Breaknotes/ Bob Dylan: nuovo brano e un album in arrivo

Da vecchio marpione, va a rilascio contingentato. Ed ecco che arriva il terzo brano di Dylan al tempo del coronavirus. Si intitola False Prohet, un bel blues piantato di sei minuti secchi, dove il menestrello gioca ancora con la sua vita, saluta “amiche”, tira in ballo Luther King, e sostiene, a pericolo d’equivoci, che lui non è un falso profeta, ma una persona normale. Un blues vecchia maniera, salubre e rigenerante, soprattutto per chi aspettava il suo ritorno da anni da quel Tempest, album pubblicato nel 2012.

Dopo Murder Most Foul, un autentico successo, al numero uno nella classifica Billboard, e I Contain Multitudes, ecco il terzo pezzo, False Prophet e, soprattutto, l’annuncio via Instagram dello stesso artista dell’arrivo del nuovo disco, il 19 giugno. Il titolo? Rough and Rowdy Ways, che tradotto più o meno significa “modi da duro e da bullo”. Buone premesse…

Breaknotes/ Ritornano gli Stones con un brano profetico…

Anche i mitici Rolling Stones hanno avuto una premonizione? Ieri Jagger & Cia hanno rilasciato una canzone originale dopo quasi otto anni di silenzio creativo. Il titolo? Living in A Lost Town. L’uscita l’ha annunciata Mik Jagger sul suo account Twitter: «The Stones were in the studio recording new material before the lockdown & one song – Living In A Ghost Town – we thought would resonate through the times we’re living in. It’s out at 5pm BST today and you can hear the track and interview on @Beats1 now!» .

Il brano è firmato Jagger/Richards e, come ha dichiarato il frontman della band, non è stato scritto pensando a questo preciso momento storico, bensì un anno fa a Los Angeles, immaginando una città come Londra che da allegra e divertente, piena di vita diventava improvvisamente fantasma, vuota. La band era in studio per registrare nuovi pezzi (album in arrivo!). E, visto il lockdown generale, le città deserte, la paura del virus, in questo caso un pericoloso fantasma che si aggira per strade e metropolitane, hanno deciso di adattare il testo del brano («non è stato necessario apportare troppe modifiche», ha precisato Mik). E questo il risultato: ascoltatelo qui. Una Londra deserta così non s’era mai vista.

Breaknotes/ Boris Johnson in ospedale con il virus

L’aveva sottovalutato, come del resto tanti tra di noi, increduli che potesse arrivare una tegola così forte in testa a tutti, senza distinzioni di ceto, censo, razza, religione. E così, dopo aver stretto le mani a persone contagiate dal virus, a dimostrazione che si è più forti di quella maledetta bestiolina (pure bellina a vedersi al microscopio), aver annunciato che gli inglesi dovevano prepararsi a una selezione della specie, dichiarazione darwiniana un po’ eccessiva – i più forti resistono, gli altri se ne andranno nel mondo dei più, il che produrrà per il popolo britannico l’immunità del gregge – Boris Jonhson, rinchiuso al 10 di Downing Street in quarantena da una decina di giorni, con una febbre alta che non lo lasciava e una fastidiosa tosse, la scorsa notte è finito all’ospedale. A BoJo, prime minister con una carriera giornalistica e politica trastullante, o se preferite, shambolic (casinista), come l’ha definita il quotidiano The Guardian, insomma uno che se si fosse applicato nella musica sarebbe stato, grazie alla capigliatura e alla faccia tosta, molto rock con escursioni persino nel punk più dissennato, deve fare i conti con la pandemia e soprattutto con se stesso.

Quello che Joe Jackson cantava in I’m The Man:

I’m the man
I’m the man that gave you the hula hoop
I’m the man
I’m the man that gave you the yo-yo

Sono l’uomo
Sono l’uomo che ti ha dato l’hula-hoop
Sono l’uomo
Sono l’uomo che ti ha dato lo yo-yo

E qui arriva la possibile risposta punk a BoJo dai Sex Pistols, dal loro primo e ufficiale album di studio Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols, in Problems

To people like me there is no order
Bet you thought you had it all worked out
Bet you thought you knew what I was about
Bet you thought you solved all your problems
But you are the problem

Per le persone come me non c’è ordine
Scommetto che pensavi di aver risolto tutto
Scommetto che pensavi di sapere di cosa stessi parlando
Scommetto che pensavi di aver risolto i tuoi problemi
Ma tu sei il problema… (possibili riferimenti al covid19?)

