
Da sinistra, Adalberto Ferrari, Nadio Marenco, Luigi Maione – Foto Pino Ninfa
Di Visioni Musicali è il titolo di un lavoro pubblicato a fine settembre scorso dai Rhapsòdija, band klezmer che esiste da oltre trent’anni e che in questo lungo periodo di attività ha cambiato componenti e pelle. Il disco segna la fine di una metamorfosi, da band s’è ricomposta in trio, coeso, essenziale e straordinariamente moderno. Adalberto Ferrari (clarinetti, sassofoni, fiati etnici), una formazione radicata fra jazz contemporaneo e tradizioni dell’Est; Luigi Maione (chitarre, voce), ponte fra teatro musicale, Mediterraneo e ricerca modale; e Nadio Marenco (fisarmonica), background tra world, classica e improvvisazione.
I tre artisti hanno costruito un linguaggio molto personale, mantenendo il cuore klezmer, però aprendolo verso una dimensione più cameristica con quella chitarra elettrica che lavora su assoli e accompagnamento usata come tessitura timbrica: bordoni, arpeggi sospesi, piccoli delay che avvolgono clarinetto e fisarmonica, spingendo il klezmer fuori dalla matrice folklorica e dentro una dimensione che diventa quasi ambient. Una scelta che dà profondità ai temi yiddish e balcanici senza snaturarli.
Per capirci ascoltate For Gégé, brano di Adalberto Ferrari che dà inizio alle danze, un complesso inseguimento di strumenti tra jazz, klezmer, rock, un turbinio di note che ti avvolge e ti fa entrare in un mondo che ti incanta Oppure Viazoy, brano tradizionale, qui unito con un altro pezzo klezmer, Papirossn, tratto da un’opera teatrale di Herman Yablokoff: qui la chitarra di Maione sembra quella di Santana prima maniera, fondendosi con grande intuito nella fisarmonica, lasciando il lavoro di ricamo al clarinetto di Ferrari.
La struttura dell’album alterna danze in tempo dispari, nigunim rallentati e brani originali dove l’interplay è la vera architettura, che permette al trio di esprimersi con improvvisazioni calibrate e fluide, dimostrando che tre musicisti con tre storie diverse piegano la tradizione a un presente energico, elegante, soprattutto profondamente autorale.
Prima di leggere l’intervista un’ultima annotazione: la cover del disco è tratta dalla serie Orizzonti di Narciso Bresciani. Scrivono gli artisti: “Abbiamo scelto di accostare Orizzonti alla nostra musica perché nelle sue crepe e stratificazioni riconosciamo la stessa tensione, libertà e immaginazione che ci guidano quando suoniamo. È un paesaggio che diventa racconto, memoria e apertura: una vera e propria visione musicale che accompagna il nostro viaggio”.
Qual è il vostro concetto di musica?
Adalberto: «Cercare una strada nuova, senza cancellare la vecchia, cioè tenere l’esperienza e la provenienza del trio, ma in qualche modo aprire a una prospettiva nuova, attraverso una ricerca di un linguaggio e di una modalità espressiva rinnovati. Veniamo da esperienze diverse siamo tre personalità diverse, quello è stato il gioco impegnativo».
Vi conoscete bene…
Nadio: Con Alberto già da tempo, lavoriamo dal 2007 insieme come duo…».
Adalberto: «Si chiama Duello, ed è tuttora vivo e vegeto, facciamo cose diverse in realtà. E poi Nadio suona con Luigi già da un po’ di anni. Quindi dal punto di vista caratteriale è stato facile perché le intenzioni e le idee sono state acquisite e rimodellate da tutti e tre facendo uscire quel tipo di suono. Il disco per noi è stato l’esigenza di documentare un momento e un’urgenza personale».

