Natale 2020: tre album da ascoltare…

Insomma, non poteva essere altrimenti. Almeno qui a Milano, la vigilia di Natale è scandita da un cielo grigio e torvo, una pioggia sottile che ti fa venire voglia di essere tutto, fuorché ben disposto a festeggiare. Meritato coronamento di un anno di…! In questi giorni mi sono dedicato a viaggiare tra i vari autori che, come tutti i Natali, si dilettano a pubblicare il loro album da ascoltare sotto l’albero. Ci sono un po’ tutti. Confesso, di quelle campanelle che scandiscono allegri carol, quest’anno non ne vorrei ascoltare nemmeno una.

Eppure di canzoncine scacciapensieri non ci si fa mancar niente, tra Dolly Parton, la regina del country, che a 75 anni pubblica il suo primo album natalizio con ospiti del calibro di Miley Cyrus e Michael Bublé, e Mariah Carry, artista che ha battuto ogni record con All I want for Christmas is you, e che quest’anno si è riproposta alla grande con un album dal titolo Mariah Carry’s Magical Christmas Special, che è anche uno show trasmesso da AppleTv, con ospiti big, da Ariana Grande a Jennifer Hudson a Snoop Dogg, oltre all’etoile Misty Copeland e all’attrice Bette Midler.

Vorrei, invece, concentrarmi su tre autori. Si tratta di tre bravi artisti, molto diversi tra loro, che hanno deciso di interpretare il Natale con una coerenza rigorosa rispetto al momento storico che stiamo vivendo. Tristezza, sì, ma  anche tanta nostalgia, tranquillità, riflessione…

Parto subito con un pianista che abbiamo visto – anche se in streaming – all’edizione di Piano City Milano di quest’anno. Lui è il canadese Jason Charles Beck, in arte Chilly Gonzales. Chilly ha sfornato un disco che gioca tra il classico e le escursioni jazz e blues dal titolo A Very Chilly Christmas. Come sostiene lo stesso autore, un disco per far riflettere su quanto abbiamo passato e stiamo passando, c’è poco da stare allegri, per andare dritti al punto. Sarà per questo che le canzoni sono suonate tutte volutamente in tonalità minore, più malinconica e pensierosa (guardate qui il video per un Natale bittersweet, in agrodolce). Ma la tristezza non deve prendere il sopravvento sulle sensazioni che la musica riesce a trasmettere. Ed ecco, ad esempio, l’accattivante The Banister Bough con la voce cristallina di Feist. O la classica Silent Night, che l’autore precisa, tra parentesi, la suona in versione  “after Franz Gruber”, il compositore austriaco che la compose su testo di Joseph Mohr. È così anche per Jingle Bells suonata a suo modo, corta ed efficace, ma sempre nel rispetto di chi l’aveva creata, e cioè James Lord Pierpont, nel 1857 con il titolo One Horse Open Sleigh, brano, per inciso, scritto per il giorno del Ringraziamento e poi diventato uno dei must natalizi.

Il secondo album che vi propongo è una rimasterizzazione a dieci anni dalla pubblicazione, ed è il disco natalizio di Annie Lennox, A Christmas Cornucopia. Annie ha aggiunto un brano inedito, Dido’s Lament, composto da Henry Purcell nel Seicento, e che la Lennox con Mike Stevens ha riadattato. Brano molto intenso, con l’intervento del coro dei London City Voices. Voce incredibile, intensa spettacolare. Non ho aggettivi per descriverne la bravura. Una delle poche artiste che riesce a penetrarti l’anima. I proventi del brano che apre il disco (nella precedente edizione lo chiudeva), Universal Child, ri-registrato con l’African Childrens’ Choir, andranno tutti alla Annie Lennox Foundation, fondazione che i occupa di progetti di beneficenza. Ascoltarla in questa nuova versione quasi tutta arrangiata e suonata da lei e da Mike Stevens, significa entrare senza fronzoli, campanelli, renne e babbinatali, in uno spirito più coerente del Natale…

L’ultimo disco, non abbiatene, è davvero dark. D’altronde, chi lo propone, è uno degli artisti più malinconici che il rock ricordi. Sto parlando di Mark Lanegan, ex frontman degli Screaming Trees, uno che ha pubblicato a maggio di questo 2020, Straight Songs of Sorrow, 15 brani incentrati sulla malinconia, o Blues Funeral (del 2012), titoli che la dicono lunga sul carattere e lavoro dell’artista. Mark ha completato un suo disco, pubblicato nel 2012, nella sua versione alter ego Dark Mark moniker, Mark Does Christmas, targandolo 2020, e aggiungendo quattro nuovi brani. La cover è sempre la stessa, sfondo bianco e un albero di natale che culmina in un teschio con un cappello da Babbo Natale. Musica essenziale, chitarre acustiche, drum machine, organi eterei, e la voce roca e profonda, inconfondibile, di Dark Mark. Una particolarità: l’album non lo trovate nelle classiche piattaforme streaming. Dovete comprarvelo dalla Rough Trade (quello che ho fatto!), la casa discografica, o potete ascoltarlo in streaming a questo link

Buon Natale!

Ma Rainey’s Black Bottom, il blues e il dramma afroamericano

Venerdì scorso Netflix ha reso disponibile un film che merita d’esser visto, Ma Rainey’s Black Bottom, di George C. Wolfe, tratto da un lavoro di August Wilson, considerato il più grande drammaturgo afroamericano (morto nel 2005 ad appena 60 anni), con protagonista la premio Oscar Viola Davis e uno straordinario Chadwick Boseman (il suo ultimo lavoro prima di morire per un tumore lo scorso 28 agosto) e che per il suo ruolo meriterebbe una statuetta postuma. Ne parlo perché il film ha due protagonisti che si fondono, Ma Rainey, la “Madre del blues”, artista attiva nei primi anni Venti del secolo scorso, e, appunto, il blues, che in quel periodo stava cominciando a cambiar faccia.

