Interviste: Mauro Ottolini, l’Inferno, Dante e le conchiglie…

Mauro Ottolini – Foto Roberto Cifarelli

Mauro Ottolini, 49 anni appena compiuti, è uno di quei musicisti eclettici, voraci, curiosi, onnivori. Si trova a suo agio suonando jazz, sperimentando, arrangiando canzoni meno impegnate, scrivendo musiche per cartoni animati che elabora lui stesso con i fumettisti, divertendosi anche a musicare film muti. Lui, con il suo trombone a tiro, le conchiglie (gran bella storia!) e la sua fantasia.

L’ho chiamato per fare quattro chiacchiere – che sono diventate un’ora e mezza – per parlare di una delle sue ultime avventure musicali, scrivere le musiche per un film del 1911, «il primo nella storia del cinema dove sono stati usati effetti speciali, ristrutturato dalla cineteca di Bologna», ma anche l’unico film che ha trasposto in immagini l’Inferno di Dante. Titolo: L’Inferno, regia di Francesco Bertolini, Giuseppe de Liguoro e Adolfo Padovan, prodotto dalla Milano Films. Film horror, basato sulla prima cantica della Divina Commedia di Dante Alighieri, concepito sulle illustrazioni di Gustav Doré del 1861. È stato il primo lungometraggio italiano, un kolossal per quei tempi, costato l’astronomica cifra di un milione di lire (oggi sarebbero quasi 4 milioni di euro…).

Forzando la sua ferma teoria che la musica non si suona in streaming ma dal vivo, Ottolini ha presentato eccezionalmente da computer lo spettacolo che dovrebbe portare in giro per l’Italia nei prossimi mesi, sempre ammesso che la pandemia venga contenuta, che si inizi davvero a far più vaccini e che l’arrivo dell’estate renda sto maledetto Covid19 meno aggressivo di quanto effettivamente sia. Per i settecento anni dalla morte del Sommo Poeta che si perse nel mezzo del cammin della sua vita, Ottolini ha confezionato uno spettacolo ricco di riferimenti culturali e musicali assieme ai Sousaphonix, affiatato gruppo dove può permettersi di sperimentare e percorrere strade che impongono ore e ore di rigorosi studi e improvvisazioni mai lasciate al caso.

«Non ce la faccio più. Non è possibile, parlano di riaprire gli stadi al pubblico… e la musica? Un comparto distrutto, tutti fermi, ho deciso di fare eccezionalmente questo spettacolo in streaming sperando di poter smuovere qualcosa, per dire che non mi arrendo». Lo lascio sfogare: ha perfettamente ragione, è un tema, questo, che su “Musicabile” sto portando avanti da un anno.

Mauro, perché hai scelto proprio questo film?
«Perché mi ha incuriosito e affascinato. Avevo già musicato altri film muti, ad esempio quelli di Buster Keaton, ma questo, considerato quando è stato girato, era un film all’avanguardia, faceva paura. Sono stati usati effetti speciali efficaci – considera che siamo nei primi anni del Novecento – anche se oggi fanno sorridere. È stato forse un film prematuro per l’epoca, comunque innovativo, per prospettive ed effetti. Non esiste un altro lungometraggio che parli della Divina Commedia. Se osservi, nell’incontro di Dante con il conte Ugolino, gli attori stanno recitando il Poeta, ciò vuol dire che ha richiesto una lunga e minuziosa preparazione».

Da quale concetto sei partito per scrivere la musica?
«Un film così non poteva non avere un’idea forte, lo sentivo come un’opera rock. Nota che gli attori sono tutti uomini, anche le donne sono uomini travestiti, allora non era possibile mostrare nudi femminili…».

Mauro Ottolini – Foto Roberto Cifarelli

L’inizio è puro Dixieland, da marching band, a te molto cara…
«Ho pensato alla morte e per me non c’è musica più adatta di questa. Il brano si intitola Un giorno di questi: non ci si aspetta mai di andare incontro alla morte. Magari uno crede di finire in Paradiso, invece gli spetta altro… Quindi, il trapasso deve essere accompagnato da una musica gioiosa. Almeno così la vedo io…».

In tutto sono oltre 50 minuti di musica ininterrotta, difficile da eseguire con variazioni di temi, tempi, beat…
«È così, è uno spettacolo che ci impegna molto perché tu spettatore non avverti il cambio di ritmo e temi sullo scandire delle scene del film. La colonna sonora è composta da una trentina di brani che vengono eseguiti in continuità. Tutto è sincronizzato, per esempio, le musiche sugli interventi parlati di Alessandro Anderloni. Ancora: quando Dante e Virgilio si avvicinano all’ingresso dell’Inferno la musica diventa fiabesca, quindi entrano e questa sfuma in piena sincronia, molto difficile da eseguire. La considero una sonorizzazione nel rispetto del film».

