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Hamilton de Holanda il pollo volante, tra Choro e jazz

Flying Chicken, pollo volante. Ma l’avete mai visto volare per davvero un pollo? La cover dell’ultimo disco di Hamilton de Holanda, il mitico bandolinista carioca, mostra un pollo antropofoirmizzato con tanto di occhiali da sole con in testa una gallina, comodamente sistemata, sullo sfondo di un cielo azzurro carico con candide nuvole. Cielo tropicale e allegro. In portoghese, Flying Cicken si traduce Frango Voador.

Ok, gli elementi per iniziare a raccontarvi il disco ci sono tutti. Il bandolim, simile al mandolino a cui Hamilton ha fatto aggiungere altre due corde portandole a dieci per dare maggiore profondità allo strumento e possibilità di volare sulla piccolissima tastiera, il Frango, che altri non è che il tecnico del suono di Hamilton, con lui da tanti anni, «un amico che risolve qualsiasi problema» (mi racconta l’artista) e, infine, la sfida.

Hamilton ha voluto dedicare il lavoro al suo amico di sempre, ma la sfida e l’artista sono le atre parole chiave di questo disco. Il pollo può volare? Ritorno alla domanda iniziale. Mai dire mai! Deve mettercela tutta per vincere la sfida. Questo è Hamilton in continua competizione con il suo strumento: «La fantasia non ha limiti, quelli ce li ha lo strumento che suono», spiega ridendo. 

Le sue folli cavalcate sulla piccola tastiera del bandolim sono diventate epiche. Prima di lui solo Jacob do Bandolim ne era capace. Hamilton con il suo strumento riesce a suonare tutto, lo Choro, di cui il mandolino brasiliano è protagonista, i madrigali e anche il jazz, a cui l’artista dedica ampie pagine della sua attività.

Improvvisare sul mandolino non è facile, il limite dello strumento, appunto. Però la sfida Hamilton la coglie tutti i giorni e riesce a volare nei cieli della musica come pochi altri.

Ascoltando Flying Chicken, brano d’apertura che dà il titolo al disco risulta chiaro tutto quello che sto cercando di dirvi. 

In trio con Hamilton due altri grandi professionisti, il paolista Thiago “Big” Rabello alla batteria e il paraibano Salomão Soares alle tastiere, due musicisti di bella postura, Big Rabello è anche produttore ha lavorato in Harmonize, terzultimo lavoro del bandolinista). Salomão parla una bella lingua jazz, tra Herbie Hanckock, il nostro Antonio Faraò, e il grande Bill Evans, ha una solida conoscenza di tutta la musica tradizionale del suo Paese, ed è uno dei pianisti più in vista della nuova generazione brasileira.

Hamilton perché hai scelto il bandolim come strumento?
«Sono nato in una famiglia musicale. A cinque anni ho ricevuto in regalo da mio nonno un bandolim. In casa c’erano molti strumenti sparsi ovunque, il pandeiro, il cavaquinho, le chitarre. Qui ho appreso la cultura dello Choro. La storia di questo genere musicale è simile a quella del jazz, c’è la parte africana e quella europea che si sono fuse dando vita a nuovi stili. Lo Choro è la mia lingua musicale, poi sono cresciuto ascoltando la MPB, Caetano Veloso, João Bosco, Hermeto Pascoal, il pantheon della musica brasiliana. Poi mi sono appassionato al jazz, ascoltavo Joe Pass, Herbie Hancock, Pat Metheny, Chick Corea. Ho sempre pensato che Choro e jazz appartenessero alla stessa famiglia, sono quasi fratelli. E questo ha dettato il mio modo di suonare, la mia estetica. Quanto al bandolim: è uno strumento dove metto la mia musica. Quest’ultima ha molto di più del suono del “mandolino”».

In questo disco suoni con due ottimi musicisti, “Big” Rabello e Salomão Soares, com’è nata questa collaborazione?
«Thiago l’ho conosciuto come ingegnere del suono e produttore in Harmonize, mio lavoro uscito nel 2019. L’ho visto suonare la batteria, sicuro, energico. Salomão è un pianista con una relazione molto particolare con il ritmo e ha una conoscenza dell’armonia molto approfondita. Il bello di questo trio è che suoniamo insieme con allegria, c’è sentimento in quello che facciamo».

Cosa pensi della musica digitale, del mainstream, di come sia cambiato velocemente il modo di fare musica?
«Internet è  stato un segnale positivo perché ha mostrato e presenta tanti giovani talenti che altrimenti non sarebbero emersi. Poi, se parliamo di mainstream: ci sono musicisti che fanno un buon lavoro ma che finiscono per imitare un’estetica dominante con il risultato di impoverire il proprio lavoro, non sei più un artista creativo ma un imitatore. Ciò esisteva anche prima dell’avvento del digitale. Diciamo che il “nuovo mondo” ha funzionato da moltiplicatore».

Il pollo volante, Frango voador, chi è?
«È il tecnico del suono con cui lavoro da molti anni, è un personaggio, un amico che ti risolve qualsiasi genere di problema. Ho voluto evidenziare il lato umoristico della sua personalità».

Flying Chicken, il brano, è una composizione velocissima…
«La mia musica viaggia per immagini. Quando compongo mi immedesimo in una situazione, è il mio modo di creare. Scrivendo Flying Chicken ho pensato ai cartoni animati, a Ligeirinho (Speedy Gonzales), a Tom & Jerry, a Beep-Beep di Willy il Coyote. È esperienza sensoriale che coinvolge sentimento e immaginazione, anche il profumo di una persona mi dà spunto per comporre».

Come la ballad Because of Our Strong Love o il divertissement Barulinho de Trem!
«Il primo è un brano che ho composto per mia moglie, per mostrarle l’amore infinito che ho per lei. Il secondo è nato durante le ore passate in treno in una tournée in Europa, facevo molte foto, musica per immagini. È un brano allegro che ti permette, di dimenticare tutto e volare…».

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