Novità: Gullfoss e la magia di Nadje Noordhuis

Da un album politico ed elettronico come quello di Jerusalem In The Heart a uno sognante e “acustico”. Oggi voglio sottoporvi all’ascolto un altro disco che mi è piaciuto molto. Si tratta di Gullfoss, l’ultimo lavoro di Nadje Noordhuis. Australiana, 41 anni, da molti anni a New York, suona la tromba e il flicorno. Quello che riesce a ottenere è un suono pieno, caldo, struggente e anche… estremamente rilassante.

Il disco, uscito in cd venti giorni fa, ma in vinile nel 2019 e solo a tiratura limitata, è la registrazione di un live suonato dalla Noordhuis nel 2018 al Musig im Pflegidach di Muri, in Svizzera, accompagnata dall’arpista Maeve Gilchrist che, per inciso, è stata per un periodo anche sua coinquilina a New York, il chitarrista Jesse Lewis e il bassista Ike Sturm più i tappeti sonori con i sintetizzatori, la batteria e le percussioni di James Shipp, polistrumentista che ha suonato anche con Sting.

Insieme fanno il Nadje Noordhuis Quintet, un gruppo affiatato che riesce a trasmettere sensazioni non scontate, in un lavoro ispirato alla Natura e alle sue molteplici forme d’espressione.

Nadje Noordhuis Quintet – Frame dal concerto al Musig im Pflegidach di Muri, in Svizzera

Nadje ha deciso di essere musicista e trombettista dopo aver ascoltato Doo-Bop, disco di Miles Davis uscito nel 1992, «una fusione di jazz e rap», come ha ricordato lei stessa in un’intervista di qualche tempo fa, che l’ha introdotta al mondo del grande jazzista americano. Ha suonato, quindi, nella Maria Schneider Orchestra, uno dei suoi successi personali a cui tiene di più, fa notare spesso. Essere parte dell’orchestra della Schneider è stato «un privilegio e una fortuna», sostiene la Noordhuis. Di Maria Schneider ricorderete la collaborazione con David Bowie nel lungo brano Sue (Or in a Season of Crime) pubblicato nel 2014, un anno e mezzo prima della scomparsa del mitico artista.

E veniamo al disco. Un lavoro estremamente raffinato, che fa viaggiare la mente, la stimola in modo positivo. Il classico album da mettere in cuffia, luci basse e un buon bicchiere di whisky da sorseggiare. Musica contemplativa, grazie anche alle magie all’arpa della scozzese Gilchrist e dei synt impercettibili ma pieni di Shipp.

Ascoltatevi Indian Pacific, un arpeggio continuo e fluido come onde del mare di Maeve Gilchrist e della chitarra di Jesse Lewis che fa da base a una struggente melodia che riporta all’emisfero  d’origine della Noordhuis. In Silverpoint, altro brano parecchio interessante, la musicista riesce a fondere atmosfere alla Pat Metheny con una chitarra che, nel finale, assume toni decisamente rock. Gullfoss, la composizione che dà il titolo all’album e che ricorda la famosa cascata islandese, è l’ultimo “messaggio”: attacca con il basso a cinque corde di Ike Sturm, martellante, per poi portarci in un mondo fatto di magici momenti. Un lungo viaggio di emozioni. Ascoltatelo, ne vale proprio la pena…

Qalaq, la grande preoccupazione di Jerusalem In My Heart

Sto ascoltando in questi giorni un lavoro molto interessante. È firmato da Jerusalem In My Heart, progetto musicale dietro al quale si celano Radwan Ghazi Moumneh ed Erin Weisgerber, musicista, producer, sound designer canadese di origini libanesi cresciuto in Oman il primo, e visual artist canadese la seconda. Per la cronaca, Moumneh s’è “battezzato” Jerusalem in my Heart riprendendo il titolo di un disco uscito nel 1967 della grande interprete libanese Fairuz, che, assieme all’egiziana Umm Kulthum, è la più grande voce mediorientale del Ventesimo secolo.

L’album porta un titolo tosto, Qalaq, che in arabo ha varie accezioni, ma che Moumneh ha usato per riassumere una onnicomprensiva “grande preoccupazione”. Un disco politico? Assolutamente sì, soprattutto nella sua seconda parte, dove tutti i brani si chiamano Qalaq e sono numerati da 1 a 9 in uno studiato crescendo dirompente di angosce e tormenti.

In più, è un lavoro corale. Ed è ciò che conta di più: lavorato in piena pandemia, Moumneh ha deciso di sfruttare le distanze (fisiche e mentali) mandando i temi abbozzati a molti artisti sparsi nel mondo perché li completassero, liberi di manifestare e interpretare queste inquietudini. Quindi, ha ripreso tutte le incisioni e le ha ricostruite modellando l’album come lo possiamo ascoltare ora.

