Nascono i Trifecta con un disco composto da… Fragments

Oggi vi propongo un disco insolito, per come è nato. Il gruppo è composto da tre musicisti, tre grandi musicisti, che hanno deciso di chiamarsi Trifecta (che tradotto suona più o meno come tripletta). Il nome della band, però non è così importante. Interessante è come si siano trovati a suonare un genere che definire “fusion” sarebbe riduttivo, e che richiede delle abilità particolari che appartengono solo a pochi. I tre signori in questioni sono, nel rigoroso ordine alfabetico, gli inglesi Nick Beggs, Craig Blundell e l’americano Adam Holzman. Rispettivamente, basso, batteria e tastiere. Fanno tutti parte della band di Steven Wilson, il leader dei mitici Porcupine Tree, band prog-sperimentale inglese attiva fino a una decina di anni fa.

Torniamo a Nick, Craig e Adam. Nel backstage o a fine prove con la band di Wilson rimanevano ancora a suonare. Definivano i loro incontri “jazz club”, suonavano e basta. Questo era l’importante, mettere a disposizione uno dell’altro le loro grandi doti; sono universalmente riconosciuti tra i più dotati musicisti prog nel loro strumento di competenza. Questi incontri, che definirei divertissement, più altri pezzi messi a punto negli studi privati dei tre sono i brani che compongono il loro primo album, chiamato Fragments (uscito lo scorso 6 agosto). Frammenti di musica, difficile, potente visionaria, dove c’è sempre posto per le finezze artistiche dei tre. Ecco, dunque, i synt di Holzman che diventano all’occasione organi pipe o pianoforti o trombe o chitarre in assoli fluidi, cambi di direzione improvvisi, sostenuti dal basso di Beggs che infioretta giri assurdi seguendo la complessa trama persuasiva di Blundell.

Nel brano di apertura, Cleane Up On Aisle Five si passa da un rock prog che ricorda i primi Genesis, agli assoli stridenti di tastiere degli ELP (Emerson, Lake & Palmer), per poi proseguire in improvvisi segmenti jazz che, che magari sfociano in un funk in perenne mutazione. Ascoltateli, potenti, mai banali, mai ripetitivi, un dialogo a tre, incredibilmente perfetto, senza sbavature, brillante e catartico. L’indiavolato inizio di Auntie fa capire che Craig Blundell vuole invitare i due colleghi ad alzare il livello di difficoltà e, dunque, di divertimento. Holzman corre sui tasti, crea fraseggi, da aulico diventa minimal.

In Have You Seen what The Neighbours Are Doing? Tocca al basso di Beggs aprire per poi lasciare mano libera all’improvvisazione di Holzman. Il brano, come ha spiegato lo stesso bassista, è stato scritto dopo aver ascoltata una canzone degli Ween, gruppo rock sperimentale americano degli anni Ottanta, intitolata So Many People In The Neighbourood. «Ci è piaciuta così tanto che abbiamo deciso di dare la nostra risposta».

Chiudo con l’unico brano cantato, da Beggs. Il titolo la dice lunga sulla nascita di Fragments: Pavolov’s Dog Killed Schrodinger’s Cat, un pezzo rock con un video che ha animato lo stesso Beggs. L’attacco è mitico: Hey Mr. Hardon Collider… Hardon Collider, umanizzato, è l’acceleratore di particelle che sta al Cern di Ginevra…

Hey Mr. Hadron Collider
Tell me what’s the big deal?
Seems the world’s going crazy
For some science appeal
But those guys in the lab coats
They better recheck their stats
Pavlov’s dog killed Schrodinger’s cat
I’ve got some time on my hands
But it doesn’t exist
Seems God threw me a curved ball
That I’ve duly missed
Well those guys in the white coats
They don’t know where it’s at
Pavlov’s dog killed Schrodinger’s cat
Wrestled to the ground by your quantum theory
I’ve listened to you talk til my eyes grew weary
I’m propping up my head while you check the data
If it’s all the same to you I’ll just call you later
Light is a wave
Light is as particle
I’ve listened to you talk til my eyes grew weary
Wrestled to the ground by your quantum theory

Charlie Watts, addio al batterista dei Rolling Stones

La notizia è arrivata poche ore fa. Tra i primi, il New York Times ha lanciato la breaking news che, ci scommetto, ha fatto sobbalzare in tanti. Eh già, se ne va, a 80 anni, il primo dei Rolling Stones nella formazione che abbiamo conosciuto negli ultimi sessant’anni, escludendo Brian Jones, ovviamente.

La notizia, come ovvio, si sta ripercuotendo nel web da giornale a giornale. Tutti concordi nel sostenere che Watts sia stato uno dei grandi batteristi della sua generazione. Sentirete dire che aveva una doppia vista musicale, quella rock e l’altra, di gran lunga preferita, del jazz, genere amato dall’artista. Certo Watts adorava il jazz e le sue costruzioni, ma suonava il rock e dietro la batteria ha contribuito a farne la storia con una band leggendaria.

