Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/4

Siamo arrivati alla fine. Altri cinque dischi, più un sesto, la mia colonna sonora di questo 2020, anno che resterà impresso nella memoria di ognuno di noi. Ancora una volta c’è di tutto, dal jazz al desert blues, dall’eclettismo al rock – con il monolitico Boss -, passando per un altro grande, Nick Cave, in versione solitaria e unplugged, come si diceva una volta. Divertitevi!

16 – HH Lionel Loueke (uscito il 16 ottobre)
Il signore in questione è nato in Benin, Africa Occidentale, ha 47 anni e una naturale predisposizione alla chitarra. Anzi, è un autentico virtuoso dello strumento, che domina con tecnica ferrea, insuperabile. Il segreto di questo disco sta tutto nel titolo, in quelle due misteriose acca maiuscole che, sulla cover del disco, hanno un bell’impatto grafico. HH sta per Herbie Hancock. L’ottantenne pianista e compositore è stato il suo maestro, mentore, guida. Probabilmente non è un caso che a HH segua LL: Hancock ha selezionato Loueke per l’ingresso al Thelonious Monk Institute of Jazz – organizzazione senza scopo di lucro che viaggia tra insegnamento della cultura musicale e lavoro sociale e che, dopo oltre trent’anni d’attività, nel 2018, ha cambiato nome in Herbie Hancock Institute of Jazz, omaggio al lavoro svolto dal pianista nell’istituto – lo ha, quindi, voluto in sue produzioni, come Possibilities, River: The Joni LettersThe Imagine Project, ed è parte integrante del gruppo che lo segue quando si esibisce dal vivo. HH, dunque, vuole essere un omaggio alla persona che più ha creduto nelle sue qualità artistiche e musicali. Un disco in cui Lionel e la sua chitarra, rivedono e ripropongono brani scritti da Hancock tra il 1962 e il 1983, il periodo d’oro del compositore (vedi Watermelon Man (1962), Cantaloupe Island (1964), Butterfly (1974)… Un disco che mi sta accompagnando fra le tante facce del jazz e la gioia dell’essenza della musica.

17 – OptimismeSonghoy Blues (uscito il 23 ottobre)
Optimisme! Ne abbiamo bisogno. E non è un titolo nato a caso quello dei Songhoy Blues, band del Mali al suo terzo disco. Un gran bel lavoro, a dirla tutta, un desert blues di prim’ordine, che sprizza gioia, potenza, pur trattando argomenti delicati dalla politica, al riscatto  femminile, alla pandemia…. L’ottimismo è il profumo della vita diceva Tonino Guerra, parafrasando Gianfranco Giannini, suo amico di Pennabilli, in uno spot di qualche anno fa. E per questi quattro musicisti maliani è proprio questo il senso del nuovo lavoro curato dal chitarrista e producer Matt Sweeney per la Fat Possum. La loro storia è esemplare: tre, Aliou Touré, Garba Touré e Oumar Touré, provengono dal Nord del Paese. A causa della guerra civile e del regime islamico che si era instaurato, sono stati costretti all’esilio, a Bamako, Sud del Mali, dove hanno conosciuto il batterista Nathanael Dembele. Sono stati notati da Damon Albarn (frontman dei Blur, e nei Gorillaz), Julian Casablancas dei The Strokes e da Nick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs, che ha prodotto il loro primo album, Music In Exile (2015), al quale è seguito Résistance (2016), che ha avuto la partecipazione di Iggy Pop nel brano Sahara. Ascoltate Badala, il brano che apre il disco e poi ne parliamo!

18 – Letter To YouBruce Springsteen (uscito il 23 ottobre)
Camminare e perdersi tra i ricordi è stata una delle prerogative di questo 2020. Lo ha fatto, con un album ben costruito, toccante e coinvolgente al punto giusto, quel gran cantastorie rock che è Bruce Springsteen con Letter To You. Di lui, dell’album e del docufilm che porta lo stesso titolo ne ho parlato a lungo in questo post. Cosa resta da dire di un uomo che a 71 anni decide di guardarsi indietro, con nostalgia, certo, ma con tutta la saggezza e il senso di ringraziamento per una vita che gli ha fatto incontrare veri amici, colleghi, musicisti, persone straordinarie con cui ha condiviso praticamente tutta la sua esistenza? Un album istruttivo, malinconico nel ricordo di chi non c’è più, ma consapevole che il tempo non passa mai invano e che alla fine ciò che ti resta, il tuo lascito, è cosa sei stato e come hai visto il mondo intorno a te. ‘Neath a crown of mongrel trees /I pulled that bothersome thread/Got down on my knees/Grabbed my pen and bowed my head/Tried to summon all that my heart finds true/And send it in my letter to you (da Letter To You).

19 – Hey ClockfaceElvis Costello (uscito il 30 ottobre)
E siamo arrivati al cambiamento. Nel lungo tour di questi 20 album (più uno) sembra fatto apposta per il momento attuale che stiamo vivendo. Costello, gran musicista e vecchia volpe della musica, pubblica un album che eclettico è dir poco. È nel suo stile, questa volta però ha osato in modo provocante ed eccentrico saltare da un genere all’altro, a dimostrazione che può farlo solo chi la musica la conosce (e la suona) per davvero. Registrato una parte in solitaria in piena pandemia nello studio Suomenlinnan di Helsinki e, quindi, a Parigi con un quintetto jazz costituito per l’occasione, ha partorito 14 canzoni, ognuna un mondo a sé, che parlano di tutto quello che siamo e siamo stati. A partire da Revolution #49, primo brano (parlato) con un attacco “magico” alla Dhafer Youssef: «Love is the one thing we can save», dice con voce scura e ben scandita. Da qui in poi è un crescendo. In No flag sembra un punk che tira le somme del suo credo: «I’ve got no religion, I’ve got no philosophy, I’ve got a head full of ideas and words that don’t seem to belong to me». E così andando. C’è anche del swing, omaggio a Fats Waller, pianista famoso (e corposo) in attività negli anni Trenta, noto per le sue espressioni facciali e per quegli occhi che roteava come un posseduto (Hey Clockface/How Can You Face Me). Cambiare non solo si può, ma si deve…

