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London Brew, omaggio alla fusion di Miles Davis

Vi ricordate Bitches Brew, l’album di Miles Davis uscito il 30 marzo del 1970 che sancì ufficialmente l’incontro più creativo, entusiasta e sperimentale del jazz con il rock? In quel doppio LP incredibile Davis riunì Wayne Shorter, Bennie Maupin, John McLaughlin, Chick Corea, Joe Zawinul, Dave Holland, Harvey Brooks, Jack DeJonhette, Lenny White, Don Alias, Juma Santos, Airto Moreira, Larry Young per una session di tre giorni di musica libera da schemi prestabiliti. 

Nessuna prova prima, ma la fusione di tanti professionisti che diventarono immortali. Ebbene, per festeggiare quel cinquantesimo il producer americano Bruce Lampcov nel 2019 contattò giovani e affermati musicisti della scena londinese per lavorare a un progetto che si sarebbe dovuto sviluppare in una serie di concerti “improvvisati” per ricordare quel disco dirimente e la genialità di Miles. La cosa saltò causa Covid. A dicembre dello scorso anno il collettivo di musicisti s’è riunito in una session di tre giorni a Londra per dare vita a un nuovo disco che celebrasse quello di 50 anni prima dal titolo London Brew, uscito il 31 marzo scorso per Downtown Music. Il nome del disco è anche l’appellativo che s’è dato per l’occasione il collettivo di artisti.

Lavoro che rimarca nelle modalità quello di Davis&Co, ma con la ricerca e l’improvvisazione di mezzo secolo dopo. I giovani musicisti sono noti e di talento: i sassofonisti Nubya Garcia e Shabaka Hutchings; il mago della tuba Theon Cross; il dj Benji B; i batteristi-percussionisti Tom Skinner e Dan See; il bassista Tom Herbert; il chitarrista Dave Okumu; il violinista Raven Bush; e i tastieristi Nikolaj Torp Larsen e Nick Ramm. Lampcov è il produttore esecutivo mentre un altro producer e musicista svedese di gran fama, Martin Terefe, lo ha prodotto (e pure suonato).

Quello che ne è uscito è un esperimento ben riuscito, strano, apparentemente caotico ma la parola giusta è “libero”, sulla scia di quel benefico album, concretamente e gioiosamente contemporaneo: come per i musicisti di Bitches Brew i musicisti si sono scambiati solo poche idee su cosa e come suonare, lasciando ai singoli la fantasia di interagire con il gruppo. 

Solo artisti degni di questo nome possono permettersi tanto, è bene ricordarlo. Ebbene, ve lo segnalo, perché al primo ascolto vi sembrerà senza capo né coda, però se vi mettete di buona volontà, carichi della giusta curiosità e disposizione all’ascolto vi sorprenderà. All’interno, ben amalgamati ci sono beat  – opera di Benji B – estratti dal lavoro di Davis (ovviamente estrazione autorizzata e certificata!), scelta voluta per trasmettere una certa continuità tra i due album. Il resto è opera della creatività del supergruppo. Batteria in punta continua, chitarre distorte e acide, fiati che disegnano percorsi sonori caldi, pianoforti Rhodes che fanno venire i brividi (ascoltate London Brew II).

Seguendo il “palinsesto” di Bitches Brew i primi due brani iniziali (London Brew I e Pt. II) ricalcano lo spirito di libertà creativa di Davis. Sono piuttosto tecnici nello svolgimento delle improvvisazioni. Con Miles Chases New Voodoo In The Church – titolo che richiama Miles Runs The Voodoo Down, brano contenuto nel secondo LP di Bitches Brew – la band vira su un basso funk su cui si inseriscono il clarinetto basso e il sax con un tappeto d’effetti, synth, e una batteria in costante movimento con l’intervento di chitarre distorte.

Se vi capita sotto mano, suggerisco caldamente l’ascolto. Londra è la nuova capitale del jazz contemporaneo e questo lavoro ne è una profetica sintesi.

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