E veniamo dritti al punto: la morte di Watts colpisce, e molto, perché era uno dei Rolling Stones, band che sembrava intoccabile, dei Re Mida del Rock, immortali, sempre sul palco ad accumulare pubblici oceanici, fama e fortune. Con Watts se ne va una parte sostanziosa della musica del secondo Novecento e di questo terzo millennio, a prescindere dalla bravura del musicista in questione.

Si chiude un’epoca, e l’elegante signore, preciso come un metronomo, impassibile, apparentemente un cubo di ghiaccio prestato al Rock, è più di un batterista, il simbolo di quella musica e di quegli anni dove è nato un pezzo importante della storia di tutti noi. Doveva entrare con il resto della band alle prove che avrebbero dovuto iniziare tra 15 giorni. Ma il ricovero all’ospedale, l’operazione (a ora non specificata) da cui sembrava uscito bene e l’improvviso declino, hanno cancellato di colpo l’aura di una band che ne ha passate tante in sessant’anni di musica insieme, che sembrava vivere di luce propria. Non c’era nulla di umano nei “vecchietti del rock”, sempre lì sul palco, con la stessa grinta e la stessa voglia di stupire il pubblico.

La scomparsa di Charlie Watts ci ha mostrato la fragilità degli idoli, anche se resteranno sempre immortali nei cuori di ciascuno di noi. Il Rock piange uno dei suoi signori più importanti. Niente sarà più come prima per l’immarcescibile band British. E nemmeno per noi che li ascolteremo ancora. Con la nostalgia di quell’imperturbabile batterista, precisino, impassibile, nonostante il trascorrere degli anni, apparentemente defilato ma determinante nel sound di uno dei gruppi più longevi della storia della musica ancora in attività. Vi lascio con Slave da Tattoo You, disco che compie i 40 anni proprio oggi. Sarà un caso? Il dio del Rock ci vede benissimo? Probabile. Il mio omaggio al vecchio Charlie. Rip…

Estate in musica: Siena Jazz incontra Avishai Cohen e Shai Maestro

Il giorno dopo la vittoria italiana agli Europei di calcio e la notizia che questo successo potrà portare un beneficio al nostro Pil di ben 12 miliardi di euro, mi sento più ottimista! A proposito di Pil e periodo nero per la categoria artisti, sto sfogliando i tantissimi festival di musica che stanno ripopolando i palchi da nord a sud del nostro Paese. Tra Umbria Jazz, Pistoia Blues (che terminerà questa settimana), l’Estate al Maxxi di Roma, l’Estate Sforzesca e La Milanesiana, a Milano, c’è un festival di cui voglio parlarvi. Ed è quello che inizierà il prossimo 24 luglio a Siena (fino al 7 agosto).

Torno a una delle mie passioni, la musica jazz, anche perché tra gli artisti che saliranno sul palco ce ne sono due che ascolto spesso, il trombettista Avishai Cohendi cui vi ho parlato un anno fa, e il pianista Shai Maestro (ascoltatevi Human, uscito nel gennaio di quest’anno, suonato con il suo connazionale Ofri Nehemya alla batteria, il bassista peruviano Jorge Roeder e il trombesttista americano Philip Dizack). Quello di Siena Jazz, a dire il vero, non è propriamente un festival, ma una serie di appuntamenti musicali che contribuiscono ad affiancare la 51esima edizione dei Seminari Internazionali Estivi. Studio e divertimento per i partecipanti, occasioni ghiotte per gli amanti del genere.

Chi organizza il tutto è Siena Jazz – Accademia Nazionale del Jazz, associazione attiva dal 1977 che si propone la divulgazione, la valorizzazione e lo studio della musica jazz. Ha la sua sede nella Fortezza Medicea con 21 aule di insegnamento e un archivio sonoro, una biblioteca e un laboratorio incredibili che compongono il Centro Nazionale Studi sul Jazz, dedicato ad Arrigo Polillo, storico co-fondatore, caporedattore e, quindi, direttore della rivista Musica Jazz. Da pochi giorni il sito Internet del Centro è stato completamente ridisegnato, diventando a tutti gli effetti un vero e proprio portale della musica jazz. Qui potete trovare tutto quello che volete sul jazz, dagli artisti (con un occhio attento soprattutto al genere italiano), alle pubblicazioni, a una formidabile videoteca.

Rientro nella notizia: il 26 luglio vi consiglio, dunque, uno di quei concerti dove è d’obbligo andarci: il Quintetto Siena Jazz Masters, composto per l’occasione dall’israeliano Avishai Cohen alla tromba, dal connazionale Shai Maestro al piano, dal sassofonista portoricano Miguel Zenón il bassista neozelandese Matt Penman e il batterista newyorkese Nasheet Waits.

