Calipso Island, il mondo onirico di Fabrizio Prando

Fabrizio Prando – Foto Daniele Catenazzi

Fabrizio Prando, 29 anni, di Verbania, con studio a Cannobio, lago Maggiore. Chitarrista, diplomato al conservatorio Verdi di Milano, viaggiatore onirico e onnivoro. Mi sono appuntato queste poche parole quando ho ascoltato Calipso Island, disco autoprodotto nel Grottino, il suo studio di registrazione e rifugio, uscito un paio di mesi fa, tutto suonato da lui, eccezione fatta per la fisarmonica con un bell’intervento di Gino Zambelli tutto da ascoltare in Mediterranean Tango e Alessandro Lipari al flicorno in Sky Ship. 

Un disco a cavallo tra jazz, flamenco, atmosfere latino americane, tango alla Astor Piazzolla,  fughe dal sapore gipsy, immaginato come un viaggio molto intimo, personale, tra ricordi, nostalgie e un nuovo presente. Migliore? Forse sì, forse no, il dubbio resta. Un equilibrio ritrovato dopo anni di difficili – sarà lui, tra poco, a spiegarvi il perché – costruito su una favola che Fabrizio s’è immaginato e sul quale ha fondato dieci brani molto espressivi. 

Il mare è mosso, le onde sovrastano le navi, il vento soffia inquieto! Il viaggio che ci aveva portato per terre misteriose ci ha spinto su un’isola molto particolare, Calipso. Un panorama mediterraneo e fiabesco, con giardini naturali, boschi sacri dai grandi alberi, sorgenti magiche e figure soavi piene di mistero che danzano balli sconosciuti. Fino a che Calipso lo desidererà saremo intrappolati sull’isola, rapiti dalla sua bellezza. Un galeone, spinto dal vento di Zefiro vola sopra di noi portandoci in luoghi senza tempo dove una clessidra scandisce le giornate a suo piacere, facendoci viaggiare verso antichi castelli dove risuonano vecchi valzer. Sotto terra, in un luogo enigmatico, creature di vario genere sedute ai tavoli di un vecchio locale giocano a carte fumando grossi sigari, una piccola orchestra di scheletri suona uno swing, mentre nobili vampiri ordinano da bere strani infusi al bancone. Lungo i fiumi, vecchi pirati suonano un tango, rivivendo le loro avventure per mari. Saranno quei mondi onirici e quelle terre distanti da esplorare che spezzeranno l’incantesimo per ripartire verso l’orizzonte, alla scoperta di nuove isole e infiniti universi. 

Un musicista spontaneo Fabrizio, la cui giovinezza tradisce a volte certe ingenuità, tutte perdonate perché, nella sua forma compositiva poco complessa riesce a costruire un qualcosa di bello e intenso, che ti resta dentro. In fondo è questo il valore della musica, colpire, catturare, non essere banale…

Tutto parte da un lavoro precedente, firmato Simone Prando, il fratello di Fabrizio, un contrabbassista affermato e particolarmente dotato che a un certo punto della sua vita scopre di avere un astrocitoma, un tumore al cervello. Simone non si darà per vinto, lotterà duramente per quattro anni, prima di cedere. Lo farà con l’unica arma che conosce e maneggia alla perfezione, la musica, ma anche con le parole, aprendo un blog e scrivendo un libro, Con una Stella nel Cervello (Araba Fenice, 2021). Incide un disco dove suona anche Fabrizio, With A Star In The Brain accompagnato da Achille Succi, Gino Zambelli e Marco Tiraboschi. 

Deve essere stato un cammino difficile per Simone e per tutti voi…
«È stato un disco molto sentito. Non so se hai letto qualche pagina del blog o del libro: è tutta la storia di quello che è successo fino a due anni fa, quando è mancato. Sono stati momenti forti, però da questi eventi è nato questo disco fantastico, elegante nei fraseggi e nell’impostazione. Ci siamo trovati in studio insieme un giorno senza aver mai provato prima. Purtroppo Simone non riusciva tanto a muoversi, non potevamo incontrarci perché eravamo tutti in luoghi diversi. Ci siamo trovati nell’aprile del 2017 e, in un giorno, abbiamo registrato. È stata un’esperienza emotivamente molto forte per tutti noi».

Dove l’avete registrato?
«Da Carlo Cantini a Mantova, è un bravo un violinista». 

Due fratelli musicisti, una bella fortuna!
«Mio papà suonava nella banda del paese, a Cannobio. In casa c’era sempre musica, bella musica. Sono cresciuto ascoltando e vedendo mio fratello suonare nei primi gruppi, rockband fine anni Novanta primi anni Duemila. Da lì la cosa si è tramutata in iazz, musica sempre più ricercata. Poi sono venuto a Milano, per frequentare il Conservatorio». 

La storia di Calipso, questa isola misteriosa che ti sei inventato da dove è partita?
«Da un viaggio fatto un paio d’anni fa, a quasi due anni e mezzo da Wind Rose, il mio primo disco da solista, attraverso l’Europa, soprattutto tra Spagna e Italia. È così che mi sono innamorato di queste atmosfere, del flamenco, del tango, anche se non è prettamente mediterraneo».

Calipso Island l’hai inciso tutto tu?
«Sì, a parte la collaborazione di Gino Zambelli alle fisarmoniche e Alessandro Lipari al flicorno».

Sei legato a un pezzo in particolare dell’album?
«A Sky Ship, è l’ultimo brano che ho fatto ascoltare a mio fratello Simone. Mi sono immaginato questa isoletta dove eravamo confinati e ho cercato di uscire da quello spazio finito per cercare un po di infinito… È un brano magico, ancora oggi quando lo ascolto dico: “Boh, l’ho scritto io?”. Quando lo suono mi lascia sempre qualcosa, riesce a emozionare. Sarà per il periodo che ho passato, però mi lascia ogni volta quella magia che tanti altri brani non fanno».

È un’isola affascinante e rigogliosa ma che ti sta stretta…
«Non per forza un’isola che ti fa star bene. Rimanere troppo non va bene, bisogna muoversi per progredire, e forse è un po’ anche quello il messaggio che ho voluto dare. C’è bisogno di stimoli, di staccare, di andare oltre, di nuove energie».

Oltre a essere un musicista, insegni?
«Sì, nel mio studio a Cannobio ma anche a Verbania in scuole di musica. Poi, faccio concerti, sia in Svizzera sia in Italia».

Gli svizzeri hanno un altro modo di ascoltare la musica, rispetto a noi?
«Sono più disposti, ma forse dipende dalla loro cultura. Spesso quando suono in Italia in qualche locale o club, ti usano come sottofondo, come se stessero ascoltando la radio. Non frega niente a nessuno di capire quello che voglio dire con quel brano… Invece gli svizzeri vengono, soprattutto se è un artista poco conosciuto, perché vogliono capire che musica fai, per ascoltarti».

Fabrizio Prando – Foto Davide Colombo

Che cos’è – o cosa dovrebbe essere – per te la musica?
«La musica rispecchia il momento storico che stai vivendo. Ascolto di tutto, non ho preferenze di generi o artisti. È un po come chiedere qual è il tuo colore preferito? Boh… Oggi è stata una bellissima giornata, ho apprezzato il blu del cielo, l’azzurro del lago, il verde fantastico delle piante. Ecco, questo per me è musica. Una cosa che mi fa stare bene. Vista dalla parte di chi la musica la fa… beh, la considero una missione. Il musicista dovrebbe essere una sorta di sacerdote del suono, vedila come un’iperbole».

Vuoi dire che offrire cultura è una missione?
«Dev’essere un’azione che ti deve far stare bene, rappresentare, ma non per forza deve piacere agli altri».

Condivido, altrimenti cadresti nel commerciale…
«È come un pittore che fa un quadro, non è che lo faccia per venderlo, ma per trasmettere qualcosa di suo all’interno della tela… Le canzoni sono quadri, la mostra allestita è l’album. Poi, se fai il vernissage e vengono tre persone o ne arrivano tremila, non importa. Certo che a un artista farebbe piacere vedere il tutto esaurito. Però, l’importante è che devi comunque rappresentare te stesso. I miei brani sono per lo più di facile ascolto. Potresti chiedermi se l’ho fatto apposta per ampliare il pubblico… ti rispondo che mi sono venuti così, questo sono io che mi metto a nudo».

C’è comunque un appiattimento nella musica…
«Uno schiacciamento verso il basso, si tende a sfruttare canali che tendono a bruciarti, e magari sei pure un talento! Purtroppo le regole del gioco sono quelle e noi, essendo “piccolini”, possiamo fare poco, se non educare i nostri allievi, mandando dei messaggi chiari. Però da lì a far la rivoluzione…».

Non siamo più negli anni Settanta…
«Il gioco è quello, devi stare alle regole o sei un pesce fuor d’acqua. Purtroppo è così. Che senso ha per me mettermi a fare un disco che strizza l’occhio al mainstream? Devi essere un pittore che fai il suo quadro, basta! Se piace bene, altrimenti… Amen!».

Se potessi cambiare questa situazione, visto che la musica si evolve in base alla società, cosa faresti?
«Ultimamente vedo sempre meno interesse per la musica. In generale è dei giovani: ai miei allievi, per esempio, chiedo cos’abbiano ascoltato durante la settimana. Mi rispondo: “Boh, non ricordo, nulla”! La musica adesso scorre nelle storie di TikTok, sottofondo veloce, purtroppo è così. Non c’è più nessuno che ascolta un album intero».

Hai 29 anni, sei praticamente un “quasi” un nativo digitale!
«Sono nato senza Internet, lo smartphone l’ho avuto quando ho finito le superiori. I social li uso per lavoro. Per fortuna o purtroppo! Le regole del gioco sono quelle lì, se non sei in queste dinamiche sei fuori».

Noto una certa rassegnazione in quello che stai dicendo.
«Non è rassegnazione, è che oggi il mondo cambia velocemente, mese dopo mese, devi stare al passo. Con i social sono risuscito a crearmi un mio bacino d’utenza, un piccolo pubblico che mi supporta e mi ascolta. Grazie a un crowdfunding ho potuto pubblicare il disco… Se sfruttato bene, è un’ottimo mezzo da utilizzare».

Una nota di favore alla cover del disco…
«È di Giulio Noccesi, un artista di Firenze che ha disegnato anche la copertina del mio primo disco. Gli ho mandato da ascoltare i brani e dicendogli solo: “Vai!”. È molto bella, sono proprio quelle atmosfere che mi ero immaginato componendo, perfette».

Cosa ti piacerebbe dire con la musica?
«Il messaggio che sto dando è proprio quello contenuto nell’ultimo disco, un mondo meticcio. È questo il filone che sento mio ora, che mi fa dire “sono sulla strada giusta!”. Poi, magari, l’anno prossimo mi metterò a fare musica elettronica…».

