valli, cantato dall’eterea voce di Edda dell’Orso?

E ancora: i timpani insistenti e solitari alla stregua di campane a morto, ad aumentare la suspence nella scena finale di Per un pugno di dollari, il duello tra Joe (Clint Eastwood) pistolero inesorabile, e Ramon (Gian Maria Volontè), abile nell’uso della carabina Winchester…

O anche la struggente Gabriel’s Oboe da Mission di Roland Joffé (1986), tema del film… Ecco, questo potrebbe essere il giusto addio al maestro. La musica come sensazioni, ricordi, memoria. In qualche modo testimonianza: armonie affidate alle generazioni che le hanno introiettate al punto da diventare parte di una cultura comune e trasversale, filamenti del DNA di una nazione. 

Giornata Mondiale del Rifugiato: siamo tutti un po’ “freezing”

Cronaca: oggi, 20 giugno, è la Giornata Mondiale del Rifugiato, nata con la risoluzione Onu 55/76, vent’anni fa. Quest’anno le Nazioni Unite hanno lanciato la campagna #WithRefugees, che durerà fino al 19 settembre. L’obiettivo? Far conoscere i rifugiati attraverso i loro sogni e le loro speranze: garantire istruzione ai propri figli, avere un lavoro, una casa dignitosa… il 19 settembre la petizione #WithRefugees verrà presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, come atto di sensibilizzazione.

Tra le tante iniziative in Italia, da Parma a Roma, da Bari a Catania, da Squillace (Catanzaro) ad Ancona, vi segnalo, a Bologna,  “un evento musicale e performativo”, come spiegano gli organizzatori, che si potrà seguire dal vivo (ingresso gratutito con prenotazione obbligatoria) oppure in diretta streaming sul canale Facebook BolognaCares, sul canale Youtube LepidaTV On Air e sulle frequenze di Radio Città Fujiko 103.1 FM; in televisione su Lepida TV (canale 118 DT e 5118 SKY).

Murubutu, musicista e rapper, è lo pseudonimo di Alessio Mariani

Il luogo è il Mercato Sonato, un porto franco dove si costruisce musica e cultura, nato con l’intento di creare un movimento artistico in tutte le sue sfaccettature. Anche questa inizativa ha un hashtag, che poi è anche il titolo della manifestazione, #NeverMoreFreezing. Mai più bloccati: il congelamento, quel senso infinito di attesa, l’impressione di essere in esilio, vite sospese, controbilanciato dalla speranza e dal desiderio di affrontare una nuova vita. Questo passaggio di “congelamento” momentaneo, freezing, appunto, lo abbiamo subìto tutti con il lockdown causato dalla pandemia. Impotenza e pazienza, attesa e desiderio di rivedere la luce…

Margherita Vicario, foto di Matteo Lippera

Dalle 20 alle 23, dunque, collegatevi per una serata in note e riflessioni con ospiti “poco allineati” come il romano Murubutu, musicista e rapper, pseudonimo di Alessio Mariani (di lui ho già parlato per il bell’album pubblicato il 30 marzo di quest’anno dal titolo Infernvm con Claver Cold (altro bravo rapper, al secolo Daycol Emidio Orsini) o come l’attrice e cantautrice Margherita Vicario (da ascoltare!). Sul palco del Mercato Sonato ci sarà anche Rareș, giovane artista di origini rumene, da seguire perché il suo Curriculum Vitae, album uscito ai primi di marzo, è davvero interessante. Previsti interventi video dell’attrice e scrittrice Lella Costa, dell’artista italiana Mama Marjas, del nigeriano Seun Kuti, del giamaicano Clinton Fearon, dei messicani Son Rompe PeraJunior V

P.S. L’evento è promosso e organizzato da ASP Città di Bologna e Comune di Bologna in collaborazione con BolognaCares e con i gestori del Progetto Metropolitano di Bologna SIPROIMI (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati), la Città Metropolitana di Bologna e i Comuni che hanno aderito al progetto, oltre a Caritas Bologna.