Qalaq è uscito l’8 ottobre per la canadese Constellation Records. Porta dentro di sé tutto il dolore, la sofferenza e l’amarezza di vedere il Medio Oriente così dilaniato. Dai disastri in Libano, il governo andato in default, l’esplosione che ha dilaniato il porto della capitale libanese lo scorso anno, la corruzione, la guerra civile, ai territori palestinesi bombardati recentemente.

La coralità del pathos gioca un ruolo importante. Situated between the cracks of a broken tomorrow/ I worry, recita la poetessa americana Moor Mother in Qalaq 3, mentre, in Qalaq 1 l’ottantanovenne Alanis Obomsawin, regista, cantante, attivista canadese, accompagnata dalle percussioni della portoghese Diana Combo introduce con voce grave la prima delle preoccupazioni, che culmineranno in Qalaq 9 con la partecipazione di mayss, Mazen Kerbaj, Sharif Sehnaoui e Raed Yassin, un corto circuito acuto, disturbante, la summa di tutte le angosce e violenze stratificate negli anni.

In tutto questo, dove la musica scomposta in noise e interventi di strumenti, molti dei quali tradizionali, ha un ruolo narrativo coerente e tragicamente reale, si aggiunge anche la visualizzazione plastica di quello che Moumneh vuole consegnarci con Qalaq. La foto scelta per la cover dell’album è della ventinovenne libanese Myriam Boulous, tre donne cercano riparo a Beirut durante la Rivoluzione d’Ottobre del 2019, mentre un libretto firmato dal fotografo/musicista Tony Elieh racconta l’esplosione al porto di Beirut del 2020.

Quel tragico evento ha portato non pochi musicisti a raccontare una pagina vergognosa della storia libanese come avevo scritto lo scorso anno in questo post.

“Love For Sale”, Tony Bennet e Lady Gaga: la musica come medicina…

Il primo ottobre è stato pubblicato Love For Sale, secondo disco della coppia Lady Gaga e Tony Bennett. Il primo, Cheek To Cheek (2014), alla sua uscita fu accolto con curiosità dalla critica per la strana e improbabile coppia che, apparentemente, non aveva nulla da condividere, subito smentito all’ascolto, una fusione professionale e perfetta di voci che dimostrò come Lady Gaga fosse molto più di una brava popstar.

Love For Sale è un lavoro che rivede, con la giusta dose di sofisticata eleganza, dodici brani di Cole Porter. Un disco da custodire e godersi non solo perché racconta una sostanziosa fetta di “classica” americana, ma anche perché racchiude in sé un qualcosa di unico.

A voler essere cinici si potrebbero fare tante supposizioni possibili sulle origini di questo nuovo album, viste l’età e le condizioni di salute di Tony Bennett, un signore di 95 anni affetto dal morbo di Alzheimer, e il cammino artistico della signora Germanotta, decisamente virato a una carriera fatta di successi cinematografici (vedi A Star is Born, dove s’è portata a casa un Oscar e House of Gucci, il film su Gucci diretto da Ridley Scott, che uscirà il prossimo 16 dicembre) e di una revisione del suo “aspetto” artistico verso una musica più colta.

Ascoltando il classicissimo I Get A Kickout Of You, reinterpretato con verve, si sente invece quanto i due siano affiatati, tempi perfetti, dialoghi vocali degni di un Bennett nel pieno delle sue capacità di re dei crooner. Questa magia è stata resa possibile grazie a una cosa sola: l’amore viscerale per la musica di Tony Bennett.

L’anziano signore che non riesce a riconoscere più nessuno, che vive, protetto dalla moglie perso in un mondo profondamente alterato, inaccessibile, si sveglia, ritornando perfettamente normale, solo quando ascolta e canta le centinaia di brani che ha interpretato nel corso della sua lunghissima attività.

Come per magia, ricorda i testi delle canzoni, sembra che una parte del suo cervello sia programmata a essere immune alla demenza che lo sta attanagliando. Il medico gli ha proibito di incidere o cantare ancora perché troppo faticoso, dopo il concerto di addio alle scene il 3 e il 5 agosto scorso battezzato One Last Time: An Evening with Tony Bennett and Lady Gaga al Radio City Hall di New York. In questo lungo addio ha chiesto a Lady Gaga di rifare un disco con brani di Cole Porter. Come ha dichiarato la stessa artista ad Apple Music: «So che ha 95 anni, ma ogni volta che canto con lui io vedo un ragazzino… È così liberatorio essere due anime che cantano insieme».

In questo momento catartico, in questi attimi liberatori sta la bellezza di Love For Sale. Un disco che racchiude tutto il rispetto per una vita di musica e di palco. Probabilmente è l’ultimo lavoro di Bennett, un album che suggella qualcosa che va oltre il “semplice” cantare e interpretare. In questo sta la sua unicità. Nel sorriso complice di Lady Gaga e negli occhi gioiosi di un ragazzino di 95 anni che sogna ancora in musica.

Javier Subatin, l’improvvisazione e un nuovo jazz all’orizzonte…

Javier Subatin – Foto Raquel Nobre G.

