Marisa Monte a Milano: trionfo e resistenza poetica

Marisa Monte in concerto – Foto Leo Aversa

Un concerto di Marisa Monte è sempre un evento per chi ama il raffinato e inconfondibile suo pop tropicale, che possiamo benissimo definire Nuova Musica Popular Brasileira, perché di questo si tratta. Attenzione maniacale agli arrangiamenti, musicisti di prim’ordine, e poi quella voce che incanta e avvolge. Cuica, cavaquinho, surdo, tamborim, sono strumenti che non mancano mai nella tavolozza musicale di Marisa, anzi, servono a esaltare il legame con la sua terra d’origine attraverso un’eleganza stilistica senza pari.

Ieri sera, prima data del tour europeo che la porterà in Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, la musicista, compositrice e producer carioca ha portato sul palco il suo spettacolo onirico che si rifà, di base, al suo ultimo lavoro uscito lo scorso anno, Portas. In occasione dell’uscita dell’album l’avevo intervistata, qui se volete andare a rileggere il post.

Unica nota dolente e poi passo ad alcune considerazioni: inizio del concerto ovattato e impastato, suono piatto, chiaramente qualcosa non andava. Per fortuna, grazie alla bravura dei musicisti e dei tecnici dopo tre brani fuori registro lo show è decollato. Un crescendo con lei mattatrice, la tiara tra i capelli che  brillava sotto i riflettori, i cambi d’abito in scena, la presentazione accurata della band.

Ecco, dunque, il sessantanovenne bassista Dadi Carvalho, uno che ha fatto la storia del rock brasiliano suonando con i Novos Baianos e i Barão Vermelho, inciso con Mick Jagger e ispirato Caetano Veloso nella composizione di O Leaozinho. E ancora, il chitarrista Davi Moraes, figlio del compositore Moraes Moreira, il batterista Pupillo ex dei Nação Zumbi,  il percussionista Pretinho da Serrinha, uno dei più gettonati autori di Samba in circolazione, quindi Chico Brown: «Sono la sua zia, ha raccontato Marisa al pubblico, l’ho visto nascere e crescere». Chico è il figlio di Carlinhos Brown, che assieme a Marisa e Arnaldo Antunes fanno il trio Tribalistas, nonché nipote del mitico Chico Buarque de Hollanda. È anche coautore di tre brani di Portas. E poi la sezione fiati, Antonio Neves (trombone), Eduardo Santanna (tromba e flicorno) e Lessa (flauto e sax), perfetti nel loro ruolo, animo soul e funk della band.

Ai brani di Portas Marisa ha inserito suoi rodati cavalli di battaglia, come Maria de Verdade, scritta da Carlinhos Brown dall’album Verde, anil, amarelo, cor-de-rosa e carvão del 1994, Vilarejo, da Infinito Particular del 2006, scritto con Arnaldo Antunes e Carlinhos Brown, Ainda Bem, dall’album O Que Você Quer Saber de Verdade, la splendida Vento Sardo composta assieme a Jorge Drexler, l’altrettanto ispirata Dança da Solidão (vi consiglio l’ascolto della versione cantata con l’autore, Paulinho da Viola)… Non poteva mancare l’aggancio con i Tribalistas, fortunata super band composta da Carlinhos Brown, lei e Arnaldo Antunes, con una travolgente Já sei namorar, che ha fatto scattare in piedi la platea.

Marisa Monte in concerto -Foto Leo Aversa

Un lavoro che contiene musica ma anche un profondo significato che ritrovate nell’intervista fatta lo scorso anno: musica come cultura, musica presidio civile, resistência poética all’imperante imbarbarimento e populismo in cui il Brasile è piombato dopo l’avvento di Jair Bolsonaro alla presidenza della Repubblica. Le persone hanno bisogno di vedere e ascoltare “il bello”, etica ed estetica della musica come valore sociale.

Ed è quello che ha fatto ieri sera Marisa Monte al Teatro degli Arcimboldi: uno spettacolo dove poetica, bellezza, buona musica hanno donato due ore d’energia positiva. La riprova di quanto vi sto dicendo è stato il bis del bis: lei da sola, senza musicisti sul palco a intonare la splendida Bem Que Se Quis (la versione brasileira di E po’ che fa’  di Pino Daniele). Solo voce, forte, cristallina, a cappella insieme al suo pubblico. Mentre lasciava il palco, in platea hanno continuato a cantare fino all’ultima parola della canzone. Attimo di silenzio, mentre il sipario si chiudeva. 

Un atto forte che solo pochi artisti possono permettersi: la musica trascende il musicista, diventa condivisione universale. Il palco è lo stesso pubblico, è la musica la protagonista, non l’artista. Presidio civile, resistenza poetica…

Nota di servizio: Marisa Monte sarà in concerto a Cagliari, al Teatro Massimo il 18 giugno, e a Perugia il 9 luglio all’appuntamento di Umbria Jazz.

Cuneo, Città in Note. Un weekend a tutta arte e musica

La Alban Berg Ensamble Wien

Viaggio e musica, scoperte e suoni, colori e accenti. Il prossimo weekend, dal 13 al 15 maggio, è quello che le riviste di viaggio, ammesso che esistano ancora, definirebbero “perfetto per una gita fuoriporta”. Tarda primavera, temperature in aumento, voglia d’estate, sensi rianimati, desiderio di far festa. Ok la smetto, sembro un volantino di un’agenzia di viaggi. Però, il weekend ve lo raccomando lo stesso. Perché, credetemi, ne varrà la pena. Venerdì pomeriggio puntate il vostro navigatore su Cuneo (Latitudine 44°23’53’’88 N, Longitudine 07°32’44’’16 E) per passare un fine settimana tra arte, musica, grandi concerti e piacevoli scoperte.

Il 13 inizia Città in Note, la musica dei luoghi, seconda edizione della rassegna organizzata dalla Fondazione Artea e dal Comune più una lunga serie di sponsor pubblici e privati. Mi ha incuriosito proprio il nome dell’iniziativa, quel claim la musica dei luoghi l’ho trovato molto intrigante. Guardando la locandina che potete scaricare qui, troverete una serie di appuntamenti, installazioni, esperienze da provare in palazzi, teatri, cortili, ma anche nel parco fluviale Gesso e Stura o per le vie del centro cittadino dove ascoltare, vedere, ammirare ed emozionarsi. Musica ed esperienze per tutti i gusti e le età, nessuna banale, studiate nei minimi particolari, come vedremo fra poco.

Nell’intenzione degli organizzatori, Davide De Luca, della Fondazione Artea, e i musicisti Claudio Carboni e Carlo Maver per la direzione artistica, non si tratta di una “semplice” serie di concerti, laboratori e installazioni sonore, quanto piuttosto di essere riusciti a collegare saldamente ed emotivamente i luoghi – dunque, il terroir, con tutto il bagaglio che si porta dietro – alle note. Un ensemble armonico, dove, come in un film, c’è una storia, una solida sceneggiatura e una colonna sonora. Gli attori siamo noi, i visitatori, e i musicisti che animeranno le quinte, i palchi e i cortili cittadini.

L’Italia – ce lo diciamo sempre, e spesso inutilmente – è uno dei rari Paesi del mondo dove i nostri sensi sono costantemente stimolati dalla bellezza. Un concentrato di arti, cultura, storia, che potrebbe garantire benessere, lavoro e di conseguenza un progressivo acculturamento sociale. Manifestazioni come queste fanno ben sperare… Ne ho parlato con Davide De Luca e Claudio Carboni…

Ginevra Di Marco e Cristina Donà

Il modello messo a punto a Cuneo, musica per i luoghi, è esportabile?
Davide De Luca: «Sì, assolutamente sì. L’obiettivo non è di produrre un festival musicale, ma utilizzare il linguaggio della musica per valorizzare un ambiente culturale e viceversa, servirsi di un ambiente culturale per valorizzare la musica. Oltre a musicisti di fama che suoneranno in questi giorni sono coinvolte all’interno della rassegna le nostre eccellenze del territorio. Cuneo ne ha una molteplicità, il Conservatorio di musica classica ed elettronica, il più importante d’Italia, la Scuola di Alto Perfezionamento musicale di Saluzzo, l’Accademia Montis Regalis di Mondovì, solo per citare le più famose. Ci sono anche scuole private come la Palcoscenico da cui è uscito Matteo Romano, il diciannovenne che ha partecipato a Sanremo. C’è il coinvolgimento di Salvi Harps di Saluzzo, storica azienda produttrice di arpe. Ci sarà una mostra di arpe al Salone d’onore del Comune, poi le stesse verranno trasferite al Teatro Toselli dove verranno suonate. Ci sarà anche Park Stickney arpista di fama mondiale. La nostra intenzione è valorizzare la cultura e i beni culturali con differenti linguaggi e abitudini».

Cuneo, la chiesa di Santa Croce

Il target che vi siete proposti è trasversale, c’è musica per ogni età…
Claudio Carboni «Proprio così, come artisti passiamo dalla classica, al jazz, al trip hop. Il grande sforzo della direzione artistica, cioè mio e di Carlo Maver, è stato quello di visitare in maniera molto accurata i luoghi per capirne la funzionalità, trovare quelli dove musica e ambiente si potessero sposare al meglio. Siamo musicisti, quindi ci siamo messi dalla parte dei musicisti per quanto riguarda l’acustica ma anche da quella dello spettatore, che deve ascoltare bene e in un luogo appropriato. L’anno scorso, per esempio, abbiamo fatto a San Francesco una iniziativa tutta a riverbero che si intitolava Ascolta. Quest’anno abbiamo un luogo simile, Santa Croce, chiesa settecentesca con un riverbero importante, un gioiello architettonico barocco che non è sempre aperto alle visite pur restando una chiesa consacrata. Abbiamo messo un duo di violini, dei quartetti d’archi e di fiati. Nella Sala San Giovanni, per esempio, anch’essa con un bel riverbero, concerti acustici notturni a lume di candela, come quello di Carlo Maver (che suonerà il bandoneon, il flauto e il moxeno, strumento aerofono, ndr). C’è molta attenzione al suono. Più che a creare l’evento, abbiamo pensato a creare il momento». 

