Fleetwood Mac and Friends: è on line “Albatross”

Il prossimo 30 aprile uscirà un disco “imponente” per chi ama il rock anni Sessanta e Settanta. La storia in musica dei primi Fleetwood Mac con il sommo Peter Green: Mick Fleetwood and Friends Celebrate The Music Of Peter Green And The Early Fleetwood Mac (Live from The London Palladium).

Il disco è la registrazione di un concerto che si è tenuto il 25 febbraio 2020, pochi giorni prima che il Covid si impossessasse del mondo, con un sold out di biglietti e un parterre di musicisti sul palco da far venire la pelle d’oca: Neil Finn, Noel Gallagher, Billy Gibbons, David Gilmour, Kirk Hammett, John Maya, Christine McVie, Jermey Spencer, Zack Starkey, Pete Townshend, Steven Tayler, Bill Wyman, oltre a Mick Fleetwood, Dave Bronze, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, Ricky Peterson e Rick Vito.

Ieri è stato rilasciato il terzo brano (e video) del concerto, dopo The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) cantata e suonata da Billy Gibbons dei ZZ Top e Kirk Hammett, chitarrista dei Metallica (pubblicata in anteprima nel dicembre del 2020) e Rattlesnake Shake, cantata da un ispirato Steven Tayler, rilasciata il 25 febbraio di quest’anno. Si tratta di un pezzo strumentale del 1968 che, se non riassume, di certo identifica, la band britannica e Green: Albatross, suonato da David Gilmour sulla lap steel guitar, con un effetto ancora più meditabondo e carico d’emozione, postpsichedelico. Peter Green non c’era sul palco quel 25 febbraio. Il 26 luglio morirà nel sonno a 73 anni. Un motivo in più per rendere omaggio a un grande del rock e del blues.

Il 24 aprile, via nugs, verrà trasmesso l’intero concerto in streaming, mentre il 30 sarà disponibile sulle piattaforme digitali e nei negozi il disco live.

Astor Piazzolla, oggi il centenario della nascita

Giusto cento anni fa nasceva a Mar de Plata (Argentina) Astor Piazzolla, il musicista che ha trasformato il tango, rendendolo oltre alla danza, una musica complessa, ricca di sfumature, figlia delle sue esperienze. Figlio di italiani (il padre Vicente era originario di Trani, la madre Assunta di Massa Sassorosso, borgo toscano in Garfagnana), Astor studiò musica a New York dove la famiglia si trasferì quando lui aveva appena tre anni. Nella Grande Mela, dopo gli studi classici, fu catturato dalla libertà contagiosa ed espressiva del jazz. Il suo strumento era il bandoneón, quella strana fisarmonica importata in Argentina a metà Ottocento da un  tedesco che è diventata l’anima di un’orchestra di tango. Narrano le cronache che, ad appena 12 anni, incontrò il re del tango dei primi anni del Novecento, Carlos Gardel, che lo volle al suo fianco in una tournée. Era il 1934. Il padre Vicente, probabilmente intimorito per l’a giovane età, non glielo permise. Gardel morì l’anno successivo a Medellin in Colombia.

Ma torniamo alla musica di Piazzolla: con lui, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, il tango da musica romantica alla Gardel, appunto, diventa più ritmico, complesso. Piazzolla introduce chitarre elettriche, i primi sintetizzatori, suonati dal figlio Daniel nel periodo dell’Octeto Electronico, formazione che durò appena quattro anni. Per questo si attirò le ire dei conservatori del tango e persino da Borges che lasciò sdegnato la sala durante un suo concerto. Ma lui credeva nella sua musica. Non a caso le contaminazioni con il jazz con il mitico sassofonista Gerry Mulligan o il vibrafonista Gary Burton diedero vita a quel tango nuevo di gran successo negli States e in Europa ma non nel suo Paese. Ascoltatevi Close Your Eyes and Listen con Gerry Mulligan, alla batteria il nostro grande Tullio De Piscopo, brano del 1974, dall’album Summit, o Vipraphonissimo dall’album The New Tango registrato dal vivo nell’88 al Mountreux Jazz Festival.

Dei tanti lavori prodotti in vita (poi sono usciti un sacco di dischi postumi… e qui sapete come la penso, una sorta di “esplorazione” di artisti che non avevano, per ovvie ragioni, più motivo decisionale su brani, sequenze, arrangiamenti) c’è Adiòs Nonino (1969), Libertango (1974), Tango: Zero Hour (1988), quest’ultimo l’album preferito dallo stesso musicista… Astor scrisse anche colonne sonore: per Sur di Fernando Solanas con la mitica canzone Vuelvo al Sur, le parole (qui sotto) sono dello stesso Solanas, brano interpretato anche da uno strepitoso Caetano Veloso. Per il film Solanas vinse la miglior regia al quarantunesimo Festival di Cannes. Compose anche le musiche per l’Enrico IV di Marco Bellocchio (1984).

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor

vuelvo a vos con mi deseo, con mi temor

Llego al Sur como un destino del corazón

soy del Sur como los aires del bandoneón

Sueño el Sur, inmensa luna, cielo al revés

busco el Sur el tiempo abierto, y su después.

Quiero el Sur, su buena gente, su dignidad,

siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad.

Vuelvo al Sur, llego al sur te quiero

Dunque, se volete approfondire il tema, oggi a Trani, città d’origine dei Piazzolla, ci sarà un collegamento con Mar de Plata, per ricordare il grande bandeonista e artista. Diretta streaming alle 14 sulle pagine Facebook Festival del Tango Trani del Centenario Piazzolla e sulla pagina ufficiale della Città di Trani. Ovviamente, festeggiamenti anche a Massa Sassorosso in Garfagnana con l’arrivo dei consoli e dell’ambasciatore argentino in Italia.

Auguri a David Gilmour, 75 anni!

Marzo è un mese di ricorrenze per i Pink Floyd. Oggi David Gilmour, il mitico chitarrista della band, festeggia i suoi magnifici 75 anni. Per chi non lo avesse ancora visto, andatevi a cercare il docufilm del 2015 David Gilmour: Wider Horizons, un intimo ritratto del Gilmour artista, della sua storia, della sua infinita passione per la musica…

Il primo di marzo del 1973, 48 anni fa, la band inglese pubblicava negli States, e dopo tre settimane nel Regno Unito, The Dark Side of the Moon, uno dei capolavori assoluti del rock, nono album in studio, 943 settimane di permanenza in classifica, oltre 50 milioni di copie vendute, rientrato nella Billboard Top 200 nel 2019, a 46 anni dall’uscita.