Sei di Buenos Aires? Dall’altro capo del collegamento Skype, Javier Subatin, argentino, 36 anni, chitarrista virtuoso, mi risponde di sì con la testa sorseggiando un mate, suggellando così la tradizione con la propria terra d’origine. Da pochi giorni si è trasferito ad Anversa, in Belgio, a due ore di strada da Amsterdam, luogo d’elezione per i giovani jazzisti in cerca di fortuna in Europa. Di lui – ed è questo il motivo dell’intervista – mi hanno attirato il suo modo di comporre, un jazz innovativo nel suo ultimo album, Mountains, uscito poco più di un mese fa, che per provocazione ho definito “un non-jazz” (leggerete la sua risposta), e il suo vivace attivismo nel coinvolgere giovani e talentuosi colleghi musicisti in progetti, fondando una community e, quindi, una casa discografica, la Habitable Records, composta solo da artisti. Javier e i suoi colleghi stanno cercando di rendere sostenibile la professione del musicista, un lavoro che permetta la crescita di ogni singolo componente. Vi consiglio di ascoltare i quattro album che ha pubblicato, Autotelic (2018), Variaciones e Trance (usciti entrambi nel 2020) e, appunto, Mountains (2021). Un percorso di maturità espressiva che lo ha portato all’ultimo disco dove l’improvvisazione regna sovrana…

La tua musica è stata cataloga nella famiglia del jazz contemporaneo. Sei d’accordo? È davvero jazz il tuo?
«Sostieni che non faccio jazz? A mio modo di vedere è relativo: il jazz oggi è quello che è. Importante è che io lo reputi tale. Il jazz si è evoluto, non è più quello di un tempo».

Javier, dammi una definizione del “tuo” jazz…
«È il risultato di molte cose. Ho studiato improvvisazione jazz e quindi composizione. Ogni volta che mi insegnavano scale nuove, un’armonia o elementi nuovi utili per improvvisare con la chitarra, componevo una musica per esercitarmi. Così nascevano musiche nuove che non facevano parte dello standard jazz. Improvvisare e comporre è strettamente collegato. Questa musica ha tutto, jazz, ma anche rock, pop, ma anche Piazzolla, il folclore argentino, una delle cose che mi piace di più utilizzare ora. Del folk non prendo riferimenti diretti, ma uso il ritmo e alcune armonie. Mi è sempre piaciuto il contrappunto e come la musica si costruisce con più “strati”. Senza rendermene conto, ha a che vedere anche con la classica!».

Vieni da una famiglia di musicisti?
«Nella mia casa c’è sempre stata musica. I miei, però, non sono musicisti. Mio padre adorava la musica, suonava il pianoforte e a mia madre piaceva ascoltare. Il fratello di mio papà è musicista. Da piccolo ho studiato piano, mi attiravano i suoni che riuscivo a fare pigiando i tasti. Mio papà adorava il jazz e la musica classica, così, nel fine settimana, c’era musica a tutto volume. Io non avevo scelta, ero un bimbo non potevo oppormi!, mi chiamava per ascoltare, focalizzando la mia attenzione sui singoli strumenti. Ricordo che a due anni, al posto delle canzonette per bimbi, volevo che mi mettessero di continuo la colonna sonora di Mission (Ennio Morricone, ndr)».

Ora abiti ad Anversa, dopo aver vissuto a Lisbona. Perché molti giovani musicisti jazz da tutto il mondo scelgono l’Europa, soprattutto il Belgio e l’Olanda per suonare?
«Mi sono trasferito da Lisbona ad Anversa qualche giorno fa. Ho deciso che per percorrere la mia strada, dedicarmi alla mia musica, dovevo venire in Europa. A Lisbona mi sono sentito a casa, avevo il mio professore di composizione e poi è una città bellissima, si vive bene, fa caldo (ride, ndr). Per il jazz Amsterdam e Bruxelles eccellono, ritengo si tratti proprio del sistema educativo adottato in quei Paesi che porta i ragazzi ad approfondire lo studio di questo genere musicale. Il conservatorio di Amsterdam è molto importante, ha una bella e solida struttura, è la porta di entrata per la scena europea».

Parliamo di Mountains: lo sto ascoltando e mi sta piacendo. Perché hai deciso di chiamare l’album così?
«Il titolo non è introspettivo come può apparire, semplicemente ho avuto un aiuto per registrare un disco e non sapevo bene cosa fare. Avevo molte composizioni già fatte, avevo una montagna di idee custodite. Così ho deciso di selezionare brani che già avevo messo via. Il titolo viene da qui, da una montagna di registrazioni ho scelto un percorso per me logico in modo da comporre il disco».

