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Piernicola Pedicini: musica, politica e Meridione

Dalla lingua sarda all’inglese, dal dialetto lucano e napoletano allo spagnolo e al francese. Un intersecarsi di parole, un moderno esperanto per spiegare cos’è il Sud, d’Italia e del Mondo. La musica segue questo andare e venire da un Meridione all’altro, musica mediterranea dove la chitarra battente testimonia l’attaccamento a una terra che potrebbe essere un Paradiso e che invece muore di spopolamento, di migrazione, di ruberie, di una politica incapace. Radio Sud Globale, il disco di Piernicola Pedicini con la Brigata Fra’ Diavolo, è un lavoro duro, necessario. Pedicini che è anche parlamentare europeo e segretario del Movimento Equità Territoriale, partito politico fondato da Pino Aprile per promuovere un riscatto economico e culturale del Sud, fa parte di quella “rara” schiera dei cantautori impegnati, una volta tanto in voga. 

Il messaggio politico arriva più incisivo attraverso la musica, perché questa porta con sé emozioni e sentimenti, umanizzarlo è la ragione artistica di Pedicini. L’ho raggiunto a Bruxelles dove ha casa. In questo periodo tra elezioni regionali ed europee “trottola” tra il Belgio e l’Italia. Alla promozione del disco e ai live ci penserà la prossima estate.

Politica e musica, due amori forti!
«La musica è una passione da sempre! Da ragazzo ascoltavo i “cantautori impegnati” per me la musica che ha un valore è quella che porta un messaggio, non individuale ma collettivo, di contrasto per il cambiamento».

Ti rifai al cantautorato anni Settanta, che ha ancora i suoi seguaci, oggi il mainstream vuole altro…
«Quando andiamo in giro a suonare troviamo riscontro nelle persone che ancora si aspettano quel tipo di musica perché l’hanno già vissuta, ma anche nei giovani: lo trovano interessante perché c’è fame di sapere che altrimenti non verrebbe veicolato né impresso nella memoria. La musica ha questo potere perché ispira, anche i ragazzi lo capiscono. È un terreno che diventa nuovamente fertile anche nel ruolo che gioca nella politica».

Siamo reduci dal festival di Sanremo e dalle polemiche sulle dichiarazioni di Ghali e di Dargen D’amico…
«Sanremo non mi attrae musicalmente, sono invece d’accordo con quello che ha detto Ghali, di cui ignoravo l’esistenza: approvo il suo gesto politico perché un artista ha il dovere di usare tutti i mezzi possibili per veicolare il suo messaggio. Il tema della pace in questo momento sovrasta tutto il resto e nella televisione pubblica si continua a discutere di guerra. Si deve poter parlare in maniera aperta e plurale, l’artista non lo puoi zittire, perché arriva alla gente in modo più profondo di un politico. L’artista ispira».

Le tue sonorità sono quelle mediterranee, c’è l’uso di strumenti tipici come la chitarra battente. La scintilla che ti ha spinto a fare musica?
La mia fonte di ispirazione sono stati gli Inti Illimani che vennero a suonare nel mio paese: facevano esattamente quello che facciamo noi ora. O meglio, noi facciamo quello che facevano loro! Venivano dall’America Latina a portare un messaggio politico e per diffonderlo suonavano nei piccoli centri sperduti – sono di un paese di campagna della provincia di Benevento, un paese “abbandonato” come tanti. Questo impegno non lo vivevano solo in maniera artistica suonando gli strumenti della loro tradizione, ma solidale con chi incontravano: a fine concerto si sedevano a tavola, mangiavano insieme a queste comunità, scambiavano messaggi, informazioni, esperienze, tradizioni. Per me tutto questo oggi ha ancora un valore. Con la Brigata Fra’ Diavolo ridiamo dignità alle tradizioni. Io suono la chitarra battente, me la sono fatta costruire da un liutaio locale ed è la summa delle due chitarre esistenti quella calabrese e l’altra salernitana. È una chitarra tipicamente del Sud. Con questo si salvano i mestieri, in questo caso quello del liutaio, che portano conoscenze – e si salvano i suoni che hanno in sé tradizione che puoi scambiare a tavola con le persone».