Il Blues di Ma Rainey lo si può rivivere in incisioni “primordiali”, quelle scricchiolanti e prive di profondità ma così affascinanti!, che si mettevano sui grammofoni, con lei, per inciso, suonò anche un giovanissimo Louis Armstrong. Apro una parentesi: la splendida See See The Rider Blues, blues in 12 battute che lei ha inciso per prima nel 1924, è stata anche uno dei cavalli di battaglia di Elvis Presley (apriva con questo brano i suoi concerti) ed è diventata un classico nel mondo del blues. Noterete la sostanziale differenza, ma l’origine è quella… È disponibile all’ascolto anche Ma Rainey’s Black Bottom, brano che ha ispirato il titolo dell’opera di Wilson e ora del film. Voce profonda, vistosa (aveva i denti d’oro, vezzo, oggi, da rapper…), baldanzosa e irriverente, era l’emblema di come un artista nero dovesse comportarsi per difendersi ed essere rispettato dalle case discografiche in mano ai bianchi.

Il film narra poche ore nella vita di Ma e della sua band, un afoso e torrido pomeriggio estivo, negli studios della Paramount Records di Chicago. C’è il blues, c’è Levee, il trombettista magistralmente interpretato da Boseman, segnato da una vita di violenza e desideroso di riscatto, che affida il suo futuro alla musica, la sua musica, il suo blues. Compone riflettendo quello che saranno le aspettative dei giovani afroamericani, ansiosi di salire la scala sociale. Finirà, inevitabilmente, in dramma.

Chi diventerà famoso al posto suo e “ruberà” la sua nuova musica saranno altri, bianchi. Un fenomeno reale chiamato Race Record: la musica degli afroamericani veniva sfruttata dalle case discografiche, che pagava loro pochi dollari. Poi veniva suonata e incisa da cantanti e orchestre composte da soli bianchi che si impossessavano di fama e ricchezza. La musica per Levee è tutto, ma lo è anche per Ma, attaccata al suo blues, che sa non avere vita lunga, a quello che ha rappresentato, alle sue conquiste, a quella sua forte personalità che esibisce senza pudore in sala di registrazione, sfidando quei bianchi che non vogliono lei “ma solo la sua voce”.

Un dramma dalle forti tinte esistenziali, prodotto non a caso da Denzel Washington: «I tempi sono cambiati, il dolore non credo”, spiega giustificando così la pellicola. «Il blues è la voce della vita, canti perché capisci la vita», dice Ma nel film, così orgogliosamente nera, orgogliosamente bisessuale, orgogliosamente fiera e consapevole del proprio valore. In un periodo, la grande migrazione afroamericana dal Sud al Nord degli Stati Uniti, che ha visto convergere nelle città oltre sei milioni di persone in cerca di un lavoro stipendiato e di una vita migliore. Un’illusione.

Il blues è la narrazione di questa storia che Wilson per anni ha cercato di raccontare nei suoi drammi, vedi The Piano Lesson, film per la tv del 1995 e probabile remake nel 2021, sempre prodotto da Washington. Il blues è intriso di sfide e il blues di Ma non nasce dalla disperazione ma dall’essere consapevoli di chi fosse e di cosa volesse, fa notare la stessa Davis. Insomma, il blues appartiene ai neri americani. «A noi spettava lo scarto di tutto, e noi quello scarto l’abbiamo trasformato in quella meravigliosa alchimia che è il blues».

Ultima nota: Chadwick Boseman per entrare nella parte del trombettista ha preteso che Branford Marsalis gli insegnasse la digitazione dei tasti della tromba. Cosa che il musicista ha fatto. Ma non solo, ha chiamato il trombettista Chick Findley del Tonight Show perché insegnasse a Chadwick, già profondamente malato, i primi rudimenti… A voi il risultato…

Maradona: reggae, rap, tango, pop. Così El Pibe ha stimolato la musica

Diego Armando Maradona se n’è andato ieri a 60 anni. Il mondo lo sta celebrando, Napoli piange come l’Argentina, anche il grande Brasile e Pelé si inchinando davanti alla sua morte e al dolore. L’uomo, l’atleta, il mito e il genio, l’eccesso e il pentimento, l’obesità e la forma perfetta, la povertà e la ricchezza, l’amicizia con Fidel Castro e quella con i clan camorristici. Maradona primo e sempre in soccorso degli ultimi.

Diego Armando è stato e sarà ricordato per tutto questo. Lui e il suo opposto. Dio e uomo. Queste sue dualità, diavolo e acquasanta, lo hanno reso famoso anche in musica. Non è un caso che sia venerato e “usato” nel mondo del rap. Di canzoni che portano come titolo il suo nome ce ne sono parecchie. I duri, tutto coca, collane, ganja, soldi, donne a volontà, borse firmate cariche di erba l’hanno visto – e lo vedranno – come esempio da portare e protagonista di rime da costruire.