Mi incuriosiscono anche i titoli: si inizia con Mountain #1, poi si passa a un brano dal titolo Rocks per finire a Mountain #5, a sua volta seguito da Birds, quindi Mountain #3… Sto cercando una logica…
«Quando compongo di solito ho un’idea base, non c’è un concetto. Poi devo trovare un significato per questa musica nel disco. Vado per blocchi di musiche e queste devono avere una consequenzialità. Mountain #1 è stata la prima che ho composto, poi ho cercato di dare una narrativa che avesse diversi momenti, ritmi diversi, una parte più lenta, l’altra più forte, una più introspettiva…».

Questi brani li hai suonati direttamente con tutti i musicisti?
«No, li ho composti a casa, con la chitarra. Volevo scrivere con più dettagli per poi offrire ai musicisti un modo di improvvisare liberamente. Il disco si fonda sull’improvvisazione e ho lasciato che i miei compagni di viaggio si sentissero totalmente liberi nelle esecuzioni».

Hai un rapporto di simbiosi con i tuoi colleghi…
«Avevamo deciso di suonare le parti comuni e poi metterci le improvvisazioni. Per fare questo lavoro ci siamo chiusi in una casa e abbiamo vissuto e lavorato insieme. L’idea era che la musica si creasse al momento. Abbiamo tirato fuori tanto materiale. La registrazione è finita con un concerto, praticamente un altro disco, tutto di improvvisazioni, pronto per essere pubblicato. Durante le registrazioni, i singoli musicisti intervenivano con spunti e idee, come Demian Cabaud, il contrabbassista, che ha tirato fuori suoni che assomigliavano al canto degli uccelli … e così è nata Birds. D’altronde, in montagna ci sono il canto degli uccelli, il rumore del vento, il fragore delle rocce, i giochi d’ombra…».

Un mix perfetto di composizione e improvvisazione. Che differenza c’è tra Mountains e il tuo disco precedente, Variaciones (uscito nel 2020)?
«Variaciones (qui Solo#3, ndr) è stato un processo che è iniziato con il primo disco Autotelic (qui #3). Quest’ultimo è stato, fondamentalmente, un dialogo con un pianista (il lisboeta João Paulo Esteves da Silva, ndr), quasi tutto scritto, con grandi momenti di improvvisazione, ma, di fatto, jazz standard (ve lo consiglio!, ndr). Con Variaciones, c’è stata un’evoluzione, e cioè, cercare una musica più complessa, che fosse più fluida, pensata per improvvisare. È stato un punto intermedio tra Autotelic e Mountains. Molto diverso anche da Trance (qui Trance#1) ancora molto nei canoni standard, un tema A, uno B e un’improvvisazione. Mountains credo sia un lavoro più maturo, merito di ulteriori tecniche estese di studio e a un set di chitarra che mi sono costruito con effetti ottenuti grazie anche all’uso del computer. Ho registrato da solo in casa durante la pandemia, studiando in quale modo rivedere la chitarra jazz, trasformandola in un qualcosa d’altro. Dici che questo non è jazz, infatti, cerco di trovare un nuovo modo di suonarlo».

Javier Subatin al lavoro – Foto Raquel Nobre G.

Hai previsto di presentare il disco in Italia e in Europa?
«Con la pandemia è cambiato molto. Ho deciso, visto che il Covid ha aumentato la difficoltà di suonare live, di perfezionarmi nel suono e nella composizione. Ho un altro disco pronto, con Francesca Remigi (altro interessante nome del nuovo jazz d’improvvisazione di cui vi ho parlato alcuni mesi fa, ndr) e Federico Calcagno (grande clarinettista milanese di base ad Amsterdam che ha lavorato al bel disco di Francesca Il Labirinto dei Topi, ndr). Non so ancora quando porterò in concerto Mountains, non ho fatto un disco per poter suonare nei teatri ma per far conoscere la mia musica. Dal vivo, poi, potrà diventare un’altra cosa».

Nel marzo di quest’anno hai contribuito a far nascere la Habitable Records, casa discografica fondata da nove musicisti… Sei il leader se non sbaglio…
«Non è proprio così. Tutto è nato durante la pandemia quando ho fondato la Composers & Improvisers Community Project, un progetto collettivo, di cui sono direttore artistico: con il lockdown si pubblicava solo on line e sembrava che tutti si fossero messi a competere su chi faceva uscire più video, una sorta di guerra e una specie di catarsi. Ho pensato che, forse, era meglio unire più musicisti per indirizzare questo flusso massiccio di pubblicazioni in qualcosa di compiuto e maggiormente visibile. Quello che realmente è successo è che si è creato un bel gruppo di musicisti, dai video si è passati allo scambiarsi progetti, musiche. Così ho conosciuto Francesca e Federico, per esempio. Su whatsapp mi sono trovato a discutere con loro su come pubblicare un disco, trovare una casa discografica. Ed è nata l’idea di diventare “editori di noi stessi”, progetto a cui avevo già pensato. Così s’è creato un gruppo di nove persone, tra cui anche Francesca e Federico. Habitable Records non ha un capo, siamo tutti leader: far musica, produrre il più liberamente possibile, avere supporti di comunicazione e marketing. A sostegno del progetto abbiamo creato un’associazione culturale in Portogallo (che ha un nome legale ma non ancora uno ufficiale per il pubblico) con l’obiettivo di pagare un musicista perché produca musica. Nel caso di Mountains sono stato pagato perché ho avuto un aiuto, ma creare con più facilità un circuito virtuoso sarebbe il nostro obiettivo. Con Antena 2 – RTP (la radio portoghese) abbiamo stretto un accordo  per montare una serie di concerti on line con programmazioni a distanza: organizzo un duo, ognuno vive nel proprio paese, e li faccio suonare insieme. Questo, tutti i mesi. Si chiama Intersections: un musicista inizia a suonare e alla fine si fonde la performance di un altro per un totale di mezz’ora di concerto. I musicisti per questo vengono pagati. Il cachet è diretto dalla radio al musicista. Questo è il nostro spirito. È giusto che un musicista sia pagato per il proprio lavoro».

