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Vedere la musica: Ingrid Carbone e il format delle Conversazioni-Concerto tra classica e pensiero critico

Ingrid Carbone – Foto Marianna Zupi

«Non suono per me stessa, né per far vedere quanto sono brava, non è questo lo scopo di un musicista. Il fine piuttosto è quello di disvelare, di consentire al pubblico di ascoltare e vedere, perché io vedo la musica quando la suono». Ingrid Carbone è una pianista affermata ma anche una ricercatrice e docente di ruolo presso l’Università della Calabria di Cosenza, dove insegna Analisi Matematica. Ha una formazione classica, è amante del Barocco, il suo primo grande amore, ed è una interprete di tutta quella musica che raggruppiamo nel genere “classico”.

Musica e matematica hanno molti punti in comune. Anche la seconda sa essere creativa, è un’arte, insomma. Ingrid ha saputo fare sintesi tra queste sue due grandi passioni creando un un nuovo format che sta riscuotendo ampio successo sui palchi di mezzo mondo. Le ha chiamate Conversazioni-Concerto per distinguerle dalle Lezioni-Concerto, attività diretta per lo più agli studenti di musica. Lo fa dal 2019, da quando invitata in Cina per una lezione-concerto, gli è stato chiesto di corredare i brani con delle spiegazioni in PowerPoint. «Non mi aspettavo un tale livello di attenzione», mi racconta. «Lì ho realizzato quanto sia importante per chi ascolta capire che cosa sta per ascoltare e che in quel tipo di rappresentazione-performance potevo dare il meglio di me, mettendo insieme musica e questa mia facilità di comunicazione». 

Lo spartito non è una statica esposizione di note ma una lettura da interpretare a seconda delle sensibilità di chi lo legge e lo “fa suonare”. Svelare ciò che l’autore voleva esprimere in quel determinato momento è una dote che si acquisisce in anni di letture, e non solo del pentagramma. Inserire il brano nel contesto culturale dell’esecutore, farlo vibrare negli echi della storia di quel periodo, dei luoghi dove ha preso vita dovrebbe fare parte del bagaglio culturale e artistico di un musicista. Ebbene Ingrid ha pensato di svelare quel bagaglio prezioso, trasmettendolo agli ascoltatori, sapere che circola nelle platee dei teatri. Uscire dalla sala non soltanto colpiti dalla musica ma anche dalla sua genesi, dai contesti. Dunque, in poche parole, creare un pubblico consapevole e formato.

Atto quanto mai necessario in un periodo – ce lo diciamo sempre – che tende a semplificare il più possibile, che evita il prezioso esercizio del pensiero critico, quindi lo scavare, il verificare, il non prendere tutto per oro colato. Un modo per riavvicinare certo tipo di musica considerato per pochi eletti a tutti. Sempre Ingrid: «È una grande soddisfazione vedere una platea attenta, concentrata, desiderosa di imparare e ascoltare».

Con lei ho fatto una lunghissima chiacchierata che per ovvi motivi vi sintetizzo qui di seguito.

Com’è nata la tua passione per la musica e per la matematica? Di fatto hanno un legame particolare…
«Partiamo dalla prima che forse è più semplice: non sono figlia di musicisti, anche se mia madre vanta una famiglia di appassionati d’opera e mio padre ha sempre ascoltato tanta musica: avevamo la filodiffusione sempre sintonizzata sul canale di classica, ma si ascoltava anche musica da film, Morricone soprattutto, e quella colta francese, per esempio Charles Aznavour… Poi i miei genitori hanno deciso di comprare un pianoforte – avevo 8 anni – e quello strumento è stato per me una svolta: al di là delle lezioni che prendevo per prepararmi a entrare in conservatorio, esploravo, ero curiosa, mi piaceva, mi rendeva felice. Per quanto riguarda la matematica, ho sempre avuto una propensione, una facilità… beh, mio padre è professore di matematica all’università!».