Nel momento in cui l’eterna Queen Elisabeth II faceva il suo discorso perfetto con i tempi e le reazioni regali di una donna ultragenerazionale, quattro limpidi minuti alla nazione, cercando di rasserenare e incoraggiare i suoi sudditi, BoJo è costretto a mostrare sempre alla nazione che comportarsi da cocky, impertinente, non paga. Il virus non guarda in faccia nessuno, dicevamo prima. Insomma, il tempo di Sex & Drugs & Rock’n’Roll per cantarla alla Ian Dury, per il primo ministro è davvero finito.

Metterà la testa a posto “The number one”? Sarà meno “rebel” nel suo conformismo British, e deciderà, magari, di sperare per i suoi connazionali un What a Wonderful World, per dirla alla Louis Armstrong, magari nella insolita e “personale” versione che proprio stamattina il mio amico Fabio mi regalava su whatapp, dell’australiano post punk Nick Cave con il frontman sdentato e pure un po’ alticcio dei The Pogues, Shane McGowan (video caricato dall’immenso Cave).

Johnson ha toccato, introiettato nel profondo, primo leader nel mondo, il virus malefico. D’altronde, anche Morrissey, altro artista inglese, ex frontman dei The Smiths, amato e odiato dai suoi stessi fan, uomo che non ha mai preso una posizione decisa, nella sua musicale scontrosità, canta nell’album che ha appena pubblicato (I am not a dog on a chain, disco niente affatto male…), scandendo chiaramente le parole I am not a dog on a chain:

 

I am not a dog on a chain, I use my own brain
I do not read newspapers, they are troublemakers
Listen out for what’s not shown to you and there you find the truth
For in a civilized and careful way they’ll sculpture all your views
So open up your nervous mouth and feel the words come streaming out

Non sono un cane legato a una catena, uso il mio cervello
Non leggo i giornali, sono i piantagrane
Ascolta ciò che non ti viene mostrato e lì trovi la verità
Perché in modo civile e attento scolpiranno tutte le tue opinioni
Quindi apri la bocca nervosa e senti che le parole escono fluenti

Per chiudere questo commento canoro alla malattia di Boris Johnson, non posso tralasciare un altro poeta del punk, Joe Strummer dei Clash, con una delle sue massime riportate da Stefano Gilardino nella sua interessante e completa La Storia del Punk (Hoepli editore, 2017): «Non scrivete slogan, scrivete la verità…».

Breaknotes/ E arriva Bob Dylan e la sua Murder Most Foul…

L’ultima novità che davvero si può definire tale del fine settimana appena trascorso proviene da un signore di 78 anni (il prossimo 24 maggio vedrà 79 primavere). Lui si chiama Bob Dylan, la canzone, Murder Most Foul. Nell’epoca dello speed reading, dello speed listening, dove meno parole e concetti sono più efficaci all’attenzione disattenta del nostro mordi e fuggi quotidiano, l’eterno menestrello del Minnesota ha deciso di far uscire – dopo un lungo periodo di raccolte e ripubblicazioni, l’ultimo disco in studio risale al 2012, ed è Tempest – un brano nuovo, original 100%, della durata di quasi 17 minuti. Una canzone che prende spunto da una frase shakespeariana, citata dal fantasma del re, padre, che appare ad Amleto per convincerlo del suo assassinio: «The Murder Most Foul, as in the best it is. But this most foul, strange and unnatural» – una morte disgustosa nel migliore dei casi, ma non solo, anche strana e innaturale.

E, come successo ad Amleto, anche Dylan inizia a dipanare una lunga matassa di fatti, citazioni divagazioni, litanie per la sua Murder Most Foul, (iniziate ad ascoltarla mentre leggete queste righe) quella del presidente americano John Fitzgerald Kennedy, ucciso a Dallas il 22 novembre del 1963. Non ho capito perché proprio ora, in piena pandemia da coronavirus, non ho capito perché il saggio ed epico artista abbia sentito la necessità di fare questa lunga, appassionata digressione alla sua maniera su una pagina tremenda per gli Stati Uniti. Sembra un regalo ai suoi milioni di fan, ma anche un avvertimento. Sul suo sito ufficiale scrive poche righe di “presentazione” al suo nuovo brano: 