Antonio Faraò, il cuore eclettico della musica al GaiaJazz

Antonio Faraò – Foto Marco Glaviano

Mi trovo per lavoro a Chianale, in Val Varaita, sopra Cuneo, a pochi chilometri dalla Francia. Un borgo a 1800 metri d’altezza, lì vicino il confine, appena 22 abitanti, la metà giovani che hanno scelto di costruirsi la vita qui, mettendo a frutto studi, competenze, aspirazioni. Parlano l’occitano, lingua romanza diffusa tra Francia Piemonte, Liguria e, in un’enclave, anche in Calabria. Danzano nelle tante feste estive, al passo dei suoni tradizionali, l’organetto diatonale e la ghironda, un cordofono d’origini antichissime…

Dall’altra parte della pianura Padana, nel borgo medievale di Portobuffolè (Treviso), si sta tenendo un festival arrivato al suo decimo anno di vita, il GaiaJazz Musica & Impresa, nato grazie a Dotmob, associazione culturale fondata con l’obiettivo di diffondere la conoscenza delle imprese e delle professionalità che valorizzano il territorio. Il jazz c’entra più di quanto possiamo pensare: caparbietà, cultura, studio, creatività lo rendono sintesi di come dovrebbe essere l’impresa nel nostro Paese.

Sotto lo stesso cielo, dal Piemonte al Veneto, c’è sempre la musica. Veicolo per tenere vive tradizioni o per connettere e segnare nuove strada. Sono tracce, indizi di un progredire verso obiettivi, che poi riguardano tutti, penso alla sostenibilità ambientale, a un certo modo tollerante e costruttivo di relazionarsi, a una cultura diffusa. Un mondo che rispetta le diversità, anzi si nutre di queste, che promuove connessioni umane fatte di linguaggi diversi, che considera l’arte un mezzo di riflessione su tutto quello che ci sta accadendo.

Chi lavora su questi binari è un geniale pianista romano, Antonio Faraò, jazzista di fama mondiale. Da tre anni è il direttore artistico del GaiaJazz. Il suo percorso artistico rispetta tutto quello che vi sto raccontando: la musica non ha confini, non si etichetta, perché la creatività non si imbriglia… La musica non viaggia per sotterfugi, si dichiara apertamente: in fin dei conti è questo lo spirito del jazz, libertà di movimento nel rispetto dell’altro, dialogo soavemente dolce o intimamente aspro, in ogni caso, linguaggio il più aperto possibile.

Il 2 luglio Antonio chiuderà il festival con un suo concerto nella Tenuta Polvaro ad Annone Veneto presentando il progetto Eklektik, che poi è anche il titolo di un suo disco uscito nel 2017, dove la contaminazione di generi e l’annullamento di limiti, in questo caso letti come generi musicali, sono temi dominanti. Con lui, in quintetto, Simona Bencini alla voce, Enrico Solazzo alle tastiere ed elettronica, Aldo Mella al basso e Lele Melotti alla batteria.

Il suo disco ha visto, invece, numerose e “forti” collaborazioni: Snoop Dog, Marcus Miller, Manu Katché, Krayzie Bone, Didier Lockwood, Walter Ricci, Brareli Lagrène, Lenny White, Luigi Di Nunzio, Claudia Campagnol, Mike Clark… Dodici brani nei quali tutto si tiene tra jazz, lounge, funk, brazilian, rap, soul e sonorità anni Settanta. Più che uno strizzare l’occhio a nuove possibili platee d’ascolto, il progetto di Antonio Faraò è un aprirsi al mondo, un atto di fede verso la musica vista come parabola del mondo, un percorso dove il jazz fa da collante, una sorta di filtro magico che assorbe note e restituisce armonia.

Eklektik è stato un disco “inclusivo”…
«Si tratta di un progetto pensato a lungo, per una decina d’anni, e che poi, stimolato dalla casa discografica Warner Music, ha visto la luce cinque anni fa. È un lavoro vario, più “elettrico” rispetto ai miei precedenti, dove ho lasciato più spazio alla musica. Un disco meditato: ho impiegato un paio d’anni nella post-produzione… Lo sai che sono stato contestato per questo album?».

Non stento a crederci…
«Me lo aspettavo, per questo il primo brano, Eklektik Intro, è uno spoken recitato dall’attore Robert Davi, con il quale vengono esplicitate le intenzioni del disco».

Ci sarà un Eklektic 2?
«Sì, l’ho abbozzato…».

Restando su questi concetti, mi piace quello di musica messa in relazione con imprese e lavoro.
«Gaia quest’anno celebra i suoi primi dieci anni di vita, io sono direttore artistico da tre edizioni. È una rassegna incentrata per lo più su musicisti nazionali, su giovani talenti (come Raffaele Fiengo, sassofonista presente in quartetto), che mantiene una programmazione varia e – fondamentale – uno spessore artistico».

Antonio Faraò – Foto Roberto Cifarelli

Che musica ti piace ascoltare?
«Classica, jazz, brasiliana, praticamente di tutto, anche una Mazurka di Casadei, l’importante è che sia fatta bene e sia autentica. Adoro Tom Jobim, Chico Buarque e Ivan Lins, che ha messo i testi su due miei brani. E poi c’è Frank Zappa, un grande musicista, uno sempre avanti. Lo è ancora adesso a quasi trent’anni dalla morte. Scommetto che tra 100 anni sarà ancora avanti!».

Il panorama attuale della musica, soprattutto mainstream, non è confortante…
«Purtroppo ci sono logiche diverse dall’autenticità. Per quanto mi riguarda esistono dei… “clan” che fanno conoscere volutamente la parte mediocre della musica. Siamo immersi in un “provincialismo” che limita molto, ed è un sistema che funziona così da anni. Sembra che esistano solo pochi musicisti, che poi sono quelli che riescono a relazionarsi politicamente, frequentando i palazzi e i ministri di turno, ed è un peccato, perché di materia prima ne abbiamo molta e valida, musicisti che ci invidiano nel mondo».

Possibili soluzioni?
«Ognuno per il suo dovrebbe andare contro questo sistema, prendersi la possibilità di divulgare la propria arte. Perché non è giusto che giovani talenti vengano sfruttati e poi snobbati. E questo avviene anche nel jazz, tutto ruota attorno ai soldi. GaiaJazz si propone, nei fatti, di invertire questo sistema». 

Mi sembra difficile riuscire a cambiare…
«La questione, secondo me, va  ben oltre il linguaggio e la cultura. Banalmente, se non fai parte di un certo “rango” non suoni».

Non sei per niente ottimista!
«Il problema non è il mio ottimismo, ma l’essere realisti: devi convivere con queste realtà assurde che fanno perdere di vista il ruolo e il senso dell’essere un musicista. Ho suonato recentemente a Villa del Grumello, a Como. È stata una serata bellissima che mi ha emozionato. Questo sistema povero d’anima e di vibrazione ti fa dimenticare quanto importante sia entrare in contatto con il pubblico. Per me la musica è emozione: se riesco a emozionare chi mi sta ascoltando, lo percepisco e mi commuovo io stesso, so che ho dato qualcosa a chi mi ascolta, che poi mi ritorna».

Uno scambio continuo di energie, così dovrebbe essere…
«Però tutto è finalizzato al business, ed è una bestemmia per un musicista: la musica è un’arte che fa brillare il mondo, dovrebbe esserci più rispetto nell’emozionare e nell’emozionarsi».

Come nasce una tua composizione?
«Dipende, da una melodia, un accordo, una base ritmica. In quello che faccio sono sempre legato al mio passato, alla mia famiglia, ai genitori. Anche il canto di un uccellino può essere un input… ma poi, sapessi quanti brani ho buttato nel cestino!».

Da pianista e musicista, come vedi le “giovani leve”?
«La cosa che mi stupisce negli allievi è che conoscono Brad Mehldau, ma non Bill Evans. O anche Jackie McLean (uno dei più grandi sassofonisti e compositori jazz del Novecento, ndr). Noto che tecnicamente sono ben preparati, però spesso c’è poca anima, si rischia di perdere il pathos, la parte istintiva. Il jazz va respirato, dev’essere virale dentro di te. Insomma, non bisogna suonare per mostrare quanto sei bravo, ma perché ami quello che fai. È una missione…».

Vanessa Tagliabue Yorke e la canzoni di Sanremo ritrovate

Vanessa Tagliabue Yorke – Foto Roberto Cifarelli

Vanessa Tagliabue Yorke è un’artista che mi ha sempre intrigato molto. Perché oltre a metterci l’emozione in una voce riconoscibile tra mille, lavora sempre con solide base culturali, sia che canti canzoni dal mondo – ascoltatevi Diverso, Lontano, Incomprensibile, disco molto interessante del 2020, dove c’è una versione bellissima di Alf Leila Wa Leila, brano della carismatica egiziana Umm Kulthum, una delle sue grandi passioni – sia che collabori con quell’istrione di Mauro Ottolini, artista di cui vi ho parlato più volte (se ne avete voglia, rileggetevi il post e riascoltatevi Il Mangiadischi, dove canta anche Vanessa). Ma mettetevi in cuffia anche Contradanza (A Lament for Bas Jan Ader), album del 2015, pubblicato dalla Abeat Records di Mario Caccia, discografico attento e curioso di cui vi avevo parlato alcuni mesi fa in questo post. Lo stesso Caccia, all’uscita del disco, scriveva: «Capace di articolare delle composizioni originali rielaborate partendo dalle contradanze di Manuel Saumell ed Ernesto Lecouna, geniali compositori cubani dell’Ottocento», legandolo, aggiungo, anche nel titolo, alla parabola di Ader, regista e artista visionario, scomparso nelle acque dell’Atlantico nel 1975.

Vanessa, il primo di luglio, nell’Auditorium Franco Alfano di Sanremo, proporrà una selezione di 12 canzoni che hanno fatto la Storia del Festival di Sanremo, più un bis, Per sempre e poi basta, di Renzo Rubino, anno 2014. L’occasione è il Sanremo Summer Symphony edizione 2022, una vera e propria festa della musica, classica, jazz e pop, che si concluderà a metà agosto, organizzata dall’Orchestra Sinfonica di Sanremo. Una selezione attenta quella di Vanessa, che ti fa rivalutare la manifestazione canora, ormai ridotta – salvo rare eccezioni – a un’operazione commerciale dove la musica recita una parte marginale.

Leggendo il programma del concerto ti accorgi che brani entrati di diritto nella storia della musica italiana, degli standard della canzone italiana, parte del nostro DNA nazionale, sono stati proposti per la prima volta proprio sul palco di Sanremo. Nota importante: nessuno di questi ha vinto il festival

E così si va da Destino, del 1987, di Rossana Casale (c’è una versione con Tosca che vale la pena ascoltare), a La nostra casa in cima al Mondo, correva l’anno 1966, eseguita da Claudio Villa ma portata al successo da Mina, a Piazza Grande di Lucio Dalla, E poi di Giorgia, 1994, canzone che la lanciò verso il successo. C’è anche Sergio Endrigo con Adesso sì, del 1966, Almeno tu nell’Universo, 1989, della divina Mia Martini, E se domani, cantata da Gene Pitney con Fausto Cigliano, brano reso famoso dalla solita magica Mina, E dimmi che non vuoi morire (scritto da Vasco Rossi, Curreri e Ferri e cantato da Patty Pravo). E ancora: una composizione di Piero Ciampi con i versi del fratello Roberto del 1965, Ho bisogno di Vederti, eseguita da una giovanissima Gigliola Cinquetti con l’italo-americana Connie Francis, Le notti di Maggio di Ivano Fossati, 1988, interpretata da Fiorella Mannoia, La Musica è finita, di Franco Califano, Nicola Salerno e Umberto Bindi, del 1967, impreziosita da una fantastica Ornella Vanoni

«Un’operazione di selezione basata sui criteri artistici, svincolata da imposizioni commerciali, che contenesse una ricchezza compositiva e testi significativi», mi spiega Vanessa.