Lloyd Grossman, nella sua recensione di The Dark Side, scriveva nel 1973 su Rolling Stone: «Più che un album di canzoni appare come un singolo pezzo esteso, che sembra parlare della fugacità e della depravazione della vita umana, argomento non proprio tipico del rock». Unica critica, proprio per trovare il pelo nell’uovo, Grossman la rivolge proprio alla voce di Gilmour in The Great Gig in the Sky (traccia che chiudeva il primo lato del vinile) secondo lui troppo debole e spenta.

In realtà questo brano resta uno dei più famosi della band, grazie anche all’intervento di Clare Torry, vocalist chiamata da Alan Parsons, producer e tecnico del suono agli Abbey Road Studios di Londra, dove venne registrato l’album. Il suo assolo intrigante e forte, che sembrava provenire da un’altra dimensione, è impresso nella mente di intere generazioni. Come il sax di Dick Perry in Money e nella spettacolare Us and Them.

In marzo, rispettivamente il 21 del 1983 e il 28 del 1994 i Pink Floyd pubblicarono The Final Cut e The Division Bell. Quest’ultimo è l’album che in un certo modo ratifica la rottura con Roger Waters, avvenuta sette anni prima: qui Gilmour, Wright e Mason costruiscono un nuovo capitolo della storia musicale del gruppo, senza l’influenza del geniale bassista e compositore.

Comunque sia, per chi ne avesse voglia, tutti questi anniversari sono l’occasione per riascoltare nel fine settimana una band leggendaria. Una full immersion nella psichedelia di Gilmour e soci, al di là del tempo e dello spazio.

Amarcord: la Musica secondo Duke Ellington…

Stamattina ascoltavo un lavoro del 2012 di Terri Lyne Carrington, Money Jungle – Provocative in Blue. La batterista, jazzista, docente al Berklee College of Music, aveva pubblicato il disco come un personale omaggio per i 50 anni dall’uscita del geniale Money Jungle registrato da Duke Ellington, Charles Mingus e Max Roach nel 1962. Al posto di Mingus e Roach, con Terri ci sono Christian McBride e Gerald Clayton

Terri rivede le composizioni originali, le reinterpreta con la consapevolezza e la bravura che la caratterizzano, aggiungendoci tre brani, Grass RootsNo Boxes (No Words) e un cameo, Rem Blues/Music: mette in musica brani tratti dall’autobiografia di Ellington, del 1973, intitolata Music Is My Mistress, interpretati da Shea Rose ed Herbie Hancock che, per l’occasione, fa la parte del Duca. L’avevo dimenticato.

Nel “Act Five” del libro (sono oltre 500 pagine) c’è un poemetto dal titolo What Is Music? In questi versi è racchiuso tutto il significato della Musica secondo Ellington. Ve lo ripropongo…

What is music to you?
What would you be without music?
Music is everything.
Nature is music (cicadas in the tropical night).
The sea is music. The wind is music.
Primitive elements are music, agreeable or discordant.
The rain drumming on the roof,
And the storm raging in the sky are music.
Every country in the world has its own music,
And the music becomes an ambassador;
The tango inArgentina and calypso in Antilles.
Music is the oldest entity.
A baby is born, and music puts him to sleep.
He can’t read, he can’t understand a picture,
But he will listen to music.
Music is marriage.
Music is death.
The scope of music is immense and infinite.
It is the “esperanto” of the world.
Music arouses courage and leads you to war.
The Romans used to have drums rolling before they attacked.
We have the bugle to sound reveille and pay homage to the brave warrior.
The Marseillaise has led many generations to victories or revolutions;
It is a chant of wild excitement, and delirium, and pride.
Music is eternal, Music is devine.
You pray to your God with music.
Music can dictate moods,
It can ennerve or subdue,
Subjugate, exhaust, astound the heart.
Music is a cedar,
An evergreen tree of fragrant, durable wood.
Music is like honor and pride,
Free from defect, damage, or decay.
Without music I may feel blind, atrophied, incomplete, inexistent.

 

Cos’è Musica per te?
Cosa saresti senza Musica?
La Musica è tutto.
La natura è Musica (le cicale nella notte tropicale).
Il mare è Musica. Il vento è Musica.
Gli elementi primitivi sono Musica, gradevoli o dissonanti.
La pioggia che tamburella  sul tetto
E la tempesta che infuria nel cielo sono Musica.
Ogni Paese del mondo ha la sua Musica,
E la Musica diventa un’ambasciatrice;
Il tango in Argentina e il calypso nelle Antille.
La Musica è l’entità più antica.
Nasce un bambino e la Musica lo fa addormentare.
Non sa leggere, non può capire un quadro,
Ma ascolterà la Musica.
Musica è matrimonio.
Musica è morte.
Lo scopo della Musica è immenso e infinito.
È l”esperanto” del mondo.
La Musica risveglia il coraggio e ti conduce alla guerra.
I Romani facevano rimbombare i tamburi prima dell’attacco.
Usiamo il corno per suonare la sveglia e omaggiare il guerriero coraggioso.
La Marsigliese ha condotto molte generazioni a vittorie o rivoluzioni;
È un canto di sfrenata eccitazione, delirio e orgoglio.
La Musica è eterna, la Musica è divina.
Preghi il tuo Dio con la Musica.
La Musica può dettare gli umori,
Può innervosire o sopraffare,
Dominare, logorare, stupire il cuore.
La Musica è un cedro,
Un albero sempreverde di legno profumato e resistente.
La Musica è come l’onore e l’orgoglio,
Senza difetto, danno o deterioramento.
Senza musica posso sentirmi cieco, atrofizzato, incompleto, inesistente.

Giornata della memoria: Francesco Lotoro e la musica “concentrazionaria”

Delle poche cose che mia madre ricordava, ragazzina in Friuli negli anni del secondo conflitto mondiale, a parte la fame, il nulla imposto dalla guerra, il terrore del rombo degli aerei che venivano a bombardare (trauma che l’ha convinta a non salire mai a bordo di un aereo e che si è portata sino alla morte), c’era il ricordo dei treni dei deportati diretti ai campi di concentramento, che facevano sosta nella stazione del paese dove viveva. Era un ricordo meticoloso, quasi un’imposizione per non dimenticare, così vivido da materializzarsi. L’ho immaginato tante volte, prima con la mente di un bimbo e poi con quella di un adulto, come se fossi lì anch’io. Ancora oggi che mia mamma non c’è più, rivedo quelle scene, le urla di richiamo e aiuto dei prigionieri rinchiusi nei carri bestiame, perché questo erano, le mani che si allungavano oltre le strette ferritoie poste in alto, mani affusolate, mani piccole, mani callose, mani che chiedevano cibo, acqua, o anche solo una carezza. E il paese si mobilitava con generi di conforto, quel poco che c’era nel niente assoluto.