Il Parco Fluviale Gesso e Stura

Avete utilizzato anche luoghi all’aperto…
Claudio Carboni «Sì, il Parco Fluviale è un luogo meraviglioso, una chicca, con uno splendido centro d’accoglienza. La domenica coinvolgeremo le famiglie con spettacoli di qualità anche per i più piccoli. E un percorso sensoriale a piedi nudi dove si arriva a un laghetto dove tre percussionisti suoneranno con l’acqua. Poi, in centro a Cuneo, abbiamo previsto delle “invasioni musicali”, con due band di grande impatto, una composta da fiati, una street band tendente al jazz e un’altra quasi esclusivamente di percussioni, una batucada, progetto del brasiliano Gilson Silveira».

Gli appuntamenti vanno tutti prenotati?
Claudio Carboni «Sì, quelli in seduta vanno necessariamente riservati; sono tutti gratuiti, tranne due dei tre concerti che abbiamo previsto al Teatro Toselli: Ginevra Di Marco e Cristina Donà (venerdì 13 ore 21) e la Alban Berg Ensamble Wien (sabato 14 ore 21) a un prezzo popolare, 10 euro, mentre Park Stickney (domenica 15 ore 18:30) sarà a ingresso libero. Abbiamo pensato a questi concerti anche per gli allievi dei conservatori e delle varie scuole di musica, proponendo tre progetti diversi ma tutti di altissima qualità con artisti internazionali che suonano sui palchi di tutto il mondo».

Com’è il rapporto con le istituzioni su queste iniziative?
Davide De Luca «Non è retorica se dico che qui a Cuneo c’è stato un coinvolgimento  entusiasta. Artea è una fondazione di emanazione della Regione Piemonte. Il Comune di Cuneo è uno dei partner dell’iniziativa, l’ha sostenuta sia l’anno scorso sia quest’anno. Anche altre istituzioni non pubbliche – che però hanno una grande funzione pubblica – hanno partecipato, come quelle bancarie. Cito la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo: nel cortile di questo bellissimo palazzo sarà ambientata un’installazione sonora Idrolalia, legata al tema dell’acqua. In uno degli spazi che si affaccia sul cortile abbiamo appena inaugurato come Artea una mostra sull’ambiente. Tutto molto sinergico».

L’arpista Park Stickney

Ritorno alla domanda iniziale: è, dunque, un modello esportabile questo?
Davide De Luca «Lavoro molto in Italia e nel mondo, e sì, è un modello esportabile. Luoghi ed eccellenze musicali in Italia ce ne sono molti. L’idea come Artea è di portarlo, ovviamente, nella regione Piemonte».

Dalla parte dei musicisti queste sono occasioni per diffondere e difendere la musica…
Claudio Carboni «È proprio così. Iniziative simili le faccio già su Bologna e sull’Appennino bolognese, però non così strutturate come quella di Cuneo. La cosa importante è che possiamo unire due pubblici, uno appassionato d’arte e natura e l’altro di musica. Negli anni ’90 funzionavano molto i Reading in unione con i luoghi. Oggi vanno molto bene queste contaminazioni con la musica. In questo caso il gradino in più è pensare esattamente in quel luogo cosa possa suonare bene, in modo da trasmettere una grande emozione».
Davide De Luca «Si usa molto fare concerti in luoghi d’arte come nella galleria Barberini o nella Galleria Borghese a Roma, l’unicità qui è strutturare un nuovo evento che valorizzi l’un l’altro».

Tornando alla musica: con il Covid, le chiusure forzate che hanno annientato il comparto, come si sta reagendo ora?
Claudio Carbone «Sono uno dei Fondatori del FAS, Il Forum Arte e Spettacolo, fondato l’8 marzo 2020 con firmatari molti artisti, come Antonio Diodato, Paolo Fresu e tanti altri. Che dire: sono finalmente arrivati i finanziamenti promessi con il Pnrr. Oggi c’è molto più lavoro. Quello che ancora non si è fatto, ed è determinante realizzare nel più breve tempo possibile, è riformare bene questo settore perché altrimenti perderemo molti musicisti ma anche tante maestranze. Molti grandi fonici sono andati a fare gli elettricisti. Nulla contro questi ultimi, ma magari abbiamo degli elettricisti normalissimi o mediocri mentre prima erano dei grandi fonici! Vitalità adesso ce n’è tanta è chiaro che ci troviamo davanti a un settore molto frammentato che ha bisogno di essere messo insieme. Abbiamo speranze…».

Nico Morelli e il suo American Trio per rivivere la pizzica in jazz

Nico Morelli – Foto Pino Mantenuto

Il motivo del post di oggi ha un nome, un cognome e anche un indirizzo. Nico Morelli, di Crispiano, paese del tarantino di 13mila abitanti, parigino d’adozione da oltre 20 anni. Residenza: via del Jazz, angolo vicolo della musica popolare. 

Sono affascinato dalle contaminazioni, come mi racontava l’altro ieri Lorenzo Pasini, perché creano sempre qualcosa di nuovo e di interessante. Nico Morelli, di professione pianista e compositore – lavori che con lui diventano sempre viaggi e incanti – è un contaminatore culturalmente attento e creativo. Il centro del suo studio, che dura da molti anni, è fondere la cultura popolare della sua terra, la Pizzica e la Tarantella, con quella del jazz di tradizione americana. 

Due mondi che hanno più punti di contatto di quanti possiamo immaginare. La prova è la musica di Nico. La ragione per cui ve ne parlo è che il pianista tarantino è in tournée in trio con due musicisti americani, il versatile contrabbassista dell’Indiana Hilliard Greene e l’altrettanto fantastico batterista canadese Karl Jannuska. Partito dalla Francia, il Nico Morelli American Trio sarà in Italia da domani e ci resterà sino al 10 maggio, per una serie di concerti fra Taranto, Torino, Andria e Biella. Ne approfitto: per chi sarà a Milano, il 22 maggio, nella cornice di Piano City, Nico suonerà al Magnete, quartiere Adriano…

Ammetto, sono curioso di ascoltare questo trio. Soprattutto di capire come Greene e Jannuska interpretano il folk pugliese rivisto dagli arrangiamenti jazz di Morelli. Il jazz che sposa la pizzica, è un bel matrimonio, se consideriamo quanto, grazie alla Festa della Taranta, il folk pugliese abbia catalizzato l’attenzione di appassionati e musicisti di tutto il mondo. 

Del connubio ne avevo parlato già quando vi presentai l’Orchestra Popolare del Saltarello e il suo ideatore, Danilo Di Paolonicola. Lì c’era più World Music, qui è più espressamente un linguaggio jazz, la ratio comunque non cambia. Il progetto che i tre musicisti stanno portando in giro lo si può spiegare con un neologismo che l’artista tarantino ha coniato ormai da da anni, Un(folk)ettable (che poi è il titolo di due suoi album, Un(folk)ettable, del 2007 e Un(folk)ettable Two del 2016: vi invito ad ascoltare alcuni brani). E cioè, ridare freschezza e attenzione, attraverso nuovi spunti e sonorità, alle canzoni tradizionali, creando così un qualcosa di nuovo, potente, allegro. C’è festa, danza, canto, poesia in tutto questo. Una carica vitale che non può lasciare indifferenti.

Ho raggiunto telefonicamente Nico in una delle tappe francesi del suo tour…

Jazz e pizzica hanno origini “comuni”?
«Sono due generi che nascono dal popolo. Il jazz si è arricchito di musiche provenienti da tutto il mondo, in un secolo il suo sviluppo è stato enorme. La musica folk del Sud Italia è rimasta pressoché uguale, anche se poi negli anni ha subito delle mutazioni. Unirli non è una forzatura, anzi, con il jazz il folk pugliese si è sviluppato più armonicamente».

Quando hai deciso di dedicare il tuo studio e lavoro al folk-jazz?
«L’idea mi era venuta negli anni Ottanta da una domanda che mi ero posto (sono uno che se le fa per qualsiasi cosa!): che senso ha che un pugliese si appassioni al jazz? Non è più naturale cercare di seguire la mia cultura? Allora non avevo una risposta perché ero acerbissimo, disponevo ancora degli strumenti per poter realizzare la mia idea. E cioè, seguire la mia passione, che era il jazz, mantenendo salde le mie radici culturali. Nel 2006 ho cominciato a scrivere il primo album Un(folk)ettable, solo che era difficile trovare una casa discografica disposta a pubblicarti».

L’hai trovata poi…
«Sì, in Francia, dove sono molto più attenti e aperti a questi generi. Dopo quel lavoro ho capito che potevo e dovevo continuare su quella strada».

Suoni da anni con jazzisti di tutto il mondo, com’è sentita la tua musica?
«Per i jazzisti è sempre qualcosa di estremamente stimolante, son ben felici di uscire dai binari classici del genere e sempre ben disposti ad aprirsi ad altre culture. Il rapporto con la musica deve essere sempre di “scoperta”. I musicisti, soprattuto quelli d’Oltreoceano, quando ascoltano i miei lavori hanno un atteggiamento di estrema curiosità. Vogliono conoscere tutto su pizzica e tarantella, avere più informazioni possibili, che puntualmente fornisco attraverso storie che racconto sempre con piacere».