Ci sono anche altri formidabili artisti da ascoltare in queste sessioni “Jazz Masters”: dal chitarrista Gilad Hekselmann, al performer Michael Mayo, al cantante e compositore tedesco Theo Bleckmann, ai nostri Stefano Battaglia, Paolino Dalla Porta, Fabrizio Sferra, Francesco Diodati

Tutto il programma, ovviamente, è disponibile sul sito di Siena Jazz

Tre dischi Blues per il primo, torrido weekend

In nemmeno un mese sono usciti tre album blues che hanno catturato la mia attenzione. Un bel modo per dire che ce li ho praticamente sempre in cuffia! Soprattutto uno, il primo, firmato da Oliver Wood: capirete il perché una volta ascoltato. Prevale il roots, la musica densa di pathos. Poi c’è un gradito ritorno, quello dei The Black Keys, fulminati sulla via del Delta. Infine un disco giocoso dove, oltre al blues nelle sue varie forme c’è anche una buona dose di Rock punteggiato da rockabilly, hard rock, surfy, firmato da Billy F. Gibbons, chitarra e voce dei mitici ZZ Top

1 – Always Smilin’ – Oliver Wood

Come successo anche per Gibbons, Woods, bloccato dal Covid con la sua band i The Wood Brothers, s’è chiuso in casa e ha tirato fuori brani che aveva riscritto o rielaborato nel tempo, dandogli forma e sostanza per un album, divertendosi a suonare con i suoi amici. Potrei definirlo un lavoro solare, grazie anche all’intervento di musicisti del calibro del tastierista Phil Madeira, delle voci di Susan Tedeschi e Freda McCrary, di John Medeski all’Hammond, del polistrumentista Phil Cook. Il titolo del disco, Always Smilin’, Wood lo ha ricavato dal primo verso della prima canzone, Kindness: I know a man and he’s always smilin’… Tra i brani che ascolto di più, oltre al lento tutto chitarre slide Came from Nothing, c’è The Battle is Over (But the War Goes On), con un’armonica a bocca che ricama sopra un basso essenziale, una chitarra sincopata, batteria e voci. Wood ha cercato di mantenere l’essenza di quello che era il brano originale, una canzone di protesta uscita nel 1973 composta dal formidabile duo Sonny Terry & Brownie McGhee. E così si snocciola una narrazione che passa dalla spensierata Face of Reason a Soul of This Town, tipico sound di New Orleans, al gospel-blues Climbing High Mountains (Tryin’ to Get Home) – c’è una versione soul-gospel strepitosa di Aretha Franklin – con una chitarra elettrica che scandisce il gospel, diciamo una versione “laica” rispetto a quella di Aretha… Proprio un bel gran disco!

2 – Delta Kream – The Black Keys

Un omaggio alla musica che amano e dalla quale provengono. Dan Auerbach e Patrick Carney, i The Black Keys, hanno deciso di rivedere pezzi storici del Blues, brani di mostri sacri del genere, come il sommo R. L. Burnside (a proposito, il 25 giugno uscirà un disco che si preannuncia molto interessante del nipote del bluesman, Cedric Burnside, I Be Trying, ci ritorneremo…), di Junior Kimbrough o di Fred “Mississippi” McDowell, trasformandole in brani con chiare tendenze rock. Il risultato è un disco da ascoltare, non certo un capolavoro, ma un onesto omaggio ai loro autori e brani preferiti, impreziosito dalla chitarra slide (onnipresente) di Kenny Brown e dal basso di Eric Deaton. Molti si sono domandati se fare un disco con brani capisaldi del Blues non fosse un po’ troppo pretenzioso, visto che, ad esempio, per Poor Boy a Long Way From Home di Burnside, ci sono versioni strepitose, una per tutte quella di Howlin’ Wolf, come ha fatto notare Rolling Stone Usa. I due – diventati per l’occasione quattro – ci sanno fare. È il loro punto di vista, la loro interpretazione, il loro omaggio. Ed è per questo che vanno presi e ascoltati. Anche perché, ripeto, il lavoro “di fino” che fa Kenny Brown merita da solo l’acquisto dell’album: basti ascoltare Going Down South: il chitarrista con bottleneck all’anulare viaggia in perfetta sintonia con la voce sottile di Dan Auerbach. Musica da strada, sotto il sole, dovunque voi siate…

3 – Hardware – Billy F Gibbons

E andiamo al gran finale per un disco uscito il 4 giugno. Billy F Gibbons, frontman, chitarra e voce dei ZZ Top, nell’anno del Covid, privo delle tournée con i suoi sodali, s’è dedicato alla composizione di un disco che rasenta il blues, ma che sviluppa tutto il rock possibile, quello a cui il chitarrista con doppio cappello è abituato a fare con gli ZZ Top. Molti si son chiesti del perché Gibbons non abbia coinvolto il resto della band, visto che è un disco tagliato per gli ZZ Top. Dopo un percorso solista che negli ultimi anni lo ha visto pubblicare altri due album, Perfectamundo (2015) con un “indirizzo” latino e The Big Bad Blues (2018) tutto girato sulle blue note, con Hardware, ha voluto continuare le sue escursioni musicali. Assieme al batterista, Matt Sorum, e al chitarrista e bassista Austin Hanks, ha deciso di giocare sporco, nella miglior accezione. Un rock ruvido, distorto, urlato con la sua voce roca. Brani ripetitivi, potreste osservare. Lo condivido. Però l’anima e la forza che Mr. Gibbons ci ha messo equivale a una ricarica veloce di un powerbank per chi si sente privo di energia. Via, dunque, con My Lucky Card, per proseguire con un’accelerata She’s On Fire. Un crescendo di bassi martellanti, tamburi accelerati e assoli ringhiosi, fino a Stackin’ Bones, quest’ultima con il contributo delle sorelle blues Rebecca e Megan Lovell dei Larkin Poe, e S-G-L-M-B-B-R (coerente!)… Energia pura, nessun volo pindarico, ma passate le 70 primavere il buon Billy, oltre a collezionare vecchie auto che customizza, si può permettere questo e altro! 