Nei brani vi siete divertiti proprio, in Czarda, per esempio, la coda del pezzo riprende Volevo un gatto nero, mitico pezzo dello Zecchino d’Oro del 1969…
Luigi: «Sì, sono eventi rapsodici che richiamano ad altre situazioni. Noi siamo stati sempre predisposti a questo tipo di citazioni. Per quanto riguarda Volevo un gatto nero, è un brano che ricorda quel mondo un po’ “baraccone” dell’Est Europa, il divertimento di fare musica, per cui in quel contesto abbiamo ritenuto opportuno che ci stesse bene, anche perché è una melodia che richiama ritmi zingari dell’Est».
Adalberto: «Spesso sono suggestioni del momento, tante volte giochi, al momento sembra uno scherzo, poi in realtà cominci a dire “no, aspetta, però se facciamo quella cosa lì, tu fai quell’altra io l’altra ancora, esce qualcosa di nuovo e “altro” su cui lavorare».
Luigi: «Per esempio c’è un pezzo che noi facciamo dal vivo, tratto dalle quattro stagioni di Vivaldi, che con Vivaldi ormai non c’entra più niente. Già già in una versione precedente avevamo osato in un certo modo. Poi con Adalberto siamo andati oltre, perché è diventato un pezzo dove c’è il punk, il tango, il rock…».
Come vi siete avvicinati alla musica klezmer?
Luigi: «Per caso: quando i Rhapsòdija lavoravano con una compagnia teatrale attraverso l’Istituto di Cultura Italiano all’estero e in quel periodo c’erano dei malumori con l’altro chitarrista, fui convocato per una tournée in Europa e in Sudamerica. Ero un po’ preoccupato, anche perché sì, avevo già suonato con Maurizio (Dehò uno dei fondatori, ndr), però non mi ero mai integrato del tutto. Venivo dalla canzone d’autore, dalla tradizione folk latina rock. Però Maurizio, anche se non sempre, era aperto a questo mio nuovo modo di interpretare la chitarra. Poi, ho approfondito, ma sentivo comunque che non mi apparteneva del tutto, non mi interessava suonare in quel modo lì, sentivo il bisogno di esprimere quella musica secondo la mia estrazione. Un aneddoto chiarificatore: Gershwin chiese a Ravel il segreto per suonare come lui e Ravel gli rispose: “Perché vuoi diventare un pessimo Ravel se sei un ottimo Gershwin? Quindi è giusto che sia così, perché è spontaneo. C’è dell’acquisito e del posseduto proprio culturale».
Adalberto: «L’interesse che ho per la musica klezmer è lo stesso che ho per la musica contemporanea, per l’improvvisazione e per il jazz. Quest’ultimo e la musica classica contemporanea hanno sempre fatto parte della mia formazione artistica, un equo 40 per cento a testa. Il 20% che mancava per arrivare al 100% dei miei interessi nel tempo è stato sempre più dedicato alla musica klezmer, perché l’ho trovata capace di assorbire gli stili, di trasformarli nel tempo e anche i musicisti che ho sempre seguito nella musica klezmer, per quanto riguarda il sax e il clarinetto, sono personaggi di questo tipo. Penso a David Krakauer, nato come musicista classico e poi diventato musicista klezmer, anche perché ha anche una provenienza ebraica, a Giora Feidman che arriva dalla classica e lo si sente tutto nel suo linguaggio, o ancora Matt Darriau dei The Klezmatics che arriva dal jazz sperimentale».
Nadio, ne approfitto: tu suoni la fisarmonica, uno strumento che sta diventando sempre più importante nel jazz. Ne ho parlato con Gianni Coscia un paio di mesi fa, quando ricordava che a metà Novecento i jazzisti lo snobbavano perché era quasi un sacrilegio suonare jazz con la fisarmonica… Tu come ti sei avvicinato?
