Rohma, le dualità dell’essere umano in @arroboboy

Volutamente spiazzante, istintivamente provocatorio, scariche improvvise di elettronica “metal”, richiami di synth patinati anni Ottanta, chitarre acide e distorte. Echi di Bowie, di Prodigy, di Nine Inch Nails raccontano un personaggio non facile. Entrare nell’universo musicale di Rohma è come avventurarsi in un lisergico mondo dove le dualità diventano confuse, tutto tende a unirsi e a risepararsi in nuova vita, lava che esce da un vulcano e si solidifica in tante forme, nessuna uguale all’altra. 

Incontro Sergio Romanelli, Rohma, in un grigio pomeriggio milanese in un bar vicino alla stazione Centrale. È in Italia in ferie e ne ha approfittato per registrare un brano con Saturnino che uscirà tra qualche mese. Salernitano di nascita, cresciuto nel bergamasco, da 25 anni in Brasile. Una laurea in lettere, vari master ottenuti in prestigiose università e una cattedra di Lingua italiana, linguistica e teoria della traduzione all’Università Federale di Santa Catarina, nel Sud del Brasile. Sergio, però, è anche Rohma, un’altra persona, trasgressiva, impegnata, fieramente omosessuale. Uno che nella vita ne ha vissute di esperienze, belle e brutte, comunque significative che lo hanno segnato e forgiato. 

Tutto ciò comporta una riflessione: Sergio, il professore, e Rohma, l’artista, sono due personalità diverse che convivono in uno stesso corpo: E se mi trucco e metto i tacchi di sera sarò meno educativo? E se mi vesto con giacca e cravatta sarò meno trasgressivo? si domanda in Tabula Rasa. 

Il suo lavoro @rroboboy, uscito nell’agosto dell’anno scorso in Brasile, terzo disco pubblicato, porta la firma negli arrangiamenti di Thiago Nassif (di lui ne ho parlato su questo blog un paio d’anni fa, uno dei pupilli del grande Arto Lindsay) e dei fratelli Pedro e Jonas Sá, tre musicisti a cui piace sperimentare, lavorare sul suono. Dunque un bel viatico per Rohma.

Davanti a un te mi ha raccontato la sua vita – avventurosa – i suoi sogni e le sue aspettative – poche –  in un mondo, nonostante tutto ancora molto chiuso.

Sergio come sei finito in Brasile?
«Mi sono laureato in Lettere a Milano nel 1996. Volevo andarmene dall’Italia, fare esperienza all’estero. Avendo due zii che abitano a Salvador de Bahia ho deciso di andare là. A Bahia mi sono messo a lavorare e studiare, canto lirico all’università Federale, quindi danza, la mia vera passione, che ho fin da quando ero bambino. Come lavoro ho fatto di tutto, sono molto intraprendente, il traduttore, persino di pellicole porno. Parallelamente studiavo Letteratura e traduzione, facendo master, dottorato, insomma tutto il percorso accademico. A Bahia sono rimasto dieci anni poi mi sono reso conto che, per la mia salute fisica e mentale dovevo andarmene…».

Perché?
«Perché ho vissuto a mille all’ora, ho fatto e provato tutto, sono stato sequestrato due volte, quei rapimenti lampo per svuotarti il bancomat, grosso problema in Brasile. Quindi ho scelto Florianópolis, capitale dello stato di Santa Catarina, nel sud del Brasile. Un posto molto bello, tranquillo, un Brasile diverso. Lì ho iniziato a insegnare e, parallelamente, a coltivare la mia passione per la musica e per la danza. Un mio studente di master, musicista fantastico di rock prog, un giorno mi ha cercato perché voleva che gli traducessi un testo di una canzone in italiano per il suo gruppo. L’ho fatto e mandato con il mio cantato. Si sono innamorati della mia voce e hanno voluto che lo incidessi con loro. Insieme abbiamo costituito un gruppo di Krautrock (una delle mie passioni) chiamato Vita-Balera (nome estrapolato dal testo di Non sono una Signora di Loredana Bertè)».

