
Il 14 novembre scorso è iniziata Re Nudo – Live Music Club, una rassegna musicale organizzata da Re Nudo in collaborazione con FindYourLive (piattaforma che mette in contatto artisti e location per concerti ed eventi live). «È un’iniziativa che abbiamo messo a punto per riportare la musica dal vivo nei club e nei circoli culturali», mi spiega Luca Pollini, padre del rinato Re Nudo. Oltre a questa, Re Nudo ha messo in campo anche una serie di Workshop presso la Fabbrica Del Vapore di Milano racchiusi in un titolo, Un futuro bifronte/Scenari sul domani, progetto culturale ideato da Luca Pollini ed Elena Mearini, dedicato ai giovani artisti under 35. I prossimi saranno il 6 marzo e il 10 aprile 2026.
Su Re Nudo bisognerebbe scrivere più di un post come questo, visto che è stata una rivista, un’idea di libertà, un laboratorio di controcultura e controinformazione nella Milano degli anni Settanta. Un magazine che è diventato uno dei luoghi editoriali centrali del post Sessantotto fino al movimento del ’77. Il Festival al Parco Lambro (a Milano), scaturito da questa attiva “fabbrica” di musica, politica, sperimentazione è stato uno dei terminali più noti del “sistema Re Nudo” tenuto dal 1971 al 1978, conosciuto anche come la Woodstock italiana.
Da un paio d’anni Luca Pollini, scrittore e giornalista, ha rifondato quella rivista con le medesime intenzioni di allora, attualizzandole al nostro tempo. Il Live Music Club è il primo approccio verso un nuovo modo di ascoltare la musica. Innanzitutto in maniera consapevole, poi dal vivo, suonata (cosa sempre più rara) e soprattutto con artisti assolutamente non mainstream, indipendenti.
Questa sera c’è il secondo dei cinque appuntamenti previsti – uno al mese all’Arci Area di Carugate, via Garibaldi 26). Protagonista: Le Rose e il Deserto, progetto del quarantenne calabrese con vita a Milano, Luca Cassano, artista che mette la parola al centro della sua musica e lo fa con una delicatezza e levità magistrali (ascoltate Per ricordarmi com’eri).
Ho sentito Luca Pollini per farmi raccontare questa nuova iniziativa di Re Nudo.
Quali sono i fatti coincidenti che hanno fatto crollare la musica d’autore oggi? Milano era ricca di posti dove ascoltare musica, dal jazz all’underground, ora li conti sulle dita di una mano…
«Sicuramente perché ormai la musica è spesso trasformata in rumore e poi per il fatto che gestire un locale costa. Oltretutto ci si mette di mezzo la Siae anche se tu fai suonare un artista che canta le sue canzoni e lui non è iscritto alla Società Italiana Autori ed Editori, tu proprietario del locale devi pagarla lo stesso, mi sembra un po’ esagerato. E poi, ultimo ma non ultimo, il fatto che la gente non esce più di casa, forse, lasciamelo dire, una dei fattori che più mi preoccupano».
Spiegami…
«Non uscire di casa a mio avviso è diventata anche una questione politica. L’isolamento contemporaneo è una conseguenza della tecnologia, sia chiaro. Uno dice vado al cinema, ma perché? Ho 60 piattaforme a cui attingere. È anche la conseguenza di un modello economico e politico: chi resta a casa è più prevedibile, più controllabile, più redditizio perché consuma di più! C’è l’abbonamento alle piattaforme, cxi sono gli acquisti di cibo on-line… l’isolamento è diventato un modello economico, un business. Quindi, attenzione a chi si muove, chi discute, chi partecipa, è un soggetto potenzialmente critico…».
E dunque scomodo!
«Certo, chi non partecipa non contesta, chi non incontra non cambia, chi non esce non immagina quindi, la cultura pubblica – che è quella che non si compra e non si misura in click – è sempre stata un luogo di libertà, di imprevisto, di dissenso. Il fatto che sia stata smantellata, come dicevi prima non ci sono più i locali, svuotata, temo che non sia solo un errore».

Quindi con il Live Music Club provate a smuovere le acque…
«Sia con il Workshop sia con il Re Nudo – Live Music Club vogliamo che la gente esca di casa perché significa riaffermare una sorta di diritto alla presenza, diritto alla complessità, diritto alla critica. Io voglio che tornino le piazze del pensiero, dove la cultura non solo si espone ma si costruisce, dove il pubblico non è un target ma una comunità. L’uscire di casa per vedere uno spettacolo o ascoltare un concerto o partecipare a una performance implica una decisione, una fatica, una preparazione, mentre adesso hai a disposizione il mondo digitale che ti dice “stattene a casa hai tutto a disposizione e nessun imprevisto, nessun disagio, né rischio”… però non hai nemmeno nessuna emozione e nessuna esperienza e quindi, a poco a poco, si affievolisce la dimensione della cultura. Ci sono meccanismi, il più delle volte invisibili, che condizionano il tuo desiderio. L’algoritmo non solo ti suggerisce cosa ascoltare o leggere, ma ti dice anche chi sei, ti avvolge in una bolla rassicurante di familiarità e di conferma. La playlist che ti fa Spotify ti fa sentire le canzoni che ti piacciono, non ti espone più al rischio della diversità».