I Sousaphonix: Mauro Ottolini: conduction, trombone, flauto, conchiglia, ciaramella… Alessandro Anderloni: voce narrante i versi di Dante. Vincenzo Vasi: voce, theremin, giocattoli, elettronica… Paolo Malacarne: tromba. Guido Bombardieri: sax, clarinetto. Corrado Terzi: sax baritono, Sax tenore. Enrico Terragnoli: chitarra, banjo, podofono. Danilo Gallo: basso. Gaetano Alfonsi: batteria, elettronica. Paolo Lovat: Fonico – Foto Roberto Cifarelli

Nel progetto “Inferno” oltre ai brani composti da te, ce ne sono anche di altri artisti…
«Sì, ho scelto di rivedere dei brani di autori che in qualche modo avevano a che fare con il tema. Ci sono i Radiohead con Exit Music (dal mitico Ok Computer, ndr), tre piccoli brani che Beethoven scrisse per un quartetto di tromboni, per il suo funerale, nel caso non ci fosse a disposizione un organo. I tromboni suonano in un range molto simile a un armonium. Pezzo che è stato suonato anche all’incontrario, musica satanica (!) nel girone degli eretici. Poi c’è Charles Mingus con Duet Solo Dancers dall’album The Black Saint and the Sinner Lady (del 1963, ndr), uno dei più bei dischi di Mingus, contrabbassista, pianista e arrangiatore. Brano impossibile da trascrivere uguale, difficilissimo. C’è anche Skip James, il bluesman (uno di quelli che, si diceva, facesse la musica del diavolo, ndr): mi sono immaginato l’isola dove c’è la città di Dite come il delta del Mississippi, uno scenario suggestivo, e anche Jimi Hendrix con una reinterpretazione della sua If 6 was 9».

Mauro Ottolini – Foto Roberto Cifarelli

Mauro cambiamo discorso, parliamo un po’ di te. Come ti è venuta la passione per la musica?
«Ho iniziato a suonare per caso. Mio papà mi regalò una fisarmonica, poco più di un giocattolo, che aveva vinto. Avevo sette anni. Mi disse “Così mi suonerai la musica che mi piace la sera dopo il lavoro”. Ascoltavo i dischi dei miei, i valzer, Fausto Papetti e cercavo di riprodurli; ci riuscivo perché avevo orecchio. Chi lo capì fu un musicista che venne ad abitare vicino casa nostra. Era il sassofonista nell’orchestra di Mario Pezzotta. Mi sentì suonare e mi spinse a intraprendere gli studi musicali. Ho iniziato con il trombone a tiro, lo trovavo uno strumento bellissimo, poi la scuola, il conservatorio, i 12 anni nell’Orchestra dell’Arena di Verona… da dove me ne sono andato perché volevo suonare jazz, comporre».

Hai una particolare predisposizione per le orchestre…
«Da piccolo ascoltavo Glenn Miller e la sua orchestra, mi affascinavano soprattutto i fiati. Negli anni ho capito che dovevo riunire musicisti che avessero attitudini comuni, non tutti sanno fare tutto! Così sono nati i Sousaphonix, l’Orchestra Ottovolante, gli 8Funk Project…».

Frame da “The Working Man Blues”

Sei anche un appassionato di cartoni animati.
«Sono un hobbista dei cartoni animati! Ne ho fatti cinque con i Sousaphonix. Per i cartoon ho fatto il procedimento inverso rispetto a Inferno: prima ho scritto la musica poi con i cartonisti mi sono divertito a scrivere la sceneggiatura. Ho rivisitato un vecchio brano del 1923 di Joe “King” Oliver, Working Man Blues, scritto pensando all’Homstead Strike, sciopero dei lavoratori dell’acciaieria Edgar Thomson di Braddock in Pennsylvania nel 1892…Narra di come vivere il lavoro in fabbrica, in maniera più amorevole, familiare».

Non solo cartoon, tu sei famoso anche per suonare le conchiglie…
«Probabilmente la conchiglia è stato il primo strumento a fiato suonato dall’uomo, 17mila anni fa. Sono anni che le suono, ne ho tantissime a casa, prese nelle varie parti del mondo dove sono stato a suonare, dalla Cina al Brasile».

Come si suona una conchiglia?
«È come suonare la tromba. Per suonarla vale la regola di Fibonacci. Mettendo la mano nell’incavo della conchiglia la nota si abbassa da 2,2 a 3 toni. La profondità del suono dipende dalla grandezza della conchiglia, ne ho anche di un metro di lunghezza. Le conchiglie venivano usate pure dai monaci tibetani per comunicare con i defunti. Ne ho una di questo tipo. Aspetta che ti faccio sentire (smette di parlare e inizia a suonare la conchiglia, arricchendo subito l’intervista di un’aura mistica, ndr). Il problema è portarle con me. Uso solo conchiglie rotte, le compro, le aggiusto e le adatto, ma in dogana mi fermano quasi sempre, così spiego loro che le uso per suonare. Mi guardano strano, spesso mi sono messo a suonarle lì in aeroporto per dimostrare che dicevo la verità!».

Hai fatto un disco solo per conchiglie…
«Sì, nel 2019. L’ho chiamato Sea Shell, Musica per Conchiglie. È un’operazione “ecologica”, i suoni vengono dalle conchiglie, ho registrato rumori del mare, del vento, della natura. Anche la cover del disco è fatta nel rispetto dell’ambiente… Tra i brani c’è La Madonna delle Conchiglie di Vinicio Capossela dall’album Marinai Profeti e Balene del 2001. Vinicio s’è entusiasmato per questa versione!».