20 – Idiot PrayerNick Cave – Alone at Alexandra Palace (uscito il 20 novembre)
È un docufilm trasmesso in steaming a pagamento in luglio (doveva essere nelle sale in Italia dal 16 al 18 novembre, ma il lockdown che ha messo il lucchetto anche ai cinema i e ai teatri ha fatto saltare il tutto) e un disco uscito in Italia a novembre. In questo mese sembrava d’essere ripiombati a marzo: la seconda ondata di contagi era un fiume in piena. Come lo sono le canzoni registrate dal magico musicista australiano nel vittoriano Alexandra Palace di Londra a giugno, nelle fasi finali del lockdown inglese. Radio 3 della Rai ha trasmesso l’intero concerto nella notte tra domenica 8 novembre e lunedì 9 in collaborazione con EBU (European Broadcasting Union). All’Ally Pally, da solo senza i sui Bad Seeds, Cave ha voluto dar vita a quello che è un suo progetto, al di là del momento storico, cercare l’intima essenza del suo lungo percorso artistico e personale, soprattutto dopo la morte del figlio Arthur nel 2015, destrutturando 22 suoi brani, riducendoli all’osso: la sua voce baritonale e un pianoforte. La magia di questo lavoro sta propio in questo momento di estrema intimità dell’artista che cerca di tessere un filo, sottile ma solido, della sua vita, in modo da non perdere l’essenziale, che poi è quello che conta, senza sovrastrutture né make up. Ed ecco, dunque, Papa Won’t Leave You, Henry (1992) qui nella versione originale con i Bad Seeds e qui in quella “alone”. Lo stesso dicasi per Galleon Ship, qui e qui: solo due esempi del lavoro di questo straordinario artista. Arie novembrine che mi hanno fatto riflettere…

E siamo arrivati al “più uno”. Si tratta di un disco uscito il 4 dicembre per la prestigiosa etichetta Deutsche Grammophon. Un disco piuttosto particolare, di musica classica contemporanea, di non facile ascolto, ma in qualche modo catartico. Sto parlando di L.I.T.A.N.I.E.S del belga Nicholas Lens. Una piccola opera da camera il cui libretto è stato scritto da Nick Cave, sì ancora lui! Opera minimalista, essenziale, frutto, anche questa, del lockdown. Lens l’ha eseguita con 11 musicisti che, a turno, sono andati a casa sua per registrare i singoli “interventi”. Nel comporla ha voluto rappresentare la pace – che ha anche un senso di cupa bellezza e dolcezza – che lui stesso ha avvertito nei templi Zen giapponesi, durante un viaggio nel Sol Levante. Suono minimal, testi altrettanto “ossuti”. Vere e proprie litanie «Where are you? Become yourself so I can see you» sussurra Clara-Lane, moglie di Lens, coinvolta nel lavoro perché in quarantena, nella prima litania, Litany of Divine Absence. E così, una per una, come in un rosario, scivolano le 12 litanie, tra archi, accenni di pianoforte, qualche fiato, e qualche intervento canoro dello stesso Cave come in Litany of Gathering Up. Disco per me preparatorio alla fine di questo 2020. Una sorta di cammino meditativo e di purificazione.

Spike Lee, un musical e il Viagra…

Nel gran bordello di queste ore tra bollettini (uno al giorno per la Calabria in cerca disperata di un commissario), proclami (ho trovato fantastico quello di qualche ora fa di Fontana, presidente della Regione Lombardia: «Siamo arrivati sul plateau, ora inizia la discesa», immagine plastica!) e vendette (esemplare il titolo sul New York Times: «Trump Fires Christopher Krebs, Official Who Disputed Election Fraud Claims», Trump licenzia – via Twitter – il responsabile della sicurezza e correttezza delle recenti votazioni che aveva osato dichiarare l’assenza di frodi…) c’è una news che mi ha messo di buon umore.

L’ha pubblicata una rivista americana, Deadline, giornale che fornisce breaking news da Hollywood (ripresa da molti giornali nel mondo): Spike Lee dirigerà un film musicale che racconta la storia del Viagra. Proprio lei. La pastiglietta blu che ha rivoluzionato la vita sessuale di milioni e milioni di persone prodotta dalla Pfizer, casa farmaceutica sulla cresta dell’onda oggi per il vaccino contro il Covid19, verrà dunque celebrata da un regista da sempre fuori dagli schemi, impegnato, sarcastico.

La sceneggiatura sarà scritta dallo stesso Lee e da Kwame Kwei-Armah (l’attore e drammaturgo inglese) ed è tratta da un articolo pubblicato sulla rivista Esquire da David Kushner dal titolo: All Rise: The Untold Story of The Guys Who Launched Viagra (Tutti si alzano: la storia mai raccontata dei ragazzi che hanno lanciato il Viagra).

E veniamo alla musica, il nostro piatto forte. Sempre secondo il giornale californiano sarà affidata al duo Heidi Rodewald & Stew, la prima, musicista specializzata in musical, il secondo, al secolo Mark Stewart, musicista e drammaturgo. Stew ha scritto e musicato con Heidi  Passing Strange, musical che fece un gran successo e che vinse il Tony Award nel 2008. Narrava le vicende di vita e artistiche di un musicista afro americano in Europa. L’opera rock fu ripresa dallo stesso Spike Lee nel 2009 con un docufilm sul musical dallo stesso titolo.

Ritorniamo alla magica pillolina blu e al film: il titolo non c’è ancora. Tanto che Deadline ci scherza su, invitando i suoi lettori a trovarne uno giusto… Fantasia all’opera!

“Power Up”, a voi il nuovo disco degli AC/DC!

Ed eccoli, son tornati… Dopo sette anni di silenzio dall’ultimo album pubblicato il 28 novembre del 2014, Rock Or Bust. Lì, a suonare la chitarra ritmica, non c’era già più Malcolm, ammalato e poi passato per sempre nelle praterie del Rock il 18 novembre 2017.

Gli AC/DC son tornati. Riapparsi plasticamente con Power Up, ve ne avevo parlato lo scorso ottobre, quando misero on air il brano di anticipazione del disco, Shot in the Dark, uscito, per una strana coincidenza, lo stesso giorno della morte di Eddie Van Halen. Oggi, 13 novembre ecco l’album in gran spolvero. In tanti lo aspettavano, anche il mio amico Andrea, avvocato di professione e collezionista seriale di vinili e cd di hard rock, punk e metal (17mila dischi e 14mila cd, mi inchino dinanzi a tanta potenza!).