Bob Dylan, compie 80 anni… Crossing The Rubicon

C’era da aspettarselo: gli 80 anni di vita di Bob Dylan, o meglio, di Robert Allen Zimmerman, che cadono proprio oggi, il 24 maggio, fanno discutere e non poco.

Se vi fate un giro nella grande rete, vedrete come, dagli Stati Uniti all’Australia, dalla Gran Bretagna all’Italia, fino al Sudafrica e al Brasile giornali, siti, radio e televisioni hanno iniziato da giorni a ricordare questa data. Lo fanno in modo celebrativo, reverenziale, con i migliori successi di Bob, le cose che non sapevate di Bob, il significato religioso di Bob, le crisi esistenziali di Bob. Alcuni – pochi a dire il vero – se ne escono con un Dylan sopravvalutato, altri puntano sul significato letterario della sua notevole produzione.

Tutto lecito, ovviamente, Bob Dylan è Bob Dylan. La sua inconfondibile voce nasale ha scandito generazioni di ascolti. Può piacere o meno ma sta di fatto che tutti noi, almeno una volta nella vita, ci siamo imbattuti in una sua canzone.

Dal secondo semestre del 2016, nello stesso anno in cui l’artista è stato insignito del Nobel per la Letteratura, l’Università di Tulsa in Oklahoma ha avviato un corso di laurea in lingua inglese con lezioni mirate su Bob Dylan, sui testi delle sue canzoni. L’università ha ereditato anche un grande archivio sul musicista che diventerà, il prossimo anno, un museo. Il 21 aprile scorso è apparso in libreria The World of Bob Dylan, curato da Sean Latham, il professore che dirige il corso a Tulsa, e pubblicato dall’università di Cambridge: si tratta di una raccolta di 28 saggi di docenti della più diversa estrazione, esperti di filologia, musica, arte, storia, libro che è andato bruciato in due settimane.

Ciò che nessuno può obiettare, osservando i tanti periodi dylaniani e predylaniani, è che l’artista e l’uomo si sono sempre messi in gioco. I cambiamenti, le trasformazioni nella vita di Dylan sono stati tanti, da quelli spirituali a quelli musicali. Di fatto, che piaccia o meno, il menestrello del Minnesota ha perfezionato un genere di musica “Americana” che ha fatto scuola e indirizzato centinaia di musicisti o aspiranti tali.

Molti suoi brani sono stati reinterpretati, moltiplicandone la fama e il successo, altrettanti artisti, a partire dai Beatles (Macca ha dichiarato che fosse stato proprio Bob ha i iniziare i Fab Four all’uso di marijuana) a Bono degli U2, a Bruce Springsteen, lo considerano un faro. Dylan assieme a George Harrison, Tom Petty, Jeff Lynne, Roy Orbison, negli anni Ottanta ha dato vita a uno dei primi supergruppi, i The Traveling Wilburys, dove ognuno dei componenti aveva lasciato il proprio ego e nome per assumerne un altro. Lui era diventato Lucky Wilbury.

Ottant’anni sono un grande traguardo, fa notare Mark Bannerman dell’australiana ABC News. E come dargli torto. Un musicista che ha venduto oltre 120milioni di dischi, che ha una parallela  e fortunata vita di pittore e scultore, che ha ceduto i diritti delle sue canzoni, 600 brani, alla casa discografica Universal per 300 milioni di dollari, cosa può volere di più? E qui sta la forza dell’uomo. Con gli 80 non si chiude una fase della vita ma se ne apre un’altra. Chissà cosa tirerà fuori ancora, ma statene certi, che lo farà.

Delle più vite in cui si è reincarnato Robert Zimmerman, quella di Bob Dylan è la più longeva. Zimmerman lo ha alimentato e lo alimenta ancora. Dylan è un personaggio che s’è creato agli inizi dei Sessanta, Zimmerman è diventato legalmente Dylan, ed è quello che gli ha dato più soddisfazioni. Sa benissimo – e anche noi ne siamo consapevoli – però, che Bob Dylan a un certo punto finirà quando se ne andrà Robert Zimmerman (con tutti i debiti scongiuri e un augurio di lunga vita!).

Considerazioni che inevitabilmente si legano all’ultimo disco che l’artista ha pubblicato lo scorso anno, Rough and Roudy Ways, con quella lunghissima e ipnotica – 16 minuti e 44 secondi – Murder Most Foul, rilettura della storia americana attraverso l’assassinio di John F. Kennedy, o con False Prophet: «I ain’t no false prophet/No, I’m nobody’s bride/Can’t remember, when I was born/And I forgot when I died…», o Crossing The Rubicon: «I cannot redeem the time/The time so idly spent/How much longer can it last?/How long can it go on?/I embrace my love, put down my hair/And I crossed the Rubicon…».