«Greetings to my fans and followers with gratitude for all you support and loyalty across the years. This in an unreleased song we recorded awhile back that you might find interesting. Stay safe, stay observant and may God be with you»

Ci si può ricamare quello che si vuole, un inizio di addio, un inizio di qualcos’altro, magari un disco, o un passo necessario, arrivato alla sua età, per tentare di rimettere a posto il suo mondo secondo il suo credo. Comunque la si pensi, una volta messe le cuffie e sentito il profondo vibrato di un violoncello al quale si unisce il pianoforte e una sessione ritmica ridotta all’osso ma magicamente potente in un crescendo inesorabile, si rimane come ipnotizzati, come una delle sacre canzoni di Leonard Cohen o una di quelle cavalcate psichedeliche dei Genesis in grande spolvero.

Mano a mano che la trama si srotola partendo da quella morte “orribile”, ecco che si ape la sua America, quella che lui ha cantato e continua a cantare, acque apparentemente tranquille che improvvisamente si agitano, vorticano, creando dei mulinelli, archi che solcano le corde, tasti che pizzicano corde e corde le più profonde, che vibrano roche ed emozionali, sapienti chiaroscuri ammalianti che avvolgono il menestrello nella sua voce graffiante come il metallo del Minnesota, e negli intricati percorsi, epici viste anche le citazioni omeriche, di questi quasi 60 anni di storia americana. La voce assume quei toni gravi frutto degli anni, l’età glielo chiede e lui se lo impone. In questa lunga digressione di riferimenti (i suoi o quelli universalmente americani) inizia una lunga litania di autori, musicisti, poeti. Dylan ci indica così una colonna sonora di quasi un’ottantina di brani, e noi lì, col rosario in mano a sgranare e a ripetere a voce bassa i nomi, John Lee Hooker, Thelonius Monk, Charlie Parker, Nat King Cole…

Andrea Cossu, professore associato di Sociologia all’Università di Trento, e grande esperto dylaniano, nella sua bellissima e lunghissima recensione al brano pubblicata su gdm scrive: «Poche righe e Dylan ci porta in un viaggio (come Omero, come l’Odissea) in un terreno via via caratterizzato solo da note sparse, da versi che possono stare in un blues di Charlie Patton, in un falsetto di Clarence Ashley, in cui il mistero si fa via via più fitto e per questi motivi illuminante. Poche righe e “oggi è un buon giorno per morire”, nativi americani e Piccolo grande uomo. Poche righe e arrivano momenti cruenti che si possono cantare con la stessa musica di “Pay in Blood”, sempre da Tempest. Una serie di immagini che starebbero bene in “Narrow Way” dello stesso Dylan, o in “Killing Floor” di Howling Wolf. Perché “Murder Most Foul” è una broadside ballad ma anche un blues bastardo, e forse è anche un gospel, l’unica cosa possibile dopo il giorno del giudizio, quelle “36 hours past judgement day” che operano una cesura nella canzone…».

Ed eccoci dunque alla fine di questa inaspettata ventata firmata Bob Dylan. Una musica da quarantena? Può darsi. Una musica che fa riflettere, a prescindere, che ti aiuta, chiuso nel tuo studiolo di casa, o seduto sul divano a guardare il mondo là fuori che sembra passi tutto uguale, tutti seduti nelle nostre personali panchine solitarie. Un’opportunità per guardarci dentro, per essere schietti con noi stessi, su cosa siamo oggi e sui nostri piccoli Murder Most Foul che riponiamo dentro di noi senza avere il coraggio di gridarli al vento… Passerà, passerà, grazie anche a lui e alla musica.

Breaknotes/ Coronavirus, non ci resta che… il Jailhouse rock!

Come recita il primo comma dell’art. 3 del Decreto della Presidenza del Consiglio sulle nuove Misure di contenimento del contagio per la Regione Lombardia e per le 14 province di Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, firmato nella notte tra sabato e domenica dal premier Conte e dal ministro della Sanità Speranza, «Le disposizioni del presente decreto producono effetto dalla data dell’8 marzo 2020, e sono efficaci, salvo diverse previsioni contenute nelle singole misure, sino al 3 aprile 2020».