A questo punto dovrei tentare una recensione. Fossi un critico, direi che i grandi maestri dell’hard rock ora sono dei ricchissimi pensionati pieni di acciacchi, sopravvissuti alle vicende di una band immolata al più puro istinto Rock. Brani più o meno simili e via discorrendo. Ma non voglio farlo, perché sarebbe sommamente ingiusto. La Young Family e i loro cari fratelli di palco sono degli strepitosi, potenti, onesti, indefessi lavoratori Rock. Si muovono all’unisono, non sono una band ma un uomo solo, un Mazinga perfetto, che esiste grazie al cuore e al sangue di tutti, anche di Stevie, nipote di Malcolm e Angus (detta così, può sembrare un ragazzino, ma  in realtà il figlio di Stephen Crawford Young Sr, fratello di Malcolm e Angus, morto a 56 anni nel 1989, l’11 dicembre prossimo compirà 64 anni, uno in meno di Angus…).

Lo ha confermato più o meno così lo stesso Angus, il boss del gruppo: gli AC/DC sono un palazzo con fondamenta profonde, ben costruito che difficilmente crollerà. Brani nuovi e ripresi da vecchie canzoni composte anche con Malcolm. Angus ci tiene a dirlo al mondo. Malcolm era duro, critico con se stesso e gli altri. È così che si sono mossi anche per Power Up. Lo spirito di Malcolm aleggiava a Vancouver dentro lo studio di registrazione…

Questo nuovo lavoro suona forte e chiaro. L’ho messo in cuffia e ho chiuso gli occhi. Sono loro, gli AC/DC, inconfondibili. Angus risolve i brani con riff che riescono ancora a sorprendere, Brian Johnson il cui canto suona, come ricorda il critico di Rolling Stones nella review del disco, come il tubo di scarico di un camion incazzato, ce la mette tutta e, credetemi, non è facile fare quel falsetto all’acido puro, soprattutto se l’anglo-italiano annovera 73 primavere.

Sono loro, certo, Angus stretto nel suo costumino infantile, Brian con la coppola British, Cliff Williams, 70 anni, con i suoi jeans attillati e un basso che ha l’effetto del martello di Polifemo, Phil Rudd, 66 anni, la faccia da duro e la cassa simile a un metronomo. E poco importa che il riff di Code Red assomigli decisamente a quello di Back in Black (album storico di cui si sono festeggiati i 40 anni in luglio, il vero grande successo planetario della band scritto per ricordare Bon Scott, l’allora cantante della band,morto per eccessi d’alcol, ufficialmente), o che la potente Demon Fire ricordi particolarmente Whole Lotta Rosie (brano tratto dall’album Let There Be Rock del 1977). La musica degli AC/DC è questa. Non si pretenda altro.

Una macchina oliata che esegue alla perfezione quel Rock incazzato e battuto che, partito dal Blues è diventato Hard Rock e che è stato imitato da generazioni. Questi sono e questi rimarranno, consapevoli di essere, nonostante gli anni e gli acciacchi, sempre i migliori. Pochi possono permetterselo. Forti dei milioni e milioni di dischi venduti, della potente presenza sul palco e dei riff di Angus che hanno fatto studiare centinaia di chitarristi o aspiranti tali.

Ascoltare e – si spera – andare anche a vedere gli AC/DC è come entrare in un Luna Park dove sai quello che trovi, persino le emozioni che proverai. O come degustare un invecchiato e buon whisky delle Highlands. I sapori, i retrogusti, l’esplosione dell’alcol in bocca… tutto quello che ti aspetti. Anzi, meglio!

Bruce Springsteen: “Letter To You”, un disco e un grande docufilm…

Frame da “Letter To You” di Thom Zimmy

Bianco e nero. Bianco di neve e luce invernale, nero dei boschi del New Jersey, le impronte lungo le strade, chiaroscuri ad accentuare il tempo che passa e a ricordare che lui, il tempo, non risparmia nessuno. Eppure in questa fatale e ammaliante bicromia che in sé ha del raffinato e del malinconico, c’è una speranza. Anzi, due, l’amicizia, quella vera, e il rock’n’roll. Facce scavate dal tempo, volti cambiati, occhiali al naso per leggere le partiture, pancette più o meno prominenti, una vena di tristezza che il sorriso e i ripetuti brindisi scacciano e rendono complici, sono il filo conduttore del film che Bruce Springsteen ha rilasciato per Apple TV venerdì scorso. Il titolo è quello dell’album, uscito lo stesso giorno, Letter To You.

Dodici brani scritti apposta per essere suonati dalla E Street Band, i musicisti che hanno accompagnato il Boss – e continueranno a farlo, è una promessa! – nei suoi concerti da 45 anni a questa parte. Un album scritto in dieci giorni da Bruce, chitarra e voce, e poi riproposto al gruppo come un canovaccio su cui costruire insieme, e registrato in appena cinque giorni.

Insieme. Perché quando lui suona con la sua band tutto si fonde, si interseca, avvolge, cresce e trova la luce. Questo il senso del docufilm in bianco e nero, un’ora e trenta minuti per assistere alla nascita del nuovo album del Boss con gli Streeter, ma anche per ricordare, tirare le somme di una vita dedicata alla musica. A 71 anni per un artista è quasi un imperativo. Guardarsi indietro, accettare la vecchiaia che avanza e il dolore per le perdite di persone care e amici – altro tema fondamentale della pellicola firmata dal suo fidato Thom Zimmy.

Ed ecco che, minuto dopo minuto, con il solo filo conduttore dei brani da costruire, esce prepotente la vita del Boss: «Mi ritrovo in una conversazione lunga 45 anni con questi uomini e queste donne», spiega all’ascoltatore. Il perché del docufilm e della necessità di narrare anni straordinari, molto oltre i suoi sogni e aspettative, è che sente ancora «un bisogno assoluto di comunicare. Lo avverto quando mi sveglio al mattino, mi accompagna durante la giornata ed è ancora lì la sera, quando vado a dormire». Una necessità che nemmeno lui si spiega: «Magari è solitudine, fame, ego, ambizione, desiderio, bisogno di far breccia, essere ascoltato, riconosciuto…», racconta all’attento pubblico.

Un altro Frame da “Letter To You”: la E Street Band con il Boss

Questo è lo Springsteen che siamo abituati a vedere, gli occhi che si illuminano quando arrivano i suoi musicisti, Steve Van Zandt, Max Weinberg, Roy Bittan, Gary Tallent, Patti Scialfa (Schialfa, strisciando la a, come pronuncia il cognome della donna che lo segue nella vita e sul palco da quasi mezzo secolo). E ancora, Nils Lofgren, Charlie Giordano, Soozie Tyrell, la violinista, quest’ultima, una fugace apparizione nel film. All’appello mancano il tastierista Danny Federici, morto a 58 anni, nel 2008, per un melanoma, e il sassofonista Clarence Clemons, Big Man, andatosene per un ictus nel 2011, a 69 anni. Li ricorda, Bruce, perché sono lì con lo spirito, e ogni brindisi è anche per loro. Fisicamente al sax oggi c’è il nipote di Clarence, Jake, entrato di diritto nella E Street da anni, alla sua prima esperienza nella fattura di un album nuovo di zecca. Senza dimenticare Jon Landau, il critico musicale e manager della rockstar, che, a vederli suonare insieme, non risparmia qualche lacrima trattenuta a stento e una evidente commozione. Colleghi, amici, amori, la famiglia allargata di Bruce.