Nel disco c’è anche una partecipazione del grande Luca Aquino…
Con Luca, che è di Benevento, siamo amici fin da ragazzi. Tra l’altro ha sposato una mia cugina! Ho sempre guardato con grande ammirazione il suo lavoro. Nella canzone in cui ho chiesto la sua partecipazione, The Crown, si parla dei flussi migratori, di quello che vivono i migranti prima di arrivare ad attraversare il Mediterraneo, che è ancora più drammatico del resto del viaggio. Sapendo che lui ha acquisito sonorità mediorientali, perché ha viaggiato molto in quell’area, gli ho chiesto di rappresentare questo cammino dei migranti nel deserto con una musica e un portato emozionale che facesse sentire il dramma che stavano vivendo quelle persone».

Nei testi parli di migrazioni, spopolamento, liberà, pace, tutti temi antichi affrontati nell’Ottocento e Novecento anche da noi italiani, tanto è vero che ci sono 60 milioni di oriundi italiani sparsi nel mondo…
Io vivo a Bruxelles, ma non molti italiani sanno che Charleroi è una città nata con gli italiani dallo scambio braccia contro carbone. C’è stata molta drammaticità, molta povertà, pensa al disastro di Marcinelle. La prima migrazione di italiani è partita dal Nord, quella del Sud è nata con l’Unità d’Italia. Un controsenso, visto che viviamo in una zona del mondo che ha tutto, è la più ricca in offerta di biodiversità, agricoltura, architettura, bellezza. Il fatto che la gente scegliesse di andarsene verso altri paesi è un fatto perfettamente innaturale. La colpa è stata la mancata gestione dell’uomo, quel dono lo abbiamo rovinato noi. Ed è proprio di questo che parlo nel disco. Le migrazioni al Sud non sono finite. I giovani se ne vanno, gli anziani restano, le tradizioni muoiono perché quando se ne vanno i ragazzi quei piccoli paesi ognuno con la propria tradizione, il proprio campanile, la propria specificità si spengono. Non si attiva più quel processo economico che fa mantenere e arricchire un luogo, e il turismo compensa poco. C’è una canzone, Fly away, che parla proprio del continuo dramma che vivono questi ragazzi che a 13, 14 anni si trovano davanti a un terribile dilemma, vado via o resto? Qui tutti se ne vanno e non tornano più. È un territorio destinato a morire, un assurdo che non si può accettare senza protestare al massimo delle mie forze».

C’è emigrazione ma anche immigrazione…
Quando ero vice presidente di una commissione paritetica sono stato in visita in quasi tutti i paesi africani per capire le cause delle migrazioni di massa. È sempre un dramma recidere un contatto ancestrale con la propria terra. Se il tema è essere più inclusivi o meno, sono inclusivo, ma c’è un’altra via che si può adottare contestualmente a quella dell’apertura verso chi si sta spostando verso questa parte del mondo. E cioè guardare al Mezzogiorno come occasione e non come problema. Il Mezzogiorno d’Italia in questo nuovo scenario mondiale sta al centro del Mediterraneo e il Mediterraneo deve essere la porta per l’Europa, ma guardando all’Africa, al Medio Oriente. Il Mezzogiorno, dunque, può svolgere un ruolo nella gestione dei flussi migratori. Guardare al Sud Italia con questi occhi significherebbe evitare che i giovani se ne vadano, conservando le tradizioni che poi si mescolerebbero con quelle degli altri Paesi in maniera aperta».

Nel tuo lavoro fai parlare anche Julian Assange, in questi giorni risalito alle cronache.
«Tutte queste canzoni si traducono in lotte politiche, sono battaglie di minoranza, di resistenza. La libertà di pensiero e di espressione è una rarità e quando c’è è contrastata da un sistema che si chiude sempre più in se stesso e in maniera sempre più violenta. Quello che sta succedendo ad Assange riguarda tutti noi cittadini. In discussione è l’essenza della democrazia, perché senza sapere le cose, anche le più scomode, la gente non può decidere. Il punto di partenza è: quanto le persone sono informate su ciò che succede o quanto sono deviate? Chi ha il coraggio di fare la fine di Assange? La gente non capisce più nulla, l’informazione non è più tale ma è spesso propaganda, un sistema melassa. Invece dobbiamo essere in tanti a dare fastidio, altrimenti ci ritroviamo i nostri figli al fronte a morire per arricchire gente che è già ricchissima».

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