Un altro ritratto di Javier Subatin – Foto Raquel Nobre G.

Come vedi la professione del musicista in un mondo di musica mainstream dove c’è poco spazio per giovani di certo valore?
«C’è un mercato per il tipo di musica che facciamo noi. Che non sarà mai mainstream. Ci sono due scelte: la prima, è fare molti concerti (in questo momento non è molto facile), la seconda, insegnare. Mi sono sempre mantenuto insegnando musica. La produzione musicale mi dà un extra. Il mio obiettivo è quello di invertire le mie fonti di reddito!».

Fare concerti è complicato anche senza pandemia…
«Certo, perché il musicista dovrebbe fare anche l’agente. Quello che sta succedendo ora è che gli agenti guadagnano molto di più insegnando ai musicisti a diventare anche agenti. Un paradosso…».

Piazzolla and Friends, quattro giorni di Tango a Trani

Permettetemi un ritorno a un post fatto l’11 marzo di quest’anno. Ricordava il centenario dalla nascita di uno dei più grandi musicisti dell’America Latina, un “tanguero” che ha rivoluzionato il tango. Sto parlando di Astor Piazzolla. Vi segnalo un altro capitolo dei festeggiamenti della città di Trani verso uno dei suoi figli più famosi.

Questa settimana, dal 22 al 25 settembre, si terrà al Palazzo delle Arti Beltrani il Piazzolla&Friends, una serie di concerti ed eventi teatrali ideato dall’associazione InMovimento, con i patrocini di Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese, Comune di Trani, Ambasciata argentina a Roma, Fundación Astor Piazzolla.

Questa la notizia di cronaca. In realtà, la quattro giorni tranese è, dal punto di vista artistico, di grande rilievo anche per chi non ama le struggenti melodie del tango. Perché sarà l’occasione per assistere, nella Corte Davide Santorsola, ad alcuni concerti di altissimo profilo. Mercoledì apre il bandeonista argentino Daniel Binelli (faceva parte del Sexteto Nuevo Tango di Piazzolla) e della pianista uruguaiana Polly Ferman, duo già in concerto per alcune date nel nostro Paese.

Giovedì toccherà alla violinista italo francese Sabrina Condello e al bandeonista argentino Victor Ugo Villena. Nato in Argentina nel 1979, Villena, che da anni ha scelto la Francia come sua seconda terra, è un bandeonista di lungo corso, ha lavorato anche con i Gotan Project nel loro tour dal 2003 al 2007 (ricordate il tango elettronico?). Ha pubblicato da pochi giorni, il 16 settembre scorso, un gran bel disco di tango, struggente al punto giusto, con la cantante Cristina Vilallonga intitolato Al Final (ascoltate Del Subsuelo).

Venerdì 24 settembre tocca a un altro grande artista, il violinista dall’animo rock Alessandro Quarta con il suo quintetto. Quarta un paio d’anni fa ha pubblicato un lavoro molto raffinato, Alessandro Quarta Plays Astor Piazzolla, un disco che ascolto spesso. Soprattutto Fracanapa e l’immancabile Vuelvo al Sur, una delle versioni che preferisco insieme a quella incredibile di Caetano Veloso su Fina Estampa, dove al posto del violino c’è il profondo violoncello di Jaques Morelenbaum, disco che solo un latinoamericano geniale come il baiano Veloso poteva concepire e realizzare.

Non c’è musica senza ballo. Sabato 25 settembre in scena lo spettacolo di teatro danza, prodotto dall’associazione InMovimento, Sognando Piazzolla con la musica live dei Tango Sonos (i fratelli Antonio e Nicola Ippolito), e le due coppie di tangueros Giorgia Rossello /Vito Raffanelli e Valentina Guglielmi/Miky Padovano.