Vanessa Tagliabue Yorke -Foto Roberto Cifarelli

Un gran bel progetto, sono curioso!
«Ho voluto omaggiare delle persone, artisti, che hanno avuto per me un significato».

Siamo su altri livelli rispetto al Festival degli ultimi anni…
«Ora non è un festival della musica, ma dei personaggi: conta come si vestono, che cosa fanno sul palco. All’inizio era il Festival delle canzoni e delle voci, potevi sentire davvero le diversità dei brani: non a caso nelle prime edizioni le canzoni in competizione non coincidevano con gli interpreti, che cantavano più brani, perché contava di più la creazione del singolo artista. Ho voluto tornare allo spirito primigenio». 

Perché proprio Sanremo?
«La Fondazione Orchestra Sinfonica di Sanremo mi ha contattato per collaborare a questo progetto che vuol essere una ricerca consapevole del patrimonio culturale transitato silenziosamente su quel palco.Ho accettato volentieri, anche perché la ricerca è il mio forte. Era dal 2017 che non tornavo a Sanremo, ho ricordi intensi su quel palco!».

Quindi, ti sei messa a cercare e ascoltare una bel po’ di canzoni…
«Dovevo sviluppare un programma che riportasse in luce i brani che hanno fatto la storia della musica italiana. Nel lavoro di selezione mi ha dato una grossa mano Enrico De Angelis (giornalista e storico della musica, attivo nel premio Tenco fino dalla sua fondazione, uno dei massimi esperti di musica italiana d’autore, ndr). Ho apprezzato molto questo lavoro che ci ha portato a individuare una cinquantina di canzoni veramente pazzesche! Tra queste ne ho scelte 12 da portare sul palco. Il concerto verrà registrato e pubblicato in un disco. Si potrebbe, comunque, andare avanti, di materiale ce n’è tanto».

Ti cimenti con molte artiste importanti della canzone italiana, Mina, Ornella Vanoni, Giorgia, Rossana Casale, Fiorella Mannoia, Mia Martini…
«Sono felice di ricordare queste grandi voci, sempre con molto rispetto. Giorgia è Giorgia, interpretare E poi è come cantare I Will Always Love You di Whitney Houston. Ci sono affinità chiarissime fra i due brani: il canto inizia sul vuoto musicale, la sezione ritmica entra sulla seconda strofa… Giorgia ha importato un modello raffinato di pop-soul americano che, grazie a lei, è entrato nella musica italiana».

Chi ti accompagna in questa avventura?
«Alla sezione ritmica c’è Paolo Mappa, un batterista che mi dà sicurezza, conosce i modelli che mi piacciono; al contrabbasso c’è il giovane Giulio Corini, è bravissimo, ha un suono molto bello. In Piazza Grande di Dalla, abbiamo sostituito il mandolino, studiando un arrangiamento con un ritmo afro su voce e basso. E poi c’è Paolo Birro, un pianista di un’eleganza incredibile, abbiamo un’affinità estetica naturale. Con lui – in un paio di brani c’è anche la partecipazione del trombettista Fabrizio Bosso – ho pubblicato l’ultimo mio lavoro, The Princess Theatre (ascoltate I’ve Stolen A Dream, ndr). E poi, ovviamente c’è l’Orchestra di Sanremo con gli arrangiamenti di Valter Sivilotti, persona fantastica, disponibile a capire la mia visione».

Vanessa, c’è pure La Musica è finita, cantata dalla Vanoni, brano meraviglioso…
«Si rifà a Signore Ascolta, aria della Turandot, un momento di tensione, molto bella, speciale…Ho bisogno di vedere queste canzoni come se fossero un Haiku giapponese…».

Venerdì 1 luglio 2022 – ore 21.30 – Auditorium Franco Alfano, Sanremo
Vanessa Tagliabue Yorke: Le più belle canzoni del Festival di Sanremo

Monique Chao: il Subconscious Trio e le forme dell’acqua

Oggi vi racconto una bella storia. Di musica e amicizia, Tre giovani musiciste che si sono conosciute al conservatorio di Milano e che non si sono più lasciate. Una la conoscete già, ve ne ho parlato spesso, si chiama Francesca Remigi, batterista talentuosa che dopo un perfezionamento alla Berklee School of Jazz di Boston ha deciso di vivere negli States, a New York. L’altra è una ragazza bulgara, Victoria Kirilova: il suo strumento è il contrabbasso che suona meravigliosamente, vive e lavora a Vienna. Last but not least, una cantante e pianista taiwanese, Monique Chao, che ha scelto Milano come casa.

Esperienze, culture diverse, passione per la musica, soprattutto per il jazz, le hanno portate a costituire, ormai sette anni fa, ancora studentesse, il Subconscious Trio, formazione che ha dato alla luce il suo primo lavoro in uscita proprio oggi, che porta un titolo, Water Shapes, le forme dell’acqua, perfetto, oserei, autobiografico.

Il trio proprio in questi giorni è impegnato in una serie di concerti che le porterà dall’Austria in Italia, al Gezmataz Festival di Genova e al Lucca Jazz Donna Festival.

Mi ha incuriosito molto Monique. L’ho vista suonare con Francesca all’Après Coup di Milano assieme al contrabbassista Giacomo Marzi. Il suo modo di cantare, la sua voce profonda, il suo approcciarsi al pianoforte, un dialogo continuo, mi hanno incuriosito non poco. Così, come faccio ormai da tempo, l’ho contattata per farmi raccontare la sua storia.

Diplomata in canto a Taiwan, arrivata in Italia per amore, ha scoperto il jazz: s’è iscritta al conservatorio di Milano, s’è laureata in piano jazz e con lode in composizione, scrive partiture per Orchestra e per Big Band, una delle sue grandi passioni, e guarda al mondo con un sorriso contagioso.

Monique, innanzitutto perché proprio Milano, l’Italia?
«Sono arrivata per amore, un ragazzo calabrese. Devo però ringraziare il vostro Paese perché mi ha fatto innamorare anche del jazz. Rispetto a Taiwan, l’ambito jazzistico italiano è molto più sviluppato. Musicalmente veniamo formati ancora con una rigida educazione classica, su questo siamo bravissimi. Nel jazz siamo ancora “freschi”, ci sono pochissime università con un dipartimento jazz, un paio, tre al massimo».

È un problema culturale?
«In realtà è strano, perché noi taiwanesi siamo sempre stati affascinati dalla cultura musicale europea. Per esempio, ci sono tantissimi appassionati d’Opera lirica, viene accettata più facilmente perché si pensa sia la via più tradizionale, corretta. Il jazz, soprattutto come studio, è stato più difficile da accogliere. Negli anni Settanta e Ottanta era visto come una novità. Ora, grazie a una nuova generazione di musicisti trentenni, come me, è stato sdoganato. In Italia credo di essere l’unica jazzista taiwanese, mentre ci sono tantissimi colleghi che, dopo aver studiato in Europa sono tornati a casa, portando una ventata d’aria fresca, importando un jazz classico, tradizionale, degli anni Venti del Novecento, ma anche quello contemporaneo».

Stanno educando il Paese…
«Sì, negli ultimi sei, sette anni c’è stato un forte interesse da parte degli studenti del Conservatorio per il jazz. Gli insegnanti sono miei giovani colleghi, molto appassionati nello sviluppare un nuovo linguaggio musicale. I corsi stanno crescendo a una velocità incredibile. Una volta a settimana anch’io insegno in streaming in una scuola jazz».

Da musicista cosa vedi nel jazz?
«Una creazione, l’esposizione di un linguaggio molto personale. Per me sarebbe più facile suonare e avere seguito nel canto e nella musica classica. Con un limite: canti e suoni musica di altri, mentre nel jazz puoi presentare una tua musica. Trovo interessante che questo genere ti permetta di creare un linguaggio individuale, identificativo e creativo. È un modo per mostrami al pubblico attraverso il mio carattere, comunicare quello che sento, anziché diventare una virtuosa che cerca una anonima perfezione».

Il tuo modo di cantare è unico, risente dei tuoi studi classici e del tuo imprinting orientale, dunque frutto di una fusione più complessa, con un’escursione vocale che parte da bassi profondi ad acuti sottili…
«È vero! Posso sempre dire che non trovo qualcuno con la voce simile alla mia. In questo sono unica! Ho tanti interessi: il canto, lo studio del pianoforte, la composizione, sia per orchestra sia per big band. Quando insegno, soprattutto canto, non mi stanco mai di ripetere ai miei allievi che se qualcuno ti dice che sembri Billy Holiday o Ella Fitzgerald, non lo devi considerare un complimento, vuol dire che non sei riuscito a tirare fuori quello che hai veramente dentro. Se un giorno qualcuno, sentendo i miei album, riuscirà a distinguere il mio stile, la mia voce, vorrà dire che sono sulla strada giusta».

Corretta osservazione…
«Mi dà quasi fastidio se mi dicono che canto come qualcun altro. Non è lo spirito del Jazz. Ecco perché mi trovo bene con il Subconscious Trio: con Francesca e Victoria siamo soprattutto grandi amiche».

Dove vi siete incontrate?
«Ci siamo conosciute a Milano, al Conservatorio. Francesca e Victoria sono più giovani di me, siamo diventate amiche così, spontaneamente, abbiamo legato subito. Così mi son detta: “Caspita, io sono una pianista, Victoria una contrabbassista e Francesca una batterista. Siamo un trio perfetto!».

Siete tutte compositrici, con passioni diverse: Francesca è votata al jazz contemporaneo, Victoria è in cerca di strade sempre nuove, tu vieni da una matrice classica…
«Abbiamo iniziato a suonare fin dal 2015: eravamo alle prime armi, non sapevamo come far dialogare gli strumenti in modo efficace. Dalla nostra avevamo una solida amicizia. Poi, credo molto nel destino. Insieme siamo molto creative, anche se non ci vediamo spesso perché Francesca abita negli Stati Uniti e Victoria a Vienna, ognuna di noi continua a comporre per il trio e quando ci vediamo “fondiamo” i nostri lavori».

Il Subconscious Trio: da sinistra Victoria Kirilova, Francesca Remigi, Monique Chao – Foto Arianna Ciattini

Il jazz è per lo più un ambiente maschile. Solo da pochi anni si vedono musiciste protagoniste…
«È un’osservazione che voi giornalisti mi fate spesso. Seguita da altre, del genere: sei una musicista femminista? Prima di questa generazione tantissimi brani jazz sono stati scritti da musiciste, che spesso non apparivano. Oggi è diverso, sono contenta che ci siano compositrici, artiste, musiciste. Alla fine, però, per chi cerca musica di qualità, non importa il genere. Se tutti la pensassero così sarebbe un mondo perfetto».

…E bellissimo!
«Quando abbiamo iniziato eravamo insicure, ancora “scarse” quanto a tecnica. Ci stava che chi ci ascoltava non apprezzasse. Capita a tutti i musicisti, noi ci sentivamo molto frustrate per questo. Ma abbiamo insistito. Mi sono resa conto di essere diventata brava, abbiamo preso consapevolezza della nostra preparazione. E ho pensato che nei musicisti c’è una bravura, a prescindere dal sesso. Solo così la gente ti porta rispetto e ti ammira e ha voglia di ascoltare la tua musica, perché questa viene dal cuore. È la dignità del musicista».