Sei un onnivoro della musica, cosa ascolti? Che genere ti piace?
«Ascolto di tutto. Mi piace il rap, Eminem è un grande. Persino nella trap c’è qualcosa di interessante: è una musica No Emotion, perfetta da sottofondo! Comunque la musica che ascolto di più in questo momento è la Classica. Quando arrangiavo Exit Music dei Radiohead ho notato che c’erano dei riferimenti a Tom Jobim. Se poi vai indietro negli anni scopri che Jobim aveva attinto da Chopin.

Evidentemente qualche cellula tematica è arrivata all’orecchio di Thom Yorke, che è un bravo musicista. Nella musica bisogna saper copiare diceva Stravinskij. Il fatto è che abbiamo ascoltato talmente tanto che si rischia di rovinarla. Per questo sto andando a ritroso, per cercare quella più vecchia e, quindi, più pura. Credo che bisogna avere il coraggio di fare quello che si sente dentro. Nella bella musica c’è sempre qualcosa di grande e di nuovo».

Rossella Seno: disponibile il video di “Principessa”

Rossella Seno – Foto Carlo Bellincampi

Ritorno su un’artista di cui vi ho parlato agli inizi di gennaio. Sto parlando di Rossella Seno. Veneziana d’origine ma romana d’adozione, ha pubblicato lo scorso anno, in piena pandemia, un disco per niente banale, interessante sia per la musica sia per i testi, Pura come una Bestemmia. Da alcuni giorni è uscito il video di Principessa, brano scritto da Pino Pavone, lo storico paroliere di Piero Ciampi (artista a cui la Seno è particolarmente affezionata) e musicato da Massimo Germini, chitarrista e arrangiatore.

Il video è un racconto in forma di “comics” della vita di una bella ragazza dai capelli rossi – è la stessa Rossella – disegnato da Stefano Ripamonti e animata da Giuseppe Giannattasio. Lo script della storia è di Davide Iannuzzi.

«Principessa è un brano che mi piace molto», mi racconta Rossella. «Parla dell’invecchiare, condizione umana a cui nessuno può sottrarsi e a cui tutti dobbiamo sottometterci». La storia parte proprio a questo incipit: «Quando si è giovani si pensa di avere tanto tempo a disposizione, invece ci si accorge poi che la gioventù è un lusso».

Un chitarrista-narratore, vede le stagioni passare seduto dentro la scena, che è il palcoscenico di un teatro. Dove la bella dai capelli rossi cammina spensierata, mentre i tratti del suo viso cambiano mano a mano che il tempo ne disegna forme e pensieri. Nel palco della vita, confini brevi e orizzonti lontani, c’è posto anche per un gatto nero, a simboleggiare gli stereotipi e i pregiudizi che si incontrano inevitabilmente lungo il cammino, e un orologio che scandisce inesorabile il passare del tempo, «tema cinematograficamente ispirato alla scena dell’incubo de “Il posto delle fragole” di Ingmar Bergman», ricordano gli stessi autori.

Ultima annotazione: il palcoscenico rappresenta la storia a teatro vuoto. Un riferimento “obbligato” alla situazione attuale, un passaggio della nostra vita. Una ruga in più.

Qui il testo del brano

Amico mio volevo dirti
che la gioventù è solo un’invenzione
che va di fretta come una parola
l’invenzione svanisce poco dopo
con la tristezza diventa come il fuoco
che mi prende dalle gambe
ma allora allora sono grande
e dico grande che può dire tutto
può dire amore amato e poi distrutto
può dire che son stata alla finestra
per vedere chi passa e chi mi resta
e dove vado se tutto si trasforma
in un vortice rosso più profondo
quando comincia e quanto mi fa male
questa giornata di gelo da sputare
diventa fiume diventa indifferenza
il soffio di un randagio sulla mia testa
sulla mia testa
Pensi allora è finita non mi gira
Mi ricordo di quando stavo in fila
mi strofino sul muso di un rimpianto
senza falsi pudori come un gatto
concedo un’alleanza ai miei sospiri
e vado avanti con quello che so fare
con la pazzia di una donna del mio tempo
Amico mio volevo dirti
che la gioventù è solo un’invenzione
che va di fretta come una parola
l’invenzione svanisce poco dopo
con la tristezza diventa come il fuoco
che mi prende dalle gambe
ma allora allora sono grande
e dico grande che può dire tutto
può dire amore amato e poi distrutto
può dire che son stata alla finestra
per vedere chi passa e chi mi resta
e dove vado se tutto si trasforma
in un vortice rosso più profondo
quando comincia e quanto mi fa male
questa giornata di gelo da sputare
diventa fiume diventa indifferenza
il soffio di un randagio sulla mia testa
sulla mia testa
Pensi allora è finita non mi gira
Mi ricordo di quando stavo in fila
mi strofino sul muso di un rimpianto
senza falsi pudori come un gatto
concedo un’alleanza ai miei sospiri
e vado avanti con quello che so fare
con la pazzia di una donna del mio tempo.

Grammy 2021: Poker di donne… sarà il politically correct?