Ascoltate Diego Armando Maradona dalla romana Dark Polo Gang del 2018: La mia ragazza segue la moda/ Io seguo i soldi e la droga/ DarkSide baby Diego Armando Maradona/ In questa merda corro tipo maratona/ Mi serve una macchina nuova/ Mi serve una due posti rossa…

Anche A.L.A., rapper tunisino, canta e immagina di essere come Maradona che può avere tutto, annessi e connessi. E potremmo continuare con Colza, giovane rapper di Cantù (2019): La vita di Diego i soldi di Pablo, trappa…

Ho pensato così di mettere “in ascolto” alcuni brani che portano il suo nome. C’è di tutto dal rap, appunto, al romantico latino, persino un suo cameo in una canzone, la trovate sul disco del Club Atletico Boca Juniors (2013), dove El Pibe de Oro aveva militato. El Sueño del Pibe, questo è il titolo del tango registrato nel 1942, testo di Reinaldo Yso (fu anche un calciatore) e del musicista e bandeonista Juan Puey. Lui la cantò negli anni Ottanta, inserendo anche se stesso nella consacrazione dei grandi giocatori, e mostrando pure di avere una gran voce… L’altro, con i Pimpinela, (al secolo Joaquín e Lucía Galán) duo argentino di grande successo. Il mio, il nostro piccolo omaggio in dieci canzoni… 

Per ascoltarle, cliccate sulle immagini…

La Mano de Dios (2011)
Rodrigo

Tango de la buena suerte – da Passi d’Autore (2004)
Pino Daniele

El Sueño del Pibe
Diego Armando Maradona

Maradona – da Honestidad Brutal (1999)
Andrés Calamaro

Diego Armando Maradona
Dark Polo Gang

Santa Maradona (Larchuma Football Club) – 1994
Mano Negra

Maradona (2019)
A.L.A. (feat. El Castro)

Maradona – da Avete ragione tutti (2016)
Canova

Querida Amiga – da Lo mejor de Pimpinela 1982
Pimpinela e Diego Armando Maradona

O’ reggae ‘e Maradona – da Senza Limiti (2007)
Jovine

 

Spike Lee, un musical e il Viagra…

Nel gran bordello di queste ore tra bollettini (uno al giorno per la Calabria in cerca disperata di un commissario), proclami (ho trovato fantastico quello di qualche ora fa di Fontana, presidente della Regione Lombardia: «Siamo arrivati sul plateau, ora inizia la discesa», immagine plastica!) e vendette (esemplare il titolo sul New York Times: «Trump Fires Christopher Krebs, Official Who Disputed Election Fraud Claims», Trump licenzia – via Twitter – il responsabile della sicurezza e correttezza delle recenti votazioni che aveva osato dichiarare l’assenza di frodi…) c’è una news che mi ha messo di buon umore.

L’ha pubblicata una rivista americana, Deadline, giornale che fornisce breaking news da Hollywood (ripresa da molti giornali nel mondo): Spike Lee dirigerà un film musicale che racconta la storia del Viagra. Proprio lei. La pastiglietta blu che ha rivoluzionato la vita sessuale di milioni e milioni di persone prodotta dalla Pfizer, casa farmaceutica sulla cresta dell’onda oggi per il vaccino contro il Covid19, verrà dunque celebrata da un regista da sempre fuori dagli schemi, impegnato, sarcastico.

La sceneggiatura sarà scritta dallo stesso Lee e da Kwame Kwei-Armah (l’attore e drammaturgo inglese) ed è tratta da un articolo pubblicato sulla rivista Esquire da David Kushner dal titolo: All Rise: The Untold Story of The Guys Who Launched Viagra (Tutti si alzano: la storia mai raccontata dei ragazzi che hanno lanciato il Viagra).

E veniamo alla musica, il nostro piatto forte. Sempre secondo il giornale californiano sarà affidata al duo Heidi Rodewald & Stew, la prima, musicista specializzata in musical, il secondo, al secolo Mark Stewart, musicista e drammaturgo. Stew ha scritto e musicato con Heidi  Passing Strange, musical che fece un gran successo e che vinse il Tony Award nel 2008. Narrava le vicende di vita e artistiche di un musicista afro americano in Europa. L’opera rock fu ripresa dallo stesso Spike Lee nel 2009 con un docufilm sul musical dallo stesso titolo.

Ritorniamo alla magica pillolina blu e al film: il titolo non c’è ancora. Tanto che Deadline ci scherza su, invitando i suoi lettori a trovarne uno giusto… Fantasia all’opera!

“Power Up”, a voi il nuovo disco degli AC/DC!

Ed eccoli, son tornati… Dopo sette anni di silenzio dall’ultimo album pubblicato il 28 novembre del 2014, Rock Or Bust. Lì, a suonare la chitarra ritmica, non c’era già più Malcolm, ammalato e poi passato per sempre nelle praterie del Rock il 18 novembre 2017.

Gli AC/DC son tornati. Riapparsi plasticamente con Power Up, ve ne avevo parlato lo scorso ottobre, quando misero on air il brano di anticipazione del disco, Shot in the Dark, uscito, per una strana coincidenza, lo stesso giorno della morte di Eddie Van Halen. Oggi, 13 novembre ecco l’album in gran spolvero. In tanti lo aspettavano, anche il mio amico Andrea, avvocato di professione e collezionista seriale di vinili e cd di hard rock, punk e metal (17mila dischi e 14mila cd, mi inchino dinanzi a tanta potenza!).