Changüí: storia degli autostoppisti musicali. Parola di Gianluca Tramontana

Il 30 luglio scorso è uscito un box set, tre compact disc più un libro di 124 pagine, dedicato alla musica Changüí, dal titolo, Changüí – The Sound of Guantánamo. Molti si staranno chiedendo che tipo di musica sia. Riassumendo in poche parole, una musica folk, nata nell’Oriente di Cuba, nel distretto di Guantánamo, nella seconda metà dell’Ottocento. Musica contadina, musica delle piantagioni, qualche etnomusicologo sostiene sia l’antesignano del son cubano, quello dei Buena Vista Social Club, per intenderci, di cui vi ho parlato qui. Una rarità, se si considera che, dopo oltre un secolo, è una musica che si suona ancora – e in modo effervescente – nei centri rurali del distretto. Per chi ha conosciuto Cuba, la sua storia, i suoi abitanti, e se ne è innamorato, il Changüí è un capitolo che vale la pena leggere e ascoltare. È nato a Baracoa, la Ciudad Primada, qui sbarcò Cristoforo Colombo e con lui, la forza bruta della colonizzazione spagnola, che almeno ha lasciato una bella cittadina coloniale, dall’aria decadente, di grande attrazione, e un popolo formato a forza tra indios, europei e africani, portati in schiavitù sull’isola. Culture che si sono fuse, ritmi e suoni che hanno cambiato per sempre il cuore musicale degli abitanti.

Storie già viste in altri luoghi dell’America Latina, a partire dal Brasile. Permettetemi una breve digressione: sono stato a Cuba nei primi anni Novanta (allora lavoravo in un giornale che era una sorta di bibbia del viaggiatore, Weekend Viaggi, finito poi miseramente). Era il cosiddetto Periodo Especial, la grande crisi che colse l’isola dopo la dissoluzione dell’Impero Sovietico. Tutti stavano male, nessuno aveva più nulla e ciascuno si arrangiava come poteva. Con il mitico Marco Casiraghi, fotografo di grande abilità ed esperienza, andammo a Baracoa. Un posto meraviglioso, e poi a Guantánamo, dove fummo portati nella base dell’esercito cubano che aveva il compito di controllare la base americana. Qui, davanti a un plastico che riproduceva l’”angolo Usa” ci spiegarono con dovizie di particolari cosa stessero facendo gli yankee in quel momento. C’era persino un mirador, un belvedere, con tanto di binocolo e bar, dove sorseggiando una birra si potevano osservare “da vicino” portaerei, corazzate, sommergibili all’ancora nella base. Altri tempi. In quei giorni frequentammo quasi tutte le sere la Casa de La Trova, un locale aperto a tutti i musicisti, dove chi voleva entrava, saliva su un palchetto malconcio e suonava. La gente, ascoltava, cantava, ballava. Serate indimenticabili. La più bella e organizzata era la Trova di Santiago de Cuba. Però Baracoa aveva un che di assolutamente magico che mi porterò per sempre nel cuore.

Gianluca Tramontana intervistato alla BBC – Foto Jack Howson

Torniamo a questo capitolo: a scriverlo e a registrarlo in presa diretta in due anni di ricerca, dal 2017 al 2019, è stato un italiano, milanese, da oltre trent’anni a New York, Gianluca Tramontana. Classe 1966, musicista, giornalista, appassionato di roots music, sia americana sia latino-americana, Gianluca è stato collaboratore di testate musicali storiche, come Rolling Stone, e lavora tutt’ora per l’inglese Mojo. Ha un programma radiofonico molto seguito su Radio Free Brooklyn, Sitting With Gianluca, dove, tutte le settimane, tiene conversazioni legate alla musica con artisti famosi e meno famosi purché abbiano qualcosa di interessante da raccontare. L’ho contattato e, settimana scorsa, abbiamo fatto una lunga e bella chiacchierata via Skype.

Gianluca, roots music, amore a prima vista…
«Sono un appassionato, e il Changüí ne è uno straordinario esempio. È come il primo blues del Mississippi. D’altronde, Guantánamo è un po’ come il Sud degli Stati Uniti, tradizionalmente povero, una zona agricola. Anche il periodo in cui è comparso si avvicina a quello del Blues americano e, se vogliamo, dello Choro brasiliano, nella seconda metà dell’Ottocento».

Dunque, ha poco a che vedere con il son cubano che conosciamo…
«Il Changüí non è la musica cubana che siamo abituati ad ascoltare, quella che potremmo definire straight time, dove il ritmo è lineare, non sincopato. Mi ha catturato proprio perché ha swing, inizia in un modo ma non sai mai dove va a parare, prende direzioni diverse, ha cambi improvvisi di ritmo. La sua origine, per ritornare alla storia, è più o meno coincidente con le guerre indipendentiste cubane che poi hanno generato la nascita di Cuba come stato indipendente, avvenuto nel 1902. Riflette lo stato d’animo, la cultura, dei lavoratori delle piantagioni, le loro provenienze. C’è l’Africa, l’indigeno nelle maracas (il Changüí di Baracoa, per esempio, è molto più indio di quello di Guantánamo), quindi ci sono elementi francesi provenienti dalla vicina Haiti…».