Frame da “Letter To You”

Tra i ricordi, si spinge fino alla sua gioventù, come un vecchio saggio che ha ben chiaro il suo percorso di gioie e dolori. Anzi, l’idea dell’album viene proprio dalla morte di uno dei suoi grandi amici di scuola e adolescenza, George Theiss. Nell’estate del 2018 un tumore ai polmoni se l’è portato via. Lui, musicista, l’ex fidanzatino di Ginny, sorella di Bruce, è quello che ha introdotto il Boss in una vera band, i Castiles, attivi tra il 1965 e il 1968. Erano anni in cui si sperimentava, la musica era un campo di confronto, battaglia, scoperta e i sedici anni del Nostro contenevamo tutta la forza, la rabbia, le paranoie di un adolescente. La morte di Theiss l’ha fatto riflettere, lo ripete in ogni intervista. Lui è rimasto il solo membro ancora in vita dei Castiles. Inevitabile pensarci… Non a caso per Letter for You ha ritirato fuori dei brani vecchissimi, addirittura del ’72, scritti prima di Greetings from Asbury Park, N.J., il suo primo disco del 1973, come If I Was The Priest, con assolo finale di Van Zandt…

Frame da “Letter To You”

E così scorre, registrazione dopo registrazione, battute dopo battute, la vita del Boss e di quella di un gruppo di artisti legato da note, discussioni, amicizia, passioni… Non manca un accenno all’Italia. Dice Steve: «Apriremo il nostro tour a San Siro, San Siro! Lì ci arriva mezza Italia, ci amano…».

Si va verso l’epilogo. Il drone continua a riprendere la campagna dove vive Bruce e la casa adibita a studio di registrazione, zeppa di chitarre, l’Hammond, persino il Glokenspiel originale che suonava Federici, quasi una reliquia («Il suo fantasma ci perseguita…», dichiara).

Fine e tempo di conclusioni, a volo di drone, apparentemente amare: «L’età. L’età ti dà la visione, come la nitidezza della mezzanotte, sui binari osservando le luci del treno che sta arrivando…». Non resta più molto tempo, solo qualche notte stellata, qualche bella nevicata… È la malinconia di sapere che si è vissuto ma resta la consapevolezza che c’è ancora tanto da fare, il proprio lavoro, l’amore per la famiglia, quelle piccole attenzioni che fanno grande un uomo e che, guardandosi allo specchio lo rendono orgoglioso di come ha vissuto. È forse questo il più bel messaggio del nuovo lavoro di Springsteen.

Lo si può amare – ho tanti amici che da anni lo seguono in tutti i concerti d’Europa, discepoli fedelissimi – o contestare per il suo genere di musica. Di certo gli si deve rendere atto che è un uomo tenace, positivo, curioso, un vero rocker. Scolpito nel granito. Ve ne consiglio la visione e l’ascolto. E quelle sensazioni che riesce a trasmettere con le parole e la musica, le sue, di sicuro potrebbero diventare le vostre. Rara sintonia in un artista…

Interviste/ Claudio Sanfilippo e la sua canzone d’Arte

Claudio Sanfilippo – Foto Lorenzo De Simone

Provenendo dagli anni Settanta, oltre a bigoi in salsa, birramedia e rock, da adolescente sono cresciuto anche a soppressa, vinrosso e cantautori, quel particolare e molto personale genere che noi italiani abbiamo esercitato in maniera egregia per oltre un ventennio. Forse, meglio ancora dei nostri cugini francesi, concentrati su storie malinconiche, chansonnier dalla voce profonda e impostata, come Jacques Brel e Leo Ferré, che raccontavano di passioni e nostalgie, mettendo in musica veri e propri romanzi.

«Noi cantautori italiani siamo da sempre più inclini alla poesia, una questione culturale». Incontro via whatsapp – per esigenze di tempi e lavoro – Claudio Sanfilippo, milanese, 60 anni, cantautore, scrittore, poeta, comunicatore… Insomma, personaggio eclettico che di musica e versi non può proprio farne a meno.

Ascoltatevi l’ultimo suo lavoro, nato e stimolato dal lockdown, dal titolo Contemporaneo. Quattordici brani, alcuni scritti di getto, altri tenuti nel cassetto e rielaborati, un paio presi a prestito da due mostri sacri della musica e rivisti… «Mi sono fermato a 14 perché me lo sono imposto, ma avrei continuato a scrivere e comporre», precisa rollandosi una sigaretta e guardandomi dritto in camera.

Claudio ti ho cercato perché, parlando di musica, non posso tralasciare il capitolo “cantautori”, genere che ha plasmato più di una generazione. Come definiresti oggi la canzone d’autore?
«Difficile e lunga risposta. Ho iniziato ad avvicinarmi alla musica e a suonare negli anni Settanta quando la canzone d’autore era nella sua massima espressione. C’erano grandi protagonisti, c’era una scuola importante. Lucio Dalla e Francesco De Gregori riempivano gli stadi, c’erano Pino Daniele e Francesco Guccini. Artisti molto diversi tra loro per musica e testi, ma che, comunque, stavano tutti sotto lo stesso cappello, quello della canzone d’autore, appunto. Le cose sono radicalmente cambiate con l’avvento dell’Mp3 e la conseguente fine dei dischi e dei Cd, supporti fisici. Il valore che davi prima lo testimoniavi con l’acquisto del disco, dal desiderarlo perché, di fatto, premiavi il lavoro e il percorso di un artista. Con l’Mp3 la musica è stata sdoganata come un prodotto praticamente gratuito».

Si è passati anche a una musica di più facile presa
«La canzone d’autore non è mai stata musica di consumo. Detto ciò, abbiamo assistito a un progressivo scadimento della proposta musicale, di quei generi che puntavano alla qualità e all’autenticità».