La notte scorsa, come avrete già letto su tutti i media, è stato consumato il rito dei Grammy Awards. Gli Oscar della musica – quelli che contano, i più importanti – sono andati tutti ad artiste, da Billie Eilish, miglior registrazione con Everything I Wanted (lo scorso anno se n’era portati a casa ben cinque), a Taylor Swift, come miglior album (Folklore, qui August), alla giovane cantautrice H.E.R. la miglior canzone, I Can’t Breathe, dedicata a George Floyd e alla violenza razziale negli States, a Megan Thee Stallion, la rapper di Houston, miglior cantante esordiente.

Dunque, il famoso poker, il Big Four, vinto l’anno scorso dalla Eilish, vede quattro donne, molto diverse tra loro, tutte molto decise, con qualcosa da dire, non banali, non apparenza (c’è anche quella, certo!) ma sostanza. E poi c’è Beyoncé, che ha stracciato tutti i colleghi e le colleghe vincendo in carriera 28 Grammy (uno in più di Alison Krauss, la violinista e cantante che ne vanta 27): stanotte per il miglior video musicale, Brown Skin Girl, la migliore perfomance  R&B per Black Parade, e la migliore performance rap per il suo remix di  Savage, brano di Megan Thee Stallion.

I Grammy, come gli Oscar, non sono il massimo dell’obiettività. La vittoria schiacciante delle musiciste in un’America che, soltanto pochi giorni fa, esattamente l’8 marzo, festa della Donna, aveva letto – notizia che ha fatto il giro del mondo – di una ricerca sulla esigua presenza di artiste, cantautrici e produttrici nel mondo della musica pop americana, suona come una lunga coda di paglia dell’industria discografica.

Dichiarava provocatoriamente la dott.ssa Stacy L. Smith, che ha guidato la ricerca Inclusion in the Recording Studio? Gender and Race/Ethnicity of Artists, Songwriters & Producers across 900 Popular Songs from 2012-2020, se vi interessa, leggetela qui: «Ovunque è la Giornata internazionale della donna, tranne che per le donne nella musica, dove le voci delle donne rimangono mute».

Sorge un dubbio: nell’ansia del politically correct che scorre ora nelle vene degli americani, vedi l’ultima trovata di Viking Books, editore della giovane poeta Amanda Gorman che, per la traduzione del libro ammette, come ben faceva notare ieri Michele Serra nella sua rubrica su la Repubblica «solo traduttori, nelle varie lingue, che siano, nell’ordine: donna, giovane, attivista, preferibilmente di colore…», non vien da pensare che ci si sia sentiti “in obbligo” di premiare solo artiste, così, tanto per salvare la faccia e mostrare al mondo che l’America sta voltando pagina su questioni formalmente ed eticamente rilevanti? A prescindere dal valore delle artiste premiate, come ho già detto all’inizio, riconoscimenti assolutamente meritati. Il New York Times oggi titola Grammys 2021: Women Sweep Awards Shaped by Pandemic and Protest (Le donne rastrellano i premi plasmati dalla pandemia e dalle proteste). Appunto.

Nel disastroso 2020, dove gli artisti per non scomparire si sono buttati sullo streaming, facendo ottimi risultati per le case discografiche ma pochi introiti per loro, è arrivata la mano tesa: Harvey Mason Jr., presidente della Recording Academy che organizza i Grammy Award, ha chiesto alle star presenti di «lavorare con noi, non contro di noi». Molte cose devono ancora cambiare, questo è certo. Però con convinzione, così che il cambio di passo sia reale, autentico, senza sottintesi. La vedo difficile…

Paul McCartney: un remix e un libro in arrivo

A quasi 79 anni, li compirà il prossimo 18 giugno, Paul McCartney non ha nessuna intenzione di andare in pensione. Anzi, rilancia e rilancia ancora, si confronta con rapper, rocker, musicisti indie e pop e lo fa con la spensieratezza e la testardaggine di un ragazzino che vuole farsi strada nella musica.

Dopo aver pubblicato il suo McCartney III a dicembre dello scorso anno (album interamente suonato e prodotto da lui durante il lockdown, da notare la scelta di non mettere filtri alla sua voce, una sfida nella sfida) ha scelto – e invitato – suoi colleghi molto più giovani di lui a reinterpretare gli undici brani che compongono l’album. Il disco uscirà il prossimo 16 aprile.

Alcuni artisti sono vecchie conoscenze di Macca, con cui ha collaborato, penso a Josh Homme, frontman dei Queens of the Stone Age. Assieme al baronetto, a Trent Reznor e Stevie Nicks, hanno contribuito nel 2012 a comporre la colonna sonora di Sound City, il docufilm di Dave Grohl (ascoltate Cut Me Some Slack).

Nel progetto di un McCartney III mixato e reinterpretato ci sono anche Beck, i Khruangbin, Phoebe Bridgers, EOB, al secolo Ed O’Brian dei Radiohead, St. Vincent,  Blood Orange, Damon Albarn, 3D RDN, Anderson .Paak e persino l’attore e musicista Idris Elba. Per la presentazione del progetto, l’ex Beatle ha scelto The Kiss of Venus, cantata da Dominic Fike

E non finisce qui. Il 2 novembre uscirà un corposo libro ideato dall’artista: Paul McCartney The Lyrics: 1965 to the Present, volume curato e presentato dal Premio Pulitzer Paul Muldoon (in Italia uscirà per Rizzoli). Come precisa lo stesso Macca, non si tratta di un’autobiografia, cosa che, alla sua età, molti scelgono di scrivere, una sorta di diario della propria vita. Ha, invece, deciso di parlare di sé attraverso i testi di 154 canzoni da lui scritte. Dalle primissime, quando era un ragazzo, al decennio con i Beatles, al periodo Wings e a quello da solista. Testi accompagnati da foto inedite e da particolari che hanno ispirato quei testi, situazioni, episodi di vita, esperienze. Molto più di un’autobiografia. In perfetto stile McCartney!

