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Kublai, la vita è un… sogno vero

Delle ultime uscite italiane di questi mesi mi ha interessato un Ep intitolato Sogno Vero a firma Kublai. Quattro brani dove l’elettronica è il filo conduttore per un lavoro cantautorale al cento per cento, arricchito da gran bei fraseggi che attingono al rock progressive. 

L’artista in questione è milanese, ha 35 anni e si chiama Teo Manzo. Condivide il progetto con Mamo, l’ex batterista degli Io?Drama, amico di una vita. Proprio in una Milano inaridita d’underground, che ha abbandonato il ruolo di città stimolante per una sistemazione più comoda su un mainstream sempliciotto, chiuso tra rap, trap e beat prefabbricati buoni per ogni stagione, Teo ha compiuto nel suo piccolo un miracolo allo stato solido. Insomma, vien da dire, c’è vita su Marte. 

Il disco può piacere o meno – a me piace molto! – ma il suo valore, al di là dell’interesse in sé, sta proprio nel significato dell’uscita: essere un possibile spartiacque tra la stasi e l’azione, tra il banale e la ricerca di una complessità. Lo si deve alla musica e a un cantautorato che ha una lunga e proficua tradizione nel nostro Paese. 

Per fare ciò Teo è uscito dalla sua comfort zone in cerca di un’altra possibile via alla musica d’autore. Un mezzo salto nel buio avvenuto tre anni fa ma che ha portato il cantante, autore e compositore a imboccare una nuova strada, che ha intenzione di percorrere fino in fondo.

Le Piromani, il suo primo album solista pubblicato nel 2015, è stato un bell’inizio, con tanti riconoscimenti, tra questi il Premio Fabrizio De André per la Poesia nel 2016. Tre anni più tardi assieme a Fabrizio Pollio, cantante e amico, ex frontman degli Io?Drama, Teo ha girato l’Italia nello spettacolo De André 2.0, progetto nato in occasione del ventennale della scomparsa del cantautore genovese. Allora con Fabrizio e Teo suonavano i tre quarti degli Io?Drama, Giuseppe Magnelli alle chitarre e Mamo alla batteria. Al basso c’era Eros Parolini. 

Quando e come è nato Kublai?
«Tra il 2019 e il 2020. Di fatto è stata una ribellione a me stesso, volevo uscire dalla mia calda zona musicale per cercare altro. Per aiutarmi in questo atto ribelle avevo bisogno di qualcuno che potesse condividere il mio pensiero, coinvolgere anche altre persone nella scrittura dei testi era indispensabile».

Rivoluzione di testi e musica!
«Sì, Mamo ha creato dei pattern e su quelli abbiamo costruito, come una partita di ping pong tra me e lui, il primo lavoro del 2021 e, quindi,i quest’ultimo. Lavorando così togli ogni premeditazione!».

Raccontami dell’Ep…
«Ho scelto di presentare solo quattro brani che poi corrispondono ad altrettanti sogni un po’ paradossali. Sogno vero perché nella realtà viviamo cose assurde che sembrano incubi. Attico, l’ultimo brano, per esempio, parla di una persona che non riesce a dormire perché sopra di lui è in corso una festa rumorosa, così, l’unico modo per farsene una ragione e addormentarsi è quello di abbandonarsi e sognare. Nel sogno vedi la tua vita».

Teo, vivi di musica?
«Sì da alcuni anni, facendo tante serate sui cantautori. Però non riesco a vedere avanti. Milano è una piazza molto difficile per chi vuole fare musica seriamente. Spero ci sia una recrudescenza dell’underground, che ritornino dei luoghi fisici dove stimolare la mente e la creatività, parlare, confrontarsi. Tutto è fatto attraverso i social, il digitale. A Milano, a parte i social, ci sono élite di artisti già famosi, chiuse, che si trovano soltanto tra di loro… quanto alla musica, è diventata una città provinciale. Servirebbe un po’ di “analogico” in tutto questo digitale…».

Perché Kublai?
«Nel lavoro pubblicato nel 2020 mi sono immaginato un dialogo tra due amici, uno era Kublai Khan, il condottiero mongolo, l’altro Marco Polo. Kublai che non usciva mai dal palazzo imperiale si faceva raccontare il suo immenso impero dal commerciante Marco Polo, che invece lo conosceva bene perché lo aveva visitato in lungo e in largo. Un dialogo, quello che sarebbe necessario in questo mondo, il bisogno di “invischiarsi”, di osare essere parte dell’altro».

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