Considerazioni sulla vita, su ciò che si è – e non si è – diventati. Prendere o lasciare. Robert Allen Zimmerman/Bob Dylan è così. Ed è per questo che lo ascoltiamo ancora…

In ricordo di Franco Battiato (e della sua arte)

Non amo scrivere i coccodrilli, ricordare artisti nel giorno della loro scomparsa. Ma un’eccezione per Franco Battiato è doverosa ed essenziale. Non per ricordare la vita dell’uomo e dell’artista, ma per pensare all’eredità artistica che il musicista siciliano ha lasciato.

Era il 1974, avevo 13 anni e muovevo i miei primi passi tra vinili, band e musica. Ricordo che nel negozio principale del mio paese, che vendeva un po’ di tutto, c’era anche un raccoglitore confuso, non catalogato in ordine alfabetico, pieno di vinili. Lì, c’era sempre un mondo che mi aspettava. Avevo puntato i Queen, Sheer Heart Attack, disco che conteneva Killer Queen, ma anche l’immaginifico Houses of The Holy, uscito l’anno prima, dei Led Zeppelin. Tra questi, Nicola Di Bari e Lucio Dalla c’erano anche tre copertine che avevano attirato l’attenzione mia e dei miei “colleghi” di scorribande musicali.

Pollution, Fetus e Sulle corde di Aries. Quella musica andava fuori dai canoni della mia primordiale conoscenza e gusto musicale. Ricordo di averli ascoltati e riascoltati, con amici un po’ più grandi di me che si piccavano di farmi capire il nuovo, la musica impegnata, la sperimentazione. Ammetto che le chitarre di May e Page erano più nelle mie corde invece dei synt, gli accenti di musica classica, il prog melodico che l’allora giovane Battiato proponeva, indicando la strada che avrebbe poi intrapreso nella sua lunga carriera.

Quegli LP li ho rivalutati dopo, crescendo, appassionandomi a quel mondo di musicisti che non seguivano il successo per il successo ma si arrampicavano lungo un sentiero tutto in salita, mettendosi sempre in gioco, credendo fermamente nella loro creatività. Accanto a lui c’è stato per anni il maestro Giusto Pio, che, da buon trevigiano, conoscevo come uno dei grandi personaggi della Marca. A Castelfranco Veneto, dove era nato (e dove morì nel 2017), tutti lo associavano a Franco Battiato. Per noi che abbiamo vissuto l’adolescenza in quell’angolo d’Italia, nei Settanta, e la gioventù, negli Ottanta, erano un punto di riferimento. Pio e Battiato erano la musica intelligente, la ricerca di qualcosa di nuovo in quegli anni dove tutto cambiava alla velocità della luce. Ricordo quando Battiato venne ai funerali dell’amico Pio nel Duomo di Castelfranco. Quel venerdì di febbraio, uno dei fili della mia giovinezza s’è spezzato.

L’inquietudine della ricerca dovrebbe essere per un artista un naturale istinto. Però, non appartiene a tutti, inclusi anche quelli più famosi. Chi ce l’ha, ha quella marcia in più, quell’osare con le note mondi fantastici, quel contaminarsi superando i generi: non più classica, jazz, pop, rock, worldmusic ma un’unico mondo dove tutto si mescola e convive, con gioia e sofferenza, allegria e tristezza. Questo per me è stato Franco Battiato, l’artista che era stato folgorato da Stockhausen. E anche dai dervisci, dalla musica araba e dalle nenie popolari…

Chiudo qui. Con il testo di una delle sue canzoni più intense, E ti vengo a cercare, dall’album Fisiognomica (1988):

E ti vengo a cercare
Anche solo per vederti o parlare
Perché ho bisogno della tua presenza
Per capire meglio la mia essenza.
Questo sentimento popolare
Nasce da meccaniche divine
Un rapimento mistico e sensuale
Mi imprigiona a te.

Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri
Non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
Fare come un eremita
Che rinuncia a sé.
E ti vengo a cercare
Con la scusa di doverti parlare
Perché mi piace ciò che pensi e che dici
Perché in te vedo le mie radici.

Questo secolo oramai alla fine
Saturo di parassiti senza dignità
Mi spinge solo ad essere migliore
Con più volontà.
Emanciparmi dall’incubo delle passioni
Cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male
Essere un’immagine divina
Di questa realtà.
E ti vengo a cercare
Perché sto bene con te
Perché ho bisogno della tua presenza.

“Spotify is Surveillance”: dal disco alla realtà

Ormai lo abbiamo capito: tutto questo “benessere” tecnologico che ci è piovuto dal cielo come la biblica manna, dobbiamo pagarlo in qualche modo. Il prezzo è elevato: vendiamo noi stessi. Ne siamo più o meno consapevoli, un meretricio voluto per giustificare le nostre comodità ma anche – e soprattutto – il nostro ego. Siamo disposti – spesso con leggerezza – a vendere la nostra privacy in cambio di like, sorrisi, condivisioni… il quarto d’ora di celebrità dibattuto da Wharol, lo possono vivere – o credere di averlo vissuto – tutti.