Sono passati quasi 80 anni da quegli eventi, i sopravvissuti dei lager sono ormai pochissimi, il tempo fa il suo corso. L’orrore dell’olocausto è diventato un’ansia mentale intorpidita; il racconto serve a tenere vive le putrefazioni a cui l’uomo può arrivare, poiché ce ne dimentichiamo troppo spesso.

A questo serve la giornata della memoria. Almeno un giorno all’anno ci viene imposto di pensare che, nemmeno un secolo fa, sono state commesse atrocità senza fine, sono state cancellate milioni di vite, famiglie, amori, passioni, storie…

E arrivo al punto di oggi: sì, anche questa volta c’entra la musica. Anzi, la musica è la protagonista. Perché lo è stata nei campi di detenzione, di sterminio, di rieducazione – e non solo nazisti. C’è un musicista italiano, che certamente molti di voi conosceranno, che da oltre trent’anni sta dedicando la sua vita e la sua professione alla causa: raccogliere opere, canzoni, spartiti, brani, partiture scritte su fogli musicali, altre annotate su carta igienica o pezzi di tessuto, altre tramandate oralmente. Musica come resilienza, musica come anelito di libertà, musica come scansione delle attività giornaliere nei campi, anche quelle terribili, musica per salvare la propria mente e la vita.

Parigi. Wally Lowenthal Karveno e Francesco Lotoro con in mano l’autografo del “Concertino per pianoforte e orchestra da camera” scritto a Gurs – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

Ho trovato la “missione” di Francesco Lotoro, classe 1964, musicista di Barletta, pianista, compositore e direttore d’orchestra, docente di pianoforte presso il Conservatorio Niccolò Piccinni di Bari, un enorme atto d’amore, verso chi è stato privato della libertà, torturato e massacrato ma anche verso la musica stessa.

Avere la possibilità di riascoltare quello che è stato scritto nei campi, una musica che potremmo definire sicuramente nuova, “concentrazionaria” come è stata battezzata, è una delle concrete possibilità per non dimenticare, testimonianza diretta e reale delle atrocità commesse. Francesco Lotoro lavora per questo, perché le prossime generazioni possano “ascoltare” la cruda realtà di quello che l’essere umano è riuscito a concepire ma anche cogliere la creatività e la necessità di vedere la propria esistenza oltre i confini di un lager nazista. Musica per evadere, per volare, per fissare momenti “resistenti”. Nel 2017 il regista franco-argentino Alexandre Valenti ha dedicato a Francesco un docufilmMaestro, una coproduzione italo-francese.

Gli ho scritto se potevo intervistarlo, mi ha risposto immediatamente. Ne è nata una lunga e intensa chiacchierata…

Francesco come è iniziato tutto ciò?
«Ho cominciato nel 1988, spinto da molti elementi giovanili, passioni, curiosità. Mi mancava la visione d’insieme di ciò a cui stavo andando incontro… I primi quattro anni cercavo solo musiche composte da musicisti ebrei. Mano a mano che contattavo persone, le incontravo, mi documentavo, lavoravo con l’aiuto di tutor perché trovavo manoscritti scritti in diverse lingue, catalogavo, suonano, eseguivo le partiture, sono passati gli anni e mi sono accorto che questa ricerca si era mangiata un po’ tutto della mia vita. Non era prevedibile. Sono arrivato a migliaia di opere catalogate e non è ancora finita…CI vogliono tante risorse ancora per finire il lungo lavoro».

Come musicista che idea ti sei fatto?
«Sono un pianista e ciò mi ha aiutato a cercare un repertorio pianistico denso di linguaggi molto avanzati, che andavano persino oltre Arnold Schönberg (il compositore austriaco naturalizzato americano, considerato dirimente per aver scritto musica al di fuori dalle regole del sistema tonale, ndr).

Charles Abeles, prima pagina del Valzer Rondo Felicità op.282 – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

Negli anni hai contribuito a creare un’orchestra, l’Orchestra di Musica Concentrationaria, con la quale hai inciso un’enciclopedia in 24 volumi CD KZ Musik, contenente 407 opere scritte da prigionieri civili e militari in quel periodo…
«L’ossigeno della ricerca e la sua bellezza estetica è suonare molta di questa musica. Sai, ho sempre pensato che eseguirla sia un gesto magico, liberarla dai campi, in una sorta di redenzione».

Quando pensiamo ai campi di concentramento spesso ci facciamo dei “film” errati…
«I campi di concentramento, internamento, sterminio erano realtà metropolitane zippate, con elementi di eterogeneità. L’elemento artistico ha fatto scattare connessioni tra gruppi sociali e linguistici. Nel campo di Birkenau (Auschwitz II), per esempio, è impossibile distinguere tra musica ebraica e musica rom. La promiscuità nel gergo artistico è illuminante, fertile. Capitava anche che i musicisti prestassero i loro strumenti ad altri musicisti, come è successo nel campo di Sandbostel quando i francesi che stavano nello Stalag XB dettero più volte il violoncello a Giuseppe Selmi, grande violoncellista, compositore e didatta italiano (Selmi ha scritto in prigionia molte partiture per violoncello e il meraviglioso Concerto Spirituale per violoncello e orchestra, ndr) che stava nell’attiguo Stalag XA» (Selmi, come scrive lo stesso Francesco, «si esibì per i prigionieri italiani in un intero concerto imbracciando un violino a mo’ di violoncello…»).

Ci sono stati anche sodalizi gloriosi e proficui nei campi, come quello di Giovannino Guareschi e Arturo Coppola…
«Sono nati brani bellissimi. Prendi La favola di Natale che Guareschi scrisse nel 1944 nel campo di Sandbostel e Coppola mise in musica, è un’opera straordinaria e così poco rappresentata oggi. Coppola scrisse molti altri brani, come Treviso (la città in cui passò maggior parte della sua vita, ndr) quando seppe del bombardamento sulla città, molti mesi dopo l’avvenimento. Da ricordare anche Dai Dai Bepin, un’esortazione a Stalin che si muovesse in fretta per liberarli dalla prigionia…».