Veniamo ad @arroboboy: è un lavoro sugli opposti che si attraggono, sull’amore, anche verso se stessi, giustamente provocatorio… c’è anche una versione in portoghese di Kobra della Rettore, a proposito di anni Ottanta!
«Quel brano s’è pensato di inserirlo durante la lavorazione con Jonas e Thiago, una hit armonica al disco, cantata con Letrux, bravissima artista brasiliana. Oltre a Kobra c’è un altro brano non mio, Solo io: è la versione italiana di Enrico Ruggeri di Esquinas di Djavan. È stata la canzone che ha acceso il mio interesse per il Brasile, quando ho ascoltato la versione di Loredana Berté, registrata nell’85. È la canzone che mi commuove di più e che, in questo disco, rappresenta il mio momento attuale, senza rinunciare alla mia parte trasgressiva. Per il resto, sono io: ogni parola che canto l’ho vissuta. È la mia forza, non sono “costruito”. Sono disinvolto sui tacchi 17 perché li so portare, sorrido quando vedo, anche in Italia, artisti che per forza devono strizzare l’occhio al mondo Lgbtq senza conoscerlo, vendono una trasgressione che non esiste. Nel 2019 con il rapper Raphael Warlock, ho pubblicato Macho Discreto, un brano hip-hop con inserti metal e rock dove denunciavo il falso perbenismo sul mondo Lgbtq. Si fa ma non si dice, anzi si critica. Si è ma non lo si deve far sapere. Non ho mai sopportato tutto questo, anche se il mondo Lgbtq brasiliano all’uscita del brano s’è diviso. Molti lo hanno trovato giusto, altri eccessivo. L’estetica Lgbtq ama il pop leggero».

Molto bello l’arrangiamento di Solo io in stile “Nassif”! Torno sulla dualità, sul tuo essere maschile e femminile, italiano e brasiliano, professore e artista: non ti crea problemi?
«Sono un irrequieto da sempre, ma ho imparato ad accettarmi, anzi ne ho tratto la mia forza. Tempo fa al rettorato dell’università ho tenuto una lezione su autori italiani, erano presenti alunni e professori. Quindi sono andato dietro al palco mi sono cambiato, ho messo i tacchi 17 e il reggicalze, e sono uscito con la band a cantare. Ho pensato: la pagherò cara. Invece dal rettore ai professori agli alunni è stata un’ovazione. Il teatro mano a mano s’è riempito: “C’è un prof che sta facendo la storia venite a vederle!”, si chiamavano tra loro i ragazzi». 

Mi ricordi Ney Matogrosso, uno dei grandi della Musica Popular Brasileira…
«È un grande artista, lui sì ha rischiato davvero: negli anni Settanta salire sul palco vestito con abiti femminili e sgargianti, con piume e paillettes, e cantare con quella sua voce acuta, potente e cristallina era un vero atto provocatorio».

Cosa ti spetti dal disco?
«Ho imparato a vivere senza grandi ambizioni. Certo mi fa piacere che la mia musica sia apprezzata. Il video di Kobra in Brasile è arrivato in finale al Music Video Festival di São Paulo. Le critiche sono positive, ma preferisco stare con i piedi per terra».

Ci lasciamo. Mentre si allontana verso la stazione mi viene in mente un verso da DUBABADO (in portoghese do babado è uno slang per definire gay e lesbiche ma anche una persona irrequieta): 

Non voglio seguire il gregge / Non voglio pascolare a testa bassa / Non voglio vivere come un caprone… 

Se volete ascoltare @arroboboy – e ve lo consiglio – cliccate qui.

Gianluca Lalli: così insegno ai bimbi ad amare la musica

Gianluca Lalli

Oggi vi voglio raccontare una storia. Una bella storia, che ha a che fare con le favole e la musica. Un argomento non nuovo, se ne parla da decenni, però, una storia è una storia, soprattutto se il personaggio principale è un musicista, scrittore e regista che da anni si occupa di diffondere tra bimbi, adolescenti e ragazzi un modello di scrittura non banale su cui aggiungere una melodia. Lui si chiama Gianluca Lalli, ha 44 anni, è marchigiano, di Colle d’Arquata, piccola frazione di Arquata del Tronto, provincia di Ascoli Piceno.

È un cantautore, di quelli “impegnati” avremmo detto negli anni Settanta. Non a caso ha collaborato con il bolognese Claudio Lolli (ve lo ricordate? Ho visto anche degli zingari felici, Aspettando GodotBorgesia…) mancato nell’agosto di due anni fa. Nel 2005 ha vinto il premio Rino Gaetano, a cui poi ha dedicato una canzone e anche un docufilm, titolati entrambi Rino, nel 2019. Per completarne il profilo artistico, nel 2013 il video del suo brano Il lupo vince il premio Hard Rock Café nella sezione video musicale alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. In più Lalli è un educatore, di formazione e anche di professione, anche se la musica resta il suo interesse primario. Dopo il terremoto del 2016 che ha raso al suolo il paese dov’era nato e cancellato casa sua, oggi vive a San Benedetto del Tronto.

Mi ha catturato l’attenzione perché sta pubblicando (sarà disponibile a fine estate) un nuovo album, Favole al telefono (qui un’anteprimatratto dall’omonima raccolta di racconti del 1962 di Gianni Rodari. Favole che sono per piccoli ma anche per adulti, come del resto tutta la letteratura dello scrittore di Omegna: la sua bravura stava proprio nel riuscire a raccontare la stessa storia disponendola su più piani. Quest’anno, il 23 ottobre, si celebrano i cento anni dalla sua nascita.