In questo mercato che le aziende tecnologiche considerano il nuovo Eldorado, non poteva certo mancare la musica. E arrivo al punto: il 4 maggio scorso oltre 180 artisti più una settantina di organizzazioni a tutela del consumatore e dei diritti umani, tra queste anche Amnesty International, Fight For The Future, il Center for Digital Democracy, Mozilla Foundation, hanno inviato una lettera a Daniel Ek, Co-founder e Ceo di Spotify con la quale chiedono conto di un nuovo algoritmo che l’azienda avrebbe intenzione di usare per rilevare «emotional state, gender, age or accent» come si legge nel testo, così da raccomandare in modo sempre più mirato la musica ai milioni di iscritti alla famosa app di musica. La lettera è diventata anche una petizione: chi volesse firmarla, può andare a questo link.

Spotify, pur ammettendo studi per migliorare l’esperienza musicale dei suoi iscritti, ha fatto sapere che non intende applicare questo nuovo sofisticato sistema, ma… sta di fatto che questo algoritmo esiste e ha destato non poche preoccupazioni tra i musicisti e le associazioni per i diritti umani. Un sistema che permetterebbe all’app svedese di ascoltare la voce, le inflessioni, il genere, la razza e con tutti questi dati presi sul campo, centrare i gusti musicali in maniera sicura ma anche aumentare di conseguenza il proprio fatturato.

In sostanza i vari Tom Morello, chitarrista dei Rage Against The Machine, Laura Jane Grace, Downtown Boys, Evan Greer (che ha appena pubblicato un album dal titolo significativo: Spotify is Surveillance, ascoltate The Tyranny of Either/Or ed è vicepresidente della già citata Fight For The Future, la più radicale tra le associazioni americane per i diritti digitali), Ted Leo, Sadie Dupuis, DIIV, Talib Kweli, The Blow, chiedono che Spotify non applichi questo nuovo sistema di controllo e si impegni a non concedere in licenza, vendere o monetizzare mai questa tecnologia.

Le preoccupazioni contenute in questa lettera sono elencate con chiarezza: innanzitutto c’è il rischio di una manipolazione delle emozioni: monitorare lo stato emozionale e consigliare, in base a questo i brani più adatti all’ascoltatore, pone la società in netto predominio rispetto al cliente “spiato”. Altro grande rischio: che si instauri un fattore discriminatorio, soprattutto verso le identità di genere non binarie e di tutti coloro che non si inquadrano negli stereotipi di genere. È anche invasivo dedurre i gusti musicali di qualcuno, si spiega sempre nella lettera, in base alle inflessioni del linguaggio, rischiando di ricadere in stereotipi razzisti.

Per non parlare della violazione della privacy: questo sistema dovrebbe registrare e monitorare tutte le informazioni ascoltate, “metadati ambientali” che potrebbero anche informare Spotify della presenza di altre persone, ignare che la app li stia ascoltando, invadendo di fatto il loro diritto di riservatezza.

Altro punto critico rilevato: il data security: siamo sicuri che i dati acquisiti saranno immuni dagli attacchi di hacker senza scrupoli?

Ultima preoccupazione, non meno importante e più “tecnica”: gli artisti firmatari temono che l’uso di questo sistema possa aumentare le profonde disuguaglianze già presenti nell’industria della musica. In poche parole, si verrebbero a creare evidenti disparità tra artisti. «La musica dovrebbe essere il frutto di una connessione tra gli esseri umani, non favorire il profitto attraverso una massimizzazione dell’algoritmo», sostengono i firmatari.

Tutti ragionamenti legittimi. Il problema è che la tecnologia non la puoi fermare, ma, questo sì, si possono piantare dei paletti, limiti da non oltrepassare mai.

La mia è una personale lotta quotidiana contro gli algoritmi. Seguo varie app di streaming musicali per lavoro e finisco sempre con l’incazzarmi e cercare di avere la meglio sulle loro sempre più evolute tecnologie. Non voglio che le app mi suggeriscano la musica da ascoltare, voglio cercare, mettere in cuffia autori e generi diversi, avere quel sottile piacere di stupirmi di un artista o di un brano perché l’ho scoperto, non perché un algoritmo me lo ha freddamente indicato (e imposto).

Il piacere della conoscenza ci viene privato ogni giorno, ed è un ossimoro, visto che la rete ci mette a disposizione praticamente tutto. Ma il tutto rischia di rimanere un muro invalicabile, e coloro che, per profitto, recitano la parte “del gatto e della volpe” seducendo noi ignari Pinocchi, invitandoci a seguire strade dettate da un’intelligenza artificiale e offrendoci un presunto, spettacolare, incredibile continente da esplorare, finiamo per essere relegati in piccoli ghetti, dove uscirne è difficilissimo.

Pretendo e reclamo la mia libertà di ascoltare tutto, anche la musica che non mi piace; non voglio che sia qualcuno che mi dica, dandomi con sufficienza una pacca sulla spalla: “dammi retta amico, questa è quella che fa per te”. È una libertà che pretendo e che difendo ogni giorno, nel mio piccolo, piccolissimo mondo. E certo, i firmatari della lettera hanno ragioni da vendere: la musica è condivisione, un patrimonio di tutti, a cui tutti possono attingere, ovviamente pagando il giusto.