A Taiwan ti sei diplomata al conservatorio in canto. Poi sei venuta a Milano e ti sei iscritta a pianoforte jazz, una bella forza di volontà!
«Sono passata dal canto e dalla musica classica allo studio del pianoforte jazz. Sono stata molto criticata per questo. Però sono andata avanti, sentivo che era la strada giusta. Solo due persone mi hanno sempre sostenuta: Francesca e Victoria. “Noi crediamo in te”, mi dicevano. Ne ho tratto un insegnamento che ora trasmetto ai miei allievi. Se ci credi sei come un seme che diventa una piantina e dopo si fortifica e si trasforma in albero. Ho creduto e voluto diventare una pianista, e ci sono riuscita. Se hai dubbi su te stesso e sulle tue capacità non andrai mai lontano».

Raccontami di Water Shapes, il vostro album fresco di giornata!
«Abbiamo iniziato a pensarlo un anno prima della pandemia. Poi ho avuto gravi lutti in famiglia, e si è sommato il primo lockdown. Così ho iniziato a comporre. L’anno scorso Francesca è arrivata dagli States. Ci siamo incontrate nonostante il lockdown, dovevamo vederci, parlare di musica, confrontarci! Con Victoria in videochat da Vienna ci siamo dette: “andiamo avanti, abbiamo tutte dei brani composti, facciamo il disco!”».

Componi da poco, quindi?
«Sì, da circa tre anni. Con tutto quello che mi era successo in famiglia, poi il lockdown ho scritto la mia composizione jazz da presentare al Conservatorio. Pino Iodice, il mio severo maestro di composizione, che considero un padre, mi ha fatto i complimenti perché ascoltandolo ha visto una luce in quel periodo di chiusura e pandemia. Se sei capace di comporre puoi portare gioia e speranza per gli altri, mi ha detto».

Quindi Water Shapes racchiude tutti i vostri sentimenti in questi anni difficili…
«Sì, è così! È un disco democratico dove ci sono le fantasie, i sogni, le pazzie, le esperienze di tre donne. È il frutto di una grande amicizia. Qui dentro ci siamo noi, la sensibilità di Francesca, il coraggio di Victoria, le mie esperienze. Poi, essendo tutte e tre lontane, mi sono presa carico del mixaggio, lavorando per mesi con un bravo ingegnere del suono di Taiwan, Jason Huang. Ammetto, sono una rompipalle, ho impiegato quasi un anno a fare un master…».

Tour?
«Ora siamo a Vienna per una serie di concerti in Austria. Poi saremo in Italia, a Genova al Gezmataz Festival e al Lucca Jazz Donna Festival. Ad agosto andrò a suonare a Taiwan, dove proporrò mie composizioni».

Cosa preferisci fra trio, orchestra e big band?
«Il trio, è più immediato. Scrivere per orchestra e dirigere, però, è bellissimo».

Ti piace la direzione d’orchestra?
«Molto, però non è facile! Davanti a te hai dei professionisti di grande qualità e questo spaventa. Ma poi quando sali sul palco hai in mano questa bacchetta magica che ti fa passare tutte le paure! Dirigere musicisti che suonano tuoi pezzi è straordinario».

Monique, i tuoi ascolti?
«Sempre musica classica, adoro Puccini, lo ascolto tutti i giorni. Poi mi piace il pop, Bruno Mars, il jazz nordeuropeo, la musica indiana, giapponese e taiwanese…Ah, anche l’hip hop!».

Marisa Monte a Milano: trionfo e resistenza poetica

Marisa Monte in concerto – Foto Leo Aversa

Un concerto di Marisa Monte è sempre un evento per chi ama il raffinato e inconfondibile suo pop tropicale, che possiamo benissimo definire Nuova Musica Popular Brasileira, perché di questo si tratta. Attenzione maniacale agli arrangiamenti, musicisti di prim’ordine, e poi quella voce che incanta e avvolge. Cuica, cavaquinho, surdo, tamborim, sono strumenti che non mancano mai nella tavolozza musicale di Marisa, anzi, servono a esaltare il legame con la sua terra d’origine attraverso un’eleganza stilistica senza pari.

Ieri sera, prima data del tour europeo che la porterà in Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, la musicista, compositrice e producer carioca ha portato sul palco il suo spettacolo onirico che si rifà, di base, al suo ultimo lavoro uscito lo scorso anno, Portas. In occasione dell’uscita dell’album l’avevo intervistata, qui se volete andare a rileggere il post.

Unica nota dolente e poi passo ad alcune considerazioni: inizio del concerto ovattato e impastato, suono piatto, chiaramente qualcosa non andava. Per fortuna, grazie alla bravura dei musicisti e dei tecnici dopo tre brani fuori registro lo show è decollato. Un crescendo con lei mattatrice, la tiara tra i capelli che  brillava sotto i riflettori, i cambi d’abito in scena, la presentazione accurata della band.

Ecco, dunque, il sessantanovenne bassista Dadi Carvalho, uno che ha fatto la storia del rock brasiliano suonando con i Novos Baianos e i Barão Vermelho, inciso con Mick Jagger e ispirato Caetano Veloso nella composizione di O Leaozinho. E ancora, il chitarrista Davi Moraes, figlio del compositore Moraes Moreira, il batterista Pupillo ex dei Nação Zumbi,  il percussionista Pretinho da Serrinha, uno dei più gettonati autori di Samba in circolazione, quindi Chico Brown: «Sono la sua zia, ha raccontato Marisa al pubblico, l’ho visto nascere e crescere». Chico è il figlio di Carlinhos Brown, che assieme a Marisa e Arnaldo Antunes fanno il trio Tribalistas, nonché nipote del mitico Chico Buarque de Hollanda. È anche coautore di tre brani di Portas. E poi la sezione fiati, Antonio Neves (trombone), Eduardo Santanna (tromba e flicorno) e Lessa (flauto e sax), perfetti nel loro ruolo, animo soul e funk della band.

Ai brani di Portas Marisa ha inserito suoi rodati cavalli di battaglia, come Maria de Verdade, scritta da Carlinhos Brown dall’album Verde, anil, amarelo, cor-de-rosa e carvão del 1994, Vilarejo, da Infinito Particular del 2006, scritto con Arnaldo Antunes e Carlinhos Brown, Ainda Bem, dall’album O Que Você Quer Saber de Verdade, la splendida Vento Sardo composta assieme a Jorge Drexler, l’altrettanto ispirata Dança da Solidão (vi consiglio l’ascolto della versione cantata con l’autore, Paulinho da Viola)… Non poteva mancare l’aggancio con i Tribalistas, fortunata super band composta da Carlinhos Brown, lei e Arnaldo Antunes, con una travolgente Já sei namorar, che ha fatto scattare in piedi la platea.

Marisa Monte in concerto -Foto Leo Aversa

Un lavoro che contiene musica ma anche un profondo significato che ritrovate nell’intervista fatta lo scorso anno: musica come cultura, musica presidio civile, resistência poética all’imperante imbarbarimento e populismo in cui il Brasile è piombato dopo l’avvento di Jair Bolsonaro alla presidenza della Repubblica. Le persone hanno bisogno di vedere e ascoltare “il bello”, etica ed estetica della musica come valore sociale.

Ed è quello che ha fatto ieri sera Marisa Monte al Teatro degli Arcimboldi: uno spettacolo dove poetica, bellezza, buona musica hanno donato due ore d’energia positiva. La riprova di quanto vi sto dicendo è stato il bis del bis: lei da sola, senza musicisti sul palco a intonare la splendida Bem Que Se Quis (la versione brasileira di E po’ che fa’  di Pino Daniele). Solo voce, forte, cristallina, a cappella insieme al suo pubblico. Mentre lasciava il palco, in platea hanno continuato a cantare fino all’ultima parola della canzone. Attimo di silenzio, mentre il sipario si chiudeva. 

Un atto forte che solo pochi artisti possono permettersi: la musica trascende il musicista, diventa condivisione universale. Il palco è lo stesso pubblico, è la musica la protagonista, non l’artista. Presidio civile, resistenza poetica…

Nota di servizio: Marisa Monte sarà in concerto a Cagliari, al Teatro Massimo il 18 giugno, e a Perugia il 9 luglio all’appuntamento di Umbria Jazz.

Dona Flor et ses voyages extraordinaires…

Settimana scorsa, parlando con Riccardo Ruggeri, sono usciti più volte i concetti di musica come condivisione, che lui declina nel busking e nel teatro canzone. La strada non è come il palco, la strada unisce, calàmita emozioni reciproche. Oggi facciamo un ulteriore passo avanti, restando sempre su questi ragionamenti, parlando di musica nomade. Condivisione non solo di emozioni ma anche di culture. Che non è contaminazione, quella classica della World Music, bensì il cercare e trovare, attraverso una ricerca di logica armonica e melodica, un punto d’incontro fra tradizioni popolari.

Ho avuto modo di ascoltare una band che viene, come Ruggeri, dalla provincia, questa volta lombarda, dove tutti e quattro i componenti vivono e lavorano. Si chiama Dona Flor, sì, come il famoso personaggio nato dalla fantasia tropicale di Jorge Amado, scrittore bahiano che ha rappresentato la sua terra, mix di razze, culture e religioni, in memorabili libri.

Mi hanno incuriosito anche per il titolo del disco che hanno pubblicato il 7 maggio scorso per Maremmano Records, Les Voyages Extraordinaires, viaggi straordinari che fanno venire in mente avventure d’altri tempi, una sorta di Phileas Fogg del pentagramma, o uno dei racconti tra santi sincretici, credenze popolari e sudate storie d’amore alla Jorge Amado. Così mi sono messo ad ascoltarlo: malinconia, allegria, tocchi andini, tristezze capoverdiane, ricordi caraibici, suoni dell’Est europeo, accenni jazz, echi nordafricani, puzzle ricomposti a creare un lussureggiante ed esuberante giardino armonico. Accompagnato da una costante: la musica e la poesia di Lhasa de Sela, una meteora della musica “nomade” che una giornalista argentina definì La melanconica errante.

Apro un breve parentesi su Lhasa: nata da genitori hippie, padre messicano, Alejandro Sela, professore e scrittore, madre americana, la fotografa Alexandra Karam, Lhasa abitò con i genitori e le tre sorelle in un autobus adibito anche a scuola, viaggiando tra Messico e Stati Uniti. A 19 anni si trasferì a Montreal, dove si esibì nei locali e club presentando le sue canzoni, che poi costituirono l’ossatura del primo disco La Llorona (consiglio l’ascolto). Incise altri due lavori, The Living Road nel 2003 e Llhasa nel 2009. Quest’ultimo fu visto come un testamento: morì per un tumore a 37 anni, nel 2010. 

Lhasa con quella sua musica che coglieva dalle sue esperienze centro e sudamericane, dalle ballad, dai ritmi klezmer e dalle influenze europee – visse anche in Francia, a Marsiglia, dove si trasferì nel 1999 per lavorare con le sorelle in un circo-compagnia teatrale chiamato Pocheros, creò un mix tutto suo, molto suggestivo e profondo.