Addio Chick Corea, benvenuta Dominique Fils-Aimé

Oggi la notizia principale per chi si occupa di musica – e non solo – è la scomparsa a 79 anni di Chick Corea. Se n’è andato un paio di giorni fa per una rara quanto improvvisa forma di tumore, ma la famiglia ha dato la notizia solo nella notte. In questi casi si rischia sempre di cadere nel banale. Un grande musicista che dominava non solo pianoforte e tastiere, ma anche tutti i generi musicali possibili. La sua curiosità lo ha portato ad avere due doti essenziali: l’umiltà di imparare sempre dai suoi colleghi – fossero Miles Davis o Gary Burton o Pat Metheny – e dichiararlo più e più volte, e la curiosità di spingere la sua fantasia sempre più avanti in un mondo melodico che veniva composto, in un puzzle onirico, metrico e sofisticato, da jazz, samba, ritmi latini, rock, classica…

Come dimostra il suo ultimo lavoro uscito nel settembre dello scorso anno, Chick Corea Plays (qui Yesterdays), dove lui al pianoforte suona brani delle più svariate provenienze, Mozart, Antônio Jobim, Evans, Monk, Chopin, Wonder e propri, ovviamente, una scelta di esecuzioni magistrali registrate nei suoi live del 2018. Ad ascoltarlo oggi lo si potrebbe interpretare come una sorta di testamento del suo mondo musicale e della tante strade che ha imboccato. Fusion a tutti gli effetti, evoluzioni acrobatiche, che fosse seduto al mitico Fender Rhodes o a un piano a coda da concerto. Per questo è uno dei musicisti che amo mettere in cuffia: per lasciarmi guidare nei suoi percorsi sonori, sempre nuovi nonostante li ascolti centinaia di volte…

Dopo il doveroso e doloroso saluto a Chick Corea, il post di quest’oggi prevede l’uscita di un nuovo disco. La terza parte di una trilogia, opera di una musicista trentaseienne nata a Montreal ma haitiana di origini, Dominique Fils-Aimé. Una voce spettacolare e un senso della musica e dello spazio musicale pieno.

Three Little Words, uscito oggi nei negozi fisici e virtuali, conclude, come dicevo, un “viaggio” alle origini della musica afroamericana, come viene da lei intesa, ma anche una riflessione su tutto quello che c’è dietro quella musica, conflitti razziali inclusi. Dal primo album dove il blues dominava, Nameless, al secondo, Stay Tuned!, che le ha fatto vincere numerosi premi tra cui il Juno come voce jazz dell’anno e il Félix come disco jazz del 2019, in Three Little Words si dedica al Soul, ed è una rigogliosa avventura dove riesce a tessere armonie tra il Soul anni Sessanta e Settanta e l’evoluzione che lei stessa ha voluto dare al genere. Dunque, un album da ascoltare, pieno di vitalità, idee, sempre con la costante della voce solida di Dominique. Per chi non la conoscesse, invito all’ascolto dei tre dischi, nell’esatta progressione prevista dall’artista. Noterete un crescendo tra la bellissima Birds di Nameless, passando per Big Man do Cry di Stay Tuned!, a Being The Same dell’ultimo lavoro.

Dominique è la dimostrazione che la buona musica e i bravi artisti non smetteranno mai di darci grandi piaceri. Da Chick Corea a Dominique Fils-Aimé, ai tanti musicisti che ci hanno lasciato e agli altri che stanno emergendo, c’è un filo, con le dovute distinzioni, che lega note ed emozioni, una rara capacità che non appartiene a tutti e che per questo rendono loro, speciali, e la nostra vita (per lo meno la mia!) migliore e un po’ più saporita e vivace.

John Mayall: un box set da grande ascolto!

A 87 anni compiuti, John Mayall torna di prepotenza con un mega cofanetto deluxe dedicato al periodo più interessante e vivace della sua pluriennale carriera, 1965-1974, insieme con i suoi Bluesbreakers, storica band che ha avuto un gran ricambio di musicisti tra le sue fila e che, per questo e per l’attitudine di Mayall ad essere un eccezionale scopritore di talenti, è stata una vera e propria fucina di grandissimi artisti: Eric Clapton, il compianto Peter Green, mancato nel luglio dello scorso anno, Mick Taylor, che lasciò Mayall per suonare (cinque anni, dal 1969 al 1974) da chitarra solista con i Rolling Stones… Ma anche (per pochi mesi) il bassista Jack Bruce, poi componente e fondatore con Clapton e Ginger Baker dei Cream, il batterista Mick Fleetwood, cofondatore di un’altra mitica band i Fleetwood Mac