Claudio Sanfilippo – Foto Lorenzo De Simone

Più che canzone d’autore ami definirla canzone d’Arte…
«Non vorrei apparire un “trombone”, ma sì, credo che sia la definizione più corretta di quello che faccio. Nel senso più semplice del termine, una musica d’artigianato, dove tutto è fatto e pensato dall’artista, come un dipinto o una scultura. Canzone d’Arte perché – e qui sta la differenza con gli altri generi – si scrive e si compone senza avere un legame con il mercato, perché cerca una cifra stilistica che piaccia, innanzitutto, all’autore. Con Contemporaneo ho ricevuto recensioni molto buone dai critici musicali, mi ha fatto molto piacere, ma queste, oggi, non valgono granché se non per una soddisfazione professionale».

Anche la critica musicale è in crisi?
«Sì, perché non è più il baricentro, quel filtro che guardava all’effettivo valore del lavoro e dell’artista, nel bene e nel male. I critici facevano sì che certe proposte non potessero avere accesso al mondo della musica ascoltata, guardavano alla sostanza. Oggi succede l’opposto».

Capita anche nell’editoria… tu ne sai qualcosa, visto che sei anche uno scrittore, e hai pubblicato diversi libri.
«Il discorso qui è un po’ diverso: i libri, forti delle esperienze musicali, hanno tenuto botta. Nel mondo dell’editoria c’è ancora gente più competente rispetto a quello discografico, dove il livello è sceso in una decrescita costante. Non si richiedono più competenze musicali ma di marketing. Pensa solo al concetto di “radio libera”. Oggi fa sinceramente sorridere…».

Tornando alla canzone d’autore…
«È l’espressione migliore della musica italiana dopo la canzone napoletana. Da Modugno in poi, passando per Tenco, De Andrè e via elencando. Una scuola valida quanto quella degli chansonnier francesi. L’Italia è un Paese di poeti, la Francia, di romanzieri, qui sta la vera differenza tra le due anime».

Veniamo a Contemporaneo: dentro c’è bossa nova, americana, cantautorato più puro. E poi… c’è la bella El Pepe. Insomma, oltre che musicista, poeta e scrittore tu sei anche un grande esperto di calcio e un tifoso del Milan…
« (Ride, n.d.r.). Con El Pepe, il mitico uruguaiano di origini italiane Juan Alberto Schiaffino, uno dei calciatori più dotati di tutti i tempi, volevo celebrare il calcio ma soprattutto ricordare mio padre. Per lui El Pepe era il più grande, quando lo si nominava gli si illuminavano gli occhi. Il testo l’ho scritto a quattro mani con il mio amico Gino Cervi».

Il lockdown è stato il “responsabile” del tuo disco?
« (Finisce di rollarsi l’ennesima sigaretta, n.d.r.) In quei giorni mi aggiravo per casa facendo telefonate di lavoro, poi mi è caduto l’occhio su un testo che avevo scritto lo scorso anno e di cui me ne ero completamente scordato. Era Contemporaneo, brano che poi ha dato il titolo al disco uscito a metà maggio. Parlava di un mondo “post tutto”, molto attuale per la situazione che stiamo vivendo. Per la prima volta ho scritto una canzone “politica”. L’ho pubblicata in aprile. Doveva essere parte di una sorta di Q-disc (oggi si chiamerebbe EP, n.d.r.). Ho cominciato a incidere tre, quattro brani, chiedendo l’aiuto, ognuno a casa propria, di amici musicisti (Danilo Boggini, Max De Bernardi, Claudio Farinone, Rino Garzia, Massimo Gatti, Domenico Lopez, Danilo Minotti, Cesare Picco, Francesco Saverio Porciello, Marco Ricci, Val Bonetti, Umberto Tenaglia, oltre ai figli di Claudio, Emma e Giacomo, quest’ultimo autore anche della bella copertina, n.d.r.). Ero entrato in una specie di bolla, una “fregola” durata una quindicina di giorni. Alla fine mi son fermato a 14 brani, ma ne avrei scritti molti altri. Tutto è stato registrato a casa, da me».

Ci sono anche due pezzi tratti da canzoni di due mostri sacri, Nick Drake e Bob Dylan…
«Un paio d’anni fa avevo adattato Northern Sky di Nick Drake in italiano (Cieli del Nord), costruendo un arrangiamento per chitarra in accordatura aperta. Ho chiamato Cesare Picco, musicista che conosco da una vita, fin da quando, lui ventenne, io trentenne, suonava il pianoforte (già allora, meravigliosamente bene) di casa mia, nelle serate indimenticabili del “tempo dell’adunanza”. Trattasi di “pianoforte visionario”. Quanto a Dylan il discorso è diverso. Nel cassetto ho 26 sue canzoni che ho tradotto in italiano. Nessuna, è pura coincidenza, appartiene a quelle che Francesco De Gregori ha usato per il suo album (De Gregori canta Bob Dylan – Amore e Furto, 2015, n.d.r.). Ho un progetto: realizzare un doppio album scegliendo canzoni poco conosciute. Oltre la montagna è la rivisitazione di Cross the Green Mountain, brano scritto per il film Gods and Generals sulla guerra civile americana, del 2003».

L’anno scorso hai confezionato anche un altro gran bel disco, molto intimista, chitarra e voce, Boxe. E qui c’è anche lo zampino di un altro straordinario musicista e producer, Rinaldo Donati, artista che ho intervistato qualche mese fa…
«Tutto è nato proprio dalle serate che s’era inventato Rinaldo nel suo studio, i “Maxine Live”. La puntata numero zero l’ha fatta con me. Doveva servire a provare una chitarra classica baritono fatta apposta per me da Fabio Zontini, liutaio di Gorra (Savona). Le canzoni, 14, le avevo scelte tra quelle composte tra il 1981 e il 2017. Da lì è nato il tutto, registrato in due pomeriggi alla Maxine Production. Un instant album registrato in poche ore, un mio piccolo manifesto personale, nella più pura canzone d’autore – che sta in piedi con voce e chitarra – completamente fuori tempo, doveva essere pubblicato 30, 40 anni fa. È una testimonianza, e per questo l’ho voluta incidere solo su cd e, da qualche settimana, su vinile. Non esiste in streaming, la voglio preservare in “dimensione pura”».