 

Perché un disco dedicato a Rodari?
«È un lavoro che viene da lontano, dalla lunga esperienza acquisita grazie al laboratorio di scrittura creativa che da anni porto nelle scuole, Il Cantafavole, dove Rodari ha un posto fisso. Il disco è un omaggio a questo grande scrittore e alla sua fantasia. Ho sottoposto il progetto alla famiglia Rodari e ho avuto un felice riscontro. In realtà l’album sarebbe dovuto uscire prima dell’estate, e in questi mesi sarei dovuto stare in giro per l’Italia a promuoverlo. Ma il virus ha scombussolato tutto…».

Raccontami del Cantafavole
«È un progetto didattico, un laboratorio di scrittura creativa che porto in tutte le scuole, pubbliche e paritarie: ovunque vogliano chiamarmi, io arrivo! Sono molto soddisfatto, anche perché, lo dico spesso, mi pagano per imparare».

Ovvero?
«I bambini hanno una grande fantasia. Da loro si apprende molto. Danno delle risposte incredibili perché la loro è un’autenticità senza filtri e una fantasia senza freni. Lo vedi durante il laboratorio che dura quattro ore: prima leggo la favola, poi la metto in musica, con la chitarra. Stanno attenti quando leggo e battono le mani a tempo quando suono. Poi si passa al laboratorio vero e proprio: li divido in gruppi di cinque o sei, ogni gruppo deve provare a scrivere una quartina di canzone in base a quello che hanno ascoltato. Lavorano sulla storia ed è incredibile vedere cosa nasce in quel momento, escono delle rime mai scontate. Quindi, scelgo le migliori quartine, le musico e, a fine lezione, cantiamo la canzone tutti insieme».

Per il tuo disco hai scelto otto favole dal libro di Rodari e le hai trasformate in versi e note.
«Delle 70 favole del libro originale ho scelto quelle che colpivano di più la fantasia dei ragazzi, come Il Paese dei Bugiardi, o Il Giovane Gambero, quello che a dispetto delle convenzioni, s’era messo in testa di poter camminare in avanti invece che all’indietro, o, ancora, La strada che non andava in nessun posto…».

Prepari anche laboratori per i ragazzi delle medie e liceali…
«Con i primi, integro i laboratori con testi più complessi, come La Fattoria degli animali o 1984 di George Orwell, per citare un autore. Assieme al mio violoncellista, che è anche un appassionato studioso di storia, raccontiamo e contestualizziamo le grandi distopie del Novecento. Per i secondi abbiamo messo a punto altri progetti, come Letteratura in Musica, dove trattiamo gli Scapigliati, Arrighi, Boito, Olindo Guerrini…».

Raccontami di Rino Gaetano.
«È sempre stato uno dei miei autori preferiti. Quando ho vinto il premio a lui dedicato, è stato un momento magico. Gaetano veniva da Crotone, io da una minuscola frazione marchigiana di carbonai. Zone rimaste indietro nel tempo, paesi che ci hanno accomunato… per questo le sue canzoni, cariche di ironia e denuncia sociale, sono parte di me».

Oltre alle scuole, usi la musica anche in altre situazioni…
«Un lavoro che mi ha appassionato l’ho fatto nella città dove risiedo, San Benedetto del Tronto, con gli ammalati di Alzheimer in un centro diurno. L’ho chiamato La Musica contro l’Alzheimer. Sono stati mesi intensi, dal settembre 2019 a febbraio di quest’anno. Andavo ogni giorno e facevo cantare gli ammalati. Dopo molti tentativi, nonostante i loro corpi abbandonati a se stessi, smarriti, ho visto dei risultati: iniziavo a cantare e notavo che, poco a poco, le loro labbra si muovevano… cantavano! Un’emozione fortissima».

Musica e libri… come ti sono venute queste passioni?
«A Colle, pochissimi abitanti, tutti, eccetto mio padre che lavorava in un’azienda edile, erano lavoratori autonomi, qui c’era la tradizione della produzione del carbone. Finita la scuola, avevo del tempo libero visto che non dovevo lavorare in famiglia. Così passavo il tempo a leggere. Ho letto tanto e di tutto. La musica, all’inizio la odiavo: colpa del flauto che ci insegnavano a scuola! A 18 anni ho scoperto la chitarra e da lì è partito tutto… Poi, se mi chiedi cos’è per me la musica, posso solo risponderti che è un qualcosa che mi colpisce al punto da stordirmi. La musica non fa parte del mondo razionale: e questo, per una persona curiosa, è il massimo!».