Bello il paragone con Blues e Choro. Sono tutti generi che implicano improvvisazione. Come quello con la storia americana e quella brasiliana. A Cuba le guerre indipendentiste contro la Spagna, le pulsioni americane di conquista dell’isola già a quei tempi, l’avvento di José Martí, considerato il padre della Patria, morto combattendo nella Guerra Necesaria…
«La musica delle radici è quella della propria storia. Gli storici normalmente partono, nelle loro esposizioni dei fatti, dall’alto verso il basso, dalla situazione generale, dai governi e mai dalla gente. La testimonianza storica di questi agricoltori, lavoratori delle piantagioni è riposta nel Changüí. Nelle loro canzoni si trova tutta la narrazione della loro vita, delle gioie, dei dolori, dei problemi di tutti i giorni. Come esiste il terroir nel vino, esiste anche il terroir di Guantánamo, che è questa musica. La storia del distretto è raccontata nei minimi particolari, giorno dopo giorno, da questi artisti, tutte persone che, per vivere, fanno due o tre lavori. Come giornalista mi attraggono le storie non ancora scritte. Benjamin Lapidus (musicista ed etnomusicologo newyorkese, ndr) ha scritto un libro sul Changüí, Origins of Cuban Music and Dance: Changüí (2008). Non sono un etnomusicologo, non ho gli strumenti per elaborare certe teorie. Ti dico solo che il Changüí tradizionale non è molto conosciuto fuori da Guantánamo e che, per questo, conserva tutto il suo potenziale espressivo».

Come ne sei venuto a conoscenza?
«Quindici anni fa mi trovavo a Manzanillo (città sul golfo di Guacanayabo, nel distretto di Granma, ndr), inviato da NPR (National Public Radio, una delle maggiori emittenti americane, ndr). Dovevo andare in onda, c’era Fidel Castro che parlava. Qualcuno aveva una cassetta di Changüí tradizionale che faceva suonare in un registratore. Incuriosito, ho chiesto in giro che tipo di musica fosse e tutti mi risposero che il Changüí erano Elio Revé e suo figlio Elito. Invece non era quella la musica che mi aveva incuriosito, era come se avessi ascoltato Robert Johnson e mi fosse stato detto degli Allman Brothers o di Eric Clapton. Per anni ho continuato a chiedere informazioni sulla tradizione Changüí, ma nessuno mi ha potuto dire altro se non che gli esponenti del genere erano Los Van Van e Revé, tutti musicisti che fanno ottima musica, ma moderna e urbana. Questa è considerata Changüí dalla maggior parte dei cubani e dai fan della musica cubana in tutto il mondo, ma non era quella che avevo sentito, un suono “rustico”, acustico come dire, loose but tight. L’unico modo per saperne di più era andare direttamente a Guantánamo e scoprirlo da solo. La mia intenzione originale era confezionare un pezzo per NPR di cinque minuti su quella musica, ma nessuno aveva dei Cd, quindi ho dovuto registrarli mentre suonavano. Il progetto originale s’è sviluppato in un altro e sono caduto in un vortice di due mesi durante il mio primo viaggio, che poi è diventato un’odissea di registrazione di due anni e mezzo».

Dovevi fare un semplice servizio e invece…
«…Invece sono stato coinvolto in un mondo incredibile. Dal “semplice” lavoro che dovevo preparare mi sono ritrovato a viaggiare per due anni nei paesi del distretto di Guantánamo, ascoltando vari gruppi e registrando oltre 250 brani. Nel box set ne ho selezionati 51 (qui il video promo del lavoro, ndr). Come avrai potuto sentire, c’è una caratteristica fusione di culture che trovi solo in questo luogo. Ti consiglio di leggere Cuba and Its Music: From the First Drums to the Mambo di Ned Sublette, quasi settecento pagine, un libro scintillante, dove capisci come il rock’n’roll proviene da Cuba, passando prima da New Orleans con il Rhythm&Blues. È una collisione di ritmi africani, melodie spagnole che portano con sé un bagaglio di influenze arabe. Insomma questi musicisti sono degli autostoppisti musicali!».

Finora abbiamo parlato della musica, ma, come ho letto in alcune altre interviste che hai rilasciato negli Usa e in Francia, il Changúí è molto altro…
«È danza, la musica senza ballo non esiste, ma è soprattutto comunità. Non si suona per farsi ascoltare, ma per stare insieme. Tutti possono intervenire, è un sistema aperto dove ognuno può interagire. È questa la bellezza. Su una struttura di canto fissa, un verso che viene ripetuto più volte, si inizia a inventare, inventa chi interviene nel canto, che però deve essere attinente al tema, inventano i musicisti che si chiamano ai cambi di ritmo con gli strumenti».