Gerusalemme. Francesco Lotoro con il pianista e compositore Alex Tamir, sopravvissuto al Ghetto di Vilnius – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

Quanto ha influito la privazione della libertà sui musicisti e sulle partiture composte?
«Il musicista in prigionia componeva per esorcizzare il campo, l’ambiente non influiva, dunque, più del necessario sui criteri architettonici della composizione. Il campo c’è, attraversa la musica, ma il musicista è ancorato alle proprie visioni, alla propria storia. Il dramma esiste, ma in chiaroscuro, il musicista in questo modo vuole annichilire il campo. Spesso, sono stati gli stessi musicisti prigionieri a costringere i loro carcerieri ad acquistare strumenti musicali, fogli per scrivere partiture, a farsi esentare dal lavoro per dedicarsi alla composizione».

La musica faceva vedere la prigionia in un altro modo…
«Hai presente l’orchestra del Titanic che non smetteva di suonare mentre il transatlantico affondava? O Pau Casals il grande violoncellista catalano, che si esibiva anche durante il regime franchista perché mai come in quei momenti la gente aveva bisogno della musica? Così era nei campi. Ogni musicista ha portato nella prigionia la propria esperienza, che è rimasta patrimonio del luogo. L’elemento campo ha modificato, evoluto, deteriorato, agito da drenante, intaccato certe corde, certe sensibilità. Gli artisti sopravvissuti alla prigionia, una volta liberi, sono diventati fondamentalmente diversi, hanno voluto cancellare completamente la detenzione. Ci sono dolori che vengono redenti in maniera diversa. Di per sé nei campi abbiamo avuto lo sviluppo, l’estremizzazione, la radicalizzazione di certi linguaggi, forme brecktiane possibili solo perché, appunto, nate all’interno del campo».

Quindi la musica è stata tante cose: un atto di liberazione, una forma di rigore mentale e pure la summa di colonne sonore della vita quotidiana nei campi…
«A Buchenwald c’era un’orchestra di 80 elementi. Auschwitz, nelle sue tre declinazioni, il campo principale (I), Birchenau (II) e Monowitz (III) contava ben sette orchestre. D’opposto, Hans Gál (musicista viennese che fuggì dall’Austria nazista rifugiandosi in Gran Bretagna dove, per ironia della sorte venne recluso dagli inglesi che arrestarono gran parte dei profughi tedeschi scampati al regime, tra questi anche numerosi ebrei, ndr) nel campo di detenzione di Douglas, sull’isola di Man compose la Huyton Suite op.92 con gli strumenti che aveva a disposizione, un flauto e due violini».

Ma nella musica concentrazioanria c’era anche altro…
«È una musica sessista, divisa per genere. Orchestre maschili e orchestre femminili. Solo nel campo di Theresienstadt c’era un’orchestra mista. È stata poi usata per il più sublime e il più perverso degli scopi. Si suonava quando arrivavano i treni con i nuovi prigionieri e i nazisti facevano una selezione veloce delle persone: vecchi, malati, bambini venivano soppressi, gli altri in salute andavano ai lavori forzati. L’orchestra suonava quando il gruppo di deportati partiva e arrivava dal lavoro coatto. Suonava la domenica nei villaggi dei militari per rallegrare le passeggiate pomeridiane dei nazisti con le loro famiglie, ma suonava anche per i deportati…».

Berto Boccosi, prima pagina del quaderno di Saida (abbozzo dell’opera La Lettera Scarlatta) – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

La musica era dunque sempre concessa?
«Nei campi di detenzione dove c’erano ebrei si poteva scrivere musica, in quelli dove c’erano i prigionieri politici, no. In questo caso gli artisti memorizzavano ciò che componevano, o scrivevano le partiture sulla carta igienica o sui teli di juta, addirittura sulla terra, quando andavano a lavorare nei campi di patate. Ognuno dei detenuti imparava a memoria quattro battute e poi la sera venivano trascritte su mezzi di fortuna. Ma non dobbiamo pensare a gesti di magnanimità da parte dei carcerieri. Il polacco Artur Gold, per esempio, famosissimo musicista, una delle star del tempo, venne arrestato e deportato a Treblinka. Fu ricevuto dal comandante del campo con tutti gli onori, gli venne concessa un’orchestra con cui allietò i militari, poi venne messo a morte. La negazione di ogni logica. Al musicista non poteva che rimanere la sua musica, poteva contare solo su quella».

Venendo a oggi, dopo trent’anni di lavoro, qualcuno ti ha chiamato lo Sherlock Holmes della musica, che valore ha questo enorme patrimonio che stai raccogliendo?
«Sono convinto che questa sia una musica di portata universale. Per completare il quadro ci vorranno ancora 15, 20 anni. Siamo ben oltre gli ottomila brani raccolti e catalogati e ogni settimana arrivano partiture, segnalazioni, note all’ILMC, l’Istituto di Letteratura Musicale Concentrationaria. Con il lockdown ho smesso di viaggiare ma presto spero di ritornare a intervistare, raccogliere, ascoltare. Dovrei andare in Francia dove c’è una testimone che mi aspetta, appena il virus lo permetterà volerò a Parigi. Questa musica è come se fosse stata chiusa in una capsula del tempo. Ti ricordi il film con Nicolas Cage Segnali dal Futuro? Ecco, la musica concentrazionaria è chiusa lì dentro, non si è mai interfacciata con la musica a lei contemporanea, è tanto simile quanto differente. Credo che abbia molto da darci. Però, ne usufruiranno con quotidianità le generazioni future, tra venti o trent’anni».

E la capsula del tempo dovrebbe trovare posto a Barletta in un’ex distilleria, giusto? Sono anni che se ne parla…
«Nel 2016 partecipammo a un bando per la riqualificazione delle periferie, indetto dal governo Renzi. Barletta si candidò e sposò in pieno il progetto di una cittadella della musica concetrazionaria. Considero questo genere di musica in un periodo che va dal 1933 al 1953 includendo anche i gulag sovietici, praticamente fino alla morte di Stalin. Il nostro progetto arrivò dodicesimo. I primi 24 avrebbero avuto una sovvenzione statale. Che però è stata insufficiente. Quindi abbiamo atteso ancora e, se tutto andrà per il meglio, dovremmo inaugurarla nel 2024. Sarà un campus con biblioteca, museo, libreria, teatro, ristorante, due laboratori, un polo di studio della musica ebraica… allora sì, potremo finire la ricerca, ci vogliono altri fondi, è un lavoro enorme, ma che dobbiamo portare a termine».

