Dalla cosmologia di Ferecide alla musica elettronica, così nasce Khthonie, il nuovo disco di Dalila Kayros

Non c’è creazione, né inizio assoluto: per Ferecide, pensatore e scrittore greco vissuto nel VI secolo a.C., la Terra esiste da sempre e, insieme al Tempo (Chronos) e a Zeus (Zas), forma una triade eterna da cui prende vita l’Universo. Una visione arcaica e affascinante, a metà tra mito e filosofia, in cui il cosmo nasce non con la violenza ma con un gesto di unione: Zeus riveste Chthoniê, la Terra primordiale, con un manto ricamato di stelle, oceani e montagne. È così che la materia prende forma, e il mondo come lo conosciamo comincia a respirare. 

Penserete che mi sono ammattito. E invece no! Sono partito dalla cosmografia di Ferecide per presentarvi l’ultimo lavoro di Dalila Kayros, artista sarda, che fa del canto e del ritmo la base della sua ricerca musicale. Il suo nuovo album, uscito proprio oggi per Subsound Records, si chiama Khthonie, non a caso. Il parallelismo tra cosmografia ferecidiana e musica ha scatenato la fantasia e l’abilità interpretativa di Dalila. Un percorso logico fatto di note, sogni, letteratura, fusi insieme per dar vita a nove brani – 42 minuti di ascolto – nei quali la musica elettronica scritta assieme a Danilo Casti e la sua attenta ricerca vocale scavano nei generi musicali per trovare l’elemento ancestrale della musica.

«Sono partita da un’idea di terra primordiale dove le regole sono tutte da riscrivere», mi racconta Dalila. Il ragionamento filosofico di Ferecide serve all’artista per cercare di ridisegnare una strada melodica priva di sovrastrutture. Khthonie-Musica, dunque, non ha un solo genere, ma si nutre di tanti generi che, insieme, compongono la perfezione di quel manto che Zeus ha intessuto per la compagna. «Seppur diversi tra loro, hanno una connessione comune che li porta a dialogare in un concetto compositivo che unisce a un linguaggio più strutturato, un altro quasi improvvisato, dove anche le lingue usate per cantare sono diverse: mischio sardo, italiano e fonemi nati da improvvisazioni sul palco», continua l’artista. 

Il disco uscito parte forte: Nea, ovvero l’alba, è un brano potente che introduce al mondo cosmografico di Dalila. Tra echi apocalittici irrompono tintinnii ritmici che introducono la sua voce cristallina in una stratificazione di suoni che ricordano i percorsi complessi di Björk. Sakramonade esprime al meglio il tribalismo vocale della Kayros, grazie a percussioni elettroniche cupe, fucilate che si piantano nel cervello. Il racconto di questa nuova creazione si dipana nello svolgimento con sferzate durissime, vedi Leviatan o Lamia, e brani che narrano di una nuova terra musicale (Lugoi), per terminare nella creazione del Corpus Sonorum, la summa di questo percorso di rinascita duro e lacerante. La voce all’inizio del brano si fa angelica (le atmosfere sono quelle di un mare tranquillo sotto un cielo stellato, un frangere di onde sonore che invitano alla tranquillità e alla riflessione) per poi assumere toni sempre più forti, preveggenti.   

I titoli dei brani seguono un percorso che dall’oscurità e dal caos porta alla luce. È un lavoro che ti scarnifica, non concedi niente…
«Le percezioni sono soggettive. Sicuramente c’è un punto di oscurità, la situazione attuale non è per niente luminosa. Partiamo proprio da quello che stiamo vivendo, una terra martoriata con persone che che non dialogano per davvero, per cui tutto ciò sfocia  in distruzione. È anche il rifiuto dell’altro, la paura di chi non si conosce. Il messaggio che voglio dare con Khthonie è che sì, siamo in questa situazione, però è possibile ripensare un mondo diverso. Lo dico nell’ultimo brano Corpus sonorum, un flusso di improvvisazione pura nata durante le varie sessioni, dove cito un testo di una filosofa degli anni ’70, Judith Butler (filosofa poststrutturalista americana, ndr), e poi continuo concludendo con la frase: Nell’infinito spazio dell’eterna trasformazione/ Incarna l’impensabile nel tuo presente/ e rendilo luce nell’infinito spazio dell’eterna trasformazione».

Quanto c’è di improvvisazione in questo lavoro?
«Nel tour del disco precedente (Animami, ndr), partito nel 2022 e durato fino a pochi mesi fa, io e Danilo Casti ci siamo accorti che i brani che portavamo in giro stavano diventando altro, visto che sul palco improvvisavamo molto. Quelle improvvisazioni sono diventate, per la metà dei pezzi che compongono Khthonie, la base del lavoro. Altri invece, come Sakramonade o Terranera sono stati composti in sessioni notturne in studio, idee che mi si presentavano nei sogni e che mettevo giù sotto forma di melodia o di sensazioni. Improvvisazione e sogno si fondono insieme. In studio di registrazione poi tutto è venuto naturalmente, abbiamo aggiustato solo qualcosa.».

