Made in Ra – First Period sta semplicemente per “Scritto a Ravenna”. È un disco firmato GB Project, ovvero Gilberto Mazzotti, band leader e autore dei brani, al pianoforte, Alessandro Scala al sax soprano, Adriano Rugiadi al basso fretless, Stefano Calvano alla batteria e Maria Francesca Melloni alla voce e autrice del testo di Nuova vita, ultima delle otto tracce, per la durata di 50 minuti che compongono un disco colorato, brillante, estroso nel suo incedere.
Un lavoro che ha casa nel jazz e che spazia con una elegante sinuosità nella musica latina, nei ritmi caraibici, nell’improvvisazione. Piano molto percussivo a segnare un passo deciso, supportato dalla sezione ritmica precisa e fantasiosa, affondi nel Bebop che si dissolvono in viaggi romantici nella fusion brasileira (vedi Savor, o la spensierata Dantem), con il sax che fraseggia nei classici schemi delle improvvisazioni Choro, il basso fretless morbidissimo e mai invadente, emozionante anche negli assoli, la batteria solida nei cambi di ritmo che preannunciano il piano di Mazzotti in funzione ora percussiva ora improvvistativa.
Ottimo interplay insomma. Gente che ama suonare ma che, soprattutto, si diverte, l’arte gioiosa della musica. Di Made in Ra mi è piaciuto il movimento continuo, il cambio di ritmo, le accelerazioni e decelerazioni improvvise, sempre quando meno te le aspetti. Insomma musica che cattura e costringe a focalizzarsi, non musica di sottofondo, ma partecipativa, che ti riesce a sorprendere. È il “Mazzotti Style”: nel precedente Magip (2018) sempre sotto il cappello GB Project, Gilberto ha portato a spasso l’ascoltatore in un irrefrenabile sabba di ritmi e suoni creando una fusion dentro la fusion con tempi assurdi, cambi rapidi e inesorabili.
In tutto questo c’entra la sua vita privata. Gilberto ha 62 anni, è diplomato in pianoforte al Conservatorio ma per anni ha fatto un altro lavoro, sempre suonando e componendo s’intende! «Ora che sono in pensione mi dedico a tempo pieno alla musica. Con i miei compagni ci siamo ritrovati, negli anni abbiamo suonato molto insieme». Nel suo percorso artistico è stato frenato più e più volte da un carattere troppo sensibile, fragile. Mi confessa: «Sai come funziona il cervello… ti dico la verità, soffro di depressione. Quando mi arriva mi si pianta un po’ tutto, non ho una visione chiara di quelle che sono le cose da farsi. Ho composto Made in Ra parecchi anni fa, ne ho fatto anche un altro prima ancora, che non ho ancora pubblicato… A volte il cervello se ne va in giro per conto suo e tu ti trovi a fare cose che poi non capisci come gestire. Questo è stato uno di quei lavori lì. Dopo aver fatto l’ultimo disco, Magip, è stato anche primo in classifica in Brasile, Stefano Calvano, il batterista mi dice: “Perché non tiri fuori dal cassetto quel disco, cosa lo tieni lì a fare?”. Così ci siamo rimessi a lavorare anche per prepararlo dal vivo. Una volta pronto, l’ho passato ad AlfaMusic che l’ha pubblicato».
Mi sembra che sia uscito un ottimo lavoro!
«Dal punto di vista musicale Made in Ra è un po’ più semplice rispetto agli altri, forse perché è stato uno dei primi lavori che ho scritto, però lo ritengo sempre bello, decoroso. Mentre l’ultimo, Magip (nel disco, che vi consiglio di ascoltare, con Gilberto c’è sempre Alessandro Scala al sax, e poi Piero Simoncini al contrabbasso, Michele Iaia alla batteria e la partecipazione di Simone Zanchini alla fisarmonica, ndr) è stato molto più impegnativo anche dal punto di vista dell’ascolto. Però non importa, se fai una cosa la devi fare bene. Collaboro con alcuni ragazzi che fanno musica ambient e disco. Ho portato loro un libro che è bellissimo Cultura, arte e natura di Daisako Ikeda, dove si specifica che il valore della musica non si misura dal fatto che sia roba vecchia o nuova, ma che riesca a trasmettere una forma di benessere per chi lo ascolta. È un libro bellissimo, te lo consiglio!».