Dona Flor – Cecilia Fumanelli

Tutto quello che vi ho raccontato è determinante per capire la formazione dei Dona Flor. Nel loro pantheon musicale Lhasa è sulla vetta, poi viene il resto, ad esempio, una sentita riedizione di Veinte Años, di Maria Teresa Vera – vi ricordate la strepitosa versione dei Buena Vista Social Club? – l’unico brano non firmato dalla band meratese. Cecilia Fumanelli, cuore dei Dona Flor, gestisce un circo-centro teatrale, chiamato Spazio Bizzarro, dove lavora con bimbi e adulti. È anche musicoterapeuta, oltre che musicista con una solida esperienza di canto. Ama contaminare, e con lei anche gli altri tre ottimi musicisti, Simone Riva (chitarra e charango), Max Confalonieri (basso e contrabbasso) e Max Malavasi (batteria, percussioni). Nel disco compaiono anche Raffaele Kholer alla tromba, perfetto in Llanto Y Ardor, brano che apre il disco, Giulia Larghi al violino e Miriam Valvassori all’arpa.

Dodici brani che corrono veloci, coinvolgono, invitano a una una sorta di giro del mondo giocoso in poco meno di 40 minuti. Ho incontrato i Dona Flor in streaming un paio di settimane fa…

Come siete nati?
Cecilia: «Sentivo l’urgenza interiore di realizzare un progetto musicale e ho cercato dei musicisti che credessero alla mia storia, una condivisione di intenti e di interesse. Ho incontrato Max Confalonieri e quindi Simone. Cercavo un percussionista e ho trovato Max Malavasi, che abita a un chilometro da casa mia…».
Max Malavasi: «E non ci eravamo mai incontrati!».
Simone: «In realtà ai tempi cantavo nel coro che aveva organizzato la Ceci, lei sapeva che ero un chitarrista. Abbiamo fatto una sorta di prova. Quello che ci ha unito subito è stato l’interesse comune per Lhasa de Sela».

Siete tutti comunque appassionati degli stessi generi musicali?
Simone: «No, in realtà siamo arrivati tutti da strade diverse, poi abbiamo creato una via più larga dove ci stiamo dentro tutti».

Simone, tu da dove arrivi?
Simone: «Classico percorso con chitarra elettrica, nel mio caso con gruppi cover dei Pink Floyd. Poi ho frequentato la Scuola civica di jazz di Franco Cerri, la stessa che ha fatto Max (Malavasi, ndr). Il jazz è presente nel disco, per esempio in Mírame La Cara c’è quel metro proposto da Max che cambia nel frattempo o Evora. La musica modale applicata alle tradizioni mi ha sempre intrigato».

Massimiliano qual è la tua strada?
Max Malavasi: «Da zona piazza Greco, a Milano, perché sono nato là! Scherzo… Ho qualche anno in più rispetto a loro. La mia formazione, ciò che mi ha condizionato di più, è il periodo degli anni Settanta. Sono cresciuto ascoltando le prime radio private. La mia passione era sintonizzarmi sul canale che trasmetteva la musica che mi piaceva: disco music e Motown. La mia influenza nasce dal groove. Ho uno zio famoso, Enrico Maria Papes (fondatore e batterista de I Giganti, ndr)… Per combinazione lo zio di Cecilia aveva suonato nei Giganti col mio, l’abbiamo scoperto quando ci siamo conosciuti! Accompagnavo la radio battendo sulle pentole. La musica per me doveva essere gioia, il groove è gioia, ti fa ballare. Ho seguito sempre quell’idea di musica, anche se mi son trovato a percorrere tanti cammini diversi: dal rock’n’roll son passato alla musica brasiliana. Seguendo l’idea della musica come medicina, quest’ultima era un’iniezione di gioia. Ho iniziato con Daniela Mercury per poi arrivare a Marisa Monte. Quindi, ho iniziato a interessarmi di danze popolari con Il Paese delle Mille Danze, ensemble di Pier Paolo Perazzini, abbandonando l’idea del mainstream e prendendo direzioni diverse…».

Dona Flor – Max Confalonieri

Siete musicisti di professione?
Max Malavasi: «Simone, Cecilia e io sì»
Cecilia: «La musica come medicina, salvezza, ci accomuna».
Max: «Freud diceva che tutti gli artisti in realtà rappresentano una psicosi e noi siamo la conferma!».

Torniamo al disco: qual è stato il motore creativo di questo album così… denso?
Simone: «Abbiamo lavorato sempre a più mani, strutturando i pezzi, poi i dettagli li abbiamo fatti in studio. Avendo una formazione base, io stesso ho fatto varie sovraincisioni. In realtà questi brani hanno visto in studio una nuova vita. C’era sempre uno spunto nuovo che ci spingeva a migliorare».

Mi piace perché trasmette gioia!
Cecilia: «Ci diciamo spesso, invece, che i nostri brani finiscono per essere sempre in minore, dando un’atmosfera vissuta. Non si possono fare generalizzazioni, ovviamente! Non sei il primo che lo sostiene, e sentirlo dire mi commuove. È vitale per noi».
Max Malavasi: «Il concetto maggiore/minore è occidentale. La gioia ha diverse forme, può essere raccontata anche suonando in minore. In Giappone, brani così non sono necessariamente pezzi tristi, addirittura vengono usati per celebrare l’imperatore».
Cecilia: «Il fil rouge del disco è una tavolozza di emozioni!».
Max Malavasi: «Faccio un paragone culinario, uno ha la pasta, l’altro il basilico, un altro l’olio pugliese, l’altro ancora i pomodorini dell’orto appena raccolti. Da soli sono ottimi prodotti, insieme fanno un gustoso piatto di pasta. Noi siamo così, Cecilia è una trovatrice di melodie incredibili, io butto lì una cosa e Simone crea un mondo sonoro fantastico, Max, il contrabbassista, fa lo stesso…».

Quando suonate dal vivo usate basi?
Max Malavasi: «No facciamo tutto noi».

Dona Flor – Simone Riva

Il titolo dell’album è più che azzeccato…
Cecilia: «L’abbiamo cercato per sei mesi, e questo è stato uno dei motivi delle nostre discussioni!».
Simone: «Abbiamo letto anche libri esoterici, lanciando un sacco di proposte, ma…».
Cecilia: «In Internet avevo trovato Nadia Radic, artista argentina che fa collage molto belli. L’ho contattata e lei ha fatto un lavoro fantastico, senza conoscerci, dall’altra parte del mondo. Le avevo suggerito alcune parole chiave ma senza il titolo, perché non si trovava. È stata lei a proporre Les Voyages Extraordinaires. Abbiamo molto dibattuto, per me era un po’ difficile da pronunciare…  ma alla fine l’abbiamo scelto!».
Max: «Nadia è riuscita a sintetizzare bene questo nostro lungo viaggio».
Cecilia: «Per noi, comporlo è stato davvero un viaggio straordinario, scritto anche durante il lockdown».

Oltre al fil rouge delle emozioni, c’è anche quello delle percussioni…
Cecilia: «Hanno un ruolo fondamentale (Simone annuisce, ndr)…»

Max che percussioni hai usato?
Max Malavasi: «A parte il drum set, con cautela, le percussioni più caratteristiche sono state la darabouka magrebina, che c’è in più pezzi, e il daf turco come in Bonjour Soleil. Mi piace mettere più mondi a confronto».

Tra le varie culture musicali a cui avete attinto quale vi ispira di più?
Cecilia: «Bella domanda! Probabilmente quella sudamericana. Ma non è poi così. C’è anche la parte mediterranea e qualcosa di più nordico. L’ultimo brano, Wild Wind, è una suggestione, un gioco di suoni, un’immagine magica ma non ha una tradizione sua a cui è legato. Così come Utopia…».
Simone: «Cecilia ti ha raccontato la storia pazzesca di Utopia?».

No…
Simone: «Ho scritto la melodia, l’ho mandata e Cecilia, ne era entusiasta: “Mi piacerebbe fosse dedicata a Mario Benedetti, poeta uruguaiano», mi disse. Ci manda la bozza della voce e anche una poesia letta dallo stesso Benedetti, sembrava uscita da una radio anni Settanta. Era alla stessa velocità del brano, spaccata, perfetta, sembrava fatta apposta. Prima di inserirla abbiamo chiesto l’autorizzazione in Uruguay, ma ce l’hanno negata…».

Vi sentite completi o sul palco avvertite l’esigenza di qualche altro strumento?
Simone: «Dipende dai pezzi che suoniamo. Llanto y Ardor come fai a farlo senza tromba? Altri brani funzionano benissimo con noi quattro…».
Cecilia: «Quando possiamo e loro pure suoniamo con Raffaele Kholer e Giulia Larghi. Alla presentazione del disco c’eravamo tutti ed è stato fantastico. Abbiamo questa idea vecchio stile che più si è meglio è, però questa cosa non collima col mercato».

Avete date fissate per l’estate?
Cecilia: «Sì, qualcosa, adesso ci piacerebbe trovare un booking serio. È stancante fare tutto, montare strumenti, fare il sound check, smontare».

A quale festival vi piacerebbe essere invitati?
Max Malavasi: «Amo molto il Montreaux Jazz Festival. Ho suonato tanto e abitato per anni in quelle zone, mi piacerebbe tornare».
Cecilia: «Il premio Andrea Parodi a Cagliari, spazio per la World Music rivisitata».

Nel frattempo si materializza l’altro Max, Confalonieri…
«Eccomi qui sto guidando! Ce l’ho fatta a essere con voi stasera, perché, con Cecilia, sono stato uni dei fondatori dei Dona Flor. Sono felicissimo di fare parte di questo gruppo…».

Ragazzi, ma a Milano ci arrivate o no?
Cecilia: «Prima dobbiamo uscire dalla Brianza! Saremo in Svizzera sabato prossimo….».
Max: «A Milano c’è traffico!»

Dona Flor – Max Malavasi

Quanto ha influito nella vostra musica l’essere nati e vivere in provincia, a parte i due Max, milanesi doc?
Cecilia: «Sono una brianzola verace, la mancanza di stimoli che c’è qui ti obbliga a cercare, e questo è un pregio».
Simone: «Sono cresciuto in campagna, rastrellando l’erba tagliata per ore ore e ore, è una tecnica zen. Ricordo i pomeriggi a sgusciare piselli o a preparare il prezzemolo… Piccole cose che, anche nella musica, vivono grazie a una forte connessione con la Natura. Sono sempre stato così. C’è un’energia che arriva da qualcosa di atavico, sono sensazioni che avvertiamo tutti, un richiamo ancestrale, legato alla terra».
Max Confalonieri: «Ho vissuto a Milano fino a 32 anni, le opportunità per suonare erano moltissime. Mio figlio in Brianza fa un po’ fatica, qui ci si muove solo se hai la macchina o il motorino. Le relazioni sono più complicate, ma c’è un grande fermento».
Max Malavasi: «Ho lasciato Milano e non mi è dispiaciuto. Sono stato anni in giro per il mondo a suonare, in Europa, negli Stati Uniti, ho conosciuto un sacco di culture, ho arricchito il mio modo di essere musicista. Fondersi con altre culture è fondamentale!».
Cecilia: «Mi sembra che Milano sia un po’ autoreferenziale, un luogo difficile dove poter entrare se vieni dalla provincia. Andrei, invece, a suonare in Francia domani!».