Finisce qui la nostra lunga intervista. Non mi resta che darvi appuntamento a questa sera: in occasione del 76° anniversario della liberazione del Campo di sterminio di Auschwitz, vi consiglio il concerto registrato e trasmesso in streaming alle 19:30 sulla pagina Facebook della Città Metropolitana di Bari: una selezione di brani di musica concentrazionaria intitolata La B rovesciata – Il Testamento dell’universo concentrazionario, eseguito dall’Orchestra Sinfonica di Bari diretta da Francesco Lotoro. Le voci: Anna Maria Stella Pansini (soprano), Nico Sette (tenore), Angelo De Leonardis (baritono e voce narrante), Paolo Candido (voce maschile).

Hendrix, Joplin, Morrison: la morte e la consacrazione eterna

Ci sono cose che bisogna fare. E questa è una di quelle. Cinquant’anni fa, 1970. Inizio di un nuovo decennio, e che decennio! L’euforia degli ultimi anni Sessanta, la grande rivoluzione di costumi, cultura, pensiero che inizia a incanalarsi in torrenti, spesso in piena. La musica non fa eccezioni, anzi è proprio in quest’arte che si vivono i grandi cambiamenti, le rivoluzioni concrete, il rock, il prog, gli esperimenti, i talenti. L’11 marzo del 1970 – è solo uno dei numerosi esempi – Crosby Still Nash & Young pubblicarono uno dei dischi più belli di sempre, Déjà vu. Nell’agosto dell’anno prima l’America era stata sconvolta dall’eccidio di Cielo Drive, dove alcuni membri della Manson family ammazzarono cinque persone tra cui Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, incinta di un bimbo di 8 mesi. Una settimana dopo a Bethel, New York si sarebbe tenuto il festival più famoso e dirimente della storia del Rock, Woodstock. Si era ancora al culmine della guerra in Vietnam…

Ebbene, cinquant’anni fa, a distanza di soli 16 giorni, ed entrambi ad appena 27 anni d’età, morivano Jimi Hendrix e Janis Joplin. Il primo a Londra, in un albergo nel quartiere di Notting Hill, il 18 settembre, la seconda a Hollywood, il 4 ottobre. Come l’araba fenice sono risorti dalle loro ceneri, reincarnati sotto forma di mito. Hendrix il virtuoso della chitarra elettrica, il numero uno per Rolling Stone – ve l’ho già detto, il giornale fondato da Ian Wenner nel 1967 adora le classifiche! – la seconda, per la sua voce blues inconfondibile, carica di pathos, rabbia e forza vitale.

Entrambi eccessivi, maledetti, egocentrici, irriverenti, non convenzionali, desiderio erotico di una generazione. Insomma, rock nell’anima, non per posa ma per lignaggio. Come una stirpe regale si sono consegnati ai loro sudditi che li hanno adorati e riveriti e, dopo la loro morte avvenuta per overdose (di barbiturici, eroina, alcol, fate voi, tanto che importa…), scolpiti nell’eternità della storia della musica moderna.

Qualche mese più tardi, il 3 luglio del 1971, sempre a 27 anni, se ne andava il terzo della “trimurti genio e sregolatezza” di quegli anni, Jim Morrison, a Parigi.

Hendrix, come Che Guevara, diventa un essere mitologico, un “semprevivo”, stampato su miliardi di t-shirt, la sua chioma afro riprodotta in borse e gadget da vendere nelle bancarelle dei concerti. Nonostante la sua breve vita artistica ai massimi livelli, appena quattro anni, Jimi ha prodotto più dischi da morto che da vivo, per parafrasare Catalano, indimenticabile personaggio dell’esilarante compagnia di Arbore. Il padre Al e un giro di affamati produttori lo hanno sfruttato oltre l’impossibile.

Destino dei grandi, metà umani e metà dèi. Il rock deve molto, ma proprio tanto, al chitarrista mancino, quello che faceva urlare la chitarra, con lei c’era un’intesa erotica senza limiti, amore, odio, fiamme, pianto e disperazione, bombe e guerra. Più o meno lo stesso vale per Janis, donna incontenibile, affamata d’affetto, senza freni, un’auto di formula uno lanciata a tavoletta, mai sazia di musica, alcol, droga, sesso. Lo stesso dicasi per il frontman-poeta dei Doors.

La Joplin ha rispettato tutti i canoni del Rock, come Morrison. I tre si erano incontrati, avevano pure suonato insieme, si erano ascoltati e frequentati. I tre erano consapevoli di essere dei cavalli di razza e di avere un destino: scrivere i capitoli principali del grande libro del Rock. Un po’ meno capaci, invece, di gestire il prepotente successo e i loro inevitabili fantasmi, come, del resto, molti altri loro colleghi.

Di quegli anni così forti, paurosamente belli, incredibilmente creativi oggi c’è rimasto poco o niente. Siamo tutti irregimentati in canoni dettati dalla tecnologia, comandati da un impietoso e subdolo sentire comune scritto da app, social e meraviglie da Silicon Valley. Beh, tra il circo fine a se stesso di oggi e quello bombastico di 50 anni fa, permettetemi un po’ di nostalgia e qualche lacrimuccia di rimpianto. Lo dico da cronista e da ex ragazzo nato nei Sessanta e adolescente nei Settanta. Ecco, questa cosa l’ho fatta…

Charlie Parker, Richard Brody e l’essenza del ricordo

Tra i tanti articoli che stanno ricordando il centenario della nascita di Charlie “Bird” Parker, uno dei musicisti dirimenti del Novecento (nato il 29 agosto 1919 a Kansas City), ha attirato la mia attenzione quello scritto da Richard Brody sul New Yorker. Brody è un famoso e preparato critico cinematografico, nominato dal governo francese cavaliere dell’Ordine della Arti e delle Lettere, ed è anche uno storico collaboratore del magazine americano da oltre vent’anni.

Nel suo articolo dal titolo How Charlie Parker Defined the Sound and Substance of Bebop Jazz ha centrato la potenza dirompente di Parker inserendolo nel periodo storico vissuto dall’artista, quell’America pre e post bellica, dove il razzismo verso gli afroamericani era pesante e la Black people era mandata al fronte (con divise diverse, si badi bene) a combattere per gli Stati Uniti, lo stesso paese che poi vietava loro i diritti civili più elementari.

La fine del Secondo conflitto mondiale, il ritorno dalla guerra degli eroi neri  – non riconosciuti come tali -, la droga diffusa nelle grandi città, eroina che catturò anche Charlie (oltre ad alcol e tranquillanti), sono parte di un pezzo importante di storia a stelle e strisce. In questa situazione, l’autore ricorda anche l’uccisione di un soldato nero, Robert Bandy, da parte di un ufficiale di polizia bianco che provocò una rivolta ad Harlem, nell’agosto del 1943 (molte cose non sono proprio cambiate negli States!). Ma anche la difficile lotta per le conquiste civili degli afroamericani che si fece sempre più consapevole a partire dai primi anni Cinquanta e che Parker non riuscì a vivere, vista la prematura scomparsa, ad appena 34 anni.

