
Oggi vi voglio parlare di un’artista cara a Musicabile, Olivia Trummer, che alcuni mesi fa ha pubblicato un sofisticato quando emozionante lavoro per pianoforte e voce chiamato Like Water. Quando la musica ti riempie lo spazio, ti penetra nell’anima e tu ti lasci coinvolgere e trasportare in un mondo fatto esclusivamente di note, silenzi e una voce morbida a tal punto da far sembrare il tedesco parente del portoghese brasiliano, vuol dire che stai ascoltando qualcosa di magico e intenso.
Olivia Trummer, nata e diplomata in pianoforte a Stoccarda, è figlia di musicisti. Ha una laurea in pianoforte classico e una in piano jazz. A 22 anni ha vinto un borsa di studio ed è volata a New York, alla Manhattan School of Music dove ha scoperto l’altro suo grande talento, la voce. Like Water è il suo primo disco “solo”, dove si confronta, dopo una decina di album pubblicati, con se stessa, il suo talento e la sua voce. L’ha vissuto come il più difficile dei suoi esami, per la prima volta da sola di fronte al giudizio del pubblico. Come l’acqua la sua musica si infila ovunque, riempie i vuoti tra i generi, dalla classica al jazz, dal canto pop raffinato al canto impostato lasciando l’ascoltatore stupito di quanti punti di contatto abbiano tutti i generi.
Solo con questi presupposti puoi ascoltare con la stessa intensità emozionale un classico jazz come My Baby Just Cares for Me di Nina Simone, completamente riscritto, brano che richiede molti ascolti per come è stato architettato, e che si svela, ascolto dopo ascolto, fino al cuore concepito dalla grande artista americana e la sonata n.14 di Beethoven, Al Chiaro di Luna, che qui diventa Watching The Moon, in una fusione talmente naturale da rendere nello stesso istante il brano classico e contemporaneo. O, ancora, una solida interpretazione di Tu, io e domani di Joe Barbieri, da manuale.
Nelle dodici tracce per 53 minuti d’ascolto è racchiusa, dunque, la sfida di Olivia. Un disco libero, dove la maturità dell’artista si rivela in tutti i suoi aspetti, compositivi e di esecuzione. Un fiore, una rara camelia, che finalmente si mostra in tutta la sua bellezza.
Nel disco registrato a New York c’è anche la mano di Russ Titelman, vincitore di tre Grammy Awards, producer che ha lavorato con molti grandi artisti internazionali. Leggete qui sotto l’intervista che ho fatto a Olivia per scoprire come si sono conosciuti e come Olivia ha progettato questo lavoro…

Come hai incontrato Russ Titelman?
«Mi ha contattato lui dopo aver visto alcuni miei video su YouTube. Si è entusiasmato, mi ha trovato su Facebook e inviato un messaggio invitandomi a parlare di una collaborazione. Così ci siamo messi in contatto con una videochiamata e a un certo punto mi sembrava di conoscerlo da sempre. Ho sentito che lui capiva la mia musica e dove sarei voluta andare con la mia musica. Avevo già maturato l’idea di registrare un album solo, ma non capivo quali brani mettere per “costruire” il disco. Lui è entrato nella mia vita proprio nel momento giusto! Con la sua esperienza enorme mi ha aiutato in tutti i momenti del processo creativo».
Titelman ha una grande esperienza ha lavorato con Stevie Winwood, Eric Clapton, Paul Simon, George Harrison, Brian Wilson, Donald Fagen e la lista è ancora lunghissima!
«È una persona speciale, ti ispira, è un produttore eccellente. Nel mio caso, non importava tanto aggiungere i colori, cosa che normalmente fa il produttore oltre ad aggiungere e arrangiare, ha fatto più un lavoro da scultore, togliere quello che non serviva e far vedere veramente l’essenza di me stessa».
Perché hai sentito l’esigenza di un disco di piano solo?
«Ci stavo pensando da qualche anno, è un format che che ho presentato spesso dal vivo negli ultimi anni. Mi trovo molto bene perché la combinazione pianoforte-voce per me è completa, mi dà tanta libertà. Probabilmente anche spinta da un cambio nella mia vita privata nel 2023, quando ho deciso di tornare dal’Italia a Berlino. Il disco in solo ha fissato un punto nella mia vita, anche se domani cambierò nuovamente rimarrà una esperienza che mi appartiene e che mi piace condividere».