Prima di lasciarvi, allora: che genere di musica fate?
Cecilia: «Prendo la definizione data a un disco di Lhasa de Sera: nomadismo musicale. Ecco, è questo che ci sentiamo. Più che una definizione è dare un colore alla nostra musica».
Simone: «Per i miei vicini di casa, una coppia di ottantenni, facciamo latino americano!».
Max Confalonieri: «Secondo me è World Music».
Max Malavasi: «Portando i miei figli a scuola ho notato che alcuni genitori che di solito ascoltavano in auto musica commerciale, avevano iniziato a mettere il nostro disco. Mi ha confortato, perché quello di cui si ha bisogno nella vita è avere alternative, la possibilità di conoscere altro…».

Riccardo Ruggeri, la libertà di cantare

Riccardo Ruggeri – Le foto nel post sono di Leo Camante

Oggi vi presento un artista che, nonostante faccia il musicista da anni e abbia un background di grandissimo rispetto, ha pubblicato a metà aprile il suo primo disco da solista, Non ci aspetta nessuno (se non miliardi di foto), per Vina Records/ADA Music Italy. Si chiama Riccardo Ruggeri, è piemontese di Biella, ha 42 anni ed è uno che sulla sua voce ha scommesso tutto. Anni di studio, una laurea al Conservatorio di Alessandria in canto jazz e improvvisazione, un master in vocologia, e poi studi ancora più approfonditi di canto funzionale, canto armonico e canto estremo, e una venerazione da ricercatore per Demetrio Stratos e il canto dei pigmei 

In una parola: sostanza. Nella musica, dove l’elettronica, i richiami dance e funk con uno sguardo al miglior pop internazionale sono il filo conduttore. E nei testi stimolanti, provocatori, a uso di una voce con cui riesce a fare praticamente di tutto. Se mettete in cuffia Un POPulista, capirete ciò di cui sto parlando!

Vi consiglio vivamente l’ascolto! E lo suggerirei soprattutto ai tanti trapper e rapper nostrani, specialmente nell’uso sapiente e centellinato dell’Auto-Tune, impiegato per esaltare la vocalità e non per nascondere le incapacità. Avrete capito che il personaggio mi intriga non poco.

Ruggeri è un artista particolare: non cerca il successo ma il pubblico. In base a questa filosofia – corretta per un musicista – persegue una politica di intrattenimento tutta sua. La situazione ideale per esprimersi è la strada, da vero busker, dove può entrare in contatto con chi lo sta ascoltando che si ferma solo perché interessato alla sua musica. La maggior soddisfazione. Ha suonato in molte parti del mondo, all’Ansan Street Arts Festival in Corea, al Nature and Art Festival di Shenzhen, in Cina, al Cirk! in Belgio, Imaginarius in Portogallo, Olla in Austria, Spoffin in Danimarca… tutti grandi festival dedicati agli artisti di strada.

Anche la cover dell’album lo rappresenta, un rinoceronte con un orecchino d’oro, i suoi occhi azzurri e la bocca aperta nell’atto del cantare. Altra particolarità di Riccardo: non sopporta i dischi mono-genere e neppure l’accademismo fine a se stesso. 

Lo raggiungo al telefono in Francia, dove sta portando in giro con una compagnia teatrale uno spettacolo. La telefonata arriva mentre stanno cercando il teatro dove dovranno esibirsi. «Gira di qua». «Ok, ora dritto, il navigatore mi dà così, ecco, ora vai a destra…». 

Riccardo, mi senti? Hai un attimo per me?
«Eccomi! Scusami siamo praticamente arrivati… dimmi pure!».

Ti chiamo per il disco, mi è piaciuto molto. So che non sopporti gli album mono-genere però ci sarà pure un filo conduttore in questi 12 brani…
«Certo, è il canto!».

Come ti è venuta la passione?
«Ai tempi del liceo avevamo dato vita a una band. Suonavo la chitarra, poi, visto che non c’era il cantante, ho iniziato a cantare. L’avevo sempre fatto, ascoltavo i vinili di mio nonno, mi piaceva la voce di Claudio Villa… poi ho conosciuto il lavoro di Demetrio Stratos. È stata una deflagrazione: pensa a quello che ha fatto, una tangente che è partita da John Cage ed è arrivata al Rock’n’Roll. È stato una meteora, purtroppo. Riascoltando i suoi lavori da solista, dentro ho ritrovato e ritrovo i suoi esperimenti vocali, utilissimi in campo didattico. A 18, 19 anni mi mettevo in sala prove cercando di ripetere i suoni che uscivano dalla sua bocca».

Hai studiato anche canto funzionale…
«Lo si ritrova in tutte le didattiche. Si tratta di percepire, sentire la propria voce attraverso tutto il corpo in modo da ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Quando si canta si mettono in movimento catene muscolari lungo tutto il nostro corpo. Non è una tecnica sciamanica ma si tratta di ricerca (la scienza ci è arrivata negli ultimi vent’anni). Praticarla mi ha smontato e ricostruito, cambiato il valore del canto, che diventa ascolto, autopercezione, condivisione. In questo modo il virtuosismo passa in secondo piano…».

Mi è piaciuto molto la cover… ma perché proprio un rinoceronte?
«Da piccolo ero affascinato dal mondo animale, avevo l’album di figurine del Wwf. Poi ho trovato la simbologia dei vari animali. Il rinoceronte rappresenta la resistenza, la pazienza e la precarietà…».

Ti riconosci in lui…
«Tendo ad avere passioni forti e intense che durano un paio di mesi, poi passo a un’altra cosa».

Vieni da Biella. Come si sta in provincia? Zerocalcare nel suo Strapapare Lungo i Bordi, l’ha presentata come una cittadina sonnolenta, triste, scatenando l’ira di tanti…
«Zerocalcare ha toccato l’orticello e le sue chiusure. Ci sono nato, ci vivo, ma ho sempre bisogno di scappare per ritrovare equilibrio e soddisfazione nella piccola provincia. E poi si sta bene: a pochi minuti da casa sono a fare il bagno nel torrente in montagna».

Non hai mai pensato di trasferirti? Che ne so, a Milano, a Torino o a Roma?
«La grande città, a livello di offerte, ha grossi vantaggi. Il fatto è che sono un estimatore del caso e del caos: come l’acqua, che va ovunque e si infiltra dappertutto. La provincia ha muri così alti che, per contro, mi spinge a cercarmi le cose…».

Bella teoria: è uno stimolo per aggirare i tanti ostacoli. Lo fai se proprio lo desideri…
«A 16 anni mi andavo a cercare tantissime cose, facevo concorsi, eravamo riusciti a suonare a Torino, Bologna e Milano!».

Veniamo ai brani: Io non sono figlio di Maria, intesa come la Madonna?
«Ma no! Io non sono Figlio di Maria, intesa come la De Filippi. Non ho mai provato il mondo dei talent, per quanto trovo sia efficace. Però non lo farei mai perché mi è sempre piaciuto il valore sociale della musica. Il dover dimostrare quanto si vale non è nelle mie corde: forse è meglio fare quello che ci fa stare bene. Il titolo e un po’ un gioco, ricordi la vecchia cantilena chi fa la spia non è figlio di Maria? Ebbene, voglio essere una spia, intesa come segnale che si accende per segnalare problemi, anomalie…».

Quindi questo disco che cos’è per te?
«Una necessità, avevo bisogno di creare quel tipo di accrocchio di generi. Tutto però si riconduce alla mia esigenza di creare qualcosa legato a una sensibilità condivisa. Come nei miei progetti, ad esempio con i Syndone, band prog rock di Torino (decisamente e meravigliosamente prog!, ascoltateli, ndr) o con Le Lavatrici Rosse (duo con il batterista Andrea Beccaro, con cui canta Giovinezza, brano contenuto nel disco, ndr)».

Una canzone diversa dall’altra quanto a stile e modo di interpretarla…
«Mi sono concesso un momento di libertà creativa, dove non avevo vincoli nello scrivere, basandomi solo sui periodi in cui li ho composti».

Cosa ti aspetti dall’album?
«Di dare una visione sincera semplice di quello che mi piace, arrivare a comunicare in modo intimo con chi mi ascolta. Un condivisione di esperienze e sensibilità. Non ho aspettative commerciali».

Avete fatto anche dei vinili?
«Per ora solo una piccola tiratura di Cd e la versione digitale, ovviamente. Il vinile è una spesa troppo elevata. Ci sarà comunque un secondo tempo, ho già venti brani pronti!».

Deciso appuntamenti live?
«Stiamo organizzandoci. L’estate è l’occasione per sperimentare… il lavoro grosso sarà in autunno, nei club».

Ti definisci, con orgoglio, un busker…
«È la forma di live che preferisco in assoluto. Il busking è post social, mi piace, mi fa impazzire suonare per strada, perché cade tutta la finzione del palco. La strada è spietata, nessuno ti aspetta. Si ferma ad ascoltarti solo chi ritiene che sei degno d’ascolto. È libertà per il musicista e per l’ascoltatore, una palestra di vita. E poi ci si muove facilmente. Prendo la mia orrenda Multipla, carico il borsone con gli strumenti e parto… è un senso di libertà totale!».

Avvenne a Napoli… che tornò la canzone napoletana

Ne avrete sicuramente sentito parlare nei giorni scorsi. Avvenne a Napoli passione per voce e piano, è un libro e un Cd con venti canzoni, lavoro del grande Eduardo De Crescenzo, del pianista jazz Julian Oliver Mazzariello e del giornalista Federico Vacalebre, capo degli spettacoli de Il Mattino di Napoli. Una di quelle operazioni gradite e intelligenti che non si vedono tutti i giorni, grazie anche alla sensibilità di Elisabetta Sgarbi e della “sua” La Nave di Teseo, casa editrice sempre interessante e mai banale, e dell’etichetta Betty Wrong (la Betty Sbagliata, sempre lei, Elisabetta, in veste di discografica, progetto nato durante la pandemia).

Avvenne a Napoli. Un titolo che richiama un passato glorioso, brillante, avventuroso, un libro di Gabriel García Márquez o di Jorge Amado o di Osvaldo Soriano, uno spaccato di storia e cultura di cui oggi rimane ben poco, se non una annacquata – e spesso inutile – imitazione.

Eduardo De Crescenzo – Foto Peppe Russo

Un libro e un disco che parlano di un momento magico di Napoli, anni irripetibili, che hanno sconvolto i canoni musicali del tempo (stiamo parlando della metà Ottocento e dei primi anni del Novecento) e che hanno, di fatto, portato la città partenopea al centro di una rivoluzione in note. Le canzoni come vengono concepite oggi sono figlie di quei musicisti e parolieri, anzi, più corretto definirli, poeti. La forma canzone attuale, lo ricorda lo stesso De Crescenzo in una bellissima prefazione-diario al libro di Federico Vacalebre, nasce a Napoli e Napoli in quegli anni era diventata davvero la capitale mondiale di un nuovo genere che si è diffuso velocemente lungo tutti i continenti.