«Ho iniziato a suonare a sei anni, nel 1981. In quel periodo non dicevo che strumento suonavo perché la fisarmonica era legata al liscio, che ho suonato e devo dire che è stata una gran bella scuola, mi sono diplomato in fisarmonica classica e musica contemporanea. Insomma la fisarmonica sta trovando grandi spazi nella musica colta, prima invece non ne aveva quasi diritto. Non piaceva a Herbert Von Karajan. In un’intervista gli era stato chiesto con insistenza: “Cos’è che non le piace nella musica?”. Lui a denti stretti aveva risposto: “Non mi piace il suono della fisarmonica”. E l’intervistatore: “Vabbè no, ma cos’è che davvero non le piace?”. E lui scocciato: “Un’orchestra di fisarmoniche”. Quindi era veramente uno strumento, bistrattato e ancora oggi non è che siamo visti così bene anche in Conservatorio. Poi quando si capiscono le potenzialità di questo strumento, musicisti e compositori cambiano idea. Tornando alalla domanda precedente: alla musica klezmer sono arrivato un po’ per caso. Suonando ho sempre trattato molto la musica dell’Est europeo, mi ha sempre molto affascinato, sia quella tradizionale sia quella dei compositori, russi soprattutto. Poi casualmente mi sono trovato a suonare con Alessandra Sonia Romano, una violinista il cui strumento è il violino della Shoah, l’unico tornato dai campi di concentramento, che ha un valore devastante…».
Adalberto: «Posso aggiungere una cosa? La parola stessa strumento, indica un mezzo usato per ottenere qualche cosa. Quello che conta è l’idea creativa. La tecnica la acquisisci e vale per qualsiasi strumento, la sensibilità e l’espressività è una prerogativa che hai».

Voi tutti insegnate, cosa dicono i vostri allievi quando ascoltano la musica che fate?
Luigi: «Dipende dalle sensibilità di ciascuno. Una volta mi ha sorpreso un ragazzino di 15 anni, gli stavo facendo sentire qualcosa alla chitarra e mi ha detto: “È una musica commovente”. Una risposta che non ti aspetti da un adolescente che vuole imparare a suonare la chitarra. Oggi generalmente si guarda ad altro. Lo dico sempre ai miei allievi: un artista deve essere se stesso non seguire mode o scorciatoie. Se fai musica per esprimere, raccontare, sognare, trovare una strada e dare un senso alla tua vita, non puoi pensare al mercato, poi è chiaro che se vendi tanti dischi sei contento, ma non deve essere quello lo scopo, bensì l’arte. Quindi esprimersi artisticamente, raccontare se stessi e insieme inventare un mondo che possa arrivare agli altri. Con sincerità e onestà, artistica e intellettuale».
Adalberto: «Dipende molto anche a chi insegni, bimbi, adolescenti o giovani. Io insegno al Conservatorio, dunque ragazzi tra i 20 e i 25 anni, e cambia tantissimo. Sia a livello di comprensione sia di disponibilità all’ascolto. Il ragazzino se non è instradato perché, per esempio, i genitori suonano o ha una passione personale, guarda la moda, altrimenti sei condannato a stare fuori dal gruppo. A 25 anni invece fai delle scelte diverse, anche perché se studi musica suoni da anni».
Nadio: «Mi viene in mente un seminario a cui ho partecipato circa 25 anni fa, tenuto da Max Roach a Torino. Fa salire un bimbo di cinque anni sul palco e gli fa suonare la batteria. Mentre il bambino fa chiasso con i tamburi, lui tira fuori un quaderno e prende appunti. Gli abbiamo chiesto perché, lui uno dei più grandi batteristi jazz della storia, scrivesse appunti. Lui ci ha risposto: “Quella spontaneità, quel livello di gioco, non so più costruirlo, perché nel mio suono c’è troppa sovrastruttura”. Mi ha fatto riflettere molto. Ho avuto la fortuna di insegnare fisarmonica al Conservatorio, al liceo, ora alle scuole medie a indirizzo musicale, ho insegnato anche alle elementari e devo dire che, quasi quasi, la naturalezza alla musica che hanno i ragazzi delle elementari mediamente è difficile da trovare in altre età».
Mi fermo qui, perché la chiacchierata con il trio è stata molto più lunga e molto istruttiva. Chiudo consigliandovi vivamente l’ascolto di questo lavoro. In Di Visioni Musicali, ci trovate la musica del mondo, generi fusi con sapienza e maestria che aprono a un suono bello, potente, divertente, ironico, oserei, eroico. Buon ascolto!