Ed ecco, dunque, John Mayall, The First Generation 1965-1974, un concentrato di storia del blues British e delle sue evoluzioni raccontato con un libro che presenta memorabilia e aneddoti, 35 Cd, oltre a gadget vari come poster e cartolina autografata (tutto il contenuto, pezzo per pezzo, è spiegato in questo video). Uscita prevista il 5 febbraio. Prezzo al pubblico decisamente importante, visto che il box pubblicato da Madfish è stato composto in soli 5mila esemplari: 275 sterline che tradotte, fanno circa 312 euro

Marianne Faithfull: il 30 aprile un nuovo album…

Marianne Faithfull e Nick Cave – Frame dal docufilm del regista Naïché Caudron, registrato al “La Frette Studio” di Parigi nel 2018

L’annuncio dell’uscita, il prossimo 30 aprile, di She Walks In Beauty, il nuovo lavoro di Marianne Faithfull per BMG, non passa certo inosservato. E sarà per molti – incluso il sottoscritto – un’attesa curiosa, piena di aspettative. Per numerosi motivi.

Innanzitutto per la squadra di musicisti con cui la signora, che ha marcato con la sua voce profonda gli anni della musica brit dalla swinging London, in poi si circonda. A partire da Warren Ellis che firma l’album, violinista, polistrumentista e componente dei Bad Seeds la band di Nick Cave. Per continuare con lo stesso Cave, ma anche con Brian Eno e il violoncellista&bassista Vincent Ségal e, ovviamente, con l’amico di lunga data e suo manager, Francois Ravard.

Ellis e Cave avevano partecipato anche al precedente lavoro di Marianne, del 2018, dal titolo Negative Capability. Nick l’aveva accompagnata al pianoforte in un brano intenso, bello, The Gipsy Faerie Queen, e non solo. Un breve docufilm del regista Naïché Caudron, registrato al La Frette Studio di Parigi, dove Nick intervista/chiacchiera con Marianne, la dice lunga sull’intesa che si è creata tra gli “australiani” e la settantaquattrenne lady British.

Un altro motivo, non certo secondario, è il concept del lavoro: la passione dell’artista per i poeti romantici inglesi, come John Keats, Percy Shelley, Lord George Byron, William Wordsworth, il barone Alfred Tennyson, Thomas Hood… Un difficile e certosino intreccio letterario “composto” da Marianne nel periodo della prima ondata di Covid 19 (lei stessa è stata ricoverata a causa del virus e, per fortuna, ne è uscita bene), mentre da Parigi Ellis lavorava alle melodie che hanno dato vita a questo originale lavoro.

Non ci resta che aspettare il 30 aprile. Nella versione fisica, CD e Vinile, ci sarà un libro di 28 pagine con i testi di tutte le poesie. Ultima nota. Il dipinto della cover è di Colin Self, artista del pop art inglese e amico della Faithfull.

Natale 2020: tre album da ascoltare…

Insomma, non poteva essere altrimenti. Almeno qui a Milano, la vigilia di Natale è scandita da un cielo grigio e torvo, una pioggia sottile che ti fa venire voglia di essere tutto, fuorché ben disposto a festeggiare. Meritato coronamento di un anno di…! In questi giorni mi sono dedicato a viaggiare tra i vari autori che, come tutti i Natali, si dilettano a pubblicare il loro album da ascoltare sotto l’albero. Ci sono un po’ tutti. Confesso, di quelle campanelle che scandiscono allegri carol, quest’anno non ne vorrei ascoltare nemmeno una.

Eppure di canzoncine scacciapensieri non ci si fa mancar niente, tra Dolly Parton, la regina del country, che a 75 anni pubblica il suo primo album natalizio con ospiti del calibro di Miley Cyrus e Michael Bublé, e Mariah Carry, artista che ha battuto ogni record con All I want for Christmas is you, e che quest’anno si è riproposta alla grande con un album dal titolo Mariah Carry’s Magical Christmas Special, che è anche uno show trasmesso da AppleTv, con ospiti big, da Ariana Grande a Jennifer Hudson a Snoop Dogg, oltre all’etoile Misty Copeland e all’attrice Bette Midler.

Vorrei, invece, concentrarmi su tre autori. Si tratta di tre bravi artisti, molto diversi tra loro, che hanno deciso di interpretare il Natale con una coerenza rigorosa rispetto al momento storico che stiamo vivendo. Tristezza, sì, ma  anche tanta nostalgia, tranquillità, riflessione…

Parto subito con un pianista che abbiamo visto – anche se in streaming – all’edizione di Piano City Milano di quest’anno. Lui è il canadese Jason Charles Beck, in arte Chilly Gonzales. Chilly ha sfornato un disco che gioca tra il classico e le escursioni jazz e blues dal titolo A Very Chilly Christmas. Come sostiene lo stesso autore, un disco per far riflettere su quanto abbiamo passato e stiamo passando, c’è poco da stare allegri, per andare dritti al punto. Sarà per questo che le canzoni sono suonate tutte volutamente in tonalità minore, più malinconica e pensierosa (guardate qui il video per un Natale bittersweet, in agrodolce). Ma la tristezza non deve prendere il sopravvento sulle sensazioni che la musica riesce a trasmettere. Ed ecco, ad esempio, l’accattivante The Banister Bough con la voce cristallina di Feist. O la classica Silent Night, che l’autore precisa, tra parentesi, la suona in versione  “after Franz Gruber”, il compositore austriaco che la compose su testo di Joseph Mohr. È così anche per Jingle Bells suonata a suo modo, corta ed efficace, ma sempre nel rispetto di chi l’aveva creata, e cioè James Lord Pierpont, nel 1857 con il titolo One Horse Open Sleigh, brano, per inciso, scritto per il giorno del Ringraziamento e poi diventato uno dei must natalizi.