Il tuo ultimo album pubblicato, Un(folk)ettable Two, risale a sei anni fa…
«Non avverto tutta questa urgenza di produrre dischi. Perché una volta sugli scaffali fisici e virtuali, dopo 15 giorni dall’uscita sono già dimenticati da tutti».

A cosa serve allora fare un album?
«A fissare un percorso e farlo diventare un biglietto da visita del mio lavoro. Da anni ormai il disco ha perso quella funzione che aveva e che lo rendeva unico e cioè essere opera d’arte. Oggi viene prima la visibilità del musicista non la sua musica».

Parliamo del tour: come l’hai costruito?
«Suoniamo arrangiamenti di musiche del folk pugliese e mediterraneo. Ho preso melodie e ritmi di queste canzoni dando loro sonorità da trio che tengono conto delle personalità dei musicisti che mi accompagnano. A volte c’è più jazz e meno folk, altre il contrario».

Dove stai concentrando le tue ricerche folk?
«Soprattutto nel Salento, dove sono nato. Da adolescente sono cresciuto ascoltando Pino Daniele, per me un esempio, una chiave importante: scrivere canzoni su idee tradizionali aggiungendo tocchi di modernità».

Come sei diventato musicista?
«Da bimbo studiavo pianoforte un po’ controvoglia, tanto che a 11 anni l’ho abbandonato. Poi , da adolescente, sono entrato in gruppi di musica leggera. A 18 anni ho avuto la svolta e mi sono messo a studiare pianoforte al conservatorio. Ma il jazz mi piaceva troppo, quindi ho abbandonato la Classica per concentrarmi su questo genere specializzandomi in varie scuole da Siena Jazz alla Berklee School of Jazz di Boston alla Manhattan School of Jazz di New York e diplomarmi, dunque, in jazz al conservatorio di Bari. Nel 1993 ho pubblicato il mio primo disco, Behind the Window; nel ’98, per una coincidenza, il trombettista Flavio Boltro mi invitò a suonare a Parigi. Decisi di rimanere un mese per vedere com’era il mondo degli artisti nella Ville Lumière. Ne ho conosciuto molti, venivano da tutto il mondo, Argentina, Brasile, Nord Africa, paesi dell’Est e del Nord Europa. Tanti mondi diversi con cui ho collaborato, mettendo nella loro musica anche un po’ della mia storia e viceversa. Ho fatto un periodo di spola tra Italia e Francia per poi, 23 anni fa, decidere di vivere a Parigi, dove tuttora risiedo».

Il tuo amore per il jazz è stato un colpo di fulmine?
«No, un processo lento. Mi piaceva il jazz acustico, non riuscivo ad ascoltare gruppi che usavano suoni edulcorati da tastiere. Poi, come ti dicevo, grazie a Pino Daniele è arrivata la svolta, soprattutto quando invitò Wayne Shorter a suonare con lui. Il sassofonista americano mi fulminò perché non aveva un linguaggio canonico. Così comprai un suo disco e scoprii gli Weather Report, Joe Zawinul che ascoltai anche in un album dove suonava il pianoforte, eccezionale! Quindi Oscar Peterson, che all’inizio non mi piacque, avevo bisogno di sentire l’invenzione in tempo reale. Poi, come in una scala, gradino dopo gradino mi sono trovato dentro senza accorgermene. Il jazz funziona un po’ così, come quando bevi un buon whisky, scoprendone a poco a poco i sentori, i profumi, l’intensità, fino ad accorgerti che… sei diventato un alcolizzato! (Ride, ndr)».

Bello (e sano) ubriacarsi di jazz! Cosa ti ha conquistato del genere?
«Il fatto che nella musica popolare ci sia la stessa passionalità che c’è nel jazz. C’è in lui qualcosa di ancestrale come nel folk. Non è musica solo estetica, ma legata allo stomaco, alla terra».

Musica e partecipazione con “Parole al Vento”, a Settimo Milanese

Antonio Ribatti – Foto Robert Cifarelli

Sono convinto che la formazione musicale viaggi lungo un doppio binario. Non solo quella, evidente, degli artisti, ma anche, in parallelo, l’altra, degli ascoltatori. Come detto molte volte in questo blog, ribadito dalle interviste a numerosi musicisti, fra tutti il grande Claudio Fasoli, la musica è un linguaggio e, come tale, perché lo si possa capire e “parlare”, bisogna studiarlo. Avere, insomma, un minimo di infarinatura, che nelle Americhe come in altri Paesi europei esiste fin dalle scuole primarie, mentre da noi rimane per lo più sulla carta… Non fraintendetemi: la musica è un piacere, come lo studio d’altronde, ma per gli ascoltatori curiosi e non passivi la voglia di entrare in un brano, coglierne la sua natura, filtrarla ed elaborarla attraverso le proprie emozioni, è una grande soddisfazione.

Perché vi sto parlando di ciò? Questa sera, a Settimo Milanese inizia Parole al Vento (qui programma, orari, indirizzi), quattro appuntamenti scanditi tra aprile e maggio. Il suono disorganizzato è il tema di oggi, incontro e prova aperta con quell’istrione di Ferdinando Faraò, con cui avevo chiacchierato alcune settimane fa a margine di un suo intervento educativo con l’Artchipel Orchestra. 

Il 20 aprile è previsto Inseguendo quel suono – Una storia di Ennio Morricone (Alessandro De Rosa, voce narrante, Fausto Beccalossi, fisarmonica, e Claudio Farinone chitarre), mentre il 4 maggio, Batuke – Storia sociale del Samba, a cura di Nené Ribeiro, chitarra e voce, e Kal dos Santos, percussioni e voce, con il laboratorio di percussioni Toc Toc; e, infine, il 18 maggio, Mingussiana: Seven for Mingus, con Tino Tracanna e gli allievi del conservatorio Giuseppe Verdi di Milano.

Quattro incontri dove suono, cultura, condivisione, mondi diversi possono stimolare il pubblico in connessioni sonore impreviste. Ne ho parlato con Antonio Ribatti, ideatore e curatore della manifestazione. Antonio è un architetto di professione, ma anche fotografo, trombettista jazz, con l’Arte nella testa e una enorme creatività usata per coinvolgere con un unico scopo: mostrare la bellezza: di un racconto, un canto, un concerto, un dipinto, un luogo…

Tutti sappiamo quanto abbiamo bisogno di bellezza, soprattutto dopo due anni di pandemia e ora, con una sporca guerra alle porte di casa. La bellezza non è frivola, è piuttosto un’arma potente che, a differenza dei razzi ipersonici, delle bombe a grappolo e della misera cattiveria cecena, non uccide ma salva, aiuta, fa crescere gli individui. Direte che sono un pazzo, ma ci credo fermamente. Al mitra contrapponi un canto, alla ferocia la bellezza di un trio jazz, alla depressione la forza di un’orchestra…

Con il festival AHUM da oltre vent’anni cerchi di portare bellezza sostenendo che l’Arte è il frutto di una interconnessione continua tra musica, pittura, scultura, letteratura, poesia, teatro, danza, cinema, architettura
«Tento di connettere le arti, dimostrare, tramite eventi come Parole al Vento, che si può fare educazione divertendo il pubblico, coinvolgendolo, mostrando e spiegando i percorsi mentali e creativi di grandi artisti. Cerco occasioni di incontro, dove ci si può scambiare saperi. Ah-Um è arrivato alla 23esima stagione, prima era un unico appuntamento annuale ora è sempre attivo attraverso molte iniziative, tra cui questa di cui stiamo parlando. Lo stesso titolo, Parole al Vento, offre un messaggio chiaro: dare agli spettatori più informazioni, chi vuole le coglie e le fa sue».

Lavoro che sta facendo anche Ferdinando Faraò con la sua Artchipel Orchestra…
«Con Ferdinando ci conosciamo da anni, ho visto nascere l’Archipel Orchestra! Lui da sempre è impegnato nella divulgazione».

Da amante della musica brasiliana, ho subito notato la serata del 4 maggio, Batuke – Storia sociale del Samba
«Il Samba è genericamente visto come un’attrazione folklorica, il Carnevale, le ballerine e via dicendo. In realtà è molto radicato nella cultura del Brasile. Lo spiegheranno con parole e musica due bravi artisti, Nené, divulgatore e musicista, e Kal, percussionista che ha fondato varie scuole di musica a Milano, vedi Mitoka Samba. Loro sono i pilastri della cultura brasiliana in Italia. Prima della guerra in Ucraina il nostro obiettivo era, usciti dalla stasi del Covid, fare considerazioni forti sull’uso del corpo. Dopo il distanziamento obbligatorio e il conseguente cambiamento di comportamenti anche impercettibili che questo ha comportato, ci sembra interessante raccontarlo attraverso la metafora del Samba».

Kal dos Santos, a sinistra, e Nené Ribeiro, a destra, protagonisti di “Batuke: Storia Sociale del Samba”

Ogni incontro ha un tema che simbolicamente o realmente parla di condivisione…
«Stasera ci sarà Ferdinando che racconterà come nasce un progetto musicale condiviso e come si organizza un “corpo musicale”, i ruoli di ciascuno, le competenze… Anche la serata su Morricone, Inseguendo quel suono, avrà un coralità, sarà uno spettacolo a tre voci con lo scrittore e compositore Alessandro De Rosa, il chitarrista divulgatore Claudio Farinone e il fisarmonicista Fausto Beccalossi. Sulla base dell’autobiografia del maestro, ci saranno gli interventi dei musicisti…».