L’abruzzese Francesco Paolo Tosti e il poeta napoletano Salvatore Di Giacomo erano personaggi famosissimi, un po’ come Lucio Battisti e Mogol. Vacalebre del loro sodalizio compositivo scrive: «Come Lennon & McCartney, Jagger&Richards, Rodgers&Hart, Brecht&Weill». Tosti, amico di Gabriele D’Annunzio, fu prolifico compositore, le sue romanze per pianoforte e voce si dispersero per il mondo, a Londra entrò alla corte della regina Vittoria e del re Edoardo VII come maestro di canto. Per i suoi meriti, ricorda sempre Vacalebre, venne nominato baronetto, lo diventeranno poi i Beatles… Sono gli autori di Marechiare, composta nel 1885…

Salvatore Di Giacomo strinse una fitta collaborazione anche con il musicista pugliese Mario Pasquale Costa, pure lui una celebrità a Londra, qui la versione De Crescenzo/Mazzzariello di Era de maggio (1885). Mentre Eduardo Di Capua, il musicista che scrisse ‘O Sole Mio, leggenda sostiene l’avesse composta a Odessa, collaborò proficuamente con Vincenzo Russo. Ancora Federico Vacalebre: «Rimase sempre Vincenzino perché morì giovane e povero… Di lui esistono troppe leggende…». Insieme crearono Maria Marì (la donna amata da Vincenzo Russo) e I’ te vurria vasa’, capisaldi della canzone partenopea…

Julian Oliver Mazzariello

Canzoni da salotto, appannaggio della ricca borghesia, la quale poteva permettersi il pianoforte in casa, che però, ed è un’altra delle magie di Napoli, si diffuse tra la gente comune, dando per la prima volta una caratterizzazione piena e condivisa della canzone napoletana. Invece del pianoforte si usava la fisarmonica (strumento prediletto di Eduardo De Crescenzo), cambiava lo stile del testo, si trasformava anche l’interpretazione. Racconta De Crescenzo: «L’enorme successo della Canzone napoletana ha contagiato il popolo tutto, che tutto si scopre incline alla musica e alla poesia. Fuori dai conservatori e dalle accademie culturali, la composizione si fa più schietta…». 

L’operazione di filologia musicale è stata lunga e difficile. Perché De Crescenzo è artista estremamente rigoroso, e Julian Oliver Mazzariello, inglese, prodigio della tastiera, che ha scelto di vivere a Cava de’ Tirreni, ha dovuto lavorare non poco per riuscire a rendere il più possibile le atmosfere del tempo. Sono state necessarie ore e ore di studio, lontani durante il lockdown e insieme dopo, prove, ascolti, riletture, interpretazioni. Unica concessione alla contemporaneità la parte finale di Scétate, di Ferdinando Russo e Mario Pasquale Costa (1887), dove Julian pennella accordi jazz mentre Eduardo infiamma con uno scat strepitoso

Raggiungere la purezza originale per alcuni brani è stata impresa titanica, dato che non c’era molto materiale. Un esempio? La canzone che apre il disco, Fenesta Vascia, scritta da un anonimo poeta seicentesco, adattata nel 1825 con versi di Giulio Genoino e con le musiche di Guglielmo Cottrau. Federico annota: «Guglielmo Cottrau, compositore ed editore… trascrisse, editò e rielaborò, appropriandosene, canzoni popolari di cui fino a quel momento c’era qualche traccia testuale e nessuna musicale…».

Federico Vacalebre

Se volete comprendere la genesi, i timori, le ansie, le soddisfazioni di De Crescenzo durante questa intensa e intima avventura, leggete con attenzione la parte iniziale del libro, magari mettendovi in cuffia il disco. Capirete molte cose. Innanzitutto, sulla scelta molto attenta dei brani. ‘O sole mio, non la trovate, perché troppo calpestata, abusata, stuprata. Un lavoro all’incontrario che ha ridicolizzato la napoletanità, riducendo tutto a luoghi comuni, pizza e mandolino! Le canzonette dei neo melodici, hanno fatto il resto, degradando e decomponendo la forma canzone. Una sconfitta per la Napoli della musica colta e dei quattro Conservatori…

Quella di Eduardo De Crescenzo è una faccenda personale: un cantante, un musicista, un compositore che avverte il richiamo di una musica che è stata, per i tempi, rivoluzionaria, e da cui lui, consapevolmente, proviene: «… Si ripresentava un incubo di cui mi ero un po’ scordato e che vivevo a ogni provino quando agli inizi cercavo un posto nella musica: “Sei un cantante napoletano?” “No” dovevo rispondere, nonostante quella definizione fosse per me lusinghiera. Avrei dovuto aggiungere: “Ma se rispondo di sì, tu cosa ti aspetti che sia un cantante napoletano?” Al tempo un cantante napoletano era già un preconcetto, la “Canzone napoletana” era già un caotico preconcetto e non era il mio…».

La ricerca di un suono e di un testo il più possibile attinenti al periodo in cui fu scritto diventa un’esigenza impellente per Eduardo e Julian, ormai in piena sintonia artistica. In fin dei conti leggere e ascoltare Avvenne a Napoli è come fissare nella propria memoria un punto fermo della propria italianità. Non sono napoletano, ma Napoli è orgogliosamente una fonte copiosa di cultura italica, come lo è stato Bahia per la musica brasiliana. 

…«Mi chiamo Eduardo De Crescenzo, sono un musicista, un cantante-interprete, un compositore. Sono nato a Napoli, quando la canzone napoletana era già finita, ma imparai a suonarla… Ricordarla è stato un tuffo al cuore. Ricantarla, un dovere di testimonianza… Era un suono “dolcemente sussurrato” per voce e pianoforte…».

La casa armonica di Valerio Corzani ed Erica Scherl

La musica che cattura l’attenzione e dà emozioni è quella che vive nei piccoli particolari. Basta un accento, un semitono, un effetto. Una sensazione che ho provato fin dalle prime note ascoltando Valerio Corzani ed Erica Scherl, gli Interiors, nel loro ultimo lavoro, Overtones + Overtones Remix.

Il nome che si è dato il duo è quanto mai calzante rispetto alla loro idea di musica e, soprattutto, di questo nuovo album. Interni, che possono essere luoghi fisici o mentali. Luoghi, come li intendeva il filosofo Heidegger nei suoi studi ontotopologici, che coincidono con l’edificare e, dunque, l’abitare. Costruire e mettere a dimora la musica è un’immagine che veste perfettamente in Valerio ed Erica.

Vediamo innanzitutto la costruzione fisica di questo nuovo luogo nei luoghi battezzato Overtones: un doppio album, composto da 14 brani originali, dove il duo si avvale di collaborazioni molto azzeccate, da Luca Andriolo, aka, Swanz the Lonely Cat, autore ed esecutore del testo in More Overtones, Luigi Cinque che suona il sax digitale, il mitico Massimo Martellotta, tastierista dei Calibro 35, il batterista e percussionista Marco Zanotti della Classica Orchestra Afrobeat, le chitarre del polistrumentista Massimiliano Amadori, il clarinettista Gianfranco De Franco e l’ukulele di Camilla Serpieri. Questo il primo disco. Il secondo presenta nove remix dei brani precedenti, realizzati dal gotha dei producer italiani Filoq, Vinx Scorza, Manuel Volpe & Rhabdomantic Orchestra, DLewis e Francesco Colagrande. Ciò a significare che la musica può (e deve) rivivere in molti modi, avere più anime, più punti di vista…

La casa è, dunque, solida, ricca di domotica ma dalle robuste pareti classiche, jazz e contemporanee, dove l’elettronica e il digitale si inseriscono in modo omogeneo. La bravura del duo sta proprio nell’equilibrio tra musica analogica ed elettronica. Una dimora senza spigoli, piena di curve armoniche, come sarebbe piaciuta all’architetto Niemeyer! 

Il pezzo d’apertura di Overtones, Little Lullaby è giustamente il manifesto più evidente di quanto vi sto raccontando: il violino di Erica surfa su onde sonore, mentre il basso “dub” di Valerio scandisce il percorso con profondità assolute, accompagnati da una voce femminile, sciamanica… Il violino tesse melodie anche in More Overtones, con la voce di Luca Swanz Andriolo che ci mette la ruvidezza e il pathos del compianto Mark Lanegan… Grazie per la citazione!

Come faccio sempre, per darvi un’identità il più possibile completa degli artisti e degli album che vi presento, li ho contattati. Ne è uscita una interessante chiacchierata a tre su musica, tendenze, elettronica…

Valerio, in attesa che si colleghi Erica, gran bel disco!
«Grazie! È il quarto del nostro sodalizio (gli altri tre sono Liquid, 2013, Plugged, 2016, ed Escape from The War, 2019, ndr). Anche noi siamo contenti, perché lo sentiamo più maturo, siamo riusciti a calibrare ciò che volevamo fare, poi magari può non piacere lo stesso. La poetica che avevamo sognato sta in equilibrio, sia la parte melodica, sia quei piccoli tocchi di noise che arrivano improvvisi. Il glitch c’è spesso, siamo entrambi fan di Arto Lindsay! Ultimamente nei suoi lavori c’è molta melodia ma poi ti arriva quella sciabolata improvvisa che ti stende».

Parliamo di musica elettronica… Aspetta Valerio! Sta arrivando Erica, giusto in tempo… Dunque, Erica, sei una violinista classica ma sei anche una musicista curiosa che prende volentieri altre strade. Cosa vedete tu e Valerio in questo genere musicale?
Erica: «Sicuramente non si può dire che il violino non sia uno strumento acustico con poche possibilità sonore, però, nello sposarsi con strumenti elettronici quali il basso o altre diavolerie che usa Valerio, mi sono trovata spesso a provare la necessità di avere un mezzo che riuscisse a rendere le sfumature di cui il violino è capace senza rinunciare ad aspetti relativi al volume e alla varietà di suoni prodotti. È stato un desiderio espressivo, poter esplorare una gamma molto ampia di sonorità diverse con un mezzo che mi supportasse e consentisse esplorazioni nelle quali il violino da solo non è tanto adatto. Niente di rockettaro, come c’è in tanti violinisti elettronici, piuttosto la volontà di spingere lo strumento violino verso linguaggi extra classici».
Valerio: «È stato strano, rispetto alla mia storia, anche per me. Negli anni Novanta ero legato molto alla patchanka: quando suonavo nei Mau Mau venivamo chiamati una tribù acustica, l’elettronica la intercettavamo. In realtà, come Erica, sono sempre stato uno profondamente bulimico quanto a musica. Ho ascoltato e ascolto di tutto. Mi sono laureato con una tesi su John Cage, che con l’elettronica ante litteram ha fatto molte cose. Quando abbiamo deciso di costituire il duo, abbiamo subito concordato che l’elettronica andava approfondita meglio, sia per quanto riguardava il basso elettrico sia per l’uso di strumentazioni digitali che aprono un mondo di possibilità, grazie a una tavolozza timbrica infinita. Senza abusarne, però: se usata con attenzione dà grandi opportunità. Inoltre, volevamo impiegarla dal vivo con un approccio analogico. Sul palco suono molti strumenti, l’iPad, l’iPhone, il laptop. Lo faccio manualmente, sia utilizzando alcune app in sostituzione di strumenti che altrimenti non potremmo portarci dietro, sia con app che producono suoni».

Il vostro essere un duo, violino, basso più elettronica vi fa sentire completi o sentite la mancanza di altri elementi?
Valerio: «Hai fatto centro! Perché dal vivo, d’ora in avanti, saremo un trio! Abbiamo aggiunto Gaetano Alfonsi alla batteria che usa gli strumenti come noi, dosando l’elettronica. Soprattutto live, sentivamo l’assenza di un gioco con le dinamiche». 

