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Eugenio Rodondi, i cantautori e il narcisismo dell’artista

Torno a parlarvi ancora di cantautorato italiano e lo faccio attraverso un artista che ha l’appeal e il physique du rôle del musicista anni Settanta. Si tratta di Eugenio Rodondi, classe 1988, torinese. Ha pubblicato tre singoli che fanno parte di un disco che uscirà dopo l’estate, molto interessanti per il lavoro concettuale che sta alla base, che lui ha definito una «provocazione gentile»: mettere in primo piano la canzone – e il suo significato – e non l’artista che l’ha scritta. Come? Facendola interpretare da voci completamente diverse dalla sua. Lavorare sulla centralità del brano a dispetto dell’ego dell’artista, annullare il personaggio per dar vita alle parole.

 

Il musicista che fa della canzone un forma di lotta è uno dei concetti fondanti del cantautorato anni Settanta. Anche cantare l’amore allora diventava un “atto politico”. Il cantautore, moderno bardo, “autorizzato” a frustare sovrani e poteri, occhio vigile e attento sulla società, sapeva leggere i cambiamenti e raccontarli, coinvolgeva i giovani di allora, diventando specchio del tempo dove più di una generazione vi si ritrovava.

Ascoltando i due singoli usciti a maggio uniti in un unico montaggio video, Tatuaggio cantato da Rossana De Pace e Uragano, con la voce di Bianca Lombardo, e un terzo pubblicato a giugno, Terremoto, con Paolo Benvegnù, si ha la netta sensazione della “densità” del linguaggio  di Rodondi. Brani che hanno un comune denominatore, come leggerete tra poco nell’intervista, che in questo caso è l’errore, visto non come sbaglio ma come emblema della diversità. Tutti ne commettono, nessuno escluso, sono proprio gli errori a rendere unici gli esseri umani. La plasticità dell’operazione appare nel video, «un’idea mia e di Francesco Moroni Spidalieri, regista e produttore del disco», spiega Eugenio: una stanza vuota, un tavolo e una vecchia macchina da scrivere dove Rodondi scrive il titolo dei brani e parti salienti dei testi, mentre l’artista canta con le voci di Rossana e Bianca. «Le macchine da scrivere sono la mia grande passione, soprattutto le Olivetti. Non è solo un fattore estetico è un fatto quasi “politico”». 

Usi ancora la macchina da scrivere?
«Sì, la trovo comoda. Quando mi vengono idee su possibili brani, se le segno sul telefono o sui foglietti volanti le perdo sempre, non domandarmi perché, così ricorro alla macchina da scrivere, lasciando un foglio sempre sul rullo. È una compagna di viaggi e poi mi piace collezionarle fin da ragazzo».

Spiegami la tua attrazione per le Olivetti…
Grazie alle macchine da scrivere ho approfondito la vicenda di Adriano Olivetti: è stato uno dei più grandi uomini del Novecento italiano, era un utopista, un sognatore che ha fatto una piccola rivoluzione nell’ambito industriale e civile: pensava che la fabbrica non fosse solo un’azienda che produce reddito, che il fatturato non fosse solo legato a un individuo, l’imprenditore, ma che dovesse servire a migliorare la vita di tutti, per questo ha investito in scuole, case, ospedali».

È stato uno dei grandi imprenditori italiani, un visionario che aveva visto giusto…
«Infatti è stato fatto fuori! Era un avanguardista del lavoro. Asili nidi all’interno della ditta, non sradicare l’operaio dalla propria terra (costruì una fabbrica a Pozzuoli proprio per questo), dare lo stipendio alle donne in maternità, servire nelle mense aziendali pasti buoni… in questo era un rivoluzionario. Oggi stiamo andando nella direzione opposta, anche nella musica: si guarda al profitto, non si reinveste nel sociale, si tende a ragionare molto da individui, da singoli e poco da collettività. Una canzone diceva che “il popolo unito non sarà mai vinto”, invece, siamo stati vinti perché divisi».

L’unità tra gli artisti è difficile da realizzare…
«Lo si è fatto per un certo periodo, dando ottimi risultati, vedi De Andrè con la Pfm, Dalla con De Gregori: hanno fatto cose meravigliose. L’unione fa la forza, anche in ambito sociale. Il mio video sottintende un richiamo a quegli anni: non un intervento nostalgico, un voler tornare indietro, piuttosto un focus sulla società di oggi, dove si tende a vivere l’immediato, senza guardare a quello che è successo e a ciò che succederà. Parlo della mia generazione, quelli tra i 30 e i 40 anni. I giovani mi sembrano un po’ più consapevoli, forse perché sono abituati ai cambiamenti veloci».

Nella musica come si riflette questo tuo ragionamento?
«Il cambiamento più grosso che vedo è quello della spettacolarizzazione, della performance, del personaggio che deve catturare prima del prodotto artistico. La considero una sconfitta. a ciò contribuiscono tutti quegli show musicali televisivi che mettono in competizione gli artisti. La differenza tra il video e le cuffie è notevole, perché il video arriva sempre prima. La competizione a livello artistico, poi, è aberrante in sé. Puoi fare il mestiere che vuoi, lo fai bene se lo sai fare bene. Non so se ci sia una soluzione, ci penso spesso. Non ho la televisione a casa, quindi ne sono abbastanza avulso, ma questo mito della competizione, del mostrare i muscoli, rimane. Va bene fino a quando rimani a galla, poi si trasforma in un doppio disastro, perché ti trovi spiazzato. Oltre al musicista, faccio un mestiere particolare, terapista nella riabilitazione psichiatrica, sono sempre a contatto con il dolore psichico. Queste cose le vedo, non me le invento».