L’ultima serata sarà dedicata a Charles Mingus, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita…
«Sì, Mingussiana: Seven for Mingus vuole essere un omaggio al genio del musicista, che, fra l’altro, è il mio artista preferito. Qui la coralità, le connessioni saranno totali, visto che il sassofonista Tino Tracanna interpreterà alcune delle più belle composizioni del contrabbassista americano. Lo farà con un settetto di allievi del conservatorio Verdi di Milano. Verrà rispettato l’impianto dei brani, ma nelle improvvisazioni ognuno sarà libero di creare con il proprio strumento. Un omaggio alla libertà espressiva di Mingus!».

A parte gli appassionati, Parole al Vento, dovrebbe essere l’occasione soprattutto per i giovani di aprire la mente alla musica…
«I conservatori sono pieni di ragazzi che vogliono imparare a suonare jazz, ma ai concerti vengono sempre in pochi. Prendi il pop del momento. Ci sono artisti – pochi in verità – che hanno una qualche conoscenza musicale; nei loro brani “citano” altri generi, magari inconsapevolmente. Il resto è dominato da una povertà tematica, manca evidentemente la formazione, non c’è un racconto, piuttosto ci sono immagini fotografiche, da social. Certo, anche un’istantanea può essere raccontata, ma spesso senza andare a fondo, tutto rimane in superficie. C’è poca capacità di leggere la realtà. Questi nostri incontri sono un modo di concentrarsi, almeno per un’ora, su un tema».

Oltre a Parole al Vento ci saranno altri appuntamenti?
«Dal 21 al 24 giugno (il programma è in fase elaborazione) nelle piazze del quartiere Isola di Milano si terranno quattro giornate dedicate a quattro generi musicali diversi, Samba, Swing, Tango e Jazz. Presto saprò essere più preciso!».

Riflessioni: la lezione del violoncellista Vedran Smailović

Vi ricordate Vedran Smailović, primo violoncello dell’Orchestra Filarmonica di Sarajevo, mentre, vestito in frac, si esibiva solitario tra le macerie della sua amata città, in quell’assedio durato 1495 giorni (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996)? Suonava l’Adagio in Sol Minore di Albinoni, in una versione lentissima, struggente e potente. La musica contro la guerra, come balsamo salvifico per le anime dei morti e degli assediati. Potete toglierci tutto, case, chiese, biblioteche, vita, ma non potete impedirci di suonare e ascoltare. Un piccolo gesto che in sé aveva una portata dirompente.

Se non siete ancora stati a Sarajevo andateci. Gli orrori di quella guerra non sono stati dimenticati. Sono racchiusi nei musei, incisi sulle case, lastricati sui marciapiedi. La foto di Smailović è esposta nel Museo Storico della città.

Oggi, in Ucraina, siamo allo stesso punto. Golia vuol prendersi Davide e lo fa con un dispiegamento di forze brutale. È la volontà di uno dei tanti “fucking Psycho” come cantavano i Muse nel disco Drones del 2015. Dopo una settimana di guerra, negoziati a rilento in casa dell’amico e sodale Lukaschenko, boss (non possono essere elevati al rango di capi di stato!) della Bielorussa, uomo che teme l’Arte, come ho avuto modo di scrivere un paio di anni fa in questo post, Putin non accenna a placare il suo desiderio di ricostruire una storia che è finita 30 anni fa. La Grande Russia, il “celodurismo” imperante, il “tispiezzoindue”, il nazionalismo esasperato, l’essere qualcuno nel mondo che conta, stretto tra Cina e Occidente, l’evitare qualsiasi dissenso, il dominare in casa e nei paesi dell’ex Unione Sovietica con pugno di ferro, la democrazia, anzi, democratura, che è pura dittatura, nemmeno abbellita con un filo di fard…

Lascio i commenti ad altri più saggi colleghi. Mi limito a una sola osservazione: tra un tiranno che tiranneggia, gente che muore sotto i razzi e i mortai, esodi di massa, il ricatto all’Occidente di un’escalation nucleare, la Cina silenziosa perché pensa solo al dio denaro, da questa parte del mondo si fanno le “vere repressioni politiche”: cacciare Valery Gergiev, il grande direttore d’orchestra, licenziato dalla Scala perché non si è espresso contro la guerra. Certo Gergiev è amico ultradecennale di Putin. Ma cosa c’entra la musica con tutto ciò? O la letteratura? Sempre a Milano, e sempre con lo stesso spirito, l’università della Bicocca aveva deciso di rinviare una lezione sullo scrittore russo Fëdor Dostoevskij di Paolo Nori, decisione pare saggiamente rientrata in corner… Cosa ha a che fare la musica con la politica?, si domanda – a ragione – la saggia Natalia Aspesi.

E ritorno a Vedran Smailović: la musica non ha padroni, non la si tiri in mezzo per colpire qualcuno. Ci pensano già i dittatori con le loro logiche di ossessivo controllo. Noi no, noi dovremmo essere diversi. Siamo liberi, di pensare, di dire o non dire, di esprimere dissenso anche in modo pesante, ma non serviamoci della musica per colpire qualcuno. Le note dell’Adagio di Albinoni risuonano ancora a monito, dopo quasi trent’anni. La musica, come la Letteratura, e l’Arte in generale, portano in sé una carica positiva, emozionano, raccontano, fanno più paura delle bombe.

Servirebbe in questo momento un altro Live Aid, un altro Bob Geldof che radunasse, indignato, artisti di tutto il mondo per far sentire il reale peso della musica, la sua potenza dirompente. Un concerto trasmesso a tutto volume ovunque, grazie agli hacker di Anonymus, anche nei costosissimi caschi delle ipertecnologiche milizie mandate a cancellare uno stato sovrano. Sarebbe un bel segnale, non vi pare?

Chiudo con un brano-preghiera sempre da Drones dei Muse, ed è la traccia che dà il titolo all’album, l’ultima. “Ascoltate” le parole:

Killed by drones
My mother, my father
My sister and my brother
My son and my daughter
Killed by drones
Our lives between your finger and your thumb
Can you feel anything?
Are you dead inside?
Now you can kill from the safety of your home with drones
Amen

Sanremo, Mauro Ottolini, l’Ottovolante e… “Il Mangiadischi”

Mauro Ottolini con Vanessa Tagliabue Yorke e l’Orchestra Ottovolante

È iniziato Sanremo! In buona compagnia con San Valentino, caratterizza questo febbraio graziato da un sole tiepido che annuncia l’affacciarsi di una Primavera precoce. I due “santi” hanno in comune un bel marketing oliato, il buonismo delle migliori occasioni e i cuoricini pulsanti sui social.

Lo state vedendo? (che domanda!). La musica, as usual, è un pretesto per mettere in scena uno show generalista. Un classico, saporito ragù come quello che faceva mia mamma, preparato con tutti i crismi, soffritto di cipolla, carote, sedano, tre tipi diversi di carne, aggiunta di un paio di chiodi di garofano, pomodori freschi, sale e pepe quanto basta…

A Sanremo non conta necessariamente saper cantare o conoscere la musica e nemmeno essere dotati di un guizzo armonico meno scontato. Delle 25 canzoni in concorso, ne ho annotate tre, quelle di Elisa, di Giovanni Truppi e dei siciliani La Rappresentante di Lista

Noia… ho detto noia, non gioia, per dirla alla Franco Califano…

Pensando a un Festival della canzone italiana diverso, meno scontato, ho approfittato dell’uscita recente di un doppio cd, Il Mangiadischi, firmato da Mauro Ottolini e dalla sua Orchestra Ottovolante, per un divertissement in parallelo con la kermesse ligure. Ventuno brani che ripercorrono la storia di un grande periodo della canzone italiana, tra i Cinquanta e i Sessanta del secolo scorso, con alcune escursioni addirittura negli anni Trenta e Quaranta.

Un ripasso doveroso della cultura musicale dell’epoca, tra ritmi per lo più latini, cavalcate swing, merengue e mambo a manetta, fiati che pompano come se non ci fosse un domani, scanditi dalle percussioni dell’ottimo Simone Padovani, un extra-Ottovolante che marca il ritmo latino dell’orchestra! Il bello – e attuale – della faccenda è che molte di queste canzoni hanno fatto la storia di Sanremo quando era “soltanto” un semplice Festival di musica e la costruzione dei brani era studiata con l’intento di lasciare ai posteri qualcosa, se non di “infinito”, almeno di lunga durata.

C’è Grazie dei Fior, cantata magistralmente da un’altra ospite dell’Orchestra incredibilmente brava, Vanessa Tagliabue Yorke; Mi va di Cantare, brano portato da Louis Armstrong al Festival nel 1968 assieme a Lara Saint Paul (su 14 canzoni in gara, arrivò penultimo…), con la voce dello stesso Ottolini in versione Louis… E ancora, Il tuo bacio è come il Rock, di Celentano; Tu vuo’ fa l’Americano di Renato Carosone; Consoci mia cugina del torinese Ernesto Bonino, swing di fine anni Quaranta; Mia cara Venezia, Il Dritto di Chicago e Sì sì papà di Fred Buscaglione, quest’ultima la interpretava Fatima Robin’s; Nebbia di Caterinetta Lescano, anno domini 1941… I brani si susseguono con gli interventi del trombettista Fabrizio Bosso e del pianista Stefano Zavattoni, in un coinvolgente mondo armonico senza tempo dove c’è un solo punto fermo: suonare buona musica e farlo al meglio. Un lavoro tutto registrato dal vivo, per questo ancora più coinvolgente…

E così… mi sono preparato il mio Festival di Sanremo Alternativo mettendo in gara i 21 brani de Il Mangiadischi. Unico spettatore, seduto comodo comodo sul divano, volume in cuffia per non esser linciato dal resto della famiglia e dai vicini, un bicchiere di Rum, qualche quadretto di cioccolato fondente… In questo personale Sanremo atemporale ho previsto anche la giuria, anzi, Il giurato. Lo ammetto, uno un po’ di parte: è lo stesso Mauro Ottolini, in grande spolvero, pronto a raccontarmi il disco e, quindi, a votare il vincitore del mio Personal Festival.