Claudio Sanfilippo – Foto Lorenzo De Simone

Se non sbaglio hai altri progetti oltre al “Dylan Album”.
«Sì altri due. Il primo è ILZENDELSWING, progetto che sto portando avanti con amici musicisti da alcuni anni (brani swing cantati in milanese, n.d.r.) che dovrebbe vedere un album nel 2021 dal titolo Americana. Il secondo, ispirato da un libro di Giorgio Terruzzi pubblicato nel 2004, Fondocorsa. Mille Miglia, una vita e un gatto, un episodio romanzato nella vita di Alberto Ascari, grande pilota. Ho scritto otto canzoni, tutte intorno a questo mondo, dove si parla di velocità, morte e scaramanzia. Tre concetti fondamentali. Se l’album Automobili di Lucio Dalla (1976, n.d.r.) narrava storie ed emozioni vissute dall’esterno, quello che sto cercando di fare è trasmettere le stesse emozioni viste dai protagonisti. Lui estroverso, io introverso».

Canti anche in milanese. In Contemporaneo c’è Viandant
«Le mie produzioni musicali sono sempre state in italiano e in milanese, mi sono sempre diviso tra blues acustico e swing. Sono sempre stato bipolare (ride, n.d.r.). I dischi che mi porterei nella famosa isola deserta sono Amoroso di João Gilberto e Blood on the Tracks di Bob Dylan. Due lavori che non hanno nulla a che vedere uno con l’altro. Bipolare, appunto!».

Ultima domanda, giuro! Cosa ascolta Claudio Sanfilippo?
«Sono sempre stato onnivoro. Da giovane sono stato travolto dalle passioni, jazz e Bossa Nova, da Chico Buarque e Tom Jobim. Ascoltavo anche rock e musica classica, avevo l’abbonamento ai pomeriggi musicali del Conservatorio di Milano. Ultimamente sto tornando ad ascoltare musica classica, le mie vecchi passioni, Chopin e Mahler. Mi piace il jazz del chitarrista norvegese Terje Rypdal, un grande, e il bluegrass – swing del chitarrista Tony Rice».

Sign O’ The Times: consacrazione o abuso di un mito?

Mi sto ascoltando l’album “espanso” Sign O’ The Times (Super Deluxe) uscito il 20 settembre scorso. Sign O’ The Times è forse – sicuramente per molti – il disco capolavoro di Prince, morto il 21 aprile 2016, uscito nel 1987. Un apparente intricato groviglio di generi, musiche, testi, partoriti dalla mente del mitico musicista di Minneapolis. Disordine creativo che aveva, eccome, un ordine, una serie di piani di lettura, a ben ascoltare, che si intersecano e si espandono in altri orizzonti. Insomma, una specie di matrioska del pentagramma. Qualcuno, ai tempi, l’aveva definito uno spartiacque per la musica afroamericana e per la sua stessa carriera. «L’ultimo grande album R&B prima che l’hip hop diventasse la forma dominante della musica pop dell’America nera» (Michaelangelo Matos dal libro Sign O’ The Times publicato per Bloomsbury nel 2004).

La nuova versione di Sign O’ The Times conta 92 brani, tutti scritti e suonati dallo stesso Prince, senza i Revolution, esperienza finita più o meno in quel periodo. Una raccolta “confezionata” da Michael Howe, responsabile dello sterminato archivio di Prince, in collaborazione con la Prince Estate e la casa discografica (NPG Records su licenza Warner Records). Una rilettura di pubblica utilità, si potrebbe dire, del genio strabordante di Prince. E fin qui tutto ok. Raccolta iperinteressante, avvincente per molti versi.

Ma… Sì, c’è un ma, uno scrupolo di coscienza, potrei definirlo. Che genera una domanda: è giusto sfruttare inediti di un artista che non c’è più? Non è una violazione della sua intimità, della sua scelta di tenere da parte brani che, forse, dovevano/potevano servire ad altro nelle sue intenzioni?

È vero, i fan ringraziano, hanno ricevuto dell’ottimo cibo stellato da degustare, ma quanta memoria abbiamo violato per arrivare a ciò? Della difesa strenua della sua musica Prince ne ha fatto un cavallo di più battaglie, contro le case discografiche (vedi la Warner), gli streaming (bussa a Spotify) o i filmati non autorizzati (rivolgersi a YouTube).

Ora, probabilmente per mettere a frutto il patrimonio da dividere tra gli eredi, si incrementa il flusso di denaro grazie a Prince che è cenere. La Prince Estate ringrazia e con lei la casa discografica. Così era successo, ed è storia, a Jimi Hendrix, con le uscite postume di album che ne hanno sì, aumentato la leggenda, ma che suonavano tanto di “abuso di cadavere”.

Davvero, non so se sia giusto o meno sfruttare il patrimonio artistico di musicisti del calibro di Prince, o di Jimi, o di 2Pac… E non prendetemi per uno dei tanti “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Sento solo un senso di disagio nell’ascoltare brani che sembrano “violati” dal silenzio perenne di una persona che non esiste più. Il mito va saziato per rimanere tale. Passi. È il costo etico di questa operazione che mi lascia perplesso. Probabilmente son fatto male io.

Hip Hop: Denise Chaila e Pan Amsterdam, due artisti fuori dal coro

Oggi vi voglio parlare di hip hop. O meglio, di un certo tipo di hip hop, non propriamente di largo consumo e appiattito su canoni commerciali. Me ne hanno dato l’occasione due album usciti lo stesso giorno agli inizi di ottobre. Si tratta di due artisti molto diversi tra loro, per provenienza e formazione, ma che, seppure con tutte le dovute e rispettabili differenze, hanno in comune quel certo modo di sentire e interpretare un genere, riportandolo alla sua essenza primordiale con freschezza e coscienza musicale.

Passiamo ai nomi. La prima è una giovane zambese naturalizzata irlandese. Si chiama Denise Chaila. Nata a Chicankata, Zambia, da anni residente in Irlanda, a Limerick, dove vive tuttora. Padre neurologo, madre radiologa, lei una laurea in sociologia, anche se la madre, come ha dichiarato la stessa artista recentemente in un’intervista, la vedeva un avvocato di successo. Denise s’è avvicinata al rap nel 2012, collaborando con i Rusangano Family, crew di Limerick e con altri artisti irish.

Giusto aprire un inciso: l’Irlanda sta vivendo un buon momento quanto a hip hop. La versione irlandese vanta buoni nomi, Costello, Ophelia McCabe, Lethal Dialect (al secolo Paul Alwright), Mango X Mathman, Kojaque, e ora anche Chaila. In un bell’articolo su The Journal of Music di qualche settimana fa Andrea Cleary, l’autrice, sintetizzo, scrive che può apparire un ossimoro che il paese di Joyce, Beckett, della giovane Sally Rooney e di Yeats si stia spostando nella metrica hip hop. Eppure non è così: l’Irlanda ha i suoi nuovi poeti, «il prossimo, logico passo per la nostra nazione di parolieri», scrive la Cleary. E Denise Chaila con il suo primo album pubblicato il 2 ottobre dal titolo Go Bravely contenente il brano Chaila, diventato l’hit dell’estate irlandese, è certamente su questa strada.