Riflessione che è un mio chiodo fisso: la situazione musicale, non solo in Italia, non è più interessante come poteva essere negli anni Settanta, dove si faceva ricerca sonora e la sperimentazione era “mainstream”, penso a Miles Davis, ai Pink Floyd, ai King Crimson, e via elencando… Non trovi che oggi sia tutto più semplice, veloce e banale?
«Vedo anch’io la stessa cosa, una semplificazione da cui mi voglio allontanare completamente, non perché non mi appartiene, ma perché impoverisce la riflessione. Usando concetti, strutture, melodie, sempre più semplici va a finire che il brano si esaurisce nel momento stesso dell’ascolto. Non hai più livelli di comprensione. Questo perché deve impattare subito, è un prodotto di consumo. Ma a ben vedere questa non è musica, è intrattenimento. Spesso dicono che i miei brani sono complessi come se la complessità fosse un fattore negativo. Non mi interessano questi giudizi, ma voglio che dietro a un brano ci sia un pensiero, un’emozione, e non per forza confortevole. Il musicista ha il dovere di trascrivere l’intreccio delle emozioni, perciò in un disco mi piace variare, non definire un genere e percorrerlo. Ogni brano ha una sua personalità. Certo, c’è una coerenza dall’inizio alla fine, ma non sarà mai un lavoro di catena di montaggio».

Perché hai scelto di comunicare attraverso la musica elettronica?
«Perché ti permette di sperimentare molto di più, ma in realtà non ho una spiegazione valida. Ora mi interessa lavorare così, domani sicuramente cambierò, magari utilizzando solo la voce o altri strumenti più… acustici».

Com’è nata la tua passione per il canto?
«Canto da quando ero piccolissima. Mi è sempre venuto naturale, sono cresciuta così. Nella mia adolescenza ho iniziato a suonare la batteria. Poi sono andata a Barcellona per studiare musica e lì, chissà perché, mi sono imposta di decidere tra il canto o le percussioni. Ho scelto la voce. Qualcosa mi diceva che dovevo andare in quella direzione visto che ho iniziato a cantare ancor prima di parlare: ho registrazioni che lo testimoniano!».

Cosa ti piace ascoltare?
«Di tutto. Per Khthonie è stato fondamentale il lavoro di Demetrio Stratos, che mi accompagna da anni, è il mio faro. Sono stati importanti per la costruzione dell’album anche Chelsea Wolf, Scott Walker, Meredith Monk e la colombiana Lucrecia Dalt…».

Vieni da una famiglia musicale o sei stata baciata dalla dea della musica?
«Nella mia famiglia nessuno ha mai studiato musica, ma esiste comunque una musicalità emergente. Con mia madre cantavo quando ero piccola, da bambino mio padre avrebbe voluto suonare la chitarra ma non gli era stato permesso la musica era considerate abbastanza marginale, perché non pratica. È, dunque, una cosa mia che ho condiviso fin da piccola, come ti dicevo prima, in famiglia. Per me cantare fa parte della vita quotidiana, non è un di più, ma la normalità».

Perché nelle tue performance ti dipingi sempre il volto?
«Lo considero un rituale, i colori cambiano a seconda degli album». 

Nella cover di Khthonie sei dipinta di rosso e nero e hai una risata profonda…
«È un’espressione simbolica, come se volessi incarnare lo spirito del disco».

Presenterete Khthonie dal vivo?
«Sì, con Danilo abbiamogià chiuso varie tappe italiane ed europee, per ora Gran Bretagna, Olanda, Portogallo e Francia».

Scommetto che in Europa siete più conosciuti che in patria!
«Quando suoniamo in Italia sono tante le persone tra il pubblico che ci chiedono da dove veniamo perché non avevano mai sentito parlare di noi. C’è una sorpresa positiva, mi sono sentita dire, “Finalmente qualcosa di nuovo”… Questa volta abbiamo più date italiane del solito e ciò fa ben sperare. Rispetto all’Italia, molti Paesi europei hanno una più solida educazione musicale nelle scuole, quindi fin da piccoli sono abituati ad ascoltare musica e artisti che non conoscono. In Italia si pensa ancora che la musica non sia un lavoro vero e proprio e per questo la si trascura negli aspetti più comuni della quotidianità, la si vive come un qualcosa di staccato dalla vita di ognuno. Credo che sia proprio questo fare la differenza».