Con il musicista veronese sono andato a colpo sicuro a prescindere: conosce bene la macchina di Sanremo – quello vero – per aver collaborato con alcuni cantanti saliti sul palco dell’Ariston, uno per tutti, Rafael Gualazzi…

Mauro, eccoci. Mi sono stancato delle canzoni di Sanremo…
«Dammi retta, visto che anche noi ne stiamo parlando vuol dire che la manifestazione ha comunque raggiunto il suo scopo. Il suo successo sta proprio nel catalizzare l’attenzione».

Ok, ma… possibile che – parlando sempre di musica – l’encefalogramma del festival sia praticamente piatto?
«Ricordati che il Festival va di pari passo con la cultura, lo sviluppo e i gusti delle persone».

Quindi, l’ascolto attuale s’è livellato su una musica di facile presa?
«Ripassa la storia della manifestazione: Sanremo è nato come un vero Festival, cioè come un contenitore nel quale doveva esserci il meglio del meglio della canzone italiana di quel periodo. Oggi si è inesorabilmente adattato a un pubblico digitale, dove tutto deve essere veloce, arrivare subito, non deve far riflettere perché non c’è tempo né voglia di pensare… Un pubblico a cui la canzone deve subito piacere, dunque».

Certo, a Sanremo non va la musica d’avanguardia perché sarebbe un flop, ma almeno un po’ di sostanza…
«L’eccellenza, la sperimentazione sono visti come un rischio. Comandano gli affari e non la cultura, ma per questo non incolpo gli artisti. Ripeto, in un mondo dove tutto è veloce, superficiale sono sufficienti personaggi alla Achille Lauro che non sanno cantare, né suonare, né parlare… Sono personaggi utili al momento, costruiti per uno show che deve essere confortante. In questo comfort ci stanno anche le pseudo-provocazioni, ma coloro che hanno provocato veramente, per andare indietro nel tempo, l’hanno pagata… ricordo Xavier Cugat e la moglie Abbe Lane, attrice e cantante americana, donna tutta sensualità e décolleté, considerata troppo scandalosa per i censori della Rai, che la tagliarono».

La struttura dei brani è cambiata di conseguenza
«Di solito le canzoni avevano una introduzione suonata più o meno lunga, serviva a preparare l’ingresso della voce. Ora il cantato arriva subito e così anche l’inciso, formula che, comunque, vale per tutto il mondo pop! Sono scomparse le grandi melodie. Pensa a Il Cielo di Renato Zero, ai brani di Mia Martini, per me l’Aretha Franklin italiana, a Riccardo Cocciante, Luigi Tenco, Umberto Bindi, che cantò anche con Chet Baker, Domenico Modugno… Ma quanti ne abbiamo avuti!».

Mauro Ottolini – Foto Roberto Cifarelli

Perché un doppio disco su una musica lontana anni luce da oggi?
«Mi piace molto lavorare su questo genere di brani e anche sul jazz anni Venti. Sulle 21 tracce dell’album ho cercato di proporre arrangiamenti innovativi. Le introduzioni, ad esempio, sono sviluppate in maniera certosina. Ho inserito delle sorprese, dei cambi di tonalità e ritmo come in Grazie dei Fior (cantata da Nilla Pizzi che vinse, nel 1951, la prima edizione del Festival di Sanremo, allora al Salone delle Feste del Casinò della città ligure, ndr).

Non vorrei fare l’antipatico e il pensionato disfattista seduto in panchina ai giardinetti di quartiere, ma… non ci sono più le canzoni di una volta!
«Mi faccio spesso una domanda: nella musica c’è stata un’evoluzione, nel bene o nel male? La mia risposta è che semplicemente la musica si adatta alla società. Alla fine della Seconda guerra mondiale, quando si iniziò a ricostruire, c’era una voglia di fare enorme che portò al benessere degli anni Sessanta. Una crescita economica a cui è corrisposta anche una crescita culturale. Quando c’è fermento sociale anche l’arte è sublime. Nel periodo attuale non c’è quella spinta a migliorare e i livelli si sono abbassati vertiginosamente. La musica richiede passione, conoscenza, sviluppo, bisogna avere voglia di studiarla».

Il discorso vale anche per chi la ascolta: ci si “accomoda” su facili canoni espressivi, evitando complessità sonore perché non si hanno gli strumenti per capirle…
«Io stesso ho apprezzato certi dischi dopo averne ascoltati altri. Prendi ad esempio il Quartetto Cetra: lì c’era divertimento, c’erano arrangiamenti incredibili, studio dell’impostazione della voce, altissimi livelli musicali».

A proposito di canto: ma sei tu la voce maschile nel disco?
«Ebbene sì sono io! Ti confesso che all’inizio, da adolescente quando formavamo i primi gruppi per suonare, io facevo il cantante. Sarà per questo che amo la musica e la canzone italiana…».

Ottima l’imitazione della voce di Louis Armstrong!
«Basta fumarsi un pacchetto di sigarette al giorno e bere una generosa dose di whisky…».

Tra le 21 in gara c’è anche una versione di Brava della mitica Mina (1965) cantata da Vanessa Tagliabue Yorke…
«(ride, ndr) Ho voluto inserirla nel disco perché nasce da uno scherzo che mi ha fatto Vanessa. Non voleva cantare Brava, la sua erre moscia, sosteneva, glielo impediva. Alle prove mi ha fatto una sorpresa: invece del testo originale cantato da Mina, ne ha scritto uno alternativo, dove ironizzava sulla sua pronuncia. Un pezzo intelligente! Abbiamo chiesto alla casa editrice che detiene i diritti di Bruno Canfora, l’autore, di inciderla così, ma non ci è stato autorizzato. Ormai avevo già pronto l’arrangiamento, una settimana di lavoro. E dunque, eccola qua!».

Un brano fantastico, potrebbe essere lui il vincitore, che ne dici Giurato Unico?
«Potrebbe ma…».

Vabbè, andiamo oltre. L’Orchestra Ottovolante se non sbaglio quest’anno festeggia un bel traguardo?
«Facciamo i vent’anni di attività insieme. Nella formazione base siamo in undici elementi. In aggiunta c’è Vanessa. Su Mambo 5 c’è l’incredibile Vincenzo Vasi, che suona un numero indefinito di strumenti giocattolo».

Mauro, dobbiamo chiudere, mica aspettiamo sabato! Deciditi! Devi scegliere la canzone vincitrice del primo Festival di Sanremo Alternativo Il Mangiadischi, sennò mi devo far fuori la bottiglia di Rum e il cioccolato l’ho finito…
«Sono tutti grandi brani, hanno arrangiamenti frizzanti. Però, uhmm, beh… a una ci sono davvero affezionato, sì mi piace proprio… credo che…».

E dai, non farmi stare sulle spine, non abbiamo interruzioni pubblicitarie!
«Ok ok. Il vincitore della prima edizione del Sanremo Alternativo Il Mangiadischi con un voto su uno è… Nebbia, di Caterinetta Lescano, arrangiamento di Pippo Barzizza, cantato da Vanessa Tagliabue Yorke, arrangiamento di Mauro Ottolini. È un gran brano; il genovese Barzizza era un compositore del livello di Armando Trovajoli ed Ennio Morricone. Ha una poetica pazzesca, un testo magnifico!».

Noi la finiamo qui, sotto una liberatrice e purificatrice pioggia di note swing in Conosci Mia Cugina e Tu vuo’ fa l’americano. Fiati in crescendo, musica a bomba, irrefrenabile, afrori coloniali, corpi che roteano… Che festival, gente! Whisky’n’soda’n’rock’n’rollWhisky’n’soda’n’rock’n’roll…

Bono imbarazzato? Sì, ma soprattutto “frainteso”…

La locandina di Awards Chatter, andato on line domenica scorsa, con Bono e The Edge

Ci mancava pure la polemica sulle ultime dichiarazioni di Bono. Il frontman degli U2 è stato giudicato, attaccato, se mi permettete, manipolato, anche da bravi colleghi di casa nostra per certe affermazioni estrapolate durante una bella e divertente chiacchierata fatta in un podcast piuttosto famoso negli Usa, gli Awards Chatter del The Hollywood Reporter. Bono era ospite assieme a The Edge, al secolo David Howell Evans, il chitarrista inglese della band. Un bel podcast che vi consiglio; se avete voglia di ascoltarlo andate a questo link. Da quella bella chiacchierata a tre, chissà perché sono state estrapolate – e stravolte – un paio di dichiarazioni, tanto che i titoli sui giornali di oggi risultano pressoché tutti  uguali: «Bono imbarazzato per la sua voce», «Bono non sopporta il nome della band». «Bono…».

Una delle band più importanti nella storia del Rock, dirimente e influente, che ha venduto quasi 160 milioni di dischi, sbancato i botteghini con il suo U2 360°, il tour più proficuo di sempre, circa 737 milioni di dollari di incassi (2009/2011) che ha vinto palate di Grammy e due Golden Globe che viene così sputtanata dal suo frontman? Sembra strano. Per Bono un clamoroso effetto Tafazzi? Ripensamenti dopo aver superato i sessanta? Sarà mica bipolare? 

Niente di tutto ciò, tranquilli. Il frontman ha sì ammesso di sentirsi in imbarazzo per la sua voce, ma parlando del primo disco della band, Boy. Ha confessato di essere arrossito di vergogna quando, mentre guidava, gli è capitato di ascoltare in radio una canzone di quel disco. Aggiungendo anche che gli U2, all’inizio, facevano musica per suonare nei locali e non per essere registrata, dunque, il suo modo di cantare era eccessivo, non “amalgamato” con la musica di una band, che per sua stessa ammissione, suonava già straordinariamente bene.