In tutto ciò c’è il genio di questo musicista che, stanco delle partiture di swing e jazz “classico” delle grandi orchestre – dove suonò, assieme ai big del tempo come Dizzy Gillespie – cercò di rompere quelle armonie precostituite, spingendosi a riscrivere nuovi percorsi sonori sempre più audaci, apparentemente frammentati, veloci, intensi, per i tempi, difficili da comprendere, ma che altri musicisti che si stavano affacciando sulla scena, vedi Miles Davies, ne fecero tesoro.

Spiega Brody: “Quello che Orson Welles ha fatto per la regia e Jackson Pollock per la pittura, Charlie Parker, in particolare, ha fatto per il jazz, rappresentando l’irrappresentabile». Ecco dunque, la nascita del bebop, di cui Parker ne è considerato il padre, anche se le radici di questo genere si formarono negli anni Trenta con Thelonious Monk, quando suonava sperimentando per pochi amici e fan a New York, Dizzy Gillespie che «faceva brillare la sezione di trombe di Cab Calloway, Kenny Clarke, che ha ridisegnato la sua batteria nella band di Teddy Hill…».

Ma chi ha tirato le fila di questo nuovo modo di interpretare il jazz è stato lui Charlie Bird Parker. Riporto un altro interessante ragionamento di Brody: «Le astrazioni della sua arte esprimevano la violenza, l’orrore, il pericolo esistenziale del tempo di guerra; oltretutto, la sua arte ha anche dato voce al fragore della mobilitazione di tutti alla ricerca della vittoria nella guerra – e alle ingiustizie e alle umiliazioni sopportate dai neri americani in patria, che deridevano gli ideali di quello sforzo nazionale».

Parker, insomma, così fragile nei suoi incubi che cercava di lenire con eroina, alcol e antidepressivi (nel 1946 fu ricoverato in ospedale psichiatrico a Camarillo in California per sei mesi, e qui compose la famosa Relaxin’ at Camarillo) era il figlio di quei tempi, ne aveva assorbito e ne sopportava tutto il peso. I suoi assoli erano una cavalcata veloce, con cambi di passo, armonie dissonanti ma coerenti, rincorrersi compulsivo di note apparentemente slegate tra loro. Continua Brody: «La musica di Parker ha avuto un effetto simile a quello delle complessità profonde di Orson Welles in Quarto Potere, unendo il primo piano e lo sfondo, rendendo evidente la complessa struttura musicale. Come l’espressionismo astratto, rendeva le superfici della musica turbolente e cosmicamente intricate».

Chissà dove Parker avrebbe portato il bebop, chissà in cosa lo avrebbe fatto evolvere se non fosse morto giovane, di una polmonite non curata. Lui, che aveva dato il nome persino a un locale “Birdland” dove si esibì svariate volte prima d’essere bandito da tutti i club di New York perché alcol e droghe risvegliavano i suoi demoni più profondi. Sempre Brody: «Quando Parker morì, nel 1955, all’età di trentaquattro anni, il jazz stava subendo un’altra rivoluzione, con Davis in prima linea e altri musicisti emergenti, come John Coltrane e Cecil Taylor. Soprattutto, la società americana era sul punto di uno storico passo avanti, a causa della dedizione e del sacrificio degli afroamericani che chiedevano diritti civili e la fine della segregazione. Parker non ha vissuto per vedere nessuna delle due trasformazioni».

È rimasto sospeso, dopo tanto cercare risposte nelle note spericolate e tra le peripezie della sua vita (come la morte in culla della figlia Pree). Ha lasciato dei brani immortali e dirimenti. E per questo viene ricordato in tutta la sua forza e fragilità.

A febbraio di quest’anno è stato pubblicato un bel cofanetto in vinile e digitale, The Savoy 10-inch LP Collection, contenente le prime quattro serie di The New Sounds in Modern Music, pubblicate agli inizi degli anni Cinquanta dalla Savoy Records, con registrazioni effettuate tra il 1944 e il 1948. Un ascolto essenziale per chi voglia gustare un assaggio di alcune delle session più interessanti del sassofonista, quelle che hanno “definito” il bebop. Sono i grandi brani di Parker come Now’s the Time, Billie’s Bounce, Ko-Ko, Red Cross, Donna Lee, Bluebird, ed è accompagnato in questo immenso parterre di brani da musicisti del calibro di Miles Davis, Dizzy Gillespie, il pianista Bud Powell, il batterista Max Roach e il chitarrista Tiny Grimes.

In memoria di Stevie Ray Vaughan…

Tra una decina di giorni, esattamente il 27 agosto, ricorreranno i trent’anni dalla morte di Stevie Ray Vaughan. Ebbene sì, dedico un post a questo mitico, dirimente e assolutamente incredibile chitarrista texano con il blues nel sangue, bianco di nascita ma nero tra i neri nell’arte del blues, come lo ricordava B.B. King, uno che è praticamente nato con la chitarra in mano e che, di questo strumento, ne ha fatto la sua vita, la sua professione e la sua arte.

Prima la cronaca: 27 agosto 1990, dopo appena tre album in studio di successo più uno live e il quarto in studio in divenire (verrà pubblicato l’anno dopo la sua morte, nel 1991, dieci tracce inedite incise tra il 1984 e il 1989, dal titolo The Sky is Crying), Stevie Ray partecipa a un concerto all’Alpine Valley Music Theater nel Wisconsin. Con lui si erano appena esibiti Mr. Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray e il fratello Jimmie Vaughan, altro incredibile chitarrista blues – è stato grazie a lui, più anziano di alcuni anni, che il giovanissimo Stephen si era innamorato della chitarra elettrica. A fine spettacolo, Stevie insiste per prendere il posto di Clapton sull’elicottero che lo deve portare a Chicago. Era stanco, aveva sostenuto, voleva riposarsi. “Slowhand” acconsente, aspettando un passaggio successivo. Assieme al texano un paio di tecnici dello staff di Clapton. Colpa della nebbia e anche di un pilota non molto esperto in viaggi in simili condizioni atmosferiche, l’elicottero precipita e muoiono tutti. Della tragedia si saprà solo il mattino seguente.