Insomma sei figlia d’arte!
«I miei genitori mi hanno trasmesso tanto, mia madre è laureata in latino e greco, ancora oggi è in grado di tradurre un testo in latino senza vocabolario, quindi un’attenzione verso la lingua italiana, la lettura… tutte queste cose le ho respirate. A posteriori posso dire che, proprio per questo legame che tu anticipavi tra matematica e musica, il mio approccio alla fase preliminare della musica è scientifico, utilizza quel procedimento metodologico deduttivo che uso quando faccio matematica. Andando oltre è anche un modo attraverso cui analizzo ciò che mi circonda in generale, la mia vita. Se penso alla mia quotidianità, io sono così, non do mai nulla per scontato, non mi limito mai ad ascoltare qualcosa e a darla per buona, devo sempre indagare, approfondire. Ancora peggio quando devo prendere una decisione: valuto tutto, le conseguenze a breve e a lungo termine. È un controllo che cerco di esercitare su me stessa perché ho una sensibilità spiccata, quindi da un certo punto di vista sono molto vulnerabile».

Foto Marianna Zupi

Suoni la Classica. Il fatto di avere lo spartito, di eseguire e interpretare un brano già scritto non lo vivi come una limitazione? Non hai mai sentito l’esigenza di scrivere musica tua o di buttarti nell’improvvisazione, in altri ambienti musicali?
«No mai, sono sempre stata così assorbita da quello che faccio a 360 gradi da non avere lo spazio per pensare ad altro. Con questo non voglio millantare qualità che potrei avere tenuto nascoste durante la mia vita: sono una persona concreta che non si dà delle arie. Lo studio di uno spartito e la ricerca dell’interpretazione richiede un lavoro così lungo, certosino, approfondito da assorbirmi in maniera totale. Lo spartito è un mare, un luogo di scoperte continue, tanto che lo stesso brano che magari ho studiato e suonato per molto tempo, lasciato e ripreso dopo anni, mi fa scoprire altri aspetti che mi erano sfuggiti o che non avevo colto abbastanza. L’interpretazione – parlo per me – a livello umano ed emotivo mi dà moltissimo e quindi ogni brano nuovo che studio è un arricchimento enorme. Non è quell’improvvisazione tipica del jazzista, ma l’interpretazione è sempre una fase creativa indirizzata, fedele e rispettosa, che porta i musicisti a eseguire lo stesso brano ognuno in modo diverso. Il brano ha una sua unità e l’interprete deve fornire una serie di immagini messe in musica. Questa è la mia idea di musica, un modo di far volare la fantasia ma anche un mezzo per trasmettere delle emozioni chiare, inequivocabili».

E qui si inserisce il tuo ruolo “educativo”, una sorta di concerto-lezione, per un ascolto consapevole!
«Non le chiamerei lezioni-concerto, perché questo è un format che esiste da tempo e nel quale non mi riconosco perché di solito sono destinate a musicisti, tenute nei conservatori nelle quali il musicista entra nel merito di questioni tecniche, armoniche, con un linguaggio molto specialistico, oppure se non sono dirette ai conservatori – come succede anche all’Auditorium di Santa Cecilia di Roma – si tratta di incontri tenuti da musicologi che raccontano una storia, aneddoti, inquadrano il brano nel contesto storico e molto spesso non sono neanche loro stessi che poi lo interpretano. Per questo le ho chiamate conversazioni-concerto per sottolineare la vicinanza che ho con il pubblico e questo stimolo continuo che cerco di dare raccontando quello che leggo io, sintetizzo un lavoro di mesi, alcune volte di anni, per prepararlo all’ascolto. È un racconto che faccio al pianoforte dando dei punti chiave, degli elementi identificativi in maniera tale che poi il pubblico quando mi ascolta suonare, sa già che cosa rappresenta quel certo suono, dove deve arrivare, che cosa l’aspetta, un po’ come vedere un film con gli occhiali 3D. C’è un lavoro enorme dietro, lo devo fare in una maniera convincente, stando nei tempi, faccio anche tante prove di cronometro… Ma principalmente deve essere una presentazione coerente nella quale devo fornire a chi mi ascolta tutti gli elementi necessari per comprendere ciò che sto per fare».