Quanto il tuo lavoro incide sulla tua musica?
«Non te lo so dire: quello che vivi da qualche parte lo canalizzi. In questi ultimi brani che ho scritto mi sono reso conto che c’era un minimo comune denominatore, l’errore. Mi sono interrogato sul perché, arrivando a una conclusione, se vuoi, banale: è la cosa che facciamo con più autenticità, perché inattesa. In Tatuaggio dico: gli errori forse servono per continuare ad avere una vita fuori dal normale. Errore deriva da errare, quello che non segue un’unica strada segnata, che esce da un pensiero non uniformato».

Il concetto di “matto” di De Andrè…
«Eh sì, chi sbaglia viene visto come un fuori di testa, eppure tutti sbagliamo, e sta qui il cortocircuito».

Soprattutto tra i giovani, oggi l’errore non è ammesso, si tende a sminuirlo, ridicolizzarlo, non vederlo…
«Un atteggiamento figlio dei social. Ci troviamo in un brodo dove tutti espongono i momenti belli della propria esistenza, vacanze da sogno, uscita con gli amici, cene, concerti immancabili…vediamo la vita degli altri e pensiamo: ma come, tutti sono felici, nessuno soffre mai! Quando stai male, ti senti in super difetto, tendi a buttarti giù. C’è un tabù sugli errori, le sconfitte, sull’arrivare dopo gli altri, un peso che non siamo in grado di reggere. È così anche nella musica: pubblichi un brano o un disco e guardi i numeri: ho fatto 4mila ascolti, l’altro, invece, 40mila, ma non pensi che nel mondo c’è chi ne ha totalizzati miliardi… Prima degli streaming c’erano i numeri di dischi venduti, i biglietti acquistati ai concerti… Dovremmo vivere la nostra vita più rilassati».

Perché hai deciso di fare musica?
«Non lo so. Ho iniziato a scrivere canzoni alle superiori per emulazione. Ascoltavo Tenco, De Gregori, De Andrè. Molto più autori italiani, perché per me il testo è importante e non sono un anglofono così abile da cogliere le sfumature dell’inglese. Poi è diventato un metodo in cui mi trovavo bene a comunicare quello che sentivo. Il primo disco l’ho pubblicato a vent’anni. Per me è un’esigenza, un linguaggio che fa parte della mia esistenza, senza molte pretese».

Componi testi e musica?
«Finora ho fatto entrambi. Per il disco che sto preparando è stato diverso. Con Francesco Moroni Spidalieri abbiamo lavorato bene, perché siamo due persone molto simili pur arrivando da strade diverse, lui ascolta i Mogwai e i The Notwist! È la prima volta che produco qualcosa a quattro mani. Io ho scritto i testi lui la musica».

Torniamo al progetto: perché voci femminili?
«L’idea originaria era fare un disco collettivo, che non avesse un autore, che ridimensionasse il narcisismo dell’artista. Volevo un lavoro a più voci che cantassero in maniera del tutto anonima. A causa del Covid non siamo riusciti a realizzarlo, così ci è venuta l’idea di non farmi cantare le canzoni, in modo da staccarmi totalmente da esse. Le ho scritte ma sono più importanti del mio personaggio. Ho fatto, dunque, un ulteriore passo indietro, facendole cantare da due voci femminili con un registro vocale diverso dal mio: Rossana De Pace ha cantato Tatuaggio e Bianca Lombardo Uragano…».

Farai delle date di presentazione del disco?
«Mi forzerò, vincerò la mia pigrizia… crescendo mi sento sempre più impaurito dal pubblico, mi avvicino malvolentieri a un palcoscenico per tutto quello che ti ho detto prima. Comunque, stiamo mettendo su un gruppo e sicuramente qualche data uscirà».

Ultima considerazione: secondo te dove arriveremo con la musica italiana? Ci sono tanti giovani, in controtendenza, che puntano al cantautorato…
«È vero, c’è quel mito dei cantautori anni Sessanta e Settanta perché sono stati i più bravi del nostro tempo. Non credo sia un caso. All’epoca c’erano grandi investimenti economici, grosse case discografiche che impiegavano i loro talent scout alla ricerca di bravi artisti… Oggi il disco te lo fai da solo e a tue spese. I cantautori di 50 anni fa hanno avuto un successo tale da diventare idoli e punti di riferimento intellettuali. Non fu tutto merito loro, però, perché i giovani in quegli anni erano molti di più rispetto agli attuali, considerando la popolazione generale, e il messaggio, quindi, arrivava a tanti. Siamo una popolazione vecchia ed è normale che, rispetto al mercato musicale, i ragazzi risultino meno interessanti degli adulti. I giovani cantautori ci sono e sono molto bravi ma nessuno investe su di loro. Fare un disco, promuoverlo, costa. Certo, abbiamo Mahmood, Blanco, Madame, ma sono molto più indirizzati al pop e tendono a usare un linguaggio molto contemporaneo, tanto da sembrare vecchi nel giro di un paio d’anni. Sarebbe tutto da rivedere, ma ci si può fare ben poco, perché sono dati oggettivi. Se la nostra società continuerà a basarsi su questi modelli economici, rimarremo su questa strada».

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