Fine della carriera di Stevie Ray, il ragazzo del blues. Chissà cosa avrebbe fatto di bello e grande se il dio della musica gli avesse concesso ancora un po’ di tempo sulla terra. Lui e la sua Fender Strato, modello che si era adattato e che la casa americana fondata da Leo Fender stava studiando come special edition firmata SRV (uscirà nel 1992). Blues, ma anche rock, una mano felice, un modo tutto suo di pizzicare quelle corde da cui uscivano fraseggi ipnotizzanti. Con lui la chitarra piangeva, si straziava, diventava improvvisamente allegra, cavalcava le onde su centinaia di note che il virtuoso suonava con una facilità senza precedenti. Chissà cosa sarebbe diventato SRV: avrebbe ceduto alle mode o sarebbe rimasto quel texano tutto di un pezzo, cappello a larghe tese e stivaloni tirati a lucido d’ordinanza?

Lui, scoperto per puro caso da Mick Jagger che lo segnalò al produttore Jerry Wexler. Quest’ultimo nel 1982 lo porta al festival di Montreaux assieme ai suoi Double Trouble, al secolo, Tommy Shannon al basso, Chris Layton alla batteria e Reese Wynans alle tastiere, ultimo arrivato e membro di diritto aggiunto al forsennato trio chitarra-basso-batteria con cui Stevie aveva dato inizio alla sua fortunata quanto veloce carriera da star. In Svizzera la band si prende sonore fischiate, troppo fuori dal coro per un festival d’essai.

Quella sera, ad ascoltarlo, c’era anche David Bowie che lo coinvolse nel suo album Let’s Dance (collaborazione che non finì molto bene…). Ma torniamo al texano: Stevie Ray nella sua breve e intensa carriera ha “violato” un altro tempio del jazz, molto più aperto del precedente, Umbria Jazz. E lì io c’ero. Era il 14 luglio 1985, una domenica sera. Ero andato apposta con alcuni amici per vedere l’asso del blues esibirsi dal vivo. Quell’edizione è stata davvero straordinaria. Il 7 luglio aveva suonato Miles Davis, allo stadio Renato Curi (saranno quattro le partecipazioni del trombettista a UJ). Con lui il grande John Scofield alla chitarra.

Quella domenica Perugia ha visto e ascoltato grande musica. Prima della star che doveva chiudere la serata, Stevie Ray, appunto, aveva suonato Art Blakey con i suoi Jazz Messengers. Sia Stevie Ray sia Art se ne andranno lo stesso anno, il 1990, il primo ad agosto, il secondo a ottobre. Miles Davis, invece, morirà l’anno successivo, il 28 settembre. Un paio di mesi prima aveva tenuto il suo ultimo concerto in Italia, a Castelfranco Veneto.

Tornando in piazza IV novembre a Perugia, ricordo che Stevie Ray e i suoi Double Trouble iniziarono il concerto tradissimo, problemi di check sound. I muri di amplificatori, non ricordo, ma probabilmente erano dei Marshall, non rispondevano come il texano desiderava. Alla fine, quasi all’una del mattino il suono acuto della sua Fender s’è alzato nel cielo stellato di Perugia. Dopo un paio di pezzi i puristi del jazz avevano lasciato sdegnosamente la piazza. Noi siamo rimasti lì, incollati e ipnotizzati a quei fraseggi blues dove, nella tecnica di assoli si intravvedeva anche il jazz ma usciva prepotente molto il rock. Musica tirata fino alle tre del mattino. Grande concerto e onore agli organizzatori che avevano scelto la strada delle contaminazioni, poi rivelatasi vincente. Non so se Vaughan fosse ubriaco o fatto – sinceramente, erano affari suoi! –  so che quella lunga notte è stata un’immersione di note e stili, un turbinio continuo, ricco, opulento, sontuoso, culminato nella sua personale versione di Voodoo Child (Slight Return) di Hendrix, lui con l’inseparabile cappello da cow boy e gli stivaloni a punta stretta, bianchi, e quella chitarra che maneggiava a volte come una piuma altre come una scure. Sono quelle cose che ti porti scolpite nel cuore e che, quando affiorano ti provocano nostalgia, passione, tristezza, felicità. Anche dopo trenta lunghi anni. Per questo vi ho parlato di Stephen Ray Vaughan, il virtuoso del blues. Un atto dovuto.

Breaknotes/ Due compleanni e un necrologio…

Ci sono momenti in cui ricordare, nella felicità e nella tristezza, è un obbligo. E oggi è uno di quei momenti. Un capitolo tutto rock, dedicato a tre personaggi che hanno contribuito a creare quelle leggende, quella musica, quelle perfette imperfezioni che genericamente riassumiamo nella categoria “Rock”.

Ma qui c’entra anche il blues, la sperimentazione, l’estro, il carattere e sì, anche le malattie. Ieri, 25 luglio, nel tardo pomeriggio è arrivata la notizia di un addio: Peter Green (Greenbaum il suo vero cognome), mitica chitarra dei Bluesbreakers di John Mayall dopo che Eric Clapton aveva lasciato la band per fondare i Cream, se n’è andato nel sonno a 73 anni. Così ha dichiarato la sua famiglia. Con Mick Fleetwood, John McVie e Jeremy Spencer nel 1967 ha dato vita ai Fleetwood Mac, per lasciarli nel 1970. Lo stesso anno ha pubblicato il suo primo album da solista, The End of the Game, una cavalcata di blues psichedelico, musica d’avanguardia, molto ben confezionata (ascoltate Descending Scale per capirlo). Quindi scompare per quasi dieci anni durante i quali viene ricoverato per la sua schizofrenia e si sbarazza di tutto, persino della sua chitarra, donata a Gary Moore, altro asso del blues inglese.

Lo ha ricordato Cat Stevens/Yousuf in un tweet ieri: «God bless the ineffable Peter Green, one of the unsung heroes of musical integrity, innovation and spirit. When I heard he left Fleetwood Mac in 1970 to get a real life and donate his wealth to charity, he became something of a model for me».

A Rolling Stones Mick Fleetwood ha affidato un ricordo: “Per me e per ogni singolo membro che ha fatto parte dei Fleetwood Mac perdere Peter Green è “monumental”, un evento enorme». E ha continuato: «Nessuno è mai entrato nei Fleetwood Mac senza portare il rispetto dovuto a Peter Green e al suo talento».

Veniamo alle notizie più felici. Oggi 26 luglio, compiono gli anni due rockstar, entrambe determinanti nel loro ruolo per le rispettive band – e anche per la musica. Nel 1943 nasceva a Dartford nella contea di Kent, UK, Sir Michael Philip Jagger, per tutti Mick. Il frontman di una delle band più famose nella storia del rock compie 77 anni. E di questi, ben 57 li ha passati nei Rolling Stones, con le eccezioni delle esperienze soliste. Rolling Stone, il magazine di musica rock, maniaco di classifiche, lo ha posto nei primi venti più famosi cantanti rock di sempre, al 16esimo per essere esatti.