Ho visto che in Like Water suoni anche un pezzo di Joe Barbieri, Tu io e domani, artista che apprezzo particolarmente…
«Questo brano ha un significato importante per me perché durante la pandemia, chiusa a Berlino, mi mancava l’Italia, non potevo viaggiare e questa canzone mi ha dato una forte emozione, mi faceva ritornare col pensiero nel tuo Paese. E poi anche perché parla esattamente di questo, mi ha motivato a entrare nel repertorio italiano delle canzoni d’autore. Volevo manifestare lo stretto legame che ho con l’Italia e con la cultura italiana».
Perché hai scelto di iniziare il disco con Nina Simone e con un suo brano, My Babe Just Cares For Me, famosissimo e totalmente rivisitato?
«Ti confesso che mi spaventava proporre una registrazione del brano perché sapevo che tutti sarebbero finiti con fare paragoni con l’originale. Nina Simone è un’artista speciale che mi ha ispirato molto. La canzone mi è sempre piaciuta e a un certo punto mi sono accorta che quella linea di basso famosa è quasi la stessa del primo movimento di una sonata di Beethoven. Così ho provato a fonderle e in un attimo tutto ha coinciso. Avevo trovato un’altra strada e preso coscienza che questa era “la mia” versione di My Baby Just Cares For Me, il mio omaggio all’artista, un momento per me importante che mi ha dato un’idea più chiara di dove sarei voluta andare con la mia musica».
Restando agli autori classici, ti sei allacciata anche a un preludio di Bach?
«Sì, anche questo è stato un processo molto intuitivo, ricordo che a un certo punto avevo già un arrangiamento del brano, I’m Old Fashioned, però sentivo che mi mancava qualcosa. Per ispirarmi ho aperto Il clavicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach (raccolta in due libri di preludi e fughe per strumento a tastiera, ndr), leggevo e sperimentavo quale di questi poteva avere una base comune al mio arrangiamento. Ho trovato il preludio in Re maggiore: sono riuscita con facilità a metterlo insieme con il mio arrangiamento. Non mi piace il crossover, spesso assomiglia a una casa messa insieme in modo non organico. Cerco sempre di trovare un’essenza che connetta i brani, in cui ci sia una transizione fluida da uno all’altro in modo che risulti una cosa nuova che non sia né il primo, né il secondo brano».
Olivia nel tuo lavoro compositivo attingi da più “fonti”, classica, jazz, pop. Insomma la musica è la musica?
«Penso che la musica si definisca dalla qualità e non dal genere. Per esempio, la differenza tra la musica classica che è tutta scritta, dunque materializzata, e il jazz, dove all’ottanta per cento è suonato e non scritto, porta a pensare che la prima abbia più valore della seconda perché “visibile”. Ciò crea confusione sul valore reale della musica e sull’impegno dei musicisti. Improvvisazione e composizione sono sempre state un insieme, due lati della stessa medaglia, anche al tempo di Bach e poi Beethoven: tutti i compositori sapevano suonare e improvvisare, non c’era gran differenza. Erano le qualità diverse che facevano il musicista completo. Io cerco di non creare una gerarchia di generi ma solo di scegliere brani belli e suonarli in un modo che l’ascoltatore si sorprenda di come i diversi generi siano in realtà così vicini, come si possa facilmente andare da un punto a un’altro senzapercepire quando s’è verificato il cambio. In fin dei conti tutti i generi usano lo stesso materiale: melodia, armonia, ritmo».
Per questo progetto hai un fitto calendario di date che ti porteranno in tour fino a dicembre. Com’è stata la reazione del pubblico finora?
«Ho fatto esperienze bellissime, sembra che la musica arrivi dritta al cuore della gente, forse perché pianoforte e voce rendono il concerto molto intimo. Alla fine tutti sono molto emozionati, alcuni mi dicono che ascoltando alcuni brani si sono commossi. Piace molto anche la musica classica e questo modo di trasformarla in altro. La vendita dei dischi dopo il concerto è il termometro che il lavoro piace parecchio. Per me è una liberazione e anche un’occasione per il pubblico di di scoprire veramente cosa cosa c’è dentro di me e cosa posso fare da sola senza altri musicisti sul palco».
Nello stesso periodo alterni il concerto solo con il trio, il duo, dai un’idea di completezza…
«Sì è una cosa straordinaria, sto suonando tanto, a volte capita che ho tre concerti in una settimana e con tre progetti diversi in posti differenti. Mi ricordo tanti anni fa che andare sul palco mi rendeva un po’ nervosa, dovevo prepararmi una settimana prima del concerto; adesso mi viene tutto naturale. La musica è veramente liberazione e rilassamento. Il lavoro duro dell’artista è piuttosto quello di amministrare e organizzare, stare al computer per ore e nello stesso momento trovare il tempo necessario per mantenere la musica e la freschezza delle idee».