Quanto al nome dato al gruppo, vien da sorridere: per i due intervistati U2 era quello meno peggio a disposizione, in una lunga scelta di nomi improbabili. Quindi, frontman e chitarrista si sono lanciati in una divertente confessione-ricordo sul perché fossero nati i loro appellativi, Bono e The Edge, cercando di ricordare quelli degli altri due membri, Adam Clayton e Larry Mullen… Aneddoti che rendono ancor più leggendaria la band irlandese e accativante il podcast.

Davvero non capisco questa alzata di scudi. Qual è la notizia? Che Bono si imbarazza a riascoltare la sua voce degli esordi? È stato sincero, ammettendo pure che, allora, non aveva tutte le nozioni tecniche necessarie per affrontare una registrazione il più possibile perfetta, mancavano dei dettagli fondamentali, s’è spinto a dire. In fin dei conti alla fine dei Settanta, come molti altri gruppi in quell’incredibile decennio, erano soltanto dei ragazzi che avevano un sogno, fare musica, e molto da raccontare («quello che avevamo in testa e nel cuore», come sostiene il frontman), oltre a una grande creatività e determinazione.

Gli U2 sono una delle vittorie e degli orgogli del Rock, patrimonio “untouchable” della musica del Novecento. Suvvia, siamo seri! Se poi si vuol approfittare della Mega Wave Bono e surfare sulla cresta del gossip per sentito dire, beh questo è un altro discorso…

Brunori Sas e la sua “Ode al Cantautore”: così è il mercato…

Può un artista zippare nel testo di una canzone di 3 minuti e 16 secondi un graffiante ritratto della musica italiana? Se si tratta di Dario Brunori (Sas) sì. Eclettico quanto basta, intelligente, provocatorio, una gran bella capacità di scrittura e altrettanta di mettere in musica i suoi pensieri, mai scontato, ha pubblicato una settimana fa un Ep, che richiama  il precedente disco Cip! uscito nel 2020. 

Il titolo è Cheap! Che in inglese significa “economico”, costato poco (visto che se l’è scritto, musicato, cantato, suonato e registrato tutto da solo a casa sua a dicembre, albero di Natale addobbato lo testimonia!), ma che sta anche per Cinque Hit Estemporanee Apparentemente Punk, acronimo divertente quanto carico di pensieri sul nostro stare al mondo, appiattiti e uniformati.

Il brano di cui vi sto parlando l’ha chiamato Ode al Cantautore ed è la perfetta fotografia del mercato discografico d’oggi. Un ragionamento che avevo fatto con molti, da Tommaso Novi a Cisco, per ricordare le interviste più recenti. Sentirselo dire così bene, vedere immagini così plastiche, stampate in 3D, merita questo post! Leggetela e ascoltatela. Anzi, leggete e ascoltate tutti e cinque i brani di questo Ep. Ne vale la pena… perché in fin dei conti siamo i figli di una balena che ha il cuore piccolo ed una bocca enorme

Suddito del Regno di Milano
Mi presento col cappello in mano
Mi inchino alla multinazional
che mi versa i danari per scrivere e cantare
Prono alla promo musicale,
mi vesto da giullare e inizia il baraccon

Visita alla radio commerciale
Col fido ufficio stampa da scudiere
In singolar tenzone con lo speaker piacione
A disquisir di ‘nduja e peperone,
Eh-eh-eh-eh-eh

Ode a Fabrizio De André
Di certo non uno come me
Che sono un surrogato, prodotto dal mercato
Che vive solamente di cliché-é-é

La giacca da impiegato e la barbetta
La montatura spessa e la panzetta
Quell’aria un po’ sinistra da vecchio socialista
E l’ironia un po’ catto-comunista,
Ah-ah-ah-ah-ah

Ode a Francesco De Gregori
A me sempre affiancato da tutti i detrattori
Perché, l’ho detto,
sono un surrogato,
voluto da un mercato

Che vive di cliché, o di cachet
O di cachet, o di cliché

Poi parte la crociata in Feltrinelli
Palermo poi Milano ed i Castelli
Fatece largo che passamo noi
Che semo li poeti, che semo i nuovi eroi

Cantiamo della vita e dell’amore
Però poi, sotto sotto, ce piace il disco d’oro
(Il disco d’oro, il disco d’oro)
Ma per avere il disco d’oro
(E per avere il disco d’oro)

Centomila copie da firmare
E centomila foto da scattare
E dal calar del sole, ci scappa una marchetta
‘O cellulare, ‘o jeans e ‘na maglietta,
Ah-ah-ah-ah-ah

Ode al buon vecchio Lucio Dalla
Nel suo profondo mare io sembro un morto a galla
Perché, l’ho detto, sono un surrogato,
voluto da un mercato

Che vive di cliché

E daje de tacco, e daje de stinco
Quant’è bono ‘sto Premio Tenco
E daje de tacco, e daje de mente
Quant’è bono ‘sto Nastro d’argento
E daje de tacco, e daje de coro
Quanto so’ boni i diritti d’autore
Perché so’ senza IVA,
nun so’ come er baccalà
Perché so’ senza IVA,
nun so’ come er baccalà, cha-cha-cha!

Dieci dischi degni di nota del 2021 – Seconda parte

Eccovi serviti gli altri cinque dischi degni di nota dell’anno appena trascorso. Come vedrete, troverete alcuni grandi nomi, graditi ritorni, ma anche una trombettista australiana decisamente “superior” e un pianista (italiano) che ha composto uno degli album più interessanti dei tanti ascoltati, per pianoforte, del 2021. Spero di farvi cosa gradita. Mettetevi comodi e cuffie pronte…

La Linea Del Vento – Alessandro Deledda – 30 aprile 2021

Perugino di nascita e formazione ma sardo d’origine, Alessandro Deledda ha composto e prodotto la sua Linea del Vento. Un vento che spira e porta al mare, a una barca che gonfia le vele e va dove la musica e i pensieri hanno deciso di spingersi. Alessandro l’ho intervistato nel giugno dello scorso anno dopo aver ascoltato il suo intenso viaggio nell’oceano della sua memoria. Un album scritto di getto, una sessione di un pomeriggio trascinato in sala di registrazione dal suo fonico con al scusa di provare nuovi microfoni. Il risultato, dopo ore e ore di composizione ininterrotta, è questo album che lui, in modo molto poetico ma anche pratico ha battezzato, appunto, La Linea del Vento. Di formazione classica («la classica è il Pin della musica», mi disse), nelle sue composizioni si trova jazz, rock (è da sempre un appassionato dei Metallica, dei Pink Floyd, dei Depeche Mode), musica elettronica con cui si diletta in un progetto parallelo, dunque, una fusion sistematica. Così mi ha descritto l’album: «Madreterra è una dedica alla mia terra d’origine, la Sardegna (le mie origini sono a Pattada), Ginevra, invece è una cagnolina che ho adottato. Come Charlie Was Here, brano dedicato al mio vecchio amico a quattrozampe che non c’è più. L’ultimo brano del disco, quello più “jazz”, Have You Met Mr. Pongo?, è nato pensando all’altro cane che ho, un trovatello pure lui. Amo gli animali, infatti, una parte del ricavato delle vendite del disco andrà a un’associazione animalista. Gino e l’Olivo, invece, è il ricordo di un anziano agricoltore. Insomma, quando ho suonato in quelle tre ore e mezza, ho davvero ripercorso i miei pensieri più profondi che ho associato a melodie. È la mia linea del vento…». 

Delta Kream – The Black Keys – 14 maggio 2021

Dan Auerbach e Patrick Carney, i The Black Keys, hanno deciso di ritornare al loro biberon musicale, rivedendo pezzi storici del Blues, brani di mostri sacri del genere, come il sommo R. L. Burnside (a proposito, il 25 giugno è uscito un disco roots molto interessante del nipote, Cedric Burnside, I Be Trying), di Junior Kimbrough o di Fred “Mississippi” McDowell, trasformandoli in brani con incursioni rock. Il risultato è un disco che mi è piaciuto perché è un onesto omaggio al genere che ha contribuito non poco a farli diventare famosi, impreziosito dalla chitarra slide (onnipresente) di Kenny Brown e dal basso di Eric Deaton. Molti si sono domandati se fare un disco con brani capisaldi del Blues non fosse un po’ troppo pretenzioso, visto che, ad esempio, per Poor Boy a Long Way From Home di Burnside, ci sono versioni strepitose, una per tutte quella di Howlin’ Wolf, come ha fatto giustamente notare Rolling Stone Usa. I due – diventati per l’occasione quattro – ci sanno fare. È il loro punto di vista, la loro interpretazione, il loro omaggio. Ed è per questo che vanno presi e ascoltati. Anche perché, vale ripeterlo, il lavoro “di fino” che fa Kenny Brown merita da solo l’acquisto dell’album: basti mettere in cuffia Going Down South: il chitarrista con bottleneck all’anulare viaggia in perfetta sintonia con la voce sottile di Dan Auerbach. Musica da strada, sotto il sole, dovunque voi siate…