A questo punto dovrei tentare una recensione. Fossi un critico, direi che i grandi maestri dell’hard rock ora sono dei ricchissimi pensionati pieni di acciacchi, sopravvissuti alle vicende di una band immolata al più puro istinto Rock. Brani più o meno simili e via discorrendo. Ma non voglio farlo, perché sarebbe sommamente ingiusto. La Young Family e i loro cari fratelli di palco sono degli strepitosi, potenti, onesti, indefessi lavoratori Rock. Si muovono all’unisono, non sono una band ma un uomo solo, un Mazinga perfetto, che esiste grazie al cuore e al sangue di tutti, anche di Stevie, nipote di Malcolm e Angus (detta così, può sembrare un ragazzino, ma  in realtà il figlio di Stephen Crawford Young Sr, fratello di Malcolm e Angus, morto a 56 anni nel 1989, l’11 dicembre prossimo compirà 64 anni, uno in meno di Angus…).

Lo ha confermato più o meno così lo stesso Angus, il boss del gruppo: gli AC/DC sono un palazzo con fondamenta profonde, ben costruito che difficilmente crollerà. Brani nuovi e ripresi da vecchie canzoni composte anche con Malcolm. Angus ci tiene a dirlo al mondo. Malcolm era duro, critico con se stesso e gli altri. È così che si sono mossi anche per Power Up. Lo spirito di Malcolm aleggiava a Vancouver dentro lo studio di registrazione…

Questo nuovo lavoro suona forte e chiaro. L’ho messo in cuffia e ho chiuso gli occhi. Sono loro, gli AC/DC, inconfondibili. Angus risolve i brani con riff che riescono ancora a sorprendere, Brian Johnson il cui canto suona, come ricorda il critico di Rolling Stones nella review del disco, come il tubo di scarico di un camion incazzato, ce la mette tutta e, credetemi, non è facile fare quel falsetto all’acido puro, soprattutto se l’anglo-italiano annovera 73 primavere.

Sono loro, certo, Angus stretto nel suo costumino infantile, Brian con la coppola British, Cliff Williams, 70 anni, con i suoi jeans attillati e un basso che ha l’effetto del martello di Polifemo, Phil Rudd, 66 anni, la faccia da duro e la cassa simile a un metronomo. E poco importa che il riff di Code Red assomigli decisamente a quello di Back in Black (album storico di cui si sono festeggiati i 40 anni in luglio, il vero grande successo planetario della band scritto per ricordare Bon Scott, l’allora cantante della band,morto per eccessi d’alcol, ufficialmente), o che la potente Demon Fire ricordi particolarmente Whole Lotta Rosie (brano tratto dall’album Let There Be Rock del 1977). La musica degli AC/DC è questa. Non si pretenda altro.

Una macchina oliata che esegue alla perfezione quel Rock incazzato e battuto che, partito dal Blues è diventato Hard Rock e che è stato imitato da generazioni. Questi sono e questi rimarranno, consapevoli di essere, nonostante gli anni e gli acciacchi, sempre i migliori. Pochi possono permetterselo. Forti dei milioni e milioni di dischi venduti, della potente presenza sul palco e dei riff di Angus che hanno fatto studiare centinaia di chitarristi o aspiranti tali.

Ascoltare e – si spera – andare anche a vedere gli AC/DC è come entrare in un Luna Park dove sai quello che trovi, persino le emozioni che proverai. O come degustare un invecchiato e buon whisky delle Highlands. I sapori, i retrogusti, l’esplosione dell’alcol in bocca… tutto quello che ti aspetti. Anzi, meglio!

Consoliamoci con John Lennon!

Dunque, Joe Biden ce l’ha fatta. Donald Trump non vuole riconoscerne la vittoria e non molla l’osso, anche se la sua cheerleader italiana ha cambiato repentinamente mascherina. C’è una lieve flessione di contagi Covid nell’Italia del nuovo Lockdown e dei nuovi colori… anzi no, mi correggo, siamo ancora in risalita (chi ci capisce qualcosa è davvero bravo…). Il mondo del calcio è praticamente in bancarotta e dopo due anni di indagini sul crollo del ponte Morandi sono finiti agli arresti domiciliari gli ex top manager di Aspi…

In questo strano momento dove i fatti si accavallano nuotando come ectoplasmi nella bolla pandemica, abbiamo bisogno più che mai di “far fuggire” la mente. Tra meno di un mese ricorrono i quarant’anni dall’assassinio di John Lennon, che il 9 ottobre scorso avrebbe raggiunto il traguardo delle 80 primavere. Proprio con Lennon vorrei chiudere questa giornata – almeno a Milano – grigia e umida con un sole malaticcio che stenta a uscire.

Vi propongo cinque brani dell’ex Beatles, da riascoltare quando vi sentite smarriti dalle news e dal mondo…

Instant Karma! Why in the world are we here? Surely not to live in pain and fear 

Mother Mother, you had me but I never had you/ I wanted you,/ You didn’t want me/ So I, I just got to tell you/ Goodbye goodbye

Isolation We’re afraid of everyone / Afraid of the sun/ Isolation/ The sun will never disappear/ But the world may not have many years/Isolation

Gimme Some Truth All I want is the truth / Just gimme some truth / I’ve had enough of reading things / By neurotic, psychotic, pig-headed politicians / All I want is the truth

Mind Games Love is the answer/ And you know that, for sure/ Love is the flower/ You gotta let it, gotta let it grow

Election day 2020: la parola ai musicisti…

Siamo entrati nel fatidico Election Day, il giorno in cui gli americani sceglieranno l’uomo che li guiderà per i prossimi quattro anni. Mai come questa volta, è un’attesa carica d’elettricità, negozi con le serrande abbassate, esercito che circonda la Casa Bianca, nemmeno l’America fosse lo Stato Libero di Banana.