Dunque, siamo agli “arresti regionali”, almeno noi in Lombardia. Per il nostro bene s’intenda! E nessuno osi dire il contrario. Il coronavirus, nel terribile gioco a scacchi che si sta disputando da alcuni giorni  – che sembrano secoli – ha ipotecato seriamente il Re avversario. Dobbiamo farcela, si sente ripetere da tutte le parti. Mancano strutture e mezzi, fanno notare dal personale sanitario… Non so se si è capito, ma siamo in un momento estremamente difficile, delicato per la salute fisica e mentale di tutti noi e per l’economia del nostro Paese. C’è di che non stare tranquilli, nonostante le assicurazioni ripetute a mantra…

A questo punto che fare? A casa, col telelavoro i più fortunati, in ferie forzate gli altri, a letto i disoccupati che non possono nemmeno cercar lavoro, scuole chiuse, musei chiusi, biblioteche chiuse, stadi chiusi, cinema chiusi, centri commerciali chiusi (nel fine settimana), bar chiusi dalle 18…ahi, i milanesi senza happy hour! Dunque, oggi, lunedì 9 marzo, non ci resta che far azionare l’ironia. Vivere nel terrore non è producente. Vivere come talpe nemmeno. M’è venuto in mente il vecchio film con protagonista un giovane  e danzerino Elvis Presley, Jailhouse Rock. La pellicola, che all’inizio doveva intitolarsi Ghost of a Chance porta il nome di uno dei brani rock’n’roll più fortunati del mitico Elvis The Pelvis, il quale si esibisce in uno dei primi esempi di lap dance al maschile della storia. Canzone ripresa e interpretata da molti artisti negli anni, dai Queen ai ZZ Top, dai Mötley Crüe alla stravagante band dei The Blues Brothers (altro film cult), fino al nostro Adriano Celentano, con sassofono ben inciso, più morbido per palati italici, a stemperare una scatenata saga rock’n’roll. Insomma, Jailhouse Rock, dopo 63 anni è ancora la colonna sonora per un altro evento (questa volta drammatico e reale).

Cari residenti delle zone arancioni, o rosse, comunque chiuse, non ci resta che scatenarci sulle note del rutilante brano. Potete scegliere qui quattro versioni, quella originale di Elvis, quella dei Queen (era uno dei cavalli di battaglia della band in live, in questo caso a Montreal nel 1981), l’altra dei ZZ Top, più hard/blues e l’ultima, quella più iconica, scatenata, straordinaria dal film The Blues Brothers con John Belushi e Dan Aykroyd per la regia di John Landis, del 1980. Una pellicola che ha fatto la storia di certo cinema da vedere e rivedere per tirarsi su il morale (dai su, tanto di tempo ne abbiamo…). Qui sotto, il testo originale per cantare a squarciagola… Buona reclusione a tutti.

The warden threw a party in the county jail.
The prison band was there and they began to wail.
The band was jumpin’ and the joint began to swing.
You should’ve heard those knocked out jailbirds sing.
Let’s rock, everybody, let’s rock.
Everybody in the whole cell block
was dancin’ to the Jailhouse Rock.
Spider Murphy played the tenor saxophone,
Little Joe was blowin’ on the slide trombone.
The drummer boy from Illinois went crash, boom, bang,
the whole rhythm section was the Purple Gang.
Let’s rock, everybody, let’s rock.
Everybody in the whole cell block
was dancin’ to the Jailhouse Rock.
Number forty-seven said to number three
“You’re the cutest jailbird I ever did see.
I sure would be delighted with your company,
come on and do the Jailhouse Rock with me.”
Let’s rock, everybody, let’s rock.
Everybody in the whole cell block
was dancin’ to the Jailhouse Rock.
The sad sack was a sittin’ on a block of stone
way over in the corner weepin’ all alone.
The warden said, “Hey, buddy, don’t you be no square.
If you can’t find a partner use a wooden chair.”
Let’s rock, everybody, let’s rock.
Everybody in the whole cell block
was dancin’ to the Jailhouse Rock.
Shifty Henry said to Bugs, “For Heaven’s sake,
no one’s lookin’, now’s our chance to make a break.”
Bugsy turned to Shifty and he said, “Nix nix,
I wanna stick around a while and get my kicks.”
Let’s rock, everybody, let’s rock.
Everybody in the whole cell block
was dancin’ to the Jailhouse Rock.