L’altra mitica rockstar a spegnere le candeline è Roger Taylor, classe 1949. Il batterista dei Queen festeggia i suoi 71 anni. Due figure per certi versi simili: maniacali nel loro modo di lavorare, creativi, il primo estremamente appariscente, sempre primadonna, il secondo ingranaggio perfetto nella sua band, complemento essenziale al servizio di uno dei gruppi più longevi e conosciuti al mondo.

Mi bastava ricordarli. Mi sono soffermato di più su Peter Green, lo meritava. Di Mick e Roger tutti sanno tutto, leggende incluse. Se ne avete voglia  – e a me è venuta – e non avete di meglio da fare in spiaggia o in montagna, andate sul vostro “hub” preferito ed ascoltatevi i tre monumenti del rock in azione. Una domenica all’insegna del rock, del blues e della psichedelia. Buon pomeriggio a tutti!

Memento/ Bob Marley e il suo magnifico lascito

Particolare del Bob Marley Museum di Kingston – Foto Beppe Ceccato

Mancano 21 giorni al 39esimo anniversario della morte di Bob Marley, uno degli artisti più iconici e fortemente marcanti la storia della musica. Quest’anno, il 6 febbraio, a Kingston l’artista è stato celebrato per il 75esimo anniversario della nascita. In realtà, c’è un’altra data, forse quella più significativa per ricordarlo: il 20 aprile 1981 il governo giamaicano decise di premiare il figlio più famoso (e anche molto scomodo) dell’isola con il Jamaican Order of Merit, riconoscimento dato a chi si distingue nella scienza e nelle arti. Onorificenza dell’ultimo minuto: Marley se ne andrà per un tumore alla testa l’11 maggio. Nel 1978, nel famoso One Peace Love Concert, organizzato a Kingston per contribuire a mettere fine alla guerra civile che stava massacrando il Paese, fu proprio Marley, dal palco, ad obbligare i leader dei due partiti Manley e Seaga a stringersi la mano. La storia ci racconta che le violenze continuarono e i due capi politici si rividero solo al funerale dell’artista.

Se esistono delle linee di confine che definiscono la vita di un popolo, di uno stato, di una società, ebbene, una di queste è stata proprio quel ragazzo esile nato in un paesino, Nine Mile, tra il verde delle colline del distretto di Ocho Rios, da padre bianco e madre nera, povero e ribelle, intelligente e riflessivo, che ha cambiato per sempre la vita dei jamaicani. Quando atterri sull’isola lo vedi dappertutto, come Che Guevara e Castro a Cuba, murales, magliette, gadget utili per il turismo, libri… La sua faccia, come quella del Che, è un’icona, fa parte della storia del Novecento. Profondamente devoto al culto rastafari, profondamente convinto che i poveri dovessero avere la forza di alzare la testa, è stato anche un leader politico suo malgrado, la forza dirompente della sua musica è entrata nei palazzi del potere, quella musica che, dopo di lui, non è stata più la stessa. Bob, il re del levare, l’uomo che sapeva toccare le corde della gente su problematiche difficili, cresciuto a Trenchtown, quartiere ghetto di Kingston, la capitale, ha finito i suoi giorni, ad appena 36 anni, in una grande villa trasformata in quartier generale, al 56 di Hope Road, vicino al palazzo del Governatore, dal ghetto ai quartieri alti. La sua casa, diventata un museo (60mila presenze l’anno), era aperta, si suonava, registrava, pianificavano concerti, si discuteva di politica, di sociale. Qui, nel 1976 tentarono pure di assassinarlo: ci sono ancora i segni delle pallottole sul muro. Noi italiani lo ricordiamo per il mega concerto di San Siro a Milano tenutosi il 27 giugno del 1980 (con replica il giorno dopo a Torino). Allora tutti i giornali parlarono di una Woodstock italiana. Sul palco prima di lui salì anche Pino Daniele. Oreste del Buono, giornalista del Corriere della Sera, certo non privo di qualche pregiudizio, così scriveva un paio di giorni dopo l’evento: «Fumerà erbe giamaicane di ogni tipo, predicherà una religione bizzarra, non si laverà i capelli da mesi, avrà un numero eccessivo di mogli, guadagnerà moltissimo, ma è uno straordinario professionista, capace di affascinare centomila persone per due ore smezzo filate. Magari il calcio disponesse di uno così. Ci accontenteremmo di novanta minuti, anche di quarantacinque, via».

Bob Marley Museum, Kingston, dettaglio della statua dedicata all’artista nel giardino

Commemorare il il Jamaican Order of Merit puntato sul petto di Bob Marley oggi significa guardare al suo lascito artistico. Il reggae, come tutta la musica, si evolve, è diventato più elettronico, eccessivo per certi aspetti. Ma l’importante è che molti giovani continuino a dedicarvicisi con passione. Ricordo che la nostra guida alla casa museo ci dimostrò, intonando qualche verso, come anche lui suonasse e cantasse reggae. «Lo abbiamo nel sangue», disse. «È una parte di noi, del nostro esistere come giamaicani».

Tra i tanti musicisti che si applicano con dovere al reggae, provate ad ascoltare due ragazze, Kelissa e Kim Nain, più commerciale, ma anche Jesse Royal, trentenne rasta, che il 13 marzo scorso ha rilasciato un singolo Natty Pablo, propedeutico a un nuovo album, dopo l’interessante Lily Of Da Valley del 2017 – ascoltate Always Be Around. Anche il non più giovanissimo Chezidek, 46 anni, cantante che lavora spesso in Europa, pubblica tra quattro giorni con i The Ligerians, gruppo reggae francese, il suo nuovo lavoro Timeless. Il 10 aprile ha rilasciato, sempre con i The Ligerians, un singolo, Babylon Virus. A questo punto non possiamo dimenticare un artista di casa nostra, il siciliano Alberto D’Ascola, in arte Alborosie. Vive da anni in Jamaica dove lavora e “alleva” nuovi adepti al levare. Insomma, uno quotatissimo nel mondo del reggae isolano. Dall’ultimo suo lavoro, Alborosie Meets Roots Radics: Dub for the Radicals uscito agli inizi del 2019, un’altra faccia del reggae, non meno interessante, una ricerca del ritmo primario, senza fronzoli, il basso suonato da Flabba Holt che fa da padrone assoluto.