Il basso chiama la batteria…
Valerio: «In effetti, abbiamo fatto le prove proprio ieri e ora godo! Erica ed io veniamo da esperienze di “live vero”. Per questo, come Interiors, non adoperiamo due vestiti diversi, uno per il disco e un altro per il live. Chi ci ascolta e viene a vederci dal vivo sente le stesse musiche dell’album. Capisco, ogni tanto succede che vai a un concerto di elettronica e vedi sul palco due che sembrano impiegati delle poste, non sai bene cosa stiano facendo, sono dietro ai computer, ogni tanto bevono un po’ di vino bianco, ti fidi… Nel nostro caso si percepisce che stiamo lavorando, suonando per davvero…».
Erica: «Abbiamo solo quattro arti per ciascuno. Se nella vita normale vanno bene, sono pochi per rendere al meglio la tessitura delle nostre composizioni. Abbiamo sentito l’esigenza di avere  un batterista per i motivi che ti diceva Valerio, ma anche perché volevamo godercela un po’ di più. Di questi tempi non è semplicissimo, più si è e meno semplice è viaggiare. Uno in più però va bene!».

Il vostro “ascoltatore tipo”?
Valerio: «Il violino è un piccolo lasciapassare per gente che non ascolterebbe quello che facciamo, ha comunque un appeal. Stiamo sempre molto attenti a collocare la nostra musica nei luoghi adatti. Abbiamo suonato nei festival del cinema sonorizzando documentari, perché la nostra musica si presta bene anche a questo, ci siamo esibiti nella Grotta del Bue Marino a Cala Gononea Chamois in Valle d’Aosta, dove c’è un bellissimo festival, il CHAMOISic Altra Musica in Alta Quota. Ma anche in gallerie d’arte, o in festival Off e non Off che hanno un perimetro d’azione stilistica piuttosto dilatato. Alla fine la gente è diversificata, il target è comunque abbastanza giovanile, anche se, quando abbiamo sonorizzato i documentari e i super8 sperimentali di Derek Jarman o, quello che stiamo preparando ora, Fata Morgana di Herzog, il pubblico è decisamente molto più anziano. Sono coinvolti, vogliono anche loro entrare nel nostro trip!».

A proposito di trip, la vostra è una musica che fa viaggiare. Quando la concepite avete un’idea del luogo dove vorreste collocarla?
Erica: «Siamo viaggiatori molto appassionati, quindi nel momento in cui componiamo è come se tutte le esperienze di viaggio che abbiamo fatto nella nostra vita – e che si spera faremo – decantassero nella musica. Non ci sono collocazioni precise, è come un altrove generico non vuole avere appartenenze particolari, anche se certe atmosfere potrebbero richiamare alla World Music. Auspichiamo che possa essere la sonorizzazione di un bosco di un laghetto di un mare».
Valerio: «Ci sono alcuni pezzi, tipo Walking Wild, che già nel titolo si portano dietro un piccolo passaporto di attitudine nomade. Non è detto che, componendola, volessimo andare in un posto preciso, abbiamo la stessa attitudine nel cercare la natura selvaggia e nel suggerirla attraverso le note. Così come nel nostro primo disco, Liquid, c’era un’attenzione speciale al mondo liquido. Con il brano Blue Darkness e il relativo video, che mostra il tuffo nel lago di un ragazzo in slowmotion, girato dal regista canadese Justin Bolduc-Turpin (con il quale abbiamo vinto un concorso per musiche che sonorizzavano video con oggetto lacustre), non era un lago preciso, poteva essere il padre di tuti i laghi!».

Veniamo al disco: mi ha incuriosito la zona Remix…
Valerio: «Abbiamo tanti amici, molti hanno suonato anche nella prima parte di Overtones. La nostra idea è stata chiedere, a costo di rischiare, di trasformare un nostro brano in qualcosa di nuovo, come se ci fosse uno sguardo su un tuo sguardo. Filoq, per esempio, musicista che stimiamo moltissimo, è anche il responsabile di tutta la parte elettronica dell’Istituto Italiano di Cumbia, progetto nato per volontà di Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti, ndr), ha reso il nostro pezzo Walking Wild un’altra cosa, completamente diversa, ci piace molto. La parte Remix è molto più variegata e, allo stesso tempo, ci troviamo le tracce del nostro lavoro».
Erica: «È stata una scommessa, come quando tu chiedi a un pittore che apprezzi che ti dipinga un ritratto: può essere che ti faccia cubista oppure molto verosimile, ma alla fine se ti piace l’artista ti piace anche il ritratto…».

Vi è piaciuto tutto del Remix, dunque!
Valerio: «Ci è piaciuto talmente tanto che due pezzi li abbiamo remixati noi. Massimo Martellotta ci aveva mandato, un po’ in extremis, una parte piuttosto lunga per Due di Due, nel disco principale. Non volevamo sprecare il suo lavoro, quindi abbiamo deciso di remixarla puntando quasi esclusivamente sulle tastiere di Massimo».

Com’è il vostro processo creativo?
Valerio: «Quasi sempre nasce da qualcosa che ho “stropicciato” con l’elettronica o con il basso; poi Erica scrive, molto spesso ci aggiunge la melodia principale. Poi lo teniamo per un po’ in brutta copia, registrandolo con l’iPhone, per averlo sempre a portata di mano. Quando ci spostiamo in studio di registrazione – lavoriamo sempre con il nostro tecnico del suono di fiducia, Roberto Passuti – scatta qualcosa di magico e fila tutto liscio, si lavora intensamente, senza intoppi. È successo così per tutti e quattro gli album. In passato ho ricordi di registrazioni di dischi che diventavano dei calvari, si sfaldavano anche band solo per alzare di due tacche il volume di una chitarra elettrica. In questo caso è quasi sempre piatto, in senso buono però!».

Come vedete la musica italiana in questo momento? Tanti bravi artisti sconosciuti e un mainstream senz’anima…
Erica: «Secondo me è una scena estremamente vitale con un sacco di musicisti pazzeschi. Purtroppo, però, lo sai che esistono se te li vai a cercare. È come se ci fosse una sorta di forbice molto larga tra quello che ascolta la maggior parte delle persone e quella che è la realtà della musica italiana, al di là dei generi molto variegati: e cioè, molta qualità e di altissimo livello. Vorrei invitare tutti a non fermarsi alla superficie delle cose, ma a scavare…».
Valerio: «Sono d’accordo con Erica, ho poco da aggiungere, la vorrei lasciare così, perché lei ci ha messo l’afflato positivo. Volendo proprio dire qualcosina in più, una piccola ombra su quello che è successo negli ultimi tempi è che rimangono sì tantissimi artisti nascosti che continuano a produrre, ma ci sono molti altri, anche quelli che arrivano dal cosiddetto mondo indie, che hanno calato le braghe. È come se si fosse abbassata l’asticella della difficoltà d’ascolto, dell’introspezione nei testi, della ricerca nei suoni. È, ovviamente, una scorciatoia che rende! Se me l’aspettavo da alcuni, perché quello è sempre stato il loro mondo, rimane il fatto che c’è un bel plotoncino di gente che ho avuto sempre al mio fianco e che ha ceduto. Ciò mi provoca un piccolo moto di saudade. Mi riaccodo al sentimento entusiastico di Erica che bisogna continuare a essere curiosi, sia noi musicisti, sia i giornalisti che si occupano di musica e soprattutto mettere dei piccoli “shining” nel pubblico, farglieli arrivare, stai sicuro che la gente si lascia attrarre…».

Erica: «Non me l’hai chiesto ma lo dico lo stesso: se dovessi dare un consiglio a musicisti che hanno voglia di fare musica, suggerisco di essere coraggiosi e curiosi, di curare sempre molto la qualità a qualsiasi genere ci si dedichi. Un lavoro ben fatto si riconosce sempre, anche in molta musica mainstream, nonostante il ben fatto non coincida con creativo. Siccome la felicità in quello che si fa è fondamentale, direi di ricercare sempre un cuore nelle cose che si producono».

Daniele Falasca: Triade, famiglia, fisarmonica e jazz

Non so voi, ma quando sento suonare una fisarmonica o un bandoneon entro in catalessi. Assieme al contrabbasso e al violoncello sono gli strumenti che più modellano le mie emozioni. Vi dico questo perché mi è capitato tra le mani un lavoro uscito agli inizi di maggio dall’abruzzese Daniele Falasca, fisarmonicista e pianista di grande bravura, dal titolo Triade, pubblicato dall’etichetta Ars Spoletium – Publishing & Recording.

Un disco scritto di getto, come spiegato dallo stesso artista, prodotto e confezionato ancora caldo, dove troviamo jazz, tango, samba, frammenti di world music, citazioni classiche, richiami alla musica popolare della sua terra d’origine, elaborati in seducenti percorsi sonori che rimandano da un capo all’altro dell’Atlantico in un suggestivo vai e vieni di ritmi e armonie. 

Un bel disco, aperto, gioioso, che l’autore ha dedicato alla sua “piccola” famiglia.  Come spesso accade nel jazz, il titolo di un brano è l’input per immaginare visioni sonore, renderle quasi palpabili. Prendete Lety, la prima traccia, dove Daniele “racconta” la figlia Letizia. Un tema orecchiabile che parte sommesso e maestoso per poi esplodere in un carnevale carioca dove ballo, fiori, sole, caldo, tamburi esprimono tutta la carica vitale di una bimba ai suoi primi anni di vita. Triade, brano che dà il titolo all’album, descrive, invece, la vita frenetica del suo piccolo nucleo familiare composto da tre persone, un tango per immaginare e scandire la giornata tipo di casa Falasca. 

Daniele Falasca – Foto di Sergio Rapagnà

Esperienze, conoscenze reciproche. In questi otto episodi che si susseguono in una sarabanda di note, hanno dato il loro apporto Arturo Valiante al pianoforte, Marcello Manuli al basso e Glauco Di Sabatino alla batteria. C’è spazio anche per due featuring: il pianista Vincenzo Di Sabatino in Città delle Rose e Linda Valori nel riarrangiamento di uno standard, What a Wonderful World, eseguito magistralmente grazie a quella voce soul da pelle d’oca di cui Madre Natura l’ha dotata. 

In quest’ode alla felicità che è Triade, What a Wonderful World può suonare a prima vista “stonato”, estraneo. Eppure, a pensarci bene, è il timbro di gioia che Daniele ha voluto stampigliare sul suo lavoro. Il mondo è meraviglioso, soprattutto se il padre che stravede per la figlia piccola esprime con le note l’avventura di essere genitore, una piccola vita su cui si ripongono aspettative, sogni, desideri. Falasca nel 2017 aveva addirittura dedicato un intero album all’attesa e alla nascita della bimba …Aspettando Letizia.

Unico brano ammantato di un velo di tristezza, anzi, mi correggo, di nostalgia, è Chet, dedicato a Beker. Daniele non è nuovo a questi inserimenti, omaggi ad artisti che hanno contribuito alla sua formazione.

Per concludere: Triade è un disco ben riuscito dedicato agli affetti e all’amore, per la famiglia, per la fisarmonica, per la musica. Ho letto da qualche parte che Daniele quando è triste suona il pianoforte e quando è allegro sceglie la fisarmonica. Strumento popolare, accompagnamento degno di feste, tradizioni e balli. Si aprano le danze, dunque!

Consigliato: un antidoto allo stress e alla tristezza…