Per la prima volta in una campagna americana si sono sentite echeggiare parole come odio, divisivo, razzismo, morte. Insomma Donald Trump è Donald Trump, uno che con la testa non ci sta tanto, un caso clinico, come ha tentato di dimostrare il docufilm #Unfit – The Psychology of Donald Trump di Dan Partland. L’altro, Joe Biden, a onor del vero, è un po’ moscio, l’opposto di uno che buca il tubo catodico, come si diceva una volta (quando ancora esisteva il tubo catodico), però è strutturalmente, fondamentalmente diverso dal primo (grazie all’appoggio virale di Barak Obama). Ma non è di questo che voglio parlarvi. Ben più esperti colleghi del sottoscritto commenteranno nelle prossime ore durante le interminabili dirette web e televisive.

Scrivo questo post per un altro motivo. La musica. Può questa smuovere le coscienze di milioni di elettori? Possono versi e note essere determinanti per chi si recherà al seggio o esserlo stati per chi ha già votato per corrispondenza? La mia risposta è sì, certo che sì! Mai come questa volta abbiamo assistito a un endorsement così massiccio da parte di artisti che non si sono soltanto limitati a dire sui loro social: “Voto Biden”, ma che hanno giustificato il loro voto contro Trump. I musicisti pro-Trump, in realtà sono davvero pochi… vedremo anche loro.

Sono usciti tweet, dichiarazioni, veri e propri documenti programmatici da parte di artisti, popstar, rockstar, jazzisti, rapper e quant’altro. Ci sono i soliti noti, Madonna, Taylor Swift, Ariana Grande, Beyoncé, Cher, John Legend, Lady Gaga («Parliamo di come può essere l’America con un presidente più gentile. Abbiamo bisogno di ogni voto. Io sto con Biden», twittava ieri), Justin Timberlake, Tracy Chapman, Cardi B, Eminem («We have one shot. One opportunity. One moment. Don’t miss the chance. Vote» rappava  poche ore fa). C’è Dave Grohl con la madre Ginny, in uno spot girato insieme a Jill Biden, moglie del candidato democratico, twittato via Foo Fighters. E anche Neil Young, che ha addirittura citato in giudizio Trump per aver usato una sua canzone (ne avevo scritto qui e qui) e c’è pure il suo vecchio compagno di band David Crosby che a Biden dice: «Penso che sarà la lotta più sporca dai tempi della Guerra Civile; sono felice che tu sia disposto a prendere la tua spada e il tuo scudo, Joe, ed entrare nella mischia…».

Anche Sheryl Crowe alcuni mesi fa era scesa nell’agone cantando la sua hit del 1996 A Change Will Do You Good durante una raccolta fondi pro Biden. Lei è rimasta particolarmente colpita dall’assassinio a sangue freddo da parte della polizia di George Floyd e dallo sgomento dei suoi due figli, di 13 e 10 anni, che le domandavano il perché delle manifestazioni di Minneapolis. «Ho detto loro: sì, abbiamo bisogno di un leader che parli di tutto ciò e che chieda giustizia!».

Proteste razziali ma anche riflessioni sulla pandemia mal gestita dall’attuale presidente. Esce allo scoperto Archie Sheep, una delle figure mitologiche del jazz, ascoltatelo nella bellissima Sometimes I Feel Like a Motherless Child, da un brano del 1960 di Bessie Griffin (ripreso, tra gli altri, anche da Van Morrison negli anni Ottanta), brano contenuto nell’album Goin’ Home con il pianista Horace Parlan, del 1977. L’ottantatreene sassofonista della Florida fa un’amara considerazione: «Dobbiamo correggere un sacco di cose sbagliate che sono successe in questo Paese. Abbiamo il virus e le troppe vittime che ha causato. Tra questi, tanti musicisti. Molte morti avrebbero potuto essere evitate». Il vecchio e saggio Archie ricorda il trombettista Wallace Roney, morto a 59 anni, «all’apice del suo talento musicale», Ellis Marsalis, il padre di Wynton, Lee Konitz («A very fine man, excellent saxophonist»).

Sempre nel mondo del jazz ha detto la sua anche Kamasi Washington, 39 anni, gran bravo sassofonista losangelino: parla del valore del voto, di ciascun voto, sostenendo che se tutti gli americani facessero la loro parte attivamente si saprebbe cosa uscirebbe dai seggi, e cioè: «Ciò che la maggior parte di noi vuole veramente: qualità della vita, uguaglianza e pace per ciascuno di noi». E non dimentico Terri Lyne Carrington, sublime batterista jazz (ne avevo scritto in uno dei miei primi post di Musicabile): il 22 ottobre scorso la tre volte vincitrice di un Grammy Award ha ricevuto il prestigioso NEA Jazz Master 2021 dal National Endowment for the Arts, la maggior onorificenza jazz americana. Ebbene, il suo ultimo disco, Waiting Game, composto assieme ai Social Science, è nato proprio come reazione all’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti.

Anche David Byrne, cittadino americano dal 2012, non è stato zitto. La posta in gioco è troppo alta. Invita ad andare a votare, a non far scegliere agli altri «quello che per te non va bene». Dice: «Nonostante tutti i problemi che il nostro sistema democratico mostra, non possiamo semplicemente alzare le mani. Dobbiamo provare. Se non voti, devi startene zitto, lo sai vero?».

