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Claudio Giambruno, il sax e la sua melodia d’Oltremare

Claudio Giambruno – Foto Antonio Ilardo

Si intitola Overseas, Oltremare, il disco che vi propongo per questo inizio settimana. Lo firma Claudio Giambruno, sassofonista palermitano di lungo corso. Nove tracce, quattro composizioni originali e cinque rivisitazioni, che spaziano nell’universo compositivo del musicista siciliano tra l’hard-bop di Lu’s Bounce firmata da Dan Nimmer, la bossanova, nella scrittura originale di Claudio di First Time I Heard Jobim e nella scanzonata Ginza Samba di Vince Guaraldi, la canzone napoletana, nella fluida reinterpretazione di ‘Na voce ‘na chitarra e ‘o poco ‘e luna degli autori Ugo Calise e Carlo Alberto Rossi, o nell’avvolgente Pure Imagination, scritta da Anthony Newley, uno di quei movimenti lenti che ti ammaliano e attraggono come il suono di un pungi indiano per il cobra.

Oltremare, titolo semplice quanto ricco di significato. Il mare per Giambruno è quello della sua Sicilia, «imprescindibile per la mia vita», come mi spiega lui stesso, ma è anche l’oceano Atlantico che lo separa dall’America, meta di tanta migrazione siciliana nei primi anni del secolo scorso, patria del jazz che oriundi siciliani, in quel di New Orleans, hanno contribuito a plasmare con le loro marching band popolari. Musica melodica, musica per ballare, musica per accompagnare i defunti al camposanto, musica per far divertire.

Proprio dalla melodia parte il concept di Overseas. Imprescindibile per Giambruno, unica ragione di vita di un brano. «La nostra è una cultura melodica, a quella dobbiamo tendere», ribadisce. Il suo lavoro melodico e timbrico è notevole. Un suono caldo, univoco, frutto di anni di continuo e caparbio studio ne fanno il sigillo di qualità di questo sassofonista pignolo quanto creativo. Con lui, in quartetto, il pianista Andrea Rea, il contrabbassista Daniele Rosciglione e il batterista Amedeo Ariano.

Siete un quartetto molto… sprint!
«Hai trovato la parola corretta!».

Passate diretti dall’hard bop di Lu’s Bounce alla bossa di First Time I Heard Jobim con lo stesso grande entusiasmo. A proposito, quando hai incontrato Tom Jobim per la prima volta?
«Il merito è di una persona che non c’è più. Si chiamava Vincenzo Palermo. È stato uno dei manifesti della cultura brasiliana in Sicilia e in tutta l’Italia meridionale. La prima volta che ho suonato con lui avevo circa 20 anni. Grazie a Vincenzo ho conosciuto tanti musicisti provenienti dal Paese sudamericano che chiamava a suonare in Italia, mi ha introdotto e fatto da apripista in questa musica popolare così densa di sfumature e così raffinata. Purtroppo, da sassofonista quale sono, avevo sempre associato la musica brasiliana solo con Stan Getz».

Nel tuo brano ci sono collegamenti diretti a Desafinado, composto da Jobim…
«È vero, hai sentito giusto! Tutte le canzoni di Jobim hanno questo fortissimo senso della melodia che poi è anche il filo conduttore della mia musica». 

Il disco è di base un hard-bop, perché ti affascina questo genere?
«Sono i critici musicali e il pubblico che mi hanno definito un hard-bopper: ascoltandomi mi hanno collocato in quell’epoca lì. Non a torto. Non è un caso che i sassofonisti che ho sempre adorato e seguito da vicino, da Joe Henderson a Hank Mobley, da Charlie Rouse al giovane Shorter hanno dato il meglio di sé in quel periodo storico. L’hard-bop ha dato un po’ di ordine, prima i musicisti sciorinavano assoli torrenziali. Con Horace Silver s’è iniziato ad avere un ordine, una metrica a plasmare una musica colta. Tutto questo mi ha sempre affascinato».

Il tuo suono è sempre caldo e avvolgente, riconoscibile, rispetto ai tanti sax-fiumi-in-piena
«Ho sempre dedicato in maniera maniacale un’attenzione al suono. È la nostra voce ed è la cosa più importante che abbiamo come musicisti. Prendi Brecker o Coltrane, dalla prima nota sapevi che erano loro che stavano suonando. Non sono mai riuscito a studiare con un suono che non sentivo mio… I complimenti più belli che possono fare a un sassofonista jazz sono due, il primo: “Guarda che hai un bellissimo suono», soprattutto se te lo dicono i colleghi. Il secondo: «Ho ascoltato, avevo capito che eri tu!». Quando un fan te lo dice, vuol dire che sei riconoscibile, hai un’identità personale ed è importante. In studio di registrazione sono parecchio antipatico per i sound engineer, perché sono un maniaco del mio suono».

Si sente infatti, il disco è registrato molto bene…
«Per questo lavoro registrato a Roma ho avuto la fortuna di avere come sound engineer un super professionista Clive Simpson. Mi ha detto: “Claudio, ti ho ascoltato, per far uscire quello che sei tu dobbiamo essere il più naturali possibile, ti ho messo questo microfono”. Ho suonato una nota e gli ho detto: “Clive, sei un dio!”. Abbiamo registrato in un giorno, la mezza giornata successiva è stata usata per aggiustare i livelli. Il jazz lo concepisco così, senza ritocchi, suoni in presa diretta, buona la prima, senza taglia e cuci. Rudy Van Gelder (il mitico ingegnere del suono, ndr) registrava con un nastro e un microfono, così ha fatto tutti i dischi della Blue Note! Il jazz deve essere esattamente questo, spontaneo. Magari, riascoltando Overseas oggi ci sono cose che avrei fatto diversamente, ma va bene così, è il bello del jazz!».