Il secondo album che vi propongo è una rimasterizzazione a dieci anni dalla pubblicazione, ed è il disco natalizio di Annie Lennox, A Christmas Cornucopia. Annie ha aggiunto un brano inedito, Dido’s Lament, composto da Henry Purcell nel Seicento, e che la Lennox con Mike Stevens ha riadattato. Brano molto intenso, con l’intervento del coro dei London City Voices. Voce incredibile, intensa spettacolare. Non ho aggettivi per descriverne la bravura. Una delle poche artiste che riesce a penetrarti l’anima. I proventi del brano che apre il disco (nella precedente edizione lo chiudeva), Universal Child, ri-registrato con l’African Childrens’ Choir, andranno tutti alla Annie Lennox Foundation, fondazione che i occupa di progetti di beneficenza. Ascoltarla in questa nuova versione quasi tutta arrangiata e suonata da lei e da Mike Stevens, significa entrare senza fronzoli, campanelli, renne e babbinatali, in uno spirito più coerente del Natale…

L’ultimo disco, non abbiatene, è davvero dark. D’altronde, chi lo propone, è uno degli artisti più malinconici che il rock ricordi. Sto parlando di Mark Lanegan, ex frontman degli Screaming Trees, uno che ha pubblicato a maggio di questo 2020, Straight Songs of Sorrow, 15 brani incentrati sulla malinconia, o Blues Funeral (del 2012), titoli che la dicono lunga sul carattere e lavoro dell’artista. Mark ha completato un suo disco, pubblicato nel 2012, nella sua versione alter ego Dark Mark moniker, Mark Does Christmas, targandolo 2020, e aggiungendo quattro nuovi brani. La cover è sempre la stessa, sfondo bianco e un albero di natale che culmina in un teschio con un cappello da Babbo Natale. Musica essenziale, chitarre acustiche, drum machine, organi eterei, e la voce roca e profonda, inconfondibile, di Dark Mark. Una particolarità: l’album non lo trovate nelle classiche piattaforme streaming. Dovete comprarvelo dalla Rough Trade (quello che ho fatto!), la casa discografica, o potete ascoltarlo in streaming a questo link

Buon Natale!

Ma Rainey’s Black Bottom, il blues e il dramma afroamericano

Venerdì scorso Netflix ha reso disponibile un film che merita d’esser visto, Ma Rainey’s Black Bottom, di George C. Wolfe, tratto da un lavoro di August Wilson, considerato il più grande drammaturgo afroamericano (morto nel 2005 ad appena 60 anni), con protagonista la premio Oscar Viola Davis e uno straordinario Chadwick Boseman (il suo ultimo lavoro prima di morire per un tumore lo scorso 28 agosto) e che per il suo ruolo meriterebbe una statuetta postuma. Ne parlo perché il film ha due protagonisti che si fondono, Ma Rainey, la “Madre del blues”, artista attiva nei primi anni Venti del secolo scorso, e, appunto, il blues, che in quel periodo stava cominciando a cambiar faccia.

Il Blues di Ma Rainey lo si può rivivere in incisioni “primordiali”, quelle scricchiolanti e prive di profondità ma così affascinanti!, che si mettevano sui grammofoni, con lei, per inciso, suonò anche un giovanissimo Louis Armstrong. Apro una parentesi: la splendida See See The Rider Blues, blues in 12 battute che lei ha inciso per prima nel 1924, è stata anche uno dei cavalli di battaglia di Elvis Presley (apriva con questo brano i suoi concerti) ed è diventata un classico nel mondo del blues. Noterete la sostanziale differenza, ma l’origine è quella… È disponibile all’ascolto anche Ma Rainey’s Black Bottom, brano che ha ispirato il titolo dell’opera di Wilson e ora del film. Voce profonda, vistosa (aveva i denti d’oro, vezzo, oggi, da rapper…), baldanzosa e irriverente, era l’emblema di come un artista nero dovesse comportarsi per difendersi ed essere rispettato dalle case discografiche in mano ai bianchi.

Il film narra poche ore nella vita di Ma e della sua band, un afoso e torrido pomeriggio estivo, negli studios della Paramount Records di Chicago. C’è il blues, c’è Levee, il trombettista magistralmente interpretato da Boseman, segnato da una vita di violenza e desideroso di riscatto, che affida il suo futuro alla musica, la sua musica, il suo blues. Compone riflettendo quello che saranno le aspettative dei giovani afroamericani, ansiosi di salire la scala sociale. Finirà, inevitabilmente, in dramma.