Testi ricercati, sfrutta la sua identità multietnica per intrecciare storie che racchiudono culture e modi di vedere diversi, che parlano della sua esperienza, del razzismo, dell’integrazione… in Chaila rappa: «Sono di parola/E il mio nome è la mia parola/ L’anima del mio mondo (e)/ Non è Chillay/ Non è Chilala/ Non un boccone amaro da mandare giù/ Chailie o Chalia/ Chia, Chilla, Dilla/ Quello non è il mio nome/ Dì Il mio nome/ Chaila/ Chaila/ Chaila/ Chaila/ Chaila…». In Go Bravely, brano che chiude il disco, interpretata con il rapper MuRLI va oltre: «Sii l’intrepido esploratore di ciò che è sconosciuto, ignora le persone che non riescono a capire che sei molto di più, più del tuo dolore, più del tuo trauma, più delle persone che conosci, delle cose che fai o del modo in cui sei cresciuta. Prenditi del tempo per studiare la tua anima, osserva e vedi, punta in alto e pensa intensamente, vai e basta, coraggiosamente!». Con Denise Chaila le parole vengono prima della musica, a costo di rendere quest’ultima un etereo ma efficace e solido scheletro su cui appoggiare i concetti che le interessa sostenere.

Lo stesso giorno dell’uscita di Go Bravely, vedeva la luce anche HA Chu, nuovo lavoro di Pan Am (che sta per Amsterdam). E qui entriamo in un altro mondo. Pan Am è l’alter ego di un musicista jazz, un trombettista, adocchiato agli inizi del Duemila come una delle promesse del jazz newyorkese, Leron Thomas. Molto critico con le label jazz ed evidentemente deluso da un mondo che non immaginava così, ha deciso di vivere una vita parallela, fondendo stili, sperimentando, usando l’hip hop come filo conduttore. Quello che ne è uscito (Pan Am è in attività da un paio d’anni) è «un’altra musica», come l’ha definita lui stesso, «collisioni a ruota libera di generi e collaborazioni». Nello specifico, HA Chu è il frutto di una tournée che il trombettista ha fatto con Iggy Pop lo scorso anno. L’Iguana, lo aveva chiamato per scrivere e produrre il suo album Free, pubblicato il 6 settembre del 2019.

Si tratta di registrazioni catturate, molti vocali di amici che ha incontrato durante i concerti. Un album strano, dark, con inevitabili accenti jazz, trombe nostalgiche. Ascoltate Carrot Cake, costruita su una base tipicamente afro-disco anni Settanta, dove “rappa”: «Trying to control my fate?/ Have a talk with your mom after I’m done with carrot cake», «Stai cercando di controllare il mio destino? Parla con tua madre dopo che ho finito la torta di carote». Molto bello il breve intervento di tromba che chiude il pezzo.

Probabilmente è stato un caso, ma sempre il 2 ottobre Leron Thomas ha pubblicato un altro disco, questa volta con il suo vero nome, per l’inglese Lewis Recordings dal titolo More Eevator Music. Anche qui grandi contaminazioni e la collaborazione con musicisti di molte estrazioni, dal rocker Iggy Pop al rapper poeta Malik Ameer Crumpler, dal jazzista Florian Pellissier, al bassista Kenny Ruby e al batterista Tibo Brandalise sezione ritmica che ha suonato con Iggy. Se non lo conoscete, ascoltatelo, ne vale la pena.

Triste addio a Eddie Van Halen, il ritorno degli AC/DC

Due le notizie che oggi tengono banco, musicalmente parlando, e delle quali non si può esimersi dal parlarne.

Parto dalla morte di una rockstar. Un cancro s’è portato via a 65 anni Eddie Van Halen, uno dei grandi chitarristi rock del Novecento, un “Superhero”, come lo ha definito Gene Simmons dei Kiss. L’olandese, fumatore accanito, sapeva come far vibrare le corde della sua chitarra, era un virtuoso nel suo genere, anche se, confesso, lo ascoltavo alla fine degli anni Settanta (il primo album del 1978, chiamato semplicemente Van Halen, era un percorso forte e fantastico nel mondo dell’hard rock in tempi punk, basti pensare alla mitica Eruption) e non mi ha catturato, invece, l’evoluzione degli anni Ottanta, dove la band sfodera una delle canzoni più famose dell’universo Rock, Jump, dall’album 1984, hit che passa ancora in radio con regolarità.

L’hard rock anni Ottanta viene rivisto da Eddie e dalla band, rielaborato, riscritto, fa storia, anche se l’hard vira, passatemelo, verso il glam: i capelli cotonati, le “uniformi” da palco curate del cantante David Lee Roth, le vocine in falsetto tirate al massimo, i synt ad ammorbidire la ruvidezza di quella chitarra che generava note a profusione millimetrica. Quello stesso strumento, agitato e perfetto, che lui aveva battezzato Frankenstrat (costruito da lui stesso, un mix di pezzi sulla base di una Stratocaster, come ben ricorda Valeria Rusconi nel bel pezzo uscito oggi su Repubblica), aveva cambiato timbro, pur rimanendo estremamente affascinante. Bravura e genio – era il re incontrastato del tapping, difficile tecnica che consiste nel suonare con entrambe le mani sul ponte della chitarra – condizioni essenziali per essere una rockstar quale era. Rip, Eddie…

Altra news da tenere in conto. Sempre ieri, 6 ottobre, e sempre nel mondo del Rock, a una morte risponde una rinascita: gli AC/DC mettono on line il singolo, Shot in the Dark – della serie: uno “shottino” non si nega a nessuno – brano-presentazione del loro nuovo album in arrivo il prossimo 13 novembre, Power Up, dopo sei anni di silenzio. Della formazione storica, quella di Back in Black per intenderci, sono rimasti in quattro, Angus Young, chitarra solista, Brian Johnson, voce, Cliff Williams al basso e Phil Rudd alla batteria. Con loro alla chitarra ritmica c’è sempre Stevie Young, nipote di Angus e del defunto fratello Malcolm, già in attività con la band nel 2014. Quanto alla canzone: la definirei, rassicurante. Insomma, da AC/DC allo stato puro. Con un Brian Johnson in ottima forma, rinato dalla sordità grazie a un apparecchio che usa le ossa del cranio come ricevitore e che gli ha permesso di tornare a cantare, agli assoli del navigato Angus, alla sezione ritmica di Williams e Rudd, potente e “scudisciante”, as usual. Spesso tutto ritorna, anche gli AC/DC…

Famosi, impegnati, sofisticati. Tre anteprime di album che verranno…

Post per il fine settimana: voglio presentarvi tre anteprime di album che verranno, a ottobre. Sono “confezionati” da tre artisti diversissimi tra loro, famosi, impegnati, sofisticati. Come sempre accade, in preparazione all’uscita del nuovo disco, vengono rilasciati alcuni brani che gli autori scelgono come maggiormente rappresentativi del loro nuovo lavoro.