Qual è il tuo processo compositivo?
«Nella mia carriera ci sono stati periodi in cui sono stato un fiume in piena di idee e altri, ad esempio durante la pandemia, dove non sono riuscito a buttare giù nulla, però mi sono dedicato ad arrangiare e a orchestrare, preparando le musiche per un nonetto, dove, con Rosario Giuliani,  facevo un omaggio ad Hank Mobley. Lo abbiamo suonato successivamente in concerto ma non sono riuscito a entrare in studio di registrazione, un vero peccato! Tornando al mio modo di comporre: mi capita quando guido, magari di notte, da solo con le mie idee: di punto in bianco mi suona un qualcosa in testa. Succede anche quando studio, quelle due orette al giorno, lezioni permettendo: così registro sullo smartphone la linea vocale, poi la sera, mi accendo un sigaro, mi metto al pianoforte e creo la linea melodica. Una prima bozza, che di solito cambia spesso, certe volte rimango fisso per anni. Quando sono soddisfatto e vedo che il pezzo ha la sua geometria precisa, cerco tutte le soluzioni armoniche per dare al brano i colori per me giusti. La mia regola, comunque, è che comanda sempre la melodia».

Da sinistra, Dario Rosciglione, Claudio Giambruno, Amedeo Ariano e Andrea Rea – Foto Gabriele Rosciglione

Perché secondo te la Sicilia, la Sardegna e la Puglia sfornano tantissimi musicisti jazz?
«In Sicilia abbiamo sempre investito nelle bande. Io stesso sono molto grato alla banda, lì mi sono formato a partire dagli undici anni, già allora suonavo il sax tenore che era alto quanto me, ho fatto tutte le mie ore di processione! È stato utile perché mi sono costruito il suono e la resistenza. E poi la banda è il primo posto dove fai musica d’insieme. Quindi, impari il rispetto dei ruoli, ed è il primo posto dove puoi interagire con altri musicisti e altri strumenti. Nella banda ho suonato fino ai 17 anni, poi ho lasciato perché mi ero innamorato del jazz, che ho iniziato a studiare privatamente. A 20 anni ho iniziato a frequentare il conservatorio. Dal punto di vista dell’attitude le bande danno un apporto fondamentale, la marching band è un elemento caratteristico che ha contribuito alla nascita del jazz, le famose second line ai funerali di New Orleans siamo stati noi siciliani a introdurle. Le bande dovrebbero essere custodite, protette, promosse, hanno un alto valore culturale».

Sei soddisfatto di lavorare come musicista?
«Sì, ringrazio Dio ogni giorno per quello che faccio in una terra come la Sicilia, che è arida e povera, ma che comunque mi dà la possibilità di guadagnarmi il pane da musicista. Insegno e suono, riesco a farlo godendo del sole e del calore della mia terra e del mio mare. Logisticamente non ci sono più i limiti di vent’anni fa, in un’ora puoi essere ovunque in Europa!».

In base alla tua esperienza di artista e musicista, come vedi la situazione della musica italiana anche oltre il jazz?
«Posso esprimermi solo sul jazz, lo suono e seguo attentamente, non sono un grande conoscitore degli altri generi, lo so, è un mio limite. Dunque, nel jazz c’è un grande fermento abbiamo talenti straordinari, in Sicilia ci sono i gemelli Cutello, Matteo e Giovanni, sassofonista e trombettista, di un talento stratosferico, sembrano degli alieni, ora vivono a Roma. Sempre nella capitale c’è Vittorio Cuculo, un ragazzo che suona il sax, bravissimo. Tutto questo mi lascia ben sperare, mi infonde energia positiva. Nuovi talenti ma anche nuovi luoghi: ci sono associazioni culturali e numerosi club che svolgono programmazioni di tutto rispetto, portando avanti concept culturali ben precisi. Far appassionare sempre più gente al jazz, in questo momento, fa bene a tutti, sia al livello culturale medio sia ai musicisti. Nella mia Palermo la Fondazione di cui faccio parte dal 2011 che è quella dell’Orchestra Jazz Siciliana, ospita musicisti da tutto il pianeta che si esibiscono con l’orchestra residente. Grazie all’Orchestra ho suonato con Ron Carter, Ivan Lins, Gregory Porter, Dave Holland. Sono molto felice di questo trend, dell’attenzione delle radio anche di quelle non tematiche che lasciano qualche spiraglio non solo alla musica crossover ma anche al puro jazz».

Cosa pensi del contemporary jazz?
«Non lo conosco tantissimo. Se mi chiedi cos’è per me il contemporary jazz ti rispondo che è una musica in continua evoluzione e che si è sempre messo alla prova in maniera sfidante. Pensa alla figura di Miles Davis, alle tante e continue commistioni con altrettanti generi, come l’hip hop… Sempre di musica popolare si tratta: fino agli anni Quaranta il jazz aveva una grande funzione sociale, faceva ballare, divertire. Pensa alle orchestre, Glenn Miller, Count Basie, Woodie Herman, Duke Ellington, hanno venduto tonnellate di dischi, erano loro il vero mainstream».

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