Chi diventerà famoso al posto suo e “ruberà” la sua nuova musica saranno altri, bianchi. Un fenomeno reale chiamato Race Record: la musica degli afroamericani veniva sfruttata dalle case discografiche, che pagava loro pochi dollari. Poi veniva suonata e incisa da cantanti e orchestre composte da soli bianchi che si impossessavano di fama e ricchezza. La musica per Levee è tutto, ma lo è anche per Ma, attaccata al suo blues, che sa non avere vita lunga, a quello che ha rappresentato, alle sue conquiste, a quella sua forte personalità che esibisce senza pudore in sala di registrazione, sfidando quei bianchi che non vogliono lei “ma solo la sua voce”.

Un dramma dalle forti tinte esistenziali, prodotto non a caso da Denzel Washington: «I tempi sono cambiati, il dolore non credo”, spiega giustificando così la pellicola. «Il blues è la voce della vita, canti perché capisci la vita», dice Ma nel film, così orgogliosamente nera, orgogliosamente bisessuale, orgogliosamente fiera e consapevole del proprio valore. In un periodo, la grande migrazione afroamericana dal Sud al Nord degli Stati Uniti, che ha visto convergere nelle città oltre sei milioni di persone in cerca di un lavoro stipendiato e di una vita migliore. Un’illusione.

Il blues è la narrazione di questa storia che Wilson per anni ha cercato di raccontare nei suoi drammi, vedi The Piano Lesson, film per la tv del 1995 e probabile remake nel 2021, sempre prodotto da Washington. Il blues è intriso di sfide e il blues di Ma non nasce dalla disperazione ma dall’essere consapevoli di chi fosse e di cosa volesse, fa notare la stessa Davis. Insomma, il blues appartiene ai neri americani. «A noi spettava lo scarto di tutto, e noi quello scarto l’abbiamo trasformato in quella meravigliosa alchimia che è il blues».

Ultima nota: Chadwick Boseman per entrare nella parte del trombettista ha preteso che Branford Marsalis gli insegnasse la digitazione dei tasti della tromba. Cosa che il musicista ha fatto. Ma non solo, ha chiamato il trombettista Chick Findley del Tonight Show perché insegnasse a Chadwick, già profondamente malato, i primi rudimenti… A voi il risultato…

Maradona: reggae, rap, tango, pop. Così El Pibe ha stimolato la musica

Diego Armando Maradona se n’è andato ieri a 60 anni. Il mondo lo sta celebrando, Napoli piange come l’Argentina, anche il grande Brasile e Pelé si inchinando davanti alla sua morte e al dolore. L’uomo, l’atleta, il mito e il genio, l’eccesso e il pentimento, l’obesità e la forma perfetta, la povertà e la ricchezza, l’amicizia con Fidel Castro e quella con i clan camorristici. Maradona primo e sempre in soccorso degli ultimi.

Diego Armando è stato e sarà ricordato per tutto questo. Lui e il suo opposto. Dio e uomo. Queste sue dualità, diavolo e acquasanta, lo hanno reso famoso anche in musica. Non è un caso che sia venerato e “usato” nel mondo del rap. Di canzoni che portano come titolo il suo nome ce ne sono parecchie. I duri, tutto coca, collane, ganja, soldi, donne a volontà, borse firmate cariche di erba l’hanno visto – e lo vedranno – come esempio da portare e protagonista di rime da costruire.

Ascoltate Diego Armando Maradona dalla romana Dark Polo Gang del 2018: La mia ragazza segue la moda/ Io seguo i soldi e la droga/ DarkSide baby Diego Armando Maradona/ In questa merda corro tipo maratona/ Mi serve una macchina nuova/ Mi serve una due posti rossa…

Anche A.L.A., rapper tunisino, canta e immagina di essere come Maradona che può avere tutto, annessi e connessi. E potremmo continuare con Colza, giovane rapper di Cantù (2019): La vita di Diego i soldi di Pablo, trappa…

Ho pensato così di mettere “in ascolto” alcuni brani che portano il suo nome. C’è di tutto dal rap, appunto, al romantico latino, persino un suo cameo in una canzone, la trovate sul disco del Club Atletico Boca Juniors (2013), dove El Pibe de Oro aveva militato. El Sueño del Pibe, questo è il titolo del tango registrato nel 1942, testo di Reinaldo Yso (fu anche un calciatore) e del musicista e bandeonista Juan Puey. Lui la cantò negli anni Ottanta, inserendo anche se stesso nella consacrazione dei grandi giocatori, e mostrando pure di avere una gran voce… L’altro, con i Pimpinela, (al secolo Joaquín e Lucía Galán) duo argentino di grande successo. Il mio, il nostro piccolo omaggio in dieci canzoni… 

Per ascoltarle, cliccate sulle immagini…

La Mano de Dios (2011)
Rodrigo

Tango de la buena suerte – da Passi d’Autore (2004)
Pino Daniele

El Sueño del Pibe
Diego Armando Maradona

Maradona – da Honestidad Brutal (1999)
Andrés Calamaro

Diego Armando Maradona
Dark Polo Gang

Santa Maradona (Larchuma Football Club) – 1994
Mano Negra

Maradona (2019)
A.L.A. (feat. El Castro)

Maradona – da Avete ragione tutti (2016)
Canova

Querida Amiga – da Lo mejor de Pimpinela 1982
Pimpinela e Diego Armando Maradona

O’ reggae ‘e Maradona – da Senza Limiti (2007)
Jovine