Perdona l’inciso: tu insegni analisi matematica all’università a Cosenza, corretto?
«Sì, è una materia ostica, che richiede uno studio approfondito e una continuità nel tempo, come la musica d’altra parte, no?».

Tornando alle conversazioni-concerto: le fai in tutto il mondo. Noti più attenzione all’estero rispetto all’Italia?
«È molto triste, ma purtroppo è così. C’è una maggiore curiosità, e non mi riferisco all’uditorio perché chi viene ad ascoltare è interessato, ma a livello organizzativo. È come se in Italia chi organizza, non sia pronto, non capisca. Secondo me c’è una componente di pigrizia, di inerzia, perché è chiaro che andare avanti sempre con gli stessi tipi di cartellone è più comodo per tantissimi motivi, gli interlocutori sono sempre gli stessi, come il pubblico che si intercetta. Un altro è scommettere su nuovi modelli. Quando saranno morti gli abbonati che hanno 120 anni oggi, le sale non le riempirà più nessuno. È una mancanza di lungimiranza che hanno i direttori artistici, i direttori di associazioni anche di prestigio… ma anche nella stessa università che dovrebbe accogliere queste queste iniziative con i tappeti rossi, sono tutti concentrati su quello che sanno già fare e non intendono aprire a nuove forme che oggi più che mai sono fondamentali».

È un problema che si registra in molte discipline?
«Secondo me in tutte le discipline. Ho fatto l’esempio dell’università perché conosco bene quelle dinamiche e anche lì mi sono sentita dire da colleghi di altri atenei che organizzano lezioni concerto, quelle di cui parlavamo prima, che non sono interessati e quello che faccio non rientra nei loro progetti di lavoro… ma come è possibile una cosa del genere? Un direttore artistico mi ha detto di no “perché il nostro pubblico non è pronto”. Ma come fa a sapere che il pubblico non è pronto? Sono risposte che lasciano di stucco. Tengo molto alla questione educativa perché il mio scopo è quello di condividere quello che so, non sono gelosa del mio sapere. Mi è stato chiesto da molti di scrivere un libro sull’argomento, di mettere nero su bianco il mio lavoro».

Le tue conversazioni-concerto potrebbero diventare un format di ascolto interessante, una sorta di collana da collezionare.
«Infatti è la mia idea: iniziare magari con un piccolo libro che affronta un brano, con la possibilità, grazie a un QR code, di ascoltare gli esempi al pianoforte come se fossi sul palcoscenico».

Ingrid, un’ultima curiosità. Perché ti appassiona così tanto la musica barocca?
«È una domanda complessa, sono cresciuta con la musica barocca, ho avuto una formazione in conservatorio a cinquestelle, dei maestri eccezionali a cui sarò eternamente grata. Il mio primo aveva un metodo di lavoro serissimo ed estremamente “demanding” mi chiedeva molto. Ho cominciato a 11 anni con Frescobaldi, molto complesso, e anche con Schönberg! Il Barocco mi è servito per imparare molto sul pianoforte, non avrei potuto comprendere la musica classica e romantica se non avessi avuto quella formazione. La musica Barocca è un mondo, un’occasione unica per sviluppare tecnica, tocco e musicalità. Ti allena a suonare “pulito” senza pedali, come invece richiede la musica romantica, per cui l’orecchio si affina ascoltando davvero quello che fa il pianoforte – il tocco – tanto che io ancora studio molto spesso senza pedale perché devo sentirmi. Queste cose poi convergono verso la musicalità, la ricerca del suono, dell’effetto. Dunque, la musica Barocca per me è stata una scuola di vita».

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