Solidarietà: rockband e biciclette per aiutare i tecnici dei live

C’è una bella iniziativa che vale la pena segnalare in questo anno di crisi e di mancati concerti live. Un settore in ginocchio, ce lo siamo detti più volte, dove gli aiuti da parte dei governi sono stati da carenti a mediocri. Per cercare di aiutare chi i live li fa, al di là degli artisti, e sto parlando delle maestranze della musica, come sono intervenuto più volte in questo blog (vedi uno dei post pubblicati sull’argomento nel giugno dello scorso anno) alcuni gruppi storici, rockstar, si sono uniti in un progetto piuttosto creativo: usare le biciclette per aiutare fonici, addetti alle luci, palchisti…

I Foo Fighters di Dave Grohl, i Radiohead di Thom Yorke ed Ed O’Brian, Phoebe Bridgers, gli LCD Soundsystem, i Khruangbin, Enrique Iglesias, Nathan East (bassista che ha suonato anche nei Toto), i Dinosaur Jr,  gli inglesi Oh Wonder, gli Underworld, i Rise Against, Neko Case, la casa discografica Sub Pop Records hanno stretto un accordo con la Brompton Bicycle Ltd, produttrice delle famose (e costose) biciclette pieghevoli (quelle con le ruote piccole very London style, per intenderci), per customizzarle e poi offrirle per un’asta benefica gestita da Greenhouse Auctions per conto di Crew Nation, società per la raccolta fondi per i lavoratori della musica istituita da Live Nation, il colosso della musica live.

Il giorno dell’asta è fissato per il 28 maggio. Come si legge sul sito dedicato di Brompton, si tratta di 13 modelli unici, progettati dalle band e dagli artisti che hanno aderito. Tutte hanno chiari riferimenti ai musicisti in questione, ad esempio, per i Radiohead s’è ricorso ai lavori di Stanley Donwood, artista che ha lavorato per la band di Yorke sin dagli anni Novanta. Per i Dinosaur Jr, J Mascis, il leader della band, ha preferito puntare sul colore del gruppo, il viola, arricchito da fiori.

Un modo per aiutare – e penso, ringraziare – i tecnici che aiutano da sempre i musicisti e le band a realizzare spettacoli perfetti.

Nuove uscite: Arooj Aftab pubblica “Vulture Prince”

Ultimamente sto ascoltando molta musica di artisti nordafricani, indiani, pachistani. Dal tunisino Dahfer Youssef all’indiano Zakir Hussain, al turco Ozan Ata Canani. C’è qualcosa di ancestrale che li lega, una musica completamente diversa dai nostri canoni occidentali, intrigante, ipnotica, profonda, anche se Youssef e Hussain si esibiscono nei palchi di tutto il mondo con musicisti occidentali, soprattutto jazzisti, attratti da territori sconosciuti e sconfinati.

Tra questi c’è anche una musicista che ha appena pubblicato il suo terzo album, Vulture Prince (il 23 aprile). Si chiama Arooj Aftab, viene da Lahore, Pakistan, dove ha vissuto fino ai 19 anni, quindi si è trasferita con la famiglia negli Stati Uniti, dove ha frequentato il Berklee College of Music, e ora fa base a New York, Brooklyn.

La sua voce ti inchioda, la sua musica, contaminata da jazz, ritmi afrocubani, dal samba e, ovviamente dalle melodie tradizionali del suo Paese d’origine, è la dimostrazione di come le culture si possano fondere armoniosamente e far nascere qualcosa di nuovo e importante.

Dopo Bird Under Water, primo disco uscito nel 2014 – ascoltate la ninnananna Lullaby – Sirene Islands, del 2018, quattro brani per 48 minuti e 15 secondi di ascolto, pura elettronica, musica meditativa – qui Ovid’s Metamorphoses – ecco Vulture Prince.

Arroj Aftab – Frame da “Diya Hai”

Un disco che doveva essere la naturale continuazione del precedente Sirene Islands, con un ritorno, però, all’uso di strumenti quali la chitarra, l’arpa, i violini, nella quasi totale assenza di percussioni, un forte richiamo alla musica urdu, un neo-sufi con influenze jazz, folk, persino reggae. Il tutto suona non come una semplice contaminazione di generi, ma con uno studio attento e rispettoso della musica da cui Arooj ha attinto.

Doveva essere anche un disco più “sostenuto”, come lei stessa ha avuto modo di spiegare in un’intervista a NPR, emittente radiofonica americana, con iniezioni di Afrobeat, poi, una tragedia familiare, la morte di Maher, il fratello più giovane a cui era molto unita, l’ha portata a fare scelte più rispettose del lutto che si era imposta.