Portas – Marisa Monte – 2 luglio 2021

Marisa Monte la seguo da sempre, è una delle voci brasiliane inconfondibili, un’artista che ha tante cose da dire e mai banali, una musicista completa che compone, arrangia, produce. Uno spirito libero perennemente impegnato. All’uscita di Portas l’ho intervistata. Io me ne stavo sotto i quaranta gradi del Salento lei nella sua “invernale” Rio de Janeiro… Se avete voglia di leggerla andate a questo link. Da quella lunga chiacchierata, mi rubo alcuni passi che ho scritto allora… Un album composto da 16 tracce, un racconto, per chi la conosce, che ha del cinematografico. Sedici brani che catturano, conquistano, raccontano storie. In Portas c’è amore, romanticismo, passione, tristezza, allegria, speranza, futuro. Se dovessi fare un paragone, è come vedersi un film alla La La Land. Basta ascoltare Portas, brano che dà il titolo all’album, per capire quale sia la direzione del nuovo lavoro della Monte. Qual é a melhor?/ Não importa qual/ Não é tudo igual/ Mas todas dão em algum lugar/ E não tem que ser uma única/ Todas servem pra sair ou para entrar/ É melhor abrir para ventilar/ Esse corredor… Qual è la porta migliore? si chiede. La risposta arriva subito dopo: non ha importanza quale sia, non è tutto uguale. Ma tutte le porte aprono in un qualche posto. E, non necessariamente deve essere una porta sola, tutte servono per uscire e per entrare. È comunque meglio aprire per far cambiare aria a questo corridoio… Metafora dei tempi correnti. Se volete entrare nel samba, pieno, soffice e sostanzioso, con la collaborazione di Pretinho da Serrinha, ascoltatevi Elegante Amanhecer, brano dedicato alla Portela, scuola di samba carioca, di cui Marisa è sostenitrice, tra cavaquinho, cuica e surdo: Foi lindo de ver a Portela/ O sol raiando/ Elegante amanhecer/ Seu canto ecoou na passarela/ Auê auê salve o samba, salve ela… Tante le collaborazioni che Marisa ha voluto nel disco, da Arto Lindsay ad Arnaldo Antunes, l’ex Titãs, con  lui e Carlinhos Brown hanno creato i Tribalistas… Per proseguire con il bassista Dadi Carvalho o il polistrumentista Marcelo Camelo dei Los Hermanos. Ah, c’è Anche il mago Arthur Verocai che ha arrangiato i brani assieme ad Antônio Neves e Camelo. Il Brasile che mi piace…

Gullfoss – Nadje Noordhuis – 21 settembre 2021

Gullfoss è l’ultimo lavoro di Nadje Noordhuis. Australiana, 41 anni, da molti anni a New York, suona la tromba e il flicorno. Quello che riesce a ottenere è un suono pieno, caldo, struggente e anche… estremamente rilassante. Il disco è uscito in cd il 21 settembre, ma in vinile è stato pubblicato a tiratura limitata nel 2019, ed è la registrazione di un live suonato dalla Noordhuis nel 2018 al Musig im Pflegidach di Muri, in Svizzera, accompagnata dall’arpista Maeve Gilchrist che, per inciso, è stata per un periodo anche sua coinquilina a New York, il chitarrista Jesse Lewis e il bassista Ike Sturm più i tappeti sonori con i sintetizzatori, la batteria e le percussioni di James Shipp, polistrumentista che ha suonato anche con Sting. Insieme fanno il Nadje Noordhuis Quintet, un gruppo affiatato che riesce a trasmettere sensazioni non scontate, in un lavoro ispirato alla Natura e alle sue molteplici forme d’espressione. A tratti ricordano gli islandesi Sigur Rós, per poi aprirsi in atmosfere alla Pat Metheny. Ascoltatevi Indian Pacific, un arpeggio continuo e fluido come le onde del mare di Maeve Gilchrist e della chitarra di Jesse Lewis che fa da base a una struggente melodia che riporta all’emisfero d’origine della Noordhuis. In Silverpoint, altro brano parecchio interessante, la musicista riesce a fondere pattern elettronici con una chitarra che, nel finale, assume toni decisamente rock. Gullfoss, la composizione che dà il titolo all’album e che richiama la famosa cascata islandese, è l’ultimo “messaggio”: attacca con il basso a cinque corde di Ike Sturm, martellante, per poi portarci in un mondo fatto di magici momenti. Un lungo viaggio di emozioni…

Live from Blackalachia – Moses Sumney – 10 dicembre 2021

Che dire di Moses Sumney? È uno dei miei artisti preferiti, un innovatore, un visionario, uno che usa e fonde l’elettronica, la sperimentazione sonora (con quella voce che si ritrova!), il rock, il jazz… in altri tempi sarebbe stato definito un situazionista. Infatti, in questo live “solitario” senza pubblico, registrato nel 2020 in piena pandemia sui monti Appalachi nel North Carolina assieme ad altri musicisti compagni di viaggio, vicino alla città dove vive, Moses ha costruito un ambiente ideale per dare vita a un film (da lui diretto) e a un concerto che racchiude brani dagli album Aromanticism e Grae, per fondere Space, Nation Race, Place come canta lui stesso. Un nuovo ambiente, Blackalachia, dove poter “abitare” le arti, la natura e la tecnologia, ricostruito nella testa dell’artista e dato in visione via We Transfer al mondo per trasmettere il verbo. Il disco, che riporta le 14 tracce del live, è una summa dell’arte di Sumney, musicista, regista, creativo, mago che canta sospeso al tramonto, mentre il sole si nasconde dietro i monti e lui dondola nel vuoto interpretando Plastic, uno dei suoi brani più intensi. Tra i quattordici proposti, c’è anche Polly, l’ultima canzone del disco, a cui sono particolarmente affezionato e che trovo bellissima, fatta quasi a scomposizione di bossanova, il riassunto dell’arte scarna ma allo stesso tempo densa di Moses… Album da ascoltare e da meditare!

Crocodile Rock: musica e animali nel libro di Ezio Guaitamacchi e Antonio Bacciocchi

Ho acquistato un libro uscito qualche giorno fa per Hoepli. Si intitola Crocodile Rock e gli autori sono due conoscenze solide per chi ama la musica, Ezio Guaitamacchi, musicologo, musicista, entertainer, un decano del giornalismo musicale (come si legge nella terza di copertina) e direttore della collana musicale della stessa Hoepli, e Antonio Bacciocchi, scrittore, musicista e blogger, batterista rock con l’aplomb del mitico Charlie Watts.

Entrambi hanno in comune la passione per il rock e per gli animali, Ezio con i suoi tre cagnolini, Dylan Joni e Taylor, e Antonio con il suo pastore tedesco Grimm. I loro compagni a quattro zampe amano la musica e il rock. Anch’io ho una piccola amica, Lili, che è la mia ombra da tredici anni. Lavoro ascoltando musica, sempre. Lei, accoccolata sul cuscino ai miei piedi, ascolta, occhi aperti, tutto…tranne il rap. Che ci volete fare… frequenze disturbanti per il suo udito.

Ma torniamo al libro. Oggi alle 16 i due autori lo presenteranno a Milano alla Cascina Nascosta, parco Sempione. Chi vorrà venire – e vi consiglio di esserci – potrà portare i suoi animali di compagnia. Un bell’inizio! Il libro, che ho letto d’un fiato, è talmente ricco di aneddoti, storie, curiosità che ti attrae e non ti molla. Diviso in sei parti, con una preziosa prefazione di Laurie Anderson, spiega il rapporto tra musica e natura, l’evoluzione umana e animale attraverso il suono come comunicazione principale. Quindi, passa a storie che legano artisti ad animali, brani che hanno fatto la storia del Rock legati a cani, gatti, persino pappagalli, ma anche rocker impegnati nelle battaglie per le preservazione delle specie, e tante amenità dove, per esempio, zio Ozzy (Osbourne, ovvio!) entra di diritto… 

Ho intervistato via streaming i due autori, ci siamo fatti una gran bella chiacchierata…

Come vi è venuto in mente di creare Crocodile Rock?
Ezio – «È nato tutto un paio di anni fa nel mio studio, qui in Hoepli. Antonio era venuto per propormi alcuni titoli che, sinceramente, non erano compatibili con la mia collana. Lui, con la coda tra le gambe – per rimanere in tema – si stava avviando verso la porta dell’ufficio, quando Joni (prende in braccio una cagnolina bianca e me la presenta, ndr) e il suo fratellino Taylor gli si sono avvicinati per annusarlo (Antonio, da sempre ha avuto cani). Lui si è fermato, e ha giocato il jolly che le aveva raccomandato sua moglie Rita: “Ho raccolto un sacco di informazioni, di dati, di storie sul rapporto tra musica e animali. Ti può interessare?”. L’ho guardato e in un attimo eravamo seduti a parlarne! Il libro è, dunque, una sua idea, lui ha raccolto tutto il materiale, io mi sono limitato a fare il regista, che poi è il lavoro che faccio come direttore di collana. Però mi ha tirato dentro perché, in tempi andati, nel 1990 e 1991 ho organizzato a Milano un festival che si chiamava Musica&Natura sotto l’egida di Greenpeace, ero anche nel consiglio direttivo dell’ong. Ho fatto in modo che oltre a tutto il materiale che aveva raccolto Antonio ci fosse anche una parte sulle origini del suono. Non ce lo ricordiamo spesso, ma l’uomo ha imparato a cantare, suonare,  addirittura a parlare imitando il canto degli uccelli, l’incedere del galoppo dei cavalli… Ho cercato di selezionare le informazioni di Tony e di trasformarle in storie. A un certo punto Antonio mi ha detto una cosa molto carina: “Il libro ha preso una piega giusta anche grazie a te ed è corretto che tu sia coautore e non solo il curatore”».

