Che bella domenica con Paul Weller e il suo “On Sunset”!

Guardo i titoli dei giornali in questa domenica d’agosto. Bollino nero sulle autostrade, il giallo dell’estate servito con il tragico ritrovamento del corpo della donna scomparsa con il figlio piccolo a Messina, Napoli perde tre a uno con il Barça, il Brasile supera i 100mila morti nella pandemia coronavirus e il presidente Bolsonaro non ne parla (politica dello struzzo, quello di cui non si parla non esiste), i nuovi decreti emergenza del governo… Confesso che mi sale un preoccupante stato di impotenza.

Una tranquilla domenica d’agosto con i suoi nuovi contagiati, le solite polemiche di governo, le solite partite/non partite a porte chiuse, gli aridi bollettini giornalieri, senza alcun senso apparente… Tutto normale, mi dico, e meno male che c’è il sole e un vento accondiscendente rende piacevole il caldo di stagione.

Sto ascoltando – ed è questo il motivo di questo post domenicale – l’ultimo lavoro di Paul Weller. Il sessantaduenne artista inglese fa musica da quasi 50 anni: figlio di un tassista e di una “cleaner”, folgorato dai Beatles, dagli Who e Status Quo, è passato nei decenni del rock surfando, sempre sulla cresta dell’onda, dal punk alla new wave al mod revival con i The Jam al blues synth dei The Style Council per poi iniziare una proficua carriera solista. Weller ha un dono: compone con estrema facilità, gioca con i generi, li fa propri, li elabora, li fonde.

On Sunset, uscito a inizio estate, è un lavoro da ascoltare con attenzione, perché lì dentro c’è tutto il Weller pensiero, insomma un filo conduttore della sua vita artistica, fusione di generi, brillantezza, gioia, romanticismo, ricordi. Bellissimo in alcuni brani l’inserimento dell’organo Hammond (più che uno strumento un mito per la mia generazione) suonato dal suo amico Mick Talbot, tastierista anche negli Style Council, come in Baptiste, piccolo capolavoro: “I never used to pray I never been to church, But when I hear that sound, It goes to my heart, Straight to my soul…”. On Sunset, il brano che dà il titolo al disco, porta ad atmosfere che conducono in un mondo fatto di ritmo, sole, riff anni Settanta: “I was gonna say hi, But no one there, There’s me forgetting, Just how long it’s been/ And the palm trees sway, As a warm breeze blew, And the sun was high, On Sunset”…

Poche righe, ma un caldo invito, se non lo avete già fatto, ad ascoltare questo disco. Godetevelo, e la vostra domenica sarà sicuramente diversa!

Musica e Società/La Musica? È una Scienza Sociale

Musica come scienza sociale, capace di raccogliere e offrire stimoli di riflessione, elaborare impegno civile, affrontare temi complessi, dalla politica all’integrazione, dall’ambiente alla cultura. Musica senza barriere, che non ha paura di contaminarsi, anzi, scava nei generi, li plasma, fonde, elabora.

Mi ha molto colpito Waiting Game, il nuovo doppio album di Terri Lyne Carrington & Social Science (dal sito di Terri Lyne potete ascoltare un’anteprima) uscito l’8 novembre dello scorso anno per Motéma Music. Terri Lyne, nata il 4 agosto del 1965 a Medford, una manciata di chilometri da Boston, Massachusetts, è una brillante musicista jazz, suona le percussioni, alla batteria è un’esplosione programmata di ritmi che ti ammaliano, ha suonato con grandi nomi da Herbie Hancock a Wayne Shorter e insegna alla prestigiosa Berklee College of Music dove è anche direttrice dell’Institute of Jazz and Gender Justice, dipartimento da lei stessa fondato per rendere consapevoli allievi e musicisti come anche nel jazz ci sia da sempre una grande discriminazione di genere (le donne musiciste sono rarissime, è loro concesso solo cantare…).

Insieme a lei, un gruppo di altrettanto solidi artisti che si sono uniti nel progetto Social Science, il pianista e tastierista Aaron Parks, il chitarrista canadese Matthew Stevensil polistrumentista, produttore e compositore Morgan Guerin al basso e sassofono, la cantante Debo Ray e Kassa Overall, MC/DJ, artista che unisce jazz e hip hop (s’è esibito a Milano lo scorso novembre al JazzMi). Insomma, un bel parterre, ma non basta: al lungo lavoro di composizione e registrazione dell’album, durato due anni e mezzo, hanno partecipato anche ospiti d’eccezione come i rapper Kokayi in Purple Mountains, Maimouna Youssef in If Not Now, Rapsody, The Anthem, Raydar Ellis in Pray The Gay Away o i “parlati” dell’attore Malcolm-Jamal Warner in Bells (Ring Loudly) e della cantautrice e bassista Meshell Ndegeocello, in No Justice (For Political Prisoners).

Terri Lyne Carrington con i Social Cience – Photo Credit: Delphine Diallo

Si tratta, dunque, di un sofisticato progetto musicale, ma non solo: è anche un gran bel lavoro sociale e culturale che, invece di prendere la forma di un libro, ha assunto quella di uno spartito. 

Curioso, come ha raccontato la stessa Terri Lyne nelle interviste rilasciate in occasione dell’uscita del disco, chi sia stato l’inconsapevole motore della nascita dei Social Science: Donald Trump e la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Il dovere da cittadini di non stare zitti, la forma di protesta tradotta in parole e musica per le idee oltranziste del miliardario-presidente hanno unito questi artisti pronti a spaziare tra i generi musicali (dall’hip hop al brasiliano maracatu) e a mettere a fuoco i problemi che, secondo loro ovviamente, stanno affliggendo l’America.

Nella seconda parte del disco, il gruppo si abbandona a 40 difficili minuti di improvvisazione pura chiamati Dreams and Desperate Measures (Sogni e provvedimenti disperati) con il contributo della mitica bassista Esperanza Spalding.

Un messaggio libertario forte e chiaro, testimoniato proprio dalla volontà del gruppo di non legarsi a generi musicali definiti ma di collegare, in un universo liquido di note e ritmi, generi profondamente diversi, come bene hanno spiegato i Social Science: «Un’eclettica alternativa al mainstream. La musica trascende, rompe le barriere, ci rafforza, guarisce vecchie ferite. La Musica è Scienza Sociale».