Scorrendo i titoli del disco i brani sembrano brevi racconti di vita vissuta, o sbaglio?
«Sì, ogni brano ha la sua storia, è riferito a personaggi o eventi che mi hanno dato uno stimolo, lo definirei una specie di bozza melodica, che poi diventa ritmica e pian piano va a comporre il brano. Per dirti, Dantem è dedicato a Dante Mazzotti, un mio amico che fa l’elettrauto, una bella persona che si dedica al proprio lavoro con sincerità e onestà».
Ti rifai molto a ritmi latini, si sente che sei catturato dalla musica sudamericana!
«Mi è sempre piaciuta d’istinto perché sono ritmi che ti fanno muovere, danzare, ti coinvolgono a livello ritmico e in più c’è sempre tanta ricerca armonica, frutto di secoli di contatti tra Europa, Africa e ritmi indigeni. Quei popoli hanno creato una propria cultura e un modo di essere».

Foto Domenico Bressan
Ritorno sui titoli e su questo tuo modo di sintetizzare nel nome del brano una storia. Mi riferisco a Barsil, pezzo che apre il disco…
«Il Bar Silvano a Ravenna è stato uno dei miei luoghi per la musica. Il vecchio gestore, Sanzio, proponeva sempre musica dal vivo, era uno dei pochi posti in città che riusciva a promuovere tutte le settimane nuovi gruppi. Ai tempi eravamo tutti giovani musicisti, si cercava di fare una musica alternativa al solito jazz. Fatto questo che non era affatto scontato, sto parlando di metà anni Ottanta, primi Novanta. Ho suonato molto in quel posto. Un ringraziamento e un ricordo dovuto per queste bellissime iniziative che il patròln riusciva con tenacia a tenere vive».
Oggi la musica dal vivo è in crisi: i musicisti hanno sempre meno locali dove esibirsi… Cosa pensi?
«Il problema come al solito sono i soldi… tutto è basato sui soldi. Non si investe più sulla promozione, la qualità, la voglia di far conoscere cose belle. Anche se la musica sembra andare alla deriva, parlo di quella mainstream, sono sempre positivo, perché sto vedendo tanti ragazzi, giovani che si avvicinano alla musica, che si trovano, fanno jam-session, cominciano così a evolversi, si invogliano a studiare, a comprendere, ad avere una percezione di quello che è il valore della musica… Quando una generazione comincia a prendere questa consapevolezza riesce a cambiare un sistema che gli viene proposto se non addirittura imposto. Adesso stiamo subendo gli effetti di un sistema costruito soltanto per il business».
Passiamo all’ultimo brano, Nuova Vita. A chi è dedicato?
«È un brano che ho scritto in occasione della nascita del nipote della mia compagna di allora. Parliamo di oltre vent’anni fa. Francesca Melloni ha scritto il testo e l’abbiamo ripresentato…».
Nella depressione la musica ti ha aiutato?
«La musica è una pericolosissima arma a doppio taglio, perché quando sei in quella fase non riesci nemmeno a suonare e ti devasti ancora di più, visto che conosci le tue potenzialità. Non riesci a fare niente, ti affliggi di tutto, musica inclusa. C’è stato un momento che lavoravo con un cantante, andavamo nei teatri grossi a esibirci. Lì ho raggiunto il culmine: suonavo perché le mie dita sapevano cosa fare ma non c’era sentimento, emozione, nulla. Così ho deciso di curarmi, volevo evitare di prendere i medicinali, però quando ti trovi in certe situazioni dove sei inerte è dura, è difficile vedere la gente contentaue te rinchiuso in te stesso a flagellarti… Per venire alla musica, quando passano questi momenti, diventa un piacere assoluto. Quello che mio ha salvato è stato il Buddismo che dice: trasforma la sofferenza in gioia. Proprio questo mi ha permesso di continuare e non mollare…».
Quindi, hai vinto!
«Sì, ho vinto, grazie proprio alla pratica del buddismo, ho vinto anche se ogni tanto mi prende ancora, però so che quando arriva è perché sto crescendo, quindi non ho più paura, sono consapevole che riuscirò a superarla anche senza medicinali, perché una volta usati poi è difficile non farne a meno».