E l’elenco pro Biden prosegue ancora a lungo: ecco Billie Eilish: «Che ti piaccia o meno la politica, se davvero ti sta a cuore la giustizia sociale, la parità dei diritti, se vuoi persone elette che possano battersi per affrontare la crisi climatica prima che sia troppo tardi, devi andare a votare!». E se Billie, da giovane artista convinta che, grazie alla sua musica, può smuovere coscienze, Alynda Lee Segarra, in arte Hurray for the Riff Raff (ascoltatela in Thirteen con Bedouine e Waxahatchee) da oltre un anno collabora con una gruppo, il Freedom For Immigrants, decisione presa dopo la campagna di Trump contro l’immigrazione e i centri dove gli immigrati vengono tenuti, anzi de-tenuti. «Una vergogna», tuona l’artista. «Biden e la Harris hanno detto che fermeranno questa detenzione “a scopo di lucro” (riferendosi ai soldi che lo stato paga a questi centri per tenere i migranti… vi suona familiare?).

L’elenco scorre e scorre. Ogni artista vuole dire la sua, Chuck D dei Public Enemy’s, sostenitore di Bernie Sanders, ha scelto Biden. «Trump non sta facendo il Presidente ma un suo reality show con il favore del fascismo dei suprematisti bianchi», tuona. Beth Ditto parla di Biden e Trump come di due anziani, ricchi bianchi, con la differenza «che uno ti annusa i capelli, l’altro ti afferra la vagina». Due nonnetti. Ma almeno il primo ti prepara i pancakes alla mattina mentre l’altro ti promette caramelle che tiene chiuse nella borsa della nonna che è troppo giovane per essere tua nonna. «Almeno avremo i pancakes», conclude l’autrice di Fire.

E potremmo continuare così con altre decine e decine di musicisti più o meno famosi (almeno nella nostra terra). Dall’altra parte dell’agone gli artisti sono pochini, li conti sulla punta delle dita. Il più famoso è Ted Nugent che sostiene The Donald: «va contro gli stupidi giochi del politicamente corretto e dice quello che deve dire». Pane al pane e vino al vino, diremmo noi. Ah, ci sono anche Kid Rock, l’ex marito di Pamela Anderson, e Trace Adkins, artista country.

Bruce Springsteen: “Letter To You”, un disco e un grande docufilm…

Frame da “Letter To You” di Thom Zimmy

Bianco e nero. Bianco di neve e luce invernale, nero dei boschi del New Jersey, le impronte lungo le strade, chiaroscuri ad accentuare il tempo che passa e a ricordare che lui, il tempo, non risparmia nessuno. Eppure in questa fatale e ammaliante bicromia che in sé ha del raffinato e del malinconico, c’è una speranza. Anzi, due, l’amicizia, quella vera, e il rock’n’roll. Facce scavate dal tempo, volti cambiati, occhiali al naso per leggere le partiture, pancette più o meno prominenti, una vena di tristezza che il sorriso e i ripetuti brindisi scacciano e rendono complici, sono il filo conduttore del film che Bruce Springsteen ha rilasciato per Apple TV venerdì scorso. Il titolo è quello dell’album, uscito lo stesso giorno, Letter To You.

Dodici brani scritti apposta per essere suonati dalla E Street Band, i musicisti che hanno accompagnato il Boss – e continueranno a farlo, è una promessa! – nei suoi concerti da 45 anni a questa parte. Un album scritto in dieci giorni da Bruce, chitarra e voce, e poi riproposto al gruppo come un canovaccio su cui costruire insieme, e registrato in appena cinque giorni.

Insieme. Perché quando lui suona con la sua band tutto si fonde, si interseca, avvolge, cresce e trova la luce. Questo il senso del docufilm in bianco e nero, un’ora e trenta minuti per assistere alla nascita del nuovo album del Boss con gli Streeter, ma anche per ricordare, tirare le somme di una vita dedicata alla musica. A 71 anni per un artista è quasi un imperativo. Guardarsi indietro, accettare la vecchiaia che avanza e il dolore per le perdite di persone care e amici – altro tema fondamentale della pellicola firmata dal suo fidato Thom Zimmy.

Ed ecco che, minuto dopo minuto, con il solo filo conduttore dei brani da costruire, esce prepotente la vita del Boss: «Mi ritrovo in una conversazione lunga 45 anni con questi uomini e queste donne», spiega all’ascoltatore. Il perché del docufilm e della necessità di narrare anni straordinari, molto oltre i suoi sogni e aspettative, è che sente ancora «un bisogno assoluto di comunicare. Lo avverto quando mi sveglio al mattino, mi accompagna durante la giornata ed è ancora lì la sera, quando vado a dormire». Una necessità che nemmeno lui si spiega: «Magari è solitudine, fame, ego, ambizione, desiderio, bisogno di far breccia, essere ascoltato, riconosciuto…», racconta all’attento pubblico.

Un altro Frame da “Letter To You”: la E Street Band con il Boss

Questo è lo Springsteen che siamo abituati a vedere, gli occhi che si illuminano quando arrivano i suoi musicisti, Steve Van Zandt, Max Weinberg, Roy Bittan, Gary Tallent, Patti Scialfa (Schialfa, strisciando la a, come pronuncia il cognome della donna che lo segue nella vita e sul palco da quasi mezzo secolo). E ancora, Nils Lofgren, Charlie Giordano, Soozie Tyrell, la violinista, quest’ultima, una fugace apparizione nel film. All’appello mancano il tastierista Danny Federici, morto a 58 anni, nel 2008, per un melanoma, e il sassofonista Clarence Clemons, Big Man, andatosene per un ictus nel 2011, a 69 anni. Li ricorda, Bruce, perché sono lì con lo spirito, e ogni brindisi è anche per loro. Fisicamente al sax oggi c’è il nipote di Clarence, Jake, entrato di diritto nella E Street da anni, alla sua prima esperienza nella fattura di un album nuovo di zecca. Senza dimenticare Jon Landau, il critico musicale e manager della rockstar, che, a vederli suonare insieme, non risparmia qualche lacrima trattenuta a stento e una evidente commozione. Colleghi, amici, amori, la famiglia allargata di Bruce.