Breaknotes/ Donald Trump… “acquitted”

La notizia di questa mattina, oltre a Sanremo, alla febbre cinese, all’incidente ferroviario vicino a Lodi, costato la vita ai due macchinisti, e alla morte dell’ultracentenario Kirk Douglas, è l’assoluzione di Donald Trump. I repubblicani hanno salvato il loro collega di partito (e non poteva essere altrimenti…) dalle pesanti accuse che avevano portato la Camera dei Deputati a procedere con l’impeachment contro il 45esimo presidente degli Stati Uniti. Eccetto Mitt Romney, autorevole esponente del partito dell’Elefante, che, scindendo il proprio voto, ha dato ragione ai democratici “per l’abuso di potere”, mentre ha votato contro su “l’ostruzione al Congresso”.

Una commento in note? Considerata l’euforia, immaginatevi i senatori GOP impegnati in uno scatenato ballo con in mezzo The Donald, come nel film The Blues Brothers quando un invasato James Brown cantava e ballava The Old Landmark, inneggiando (in questo caso) al Signor… Presidente!

Let us all (All go back)
To the Old (Old landmark)
Let us all to the Old (All go back Old Landmark)
Let us stay in the service of the Lord
Jesus, ohh! (He’s my Lord, oh, my Lord)…

Breaknotes/ L’Inghilterra dice addio all’Unione Europea…

Il giorno del divorzio è arrivato. Da oggi, 31 gennaio, l’Inghilterra non farà più parte dell’Unione europea. La snervante attesa, dopo anni di tira e molla, Primi Ministri “bruciati” e una deputata laburista, Joe Cox, uccisa a colpi di pistola e coltello durante la campagna elettorale il 16 giugno 2016 (ricordata l’altro giorno dal presidente del parlamento europeo David Sassoli, durante l’approvazione dell’accordo di recesso del Regno Unito), s’è trasformata in realtà. La votazione nelle sale di Strasburgo è finita in musica, quella intonata dai deputati europei, Auld Lang Syne, conosciuta in Italia come il Valzer delle Candele, canzone scozzese con cui si saluta  tradizionalmente l’anno appena trascorso, o anche chi se ne va. 

In occasione della Brexit, mi ronzava in testa, invece, un refrain di vecchia data, quello di Dancing with the Moonlit Knight, dei Genesis dallo strepitoso album Selling England By The Pound (che si può tradurre con un Svendendo l’Inghilterra un tanto al chilo).

Uscito nel 1973, è considerato uno dei migliori, se non il più elegante, colto e raffinato, “manifesto” del Progressive Rock made in England. Neologismi praticamente impossibili da tradurre frutto della mente creativa di Peter Gabriel, melodie complesse, in sovrapposizione, tortuose, spettacolari, post psichedeliche, opera di Gabriel, Steve Hackett, Mike Rutherford, Tony Banks (tutti classe 1950) e Phil Collins (1951). Riascoltatelo, ne vale la pena…

Qui le prime tre strofe:

«Can you tell me where my country lies?»
said the Unifaun to his true love’s eyes.
«It lies with me!», cried the Queen of Maybe
– for her merchandise, he traded in his prize.

«Paper late!» cried a voice in the crowd.
«Old man dies!».
The note he left was signed ‘Old Father Thames’
– it seems he’s drowned;
Selling England by the pound.

Citizens of Hope & Glory,
Time goes by – it’s “the time of your life”
Easy now, sit you down.
Chewing through your Wimpey dreams,
they eat without a sound;
digesting england by the pound…

 

«Mi puoi dire dove si trova il mio paese?»
Chiese l’Unifaun (gioco di parole tra Uniform e Faun, ndr) al suo amore.
«È con me!» gridò la “Regina del Forse” (altro riferimento a una figura mitica della cultura inglese, la Regina di Maggio, che indica la primavera, ndr)
– per le sua merce ha scambiato il suo premio.

«Ultime notizie», urlò una voce tra la folla.
«Il Vecchio Uomo muore!».
Il promemoria che ha lasciato era firmato “Vecchio Padre Tamigi”
pare sia annegato;
Svendendo l’Inghilterra un tanto al chilo.

Cittadini di Speranza e Gloria (sono i sudditi inglesi, ndr)
Il tempo passa – ed è il “periodo delle vostre vite”
Tranquilli, sedetevi.
Masticando completamente il vostro sogno Wimpey (era una catena di fast food inglese, al tempo, simbolo di massificazione, ndr)
Mangiano senza far rumore;
Mentre l’Inghilterra viene digerita un tanto al chilo…