Antonio – «Confermo tutto! Sono stati due anni di lavoro quasi quotidiano, il materiale era tantissimo e di svariata natura. Ne trovavo di nuovo che a sua volta mi rimandava ad altro. Era necessario un regista, che Ezio ha fatto benissimo. C’era talmente tanto materiale da pubblicare due o tre libri. E poi, essendo nato, cresciuto, e vivo tuttora, nella campagna piacentina, da sempre ho avuto animali domestici e, ultimamente anche non, visto che nel mio paesino si sono affacciati cinghiali, caprioli e anche un lupo. Essendo un musicista, appassionato di musica è stato naturale accostare le due cose. Lo spunto finale me l’ha dato mia moglie, all’inizio pensavo fosse banale, ma solo apparentemente. In realtà, oltre a quello che ha detto ora Ezio, nel libro si va ad approfondire anche quegli artisti che hanno preso spunto per le loro canzoni dai loro animali. Ci sono brani dedicati ai loro animali, spesso li hanno riportati anche in copertina, mentre altri hanno utilizzato l’animale come metafora per significare qualcosa di molto più profondo. Ad esempio, Blackbird dei Beatles: sembra dedicata a un uccello che vola, ma in realtà Paul McCartney l’aveva composta per supportare  i diritti civili degli afroamericani nel 1968».

Il titolo del libro richiama un brano famosissimo di Elton John…
Ezio – «Rimanendo su quanto stava dicendo Antonio, Crocodile Rock, è metaforico. Nel senso che è un atto d’amore di Elton al Rock delle origini. In quegli anni, nei Cinquanta, i musicisti jazz tra loro si chiamavano Alligator, c’era la famosa frase, un saluto, See you later allegator con la risposta In awhile crocodile! Il titolo del libro è evocativo, ma il sottotitolo è sufficientemente chiaro (storie aneddoti, curiosità e tutto ciò che unisce musica e animali, ndr) e senza suonare presuntuosi, credo non esista nessun libro al mondo che racconti tutte le connessioni tra musica e animali in un modo così completo. Grazie ad Antonio anch’io ho scoperto molte cose interessanti. Non sapevo che i Ragni di Marte di David Bowie in realtà sono stati ispirati a un evento accaduto in Italia negli anni Cinquanta, o che il cagnolino di Dolly Parton le ha salvato la vita, o che il gatto che è in copertina di fianco a Carol King in Tapestry, un album che ha segnato tutti noi e che fu un best seller pazzesco – per anni è stato il più venduto della storia – fosse comparso lì per caso mentre il fotografo stava scattando!».

Antonio – A proposito di ricerca: molto è stato fatto incrociando dati su internet, ma abbiamo dovuto affidarci molto alla nostra memoria, magari ricordandoci di aver letto qualcosa, relegato in un angolo di un libro o in una copertina di un disco. Insomma, un lungo lavoro deduttivo».

Ezio Guaitamacchi

Tra le tante narrazioni di questo libro, mi avete fatto ricordare di quel disco incredibile, Song Of The Humpback Whale, il canto delle megattere registrato da Roger Payne, ricercatore bioacustico, negli anni Sessanta…
Ezio – Mi fa molto piacere che tu abbia nominato Payne e il suo esperimento, perché mi permette di parlare di un musicista, Paul Winter, un sassofonista che ho avuto l’onore di conoscere quando lo feci venire in Italia per quel festival che avevo organizzato. Lo portai anche in Rai, opsite in un programma di Mino Damato, Alla ricerca dell’Arca. Con Stan Getz è stato il primo a fondere la musica brasiliana con il jazz. Dopo aver ascoltato le registrazione di Roger Payne, fondò un’etichetta chiamata Living Music, dove mise in piedi dei veri e propri duetti tra il suo sax soprano e il canto delle balene, l’ululato dei lupi, il barrito degli elefanti. Poi aggiunse una band, il Paul Winter Consort, da cui poi nacquero gli Oregon, Ralph Towner, Paul McCandless erano suoi musicisti. L’ho ascoltato anch’io il canto delle balene, attraverso un sonar in una nave di Greenpeace nelle acque bellissime della Hawaii: è struggente. Gli studi di Payne e di altri scienziati hanno dimostrato che la struttura dei canti delle megattere è clamorosamente uguale a quelle dell’uomo. Per la prima presentazione del libro alla Cascina Nascosta seduto sul divano con mia moglie stavo cercando al computer canti di balena da proporre. Il mio cagnolino Taylor ha drizzato le orecchie e s’è messo all’ascolto con interesse. Mia moglie, che è molto più esoterica di me, ha trovato in questo comportamento un linguaggio universale, io credo che sia una questione di frequenze…».

Veniamo alla prefazione di Laurie Anderson. Lei parla della sua esperienza e di quella di Lou Reed con la trovatella Lolabelle…
Ezio – «È stato un privilegio la sua testimonianza. Un altro mio cagnolino che non c’è più aveva partecipato al suo Concerto per Cani che da anni porta nei palchi di tutto il mondo. È stato incredibile. Laurie ha la capacità di provocare reazioni negli animali che sono uniche, ti trasmettono poi, a loro volta, come ascoltatore e auditore, emozioni incredibili».

Il libro, oltre a queste esperienze profonde ha anche molti aspetti divertenti…
Antonio – «Esatto, ci sono tanti aneddoti semplicemente curiosi e anche buffi. Sono un mezzo per fare propedeutica ed educazione: chi si accosta alla lettura per passare qualche ora in modo leggero o perché è appassionato di animali, trova anche elementi più “seri” come ad esempio Paul Winter e la sua musica, o dischi di cui non aveva mai sentito parlare. Sarebbe bello trascinare il lettore nel nostro mondo magico della musica in cui siamo persi da decenni».

Insomma, alla scoperta della musica attraverso gli animali e viceversa…
Ezio – «Ho scoperto, per esempio, che una delle canzoni più famose sugli animali, Nella Vecchia Fattoria, ce la ricordiamo cantata magistralmente dal Quartetto Cetra, e credo si insegni ancora oggi all’asilo, è stata cantata da Ella Fitzgerald, Frank Sinatra (il titolo originale era Old MacDonald Had A Farm, ndr) o Elvis Presley, in un rock’n’roll eccezionale».

Antonio Bacciocchi

Venendo agli animali: fanno musica, ma l’uomo si è servito di loro anche per farli diventare strumenti musicali…
Ezio – «Certo! Pensa alle api. Sono stati costruiti strumenti per imitare il loro ronzio. Ma l’uomo da sempre ha anche usato gli animali per costruirsi strumenti musicali. Considera le pelli per i tamburi, le conchiglie che vengono usate per strumenti a fiato, i crini di cavallo per gli archetti del violino. Li abbiamo chiusi in un box, perché entriamo in un altro mondo, l’organologia, che non era il tema di questo libro. L’uomo continua ad avere rapporti quotidiani con il mondo della natura colori, odori, suoni che essa stessa produce. Mi ricordo, non l’ho inserito nel libro, un’avventura nella foresta amazzonica. C’era la guida che parlava una lingua a me sconosciuta, con qualche parola spagnola e inglese. Era una “caccia alla tarantola”, così l’aveva definita. Sembravamo dentro un episodio di X-Files con quelle torce in mezzo agli alberi, nel buio più assoluto. La guida ci fece capire di spegnere le torce e rimanere in silenzio. Per fortuna avevo un registratore: nella notte nera ho ascoltato eregistrato un concerto di suoni di ogni tipo, un’emozione che non dimenticherò mai più».

Antonio – «Sempre a proposito del rapporto scienza-musica-animali, la scienza ha restituito alla musica attraverso gli animali un certo favore: anche se si tratta di molluschi, fossili, forme di vita minuscole, animali non particolarmente nobili, ma che portano il nome latino di David Bowie, Mark Knopfler, un paio di vermi sono dedicati a Guccini. Penso che per un musicista sapere che c’è una forma vivente a lui dedicata sia piuttosto appagante».

Ezio – «Credo che più che per il musicista lo sia per la musica, soprattutto Rock. Fa capire come questa forma di arte che spesso è stata considerata controcultura o, peggio, una sottocultura, anche attraverso gli esempi fatti da Antonio, a una medusa che porta il nome di Frank Zappa o una vespa quello di Beyoncé, fra trecento anni si parlerà di questi personaggi come delle grandi eccellenze della razza umana alla stregua di Beethoven o Mozart».

Interessante, anche perché gli animali sono stati usati volontariamente o meno come mezzi nelle performance di artisti. Vedi il famoso pipistrello addentato da Ozzy che lo credeva un animale di plastica, o il pollo lanciato verso il pubblico da Alice Cooper che fece una fine tragica…
Antonio – «Nel libro ricordiamo gli ZZTop che avevano organizzato una serie di concerti dove volevano rappresentare il Texas, stato da dove provenivano. Oltre a cactus e rocce si portarono dietro serpenti a sonagli, bisonti e altre specie animali. Il che fu tutto molto spettacolare ma problematico da gestire, oltre ai musicisti, che a quei tempi ci davano dentro, c’erano anche gli altri animali!»

Siete vegetariani o vegani?
Ezio – «Ammetto di no, ho grande rispetto e stima per chi lo fa. Cerco semplicemente di fare una dieta il più possibile morigerata. Non fumo più non prendo droghe non ho mai bevuto e faccio sport».

Sei perfetto Ezio!
«Quasi, quasi… Se mi togli anche lo sport sarei rovinato! Devo dire che a volte me lo chiedo, e la frase che ricorre nel libro di Paul McCartney: “Se i mattatoi avessero le pareti trasparenti nessuno mangerebbe più carne” fa riflettere. Avendo frequentato anni fa il mondo no profit rimasi molto colpito dal trattamento industriale riservato al mondo animale. Non è più il tempo delle caverne, mors tua vita mea. Allo stesso modo non mi piacciono quelli che colpevolizzano».

Antonio – «Sono stato macrobiotico e vegetariano per un periodo. Vivendo in pianura Padana se tu non assaggi i salumi vieni crocefisso. Per cui, cerco di evitare il consumo di carne, ma non sono rigoroso. Non ho mai fumato, mai preso droghe, faccio sport, infatti mi vedi così magro perché, te lo dico, lo sport fa malissimo!».