Frame da “Letter To You”

Tra i ricordi, si spinge fino alla sua gioventù, come un vecchio saggio che ha ben chiaro il suo percorso di gioie e dolori. Anzi, l’idea dell’album viene proprio dalla morte di uno dei suoi grandi amici di scuola e adolescenza, George Theiss. Nell’estate del 2018 un tumore ai polmoni se l’è portato via. Lui, musicista, l’ex fidanzatino di Ginny, sorella di Bruce, è quello che ha introdotto il Boss in una vera band, i Castiles, attivi tra il 1965 e il 1968. Erano anni in cui si sperimentava, la musica era un campo di confronto, battaglia, scoperta e i sedici anni del Nostro contenevamo tutta la forza, la rabbia, le paranoie di un adolescente. La morte di Theiss l’ha fatto riflettere, lo ripete in ogni intervista. Lui è rimasto il solo membro ancora in vita dei Castiles. Inevitabile pensarci… Non a caso per Letter for You ha ritirato fuori dei brani vecchissimi, addirittura del ’72, scritti prima di Greetings from Asbury Park, N.J., il suo primo disco del 1973, come If I Was The Priest, con assolo finale di Van Zandt…

Frame da “Letter To You”

E così scorre, registrazione dopo registrazione, battute dopo battute, la vita del Boss e di quella di un gruppo di artisti legato da note, discussioni, amicizia, passioni… Non manca un accenno all’Italia. Dice Steve: «Apriremo il nostro tour a San Siro, San Siro! Lì ci arriva mezza Italia, ci amano…».

Si va verso l’epilogo. Il drone continua a riprendere la campagna dove vive Bruce e la casa adibita a studio di registrazione, zeppa di chitarre, l’Hammond, persino il Glokenspiel originale che suonava Federici, quasi una reliquia («Il suo fantasma ci perseguita…», dichiara).

Fine e tempo di conclusioni, a volo di drone, apparentemente amare: «L’età. L’età ti dà la visione, come la nitidezza della mezzanotte, sui binari osservando le luci del treno che sta arrivando…». Non resta più molto tempo, solo qualche notte stellata, qualche bella nevicata… È la malinconia di sapere che si è vissuto ma resta la consapevolezza che c’è ancora tanto da fare, il proprio lavoro, l’amore per la famiglia, quelle piccole attenzioni che fanno grande un uomo e che, guardandosi allo specchio lo rendono orgoglioso di come ha vissuto. È forse questo il più bel messaggio del nuovo lavoro di Springsteen.

Lo si può amare – ho tanti amici che da anni lo seguono in tutti i concerti d’Europa, discepoli fedelissimi – o contestare per il suo genere di musica. Di certo gli si deve rendere atto che è un uomo tenace, positivo, curioso, un vero rocker. Scolpito nel granito. Ve ne consiglio la visione e l’ascolto. E quelle sensazioni che riesce a trasmettere con le parole e la musica, le sue, di sicuro potrebbero diventare le vostre. Rara sintonia in un artista…

Triste addio a Eddie Van Halen, il ritorno degli AC/DC

Due le notizie che oggi tengono banco, musicalmente parlando, e delle quali non si può esimersi dal parlarne.

Parto dalla morte di una rockstar. Un cancro s’è portato via a 65 anni Eddie Van Halen, uno dei grandi chitarristi rock del Novecento, un “Superhero”, come lo ha definito Gene Simmons dei Kiss. L’olandese, fumatore accanito, sapeva come far vibrare le corde della sua chitarra, era un virtuoso nel suo genere, anche se, confesso, lo ascoltavo alla fine degli anni Settanta (il primo album del 1978, chiamato semplicemente Van Halen, era un percorso forte e fantastico nel mondo dell’hard rock in tempi punk, basti pensare alla mitica Eruption) e non mi ha catturato, invece, l’evoluzione degli anni Ottanta, dove la band sfodera una delle canzoni più famose dell’universo Rock, Jump, dall’album 1984, hit che passa ancora in radio con regolarità.

L’hard rock anni Ottanta viene rivisto da Eddie e dalla band, rielaborato, riscritto, fa storia, anche se l’hard vira, passatemelo, verso il glam: i capelli cotonati, le “uniformi” da palco curate del cantante David Lee Roth, le vocine in falsetto tirate al massimo, i synt ad ammorbidire la ruvidezza di quella chitarra che generava note a profusione millimetrica. Quello stesso strumento, agitato e perfetto, che lui aveva battezzato Frankenstrat (costruito da lui stesso, un mix di pezzi sulla base di una Stratocaster, come ben ricorda Valeria Rusconi nel bel pezzo uscito oggi su Repubblica), aveva cambiato timbro, pur rimanendo estremamente affascinante. Bravura e genio – era il re incontrastato del tapping, difficile tecnica che consiste nel suonare con entrambe le mani sul ponte della chitarra – condizioni essenziali per essere una rockstar quale era. Rip, Eddie…

