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USA/ Onore ai musicisti caduti per coronavirus

Premessa; non prendetela come un’ode funebre, né come il solito attacco al solito presidente degli Stati Uniti disattento e fanfarone. Nella musica c’è quell’aura di immortalità che fa sentire tutti i tuoi artisti preferiti sempre vicini, vivi e vegeti, anche se non lo sono da decenni, impressi nella mente come li ricordavamo in una cover di un disco o in un concerto. Vedi Jimi Hendrix, David Bowie, Jim Croce, Janis Joplin, Frank Zappa, Jim Morrison, Stevie Ray Vaughan e altre centinai di grandi che continuano a restare con noi ogni giorno. Ma… c’è un ma abbastanza grosso che voglio condividere con voi. Se volete, una triste constatazione. Negli Stati Uniti, dove la situazione covid19 è piuttosto complessa come potete leggere anche in questa news di qualche giorno fa su tgcom24 – a New York si scavano fosse comuni ad Hart Island  e nel New Jersey consigliano di rispettare la distanza di sicurezza ricorrendo all’all’altezza di Bruce Springsteen (che poi, in realtà, risulta essere tre centimetri in meno di quanto dichiarato, ma poco importa), nell’arco di 22 giorni si sono trasferiti nel mondo dei più ben 9 musicisti. Di alcuni, probabilmente, ne avete sentito parlare, di altri avrete ascoltato ben poco, ma tutti e dieci fior di nomi, professionisti, molto seguiti nel continente americano. Di questi (e lo scorrazzare del coronavirus per le praterie americane ne è più che un indizio), tre sono morti a Nashville, Tennessee, la città del country, la patria di un genere che negli States gode di una florida e assoluta posizione di privilegio nel mondo dell’industria musicale, quattro a New York, uno nel New Jersey e un altro a New Orleans.

L’ultimo in ordine cronologico – e anche il più famoso oltre i confini USA – era un songwriter country di buon spessore per la bravura ma anche per i temi politici che affrontava nelle sue canzoni: John Prine, 74 anni. Nato nell’Illinois è morto a Nashville. La rivista Rolling Stone America lo ha definito uno dei maggiori cantautori americani, un artista che, testuale, «per cinque decenni ha scritto canzoni ricche e semplici che raccontavano le lotte e le storie di tutti i giorni dei lavoratori e che ha cambiato il volto della moderna musica di radice “americana”». Insomma, quello che noi qui in Italia avremmo chiamato il “cantautore impegnato”. Il suo primo album, che portava come titolo semplicemente il suo nome, pubblicato nel 1971, è stato una ventata d’aria fresca per il genere – qui lo ascoltiamo in Illegal Smile. L’ultimo, del 2018, The Tree of Forgiveness, ha la sua provocatoria canzone-testamento, When I Get To Heaven. «Quando arriverò in paradiso, stringerò la mano di Dio, lo ringrazierò per le tante benedizioni, più di quante un uomo ne possa tollerare. Poi prenderò una chitarra e farò una rock-n-roll band, sistemazione in hotel di lusso; non è fantastico l’aldilà? E poi andrò a prendere un cocktail: vodka e ginger ale; Sì, fumerò una sigaretta lunga nove miglia, Bacerò quella bella ragazza sulla giostra, Perché questo vecchio sta andando in città…»

When I get to heaven, I’m gonna shake God’s hand
Thank him for more blessings than one man can stand
Then I’m gonna get a guitar and start a rock-n-roll band
Check into a swell hotel; ain’t the afterlife grand?

And then I’m gonna get a cocktail: vodka and ginger ale
Yeah, I’m gonna smoke a cigarette that’s nine miles long
I’m gonna kiss that pretty girl on the tilt-a-whirl
‘Cause this old man is goin’ to town

Then as God as my witness, I’m gettin’ back into showbusiness
I’m gonna open up a nightclub called “The Tree of Forgiveness”
And forgive everybody ever done me any harm
Well, I might even invite a few choice critics, those syph’litic parasitics
Buy ‘em a pint of [?] and smother ‘em with my charm

‘Cause then I’m gonna get a cocktail: vodka and ginger ale
Yeah I’m gonna smoke a cigarette that’s nine miles long
I’m gonna kiss that pretty girl on the tilt-a-whirl
Yeah this old man is goin’ to town