Parto dal sofisticato, anzi, sofisticata. Lei si chiama Emel Mathlouthi, 38 anni, cantautrice di Tunisi, residente a New York. Il prossimo 23 ottobre uscirà il suo nuovo lavoro The Tunis Diares. Si tratta di un doppio album, nove canzoni ciascuno, divise tra brani composti e cover di canzoni famose rivisitate dei Nirvana, Black Sabbath, Placebo, David Bowie, per citarne alcune. E proprio del mitico Duca Bianco è il brano disponibile all’ascolto, The Man Who Sold The World. Dal primo disco, invece, ecco Holm (A Dream). Lasciatevi incantare dalla sua voce magnetica e abbandonatevi ai suoi magici cerchi vocali… Come l’ha definito la stessa Emel, questo è un lavoro introspettivo che ha pensato e composto nella sua casa di Tunisi, dove era andata a trovare la famiglia e a festeggiare l’85esimo compleanno del padre. Il lockdown l’ha costretta nella sua stanza d’infanzia. E lì ha tirato le fila della sua musica, componendo sensazioni nuove e affidandosi ai suoi album preferiti, quelli che ascoltava da ragazza.

Andiamo all’impegnato. Si tratta di Matt Berninger, il 49enne frontman dei The National, band culto indie-rock di Cincinnati. Matt pubblicherà il 16 ottobre Serpentine Prison, il suo primo album da solista. Ieri, 10 settembre, ha rilasciato un altro brano One More Second, dopo Distant Axis e Serpentine Prison, brano che dà il titolo all’album e che chiude il disco. Il disco è prodotto da Booker T. Jones, il frontman dei Booker T & the M.G.’s, e vede alcune importanti collaborazioni artistiche come quelle con il batterista Matt Barrick, il polistrumentista Andrew Bird e Gail Ann Dorsey, bassista e compagna di palco per lunghi anni di David Bowie.

Infine il famoso. Molto famoso. Una delle rockstar planetarie. Sì, proprio lui, il Boss. Bruce Springsteen ha annunciato l’uscita del suo nuovo album Letter To You, in uscita il 23 ottobre prossimo. Si tratta di 12 brani suonati con la storica E Street Band. Una garanzia: album registrato “dal vivo”, nessuna sovraincisione, tutto filato liscio e chiuso in appena cinque giorni. Il Boss lavora così! Ieri Bruce ha rilasciato come anticipazione il brano che dà il titolo all’album, Letter To You. La tracklist incorpora anche la revisione di tre canzoni scritte e pubblicate negli anni Settanta, Janey Needs a Shooter, If I Was the Priest e Song for Orphans.

Buon ascolto!

Libano: un disco per la ricostruzione culturale del Paese

4 agosto 2020: un’esplosione potentissima causata da un deposito di nitrato di ammonio distrugge la zona portuale di Beirut. Il bilancio è di quasi 200 morti, migliaia di feriti, e oltre trecentomila persone che hanno perso casa e lavoro.

Danni per miliardi di dollari. La tempesta perfetta per un Paese, il Libano, già tecnicamente fallito, sepolto da un indebitamento spaventoso e quel martedì d’agosto anche dalle macerie. Si sta scavando ancora tra i palazzi crollati per cercare corpi e, magari, anche qualche persona ancora viva…

In tutto questo pauroso disastro, pochi giorni fa l’esercito libanese ha scoperto altre quattro tonnellate di nitrato di ammonio chiuso in quattro container, sempre nella stessa zona, all’ingresso del porto, come riportato dall’agenzia di stampa ufficiale Nna, news ripresa anche da Al Jazeera.

Vi sto raccontando tutto questo perché il 4 settembre scorso, a un mese esatto dall’esplosione, Ma3azef, rivista online di musica con sede a Tunisi, in collaborazione con Bandacamp (organizzazione creata per divulgare la musica di artisti indipendenti) ha rilasciato un disco di musica elettronica dal titolo Nisf Madeena, i cui proventi dalla vendita andranno alla raccolta fondi per la ricostruzione culturale del Paese (Fundraising Campaign for the Arts and Culture Community in Beirut, coordinata dall’AFAC, Arab Fund for Arts and Culture, e dal Beirut Musicians’ Fund, creato da Tunefork Studios e dall’organizzazione no-profit Beit el Baraka.

Si tratta di diciassette brani per altrettanti artisti internazionali e locali lavorati e mixati con la collaborazione di Heba Kadry, brillante mastering engineer cresciuta in Egitto e perfezionatasi negli States, dove attualmente vive (a Brooklyn, New York, per esser precisi). Sempre per inquadrare il lavoro di Heba, lei lavora con artisti del calibro di BjörkMarissa Nadler, Josiah Wise (aka Serpentwithfeet), gli inglesi Slowdive, le Girlpool, e la polistrumentista Kristin Hayter conosciuta come Lingua Ignota, musicista classica con escursioni nel noise e nel Metal più spinto…

Toni cupi, densi, noise pesante, passaggi molto acidi, alla Daniel Blumberg per intenderci (muscista istrionico e alternativo inglese che ha firmato la colonna sonora di uno dei più apprezzati film presentati a alla Mostra del cinema di Venezia in questi giorni The World To Come di Mona Fastvold), ma anche interventi ariosi e liberatori come quelli di Deena Abdelwahed – Wein Al Malayeen e di DJ Plead – Marcel.

Tra gli altri contributi, Fatima Al Qadiri, Nicolás Jaar, ZULI, Slikback… Come si legge nella presentazione del disco sulla pagina di Bandcamp: «Riunendo i suoni dalle diverse fessure della musica elettronica, è un umile tentativo di galvanizzare musicisti e ascoltatori a sostenere una città che è stata parte integrante della scena musicale contemporanea della regione». Ve l’ho segnalato, ascoltatelo e, se volete, contribuite con 10 euro…