Ne è nato un lavoro di grandi emozioni, che vi consiglio vivamente. Da Diya Hay, brano per lei significativo, perché è l’ultima canzone che ha cantato al fratello, registrato con la brasiliana Badi Assan, alla sua personale versione del Mohabbat, un ghazal, ovvero un poema tradizionale (famosissimo), che parla d’amore, ma anche di dolore per la perdita della persona amata, fino a Last Night, il testo è un poema di Rumi, il grande poeta persiano vissuto nel Duecento, che lei ha messo in musica (reggae) nel 2010 e che ha deciso di incidere in questo disco.

Se vi ho incuriosito, vi raccomando tutti e tre i dischi pubblicati da Arroj Aftab. Non ne resterete delusi, anzi! Buon ascolto…

I The Smiths son tornati. Grazie ai Simpsons!

Frame da “Panic on the streets of Springfield”

È da domenica scorsa che la notizia sta tenendo banco sulle riviste specializzate e sui quotidiani. Francamente esagerata. È uno scontro, verbalmente piuttosto violento, tra I Simpsons, i protagonisti di uno dei comics più fortunati della televisione disegnati da Matt Groening, e Morissey, frontman dei mitici The Smiths.

La vicenda è ormai nota a tutti: domenica 18 aprile va in onda una puntata della yellow family intitolata Panic on the streets of Springfield, dove la piccola Lisa dialoga con un amico immaginario, tal Quilloughby, leader degli Snuffs, gruppo anni Ottanta, la cui voce è stata prestata dall’attore Benedict Cumberbatch. Quando l’amico immaginario svanisce, questo si trasforma in un mostro, un mangiatore bulimico di carne che canta le peggiori teorie della destra americana contro immigrati e diversi…

Frame da “Panic on the streets of Springfield”

I riferimenti a Morissey e agli Smiths sono più che sostanziosi, nonostante la debole difesa degli autori della serie, a partire dal titolo Panic on the streets of Springfield: Panic è uno dei brani più famosi della band di Manchester, che attacca proprio con Panic on the streets of London, dall’album The World Won’t Listen del 1986. Anche il ciuffo di Quilloughby ricorda quello di Morissey come il poster di Oscar Wilde alla parete (uno degli autori preferiti e maggiormente studiati dall’artista al punto da identificarvisi in pieno). Continuando nelle similitudini, pure i titoli della canzoni sono una parodia di quegli degli Smiths, vedi Hamburger Homicide che ricorda tanto Meat is Murder, album e brano title track pubblicati nel 1985, diventato un inno per tutti i vegetariani del mondo e una condanna contro i maltrattamenti e le sofferenze degli animali da macello.

Le posizioni fortemente dissonanti degli ultimi anni dell’artista sessantunenne hanno corroso non poco la sua immagine, tanto che, senza troppe preoccupazioni, da autore che ha saputo cantare le contraddizioni di una società, quella degli anni Ottanta, in ogni sua piega e anfratto, con testi particolarmente significativi e una musica ripresa dalla future generazioni, il complicato Morissey s’è beccato l’accusa di xenofobia per certe sue prese di posizioni sulle razze e per un avvicinamento a For Britain, partito di estrema destra inglese. L’empatia dei fan nei confronti di Morissey e degli Smiths s’è trasformata per lo più in una tiepida riconoscenza. Non sono pochi gli amici che mi dicono: «Morissey era uno dei miei miti, ma ora non lo capiamo più, s’è divorato il cervello, non ha più niente da dire se non lamentarsi conto tutto e tutti»…

Frame da “Panic on the streets of Springfield”

Peter Katsis, manager di Morissey, ha definito sui social ufficiali dell’artista la puntata dei Simpson un attacco violento e razzista. Lo stesso Morissey ha rilasciato una lunga nota dove se la prende con gli sceneggiatori della serie definendoli ignoranti e dando dello stronzo a Benedict Cumberbatch per aver prestato la sua voce a un’operazione così becera…

Una querelle per pochi eletti, evidentemente. Sta di fatto, come ha fatto notare Mark Beaumont di NME, che, nel bene e nel male, quando i Simpson parlano di artisti famosi, a loro modo, s’intende!, questi ultimi ne ricavano sempre un grande vantaggio, per immagine e fama. Il titolo del pezzo è eloquente: “Qualunque cosa Morissey sostenga, il nuovo episodio dei Simpson potrebbe riabilitare l’immagine dei The Smiths”. A riprova, gli U2 per vedersi protagonisti di una puntata della fortunata e dissacrante serie della Fox hanno dovuto telefonare e supplicare, ricorda Beaumont.

Discorso trito: se sei un artista famoso, un personaggio pubblico, uno che ha cantato un certo tipo di cultura contribuendo a portare gli Smiths a essere una band senza tempo, e dunque dirimente non solo nella società inglese di quarant’anni fa ma anche nell’attuale situazione politica, devi accettare il dileggio, la satira e la critica, anche se dura. È il gioco delle parti a cui non puoi sottrarti o, peggio, minacciare ritorsioni che non farai mai, e nemmeno sfogarti con insulti isterici. Ma è anche la dimostrazione di quanto la band di Manchester sia stata, e sia tuttora, importante nel panorama della musica del Novecento. Il buono di tutta questa storia è che gli Smiths sono ritornati, più attuali che mai. E dobbiamo ringraziare i Simpson…