Yeah when I get to heaven, I’m gonna take that wristwatch off my arm
What are you gonna do with time after you’ve bought the farm?
And them I’m gonna go find my mom and dad, and good old brother Doug
Well I bet him and cousin Jackie are still cuttin’ up a rug
I wanna see all my mama’s sisters, ‘cause that’s where all the love starts
I miss ‘em all like crazy, bless their little hearts
And I always will remember these words my daddy said
He said, “Buddy, when you’re dead, you’re a dead pecker-head”
I hope to prove him wrong, that is, when I get to heaven

‘Cause I’m gonna have a cocktail: vodka and ginger ale
Yeah I’m gonna smoke a cigarette that’s nine miles long
I’m gonna kiss that pretty girl on the tilt-a-whirl
Yeah this old man is goin’ to town
Yeah this old man is goin’ to town

Un altro artista, ben più giovane, aveva 53 anni, che il primo aprile ha ceduto a quel piccoletto maledetto, è Adam Schlesinger. Newyorkese purosangue era stato, il fondatore dei Fountain of Wayne assieme a Chris Collingwood, collega di studi. Adam suonava il basso nella band, che faceva un rock scanzonato, leggero, ballabile e godibile, la classica musica da viaggio, e cazzeggio, vedi la loro più famosa canzone Stacy’s Mom dall’album Welcome Interstate Managers del 2003. Adam nella sua carriera ha scritto molte musiche per film, una è stata anche candidata all’Oscar: That Thing You Do per la colonna sonora del film Music Graffiti di Tom Hanks del 1996. 

Sempre a New York, il 29 marzo se n’è andato a 69 anni Alan Merrill, vocalist divenuto un autentico mito in Giappone negli anni Sessanta. Lo conoscerete sicuramente per un brano che fatto storia, I Love Rock and Roll, che scrisse assieme a Jack Hooker (insieme erano negli Arrows, loro band che ebbe vita breve), e che la suonarono nel 1975. Nell’ultimo disco, pubblicato l’anno scorso, dal titolo Radio Zero, anche una sua profetica canzone, Goodby Rock’n’Roll HeroesAl Mount Sinai West hospital di New York, s’è spento il 7 aprile, a 79 anni, Eddy Ray Davis. Conosciuto come il “Manhattan Minstrel”, ha suonato da virtuoso il banjo, nella band da lui diretta con Woody Allen, e nella The Eddy Davis New Orleans Jazz Band. A darne notizia è stato lo stesso regista-musicista sulla sua pagina Instagram: «It is with deep sadness that I share with you that our beloved friend and banjo player Eddy Ray Davis died today on April 7, 2030 at 5:13pm in NYC». Qui Allen e Davis con la loro orchestra in Wild Man Blues

Il 29 marzo è toccato a un altro cantante di musica country, Joe Diffie, 61 anni, morto a Nashville. L’apogeo della sua carriera Joe lo raggiunge negli anni Novanta. Per il popolo del country una dura perdita: Diffie era una delle più brillanti ed espansive voci del genere. Una per tutte: Pickup Man

Dal country all jazz: a 59 anni, ne avrebbe compiuti 60 il 25 maggio prossimo, in un ospedale del New Jersey ha finito di lottare Wallace Roney, grande trombettista uno che ha avuto come maestri Dizzy Gillespie e Miles Davis. Qui ascoltiamo Lost. Un altro grande del jazz a lasciarci, pianista e patriarca di una stirpe di musicisti incredibili, è Ellis Marsalis 85 anni,  padre di Wynton e Branford, che ben conosciamo. S’è spento il primo aprile a New Orleans, dov’era nato il 14 novembre del 1934. Il sindaco della città, LaToya Cantrell, su Twitter ha scritto: «Ellis Marsalis was a legend. He was the prototype of what we mean when we talk about New Orleans jazz».

Il primo di aprile, nella sua casa di Saddle River, New Jersey,  se n’è andata un’altra leggenda, John Bucky Pizzarelli, alla veneranda età di 94 anni, sempre a causa del coronavirus. Eccolo, assieme ad Howard Alden in un brano, In a Mellow Tone, dall’album omonimo del 2003. E anche l’hip hop ha perso un suo artista, sempre a New Orleans a causa del virus. Il più giovane tra quelli che vi ho elencato in questo post. Deejay Black N Mild, al secolo Oliver Stokes Jr. Aveva appena 44 anni e  faceva un gran lavoro tra i ragazzi, e nelle radio della città. Insomma, un piccolo, grande mito locale.

Mi sembrava giusto ricordarli tutti…

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