Il nuovo tema sarebbe dunque: uscire e scoprire, c’è un mondo là fuori!
«Esatto, ti lasciano lì nella bambagia e quindi la cultura che per sua natura è scontro, è spaesamento, è dissonanza, è curiosità, finisce addomesticata. Così non siamo più noi, cioè il popolo, a cercare la cultura, ma è la cultura a venirci incontro, filtrata, ridotta e semplificata. E quando la cultura smette di essere ricerca cosa diventa cosa? Intrattenimento! Ai giovani che partecipano allo Workshop dico sempre: “Voi, a forza di restare davanti a un monitor, avete dimenticato che fuori c’è ancora il mondo”. Viviamo un paradosso, abbiamo accesso a tutto ma usciamo sempre meno».
La tempesta perfetta.
«Perché ti basta uno schermo e una connessione per essere dappertutto, eppure non sei da nessuna parte, quella è l’assurdità, sei connesso con tutti ma non incontri più nessuno. E c’è uno spostamento: dalla partecipazione si è passati alla fruizione, due cose un po’ diverse, con buona pace del povero Gaber che la cantava cinquant’anni fa. Ci ha visto lungo, come al solito».
Tornando al Live, avete iniziato con cinque incontri, continuerete?
«Vediamo come va, se il pubblico si fidelizza, se riusciamo a smuoverlo. Così, mentre si annunciano i concerti mastodontici per l’estate tra ippodromi, autodromi, aeroporti dove i palcoscenici sono sempre più lontani dal pubblico, noi come al solito, andiamo in controtendenza. Più il palco si allontana e crescono i numeri, più la musica si allontana dalla sua dimensione umana».
Come non essere d’accordo!
«E quindi poi finisce che paghi 150 euro per vedere un monitor, perché poi alla fine dentro l’aeroporto che cavolo vedi da lontano, l’artista forse? Per pochi euro noi invece ti mettiamo in un locale dove consumi una birra, una coca, quello che vuoi e ti ascolti la musica dal vivo a stretto contatto con l’artista, come si faceva un tempo».
Veniamo allo Workshop. Dopo tutto quello che ci siamo detti finora, i giovani hanno stimoli per essere creativi?
«I giovani sono giovani e hanno ovviamente gli stimoli del periodo in cui vivono. Noi li abbiamo provocati su un tema che a loro fa molta paura, quello del futuro. Per loro il futuro è domani, però devono comunque metterci la testa per guardare a un orizzonte più lungo, che cosa avverrà, sarà un futuro distopico, una roba orrenda, o magari una cosa favolosa… vedremo quello che succederà. Aspettavamo 18 ragazzi, ne sono arrivati 27. I lavori saranno poi presentati al festival di Renudo, di giugno 2026, sempre alla Fabbrica del Vapore. Il progetto rappresenta anche un’opportunità per raccontare il loro fermento creativo, la loro idea sul domani e anche esplorare i loro approcci artistici».
Non ti senti una goccia d’acqua diversa in un oceano appiattito?
«Assolutamente sì. Da più parti mi dicono: “Eh ma tu però ti occupi di una nicchia”. E io rispondo: “Certo che mi occupo di una nicchia, mica vado da quelli che si picchiano fuori dallo stadio!”. In tre anni questa nicchia è cresciuta vivaddio, perché poi i giovani si fidano di te che hai i capelli bianchi e che hai fatto il parco Lambo!».
Diventi punto di riferimento.
«Sì, esatto. A differenza mia, che quando avevo 17/18 anni di uno di 60 mai e poi mai mi sarei fidato. Loro non avendo i loro punti di riferimento, nemmeno una strada da seguire, aspettano che gli diamo noi quattro indicazioni. Poi la strada se la scelgono, sia chiaro, non è che li accompagnamo per mano. Offriamo loro queste opportunità, questi spazi che mancano ovunque, per il teatro, per le mostre fotografiche e via elencando. Devo dire grazie al Comune di Milano che mi dà lo spazio per fare il Festival e al circolo Aria di Carugate che mi dà lo spazio per organizzare i concerti, ma i ragazzi di spazi loro non ne hanno, e questo è l’altro problema. Quando nel ’70 Re Nudo chiese al Comune di Milano lo spazio al Lambro c’era la giunta di sinistra guidata dal sindaco Tognoli, e il Comune gli disse no. Re Nudo rinunciò? Affatto, lo fece lo stesso! Io ho il patrocinio del Comune, quindi vuol dire che cinquant’anni non sono passati inutilmente».