Altra news da tenere in conto. Sempre ieri, 6 ottobre, e sempre nel mondo del Rock, a una morte risponde una rinascita: gli AC/DC mettono on line il singolo, Shot in the Dark – della serie: uno “shottino” non si nega a nessuno – brano-presentazione del loro nuovo album in arrivo il prossimo 13 novembre, Power Up, dopo sei anni di silenzio. Della formazione storica, quella di Back in Black per intenderci, sono rimasti in quattro, Angus Young, chitarra solista, Brian Johnson, voce, Cliff Williams al basso e Phil Rudd alla batteria. Con loro alla chitarra ritmica c’è sempre Stevie Young, nipote di Angus e del defunto fratello Malcolm, già in attività con la band nel 2014. Quanto alla canzone: la definirei, rassicurante. Insomma, da AC/DC allo stato puro. Con un Brian Johnson in ottima forma, rinato dalla sordità grazie a un apparecchio che usa le ossa del cranio come ricevitore e che gli ha permesso di tornare a cantare, agli assoli del navigato Angus, alla sezione ritmica di Williams e Rudd, potente e “scudisciante”, as usual. Spesso tutto ritorna, anche gli AC/DC…

Hendrix, Joplin, Morrison: la morte e la consacrazione eterna

Ci sono cose che bisogna fare. E questa è una di quelle. Cinquant’anni fa, 1970. Inizio di un nuovo decennio, e che decennio! L’euforia degli ultimi anni Sessanta, la grande rivoluzione di costumi, cultura, pensiero che inizia a incanalarsi in torrenti, spesso in piena. La musica non fa eccezioni, anzi è proprio in quest’arte che si vivono i grandi cambiamenti, le rivoluzioni concrete, il rock, il prog, gli esperimenti, i talenti. L’11 marzo del 1970 – è solo uno dei numerosi esempi – Crosby Still Nash & Young pubblicarono uno dei dischi più belli di sempre, Déjà vu. Nell’agosto dell’anno prima l’America era stata sconvolta dall’eccidio di Cielo Drive, dove alcuni membri della Manson family ammazzarono cinque persone tra cui Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, incinta di un bimbo di 8 mesi. Una settimana dopo a Bethel, New York si sarebbe tenuto il festival più famoso e dirimente della storia del Rock, Woodstock. Si era ancora al culmine della guerra in Vietnam…

Ebbene, cinquant’anni fa, a distanza di soli 16 giorni, ed entrambi ad appena 27 anni d’età, morivano Jimi Hendrix e Janis Joplin. Il primo a Londra, in un albergo nel quartiere di Notting Hill, il 18 settembre, la seconda a Hollywood, il 4 ottobre. Come l’araba fenice sono risorti dalle loro ceneri, reincarnati sotto forma di mito. Hendrix il virtuoso della chitarra elettrica, il numero uno per Rolling Stone – ve l’ho già detto, il giornale fondato da Ian Wenner nel 1967 adora le classifiche! – la seconda, per la sua voce blues inconfondibile, carica di pathos, rabbia e forza vitale.

Entrambi eccessivi, maledetti, egocentrici, irriverenti, non convenzionali, desiderio erotico di una generazione. Insomma, rock nell’anima, non per posa ma per lignaggio. Come una stirpe regale si sono consegnati ai loro sudditi che li hanno adorati e riveriti e, dopo la loro morte avvenuta per overdose (di barbiturici, eroina, alcol, fate voi, tanto che importa…), scolpiti nell’eternità della storia della musica moderna.

Qualche mese più tardi, il 3 luglio del 1971, sempre a 27 anni, se ne andava il terzo della “trimurti genio e sregolatezza” di quegli anni, Jim Morrison, a Parigi.

Hendrix, come Che Guevara, diventa un essere mitologico, un “semprevivo”, stampato su miliardi di t-shirt, la sua chioma afro riprodotta in borse e gadget da vendere nelle bancarelle dei concerti. Nonostante la sua breve vita artistica ai massimi livelli, appena quattro anni, Jimi ha prodotto più dischi da morto che da vivo, per parafrasare Catalano, indimenticabile personaggio dell’esilarante compagnia di Arbore. Il padre Al e un giro di affamati produttori lo hanno sfruttato oltre l’impossibile.

Destino dei grandi, metà umani e metà dèi. Il rock deve molto, ma proprio tanto, al chitarrista mancino, quello che faceva urlare la chitarra, con lei c’era un’intesa erotica senza limiti, amore, odio, fiamme, pianto e disperazione, bombe e guerra. Più o meno lo stesso vale per Janis, donna incontenibile, affamata d’affetto, senza freni, un’auto di formula uno lanciata a tavoletta, mai sazia di musica, alcol, droga, sesso. Lo stesso dicasi per il frontman-poeta dei Doors.

La Joplin ha rispettato tutti i canoni del Rock, come Morrison. I tre si erano incontrati, avevano pure suonato insieme, si erano ascoltati e frequentati. I tre erano consapevoli di essere dei cavalli di razza e di avere un destino: scrivere i capitoli principali del grande libro del Rock. Un po’ meno capaci, invece, di gestire il prepotente successo e i loro inevitabili fantasmi, come, del resto, molti altri loro colleghi.

Di quegli anni così forti, paurosamente belli, incredibilmente creativi oggi c’è rimasto poco o niente. Siamo tutti irregimentati in canoni dettati dalla tecnologia, comandati da un impietoso e subdolo sentire comune scritto da app, social e meraviglie da Silicon Valley. Beh, tra il circo fine a se stesso di oggi e quello bombastico di 50 anni fa, permettetemi un po’ di nostalgia e qualche lacrimuccia di rimpianto. Lo dico da cronista e da ex ragazzo nato nei Sessanta e adolescente nei Settanta. Ecco, questa cosa l’ho fatta…