Gianluca Tramontana registra Las Flores del Changüí – Fotografo sconosciuto

Quali sono gli strumenti musicali generalmente usati?
«Di base sono tre, il Tres, tipo di chitarra che esiste solo a Cuba, con sei corde raggruppate in tre coppie, la Marímbula (una sorta di cassa acustica con delle linguette di acciaio, un basso ante litteram, ndr) e il bongo, l’equivalente del nostro “chitarra, basso e batteria”! In più ci sono il guayo (strumento idiofono a raschiamento, ndr) e le maracas. Gli strumenti in genere sono costruiti in casa, sono “rustici”. Quando se lo possono permettere, i musicisti si comprano anche ottime chitarre. C’è un gruppo che mi è rimasto nel cuore, Las Flores del Changüí, composto da sole donne. Floridia Hernández Daudinot, la fondatrice, suonava un Tres ridotto male. Quando le ho registrate e portate a mixare, non si potevano ascoltare. Quindi, sono ritornato a Cuba, con un Tres nuovo che le ho regalato e abbiamo inciso nuovamente». Ascoltate Guarijira.

Il suono di Tres, Marímbula e bongo creano quell’atmosfera festosa…
«I tre strumenti si connettono e si chiamano tra loro, improvvisando uno sull’altro. Il Changüí è come un brano pop. C’è un verso, che poi nessuno ricorda, poi c’è un coro che va e va e va e non finisce più. Un brano può durare pochi minuti come mezz’ora o più, dipende dalla situazione in cui ci si trova. Ci sono feste che continuano un intero weekend. Alcuni brani esistono come canzoni, con musica e parole codificate, ma in genere è tutto una “chiamata e risposta”. È musica per la comunità dove tutta la comunità può collaborare. Il circolo è aperto, si canta, si balla, il Tres chiama il bongo che a sua volta chiama la Marímbula. Quando lo ascolti dal vivo cadi in questa spirale, è una sensazione indescrivibile. Nelle registrazioni ho cercato di farla percepire. Ho lasciato che i musicisti si disponessero nel modo migliore, normalmente in cerchio, e ho registrato. In alcuni brani si sentono in lontananza gli uccelli che cantano e i maiali che grufolano. Ho fatto il giornalista, non il produttore. Volevo testimoniare un’esperienza e una storia».

Gianluca Tramontana – Foto di Kate Peila

Il box set è uscito il 30 luglio: com’è stato recepito negli Stati Uniti?
«Molto bene, sono soddisfatto! Nelle classifiche del circuito NACC (North American College and Community Radio Chart, ndr), è stato al primo posto per il genere Latin otto settimane consecutive, nella top assieme a Yola e Billie Eilish… L’ascolto delle radio dei college è molto importante, perché vuol dire che i ragazzi hanno trovato nel Changüí una ragione di divertimento, musica e ballo, significa che è un genere che ha colpito il cuore! Quando fai un progetto non sai se piacerà o meno. Volevo presentare la musica per quello che è, tradizionale ma anche moderna. L’ho proposta come se fosse una collezione pop, perché è accessibile e importante visto che ti racconta una storia».

Gianluca tu hai una teoria sulla musica, giusto?
«Per me la musica senza ballo non esiste. Mi spingo a dire che non è un’arte ma un’esigenza primaria per l’uomo, come bere, mangiare, dormire. Era così mille, duemila, diecimila anni fa, e la musica e il ballo viaggiano insieme. Volendo fare una distinzione, secondo me esiste la “Musica Arte”, che si fa in privato, vene scritta, prodotta a casa propria e, magari, un disco nato quattro anni prima, vede la luce senza un’attualizzazione perché si decide di proporlo al mercato. E poi c’è la “Musica folclorica”. Non è un genere, è musica che si suona all’aperto, dove la gente può partecipare. Una musica che si crea lì e che rimane irripetibile, perché è stata eseguita in quel preciso momento. Nel box set, c’è un brano, De aqui pa’ Italia, di Mikiki and his Brothers, che racconta proprio di me. Se la sono inventata al momento e l’ho cristallizzata nella mia registrazione».

Avrei potuto restare a parlare con Gianluca per ore. Con questo box set è riuscito a costruire un piccolo capolavoro in nome del valore sociale e artistico della musica, ad aprire uno spaccato su una piccola regione cubana e su una delle più belle e interessanti storie dell’isola. Come scrive nella presentazione Arturo O’Farrill, musicista, compositore e fondatore della Afro Latin Jazz Orchestra: «Gianluca Tramontana ha scoperto che l’essenza della vita può essere ridotta (o amplificata) alla semplice pratica di suonare il tres, pizzicare la marímbula, percuotere il bongo o “grattare” il guayo. Ha scoperto che nel pantheon degli eventi della vita niente – e sottolineo, niente – è più importante di afferrare la nostra vita e usare la musica del changüí per prendere in mano e plasmare i nostri cuori in modo da averne sempre il controllo, non importa quale sia il nostro quotidiano».

Nascono i Trifecta con un disco composto da… Fragments

Oggi vi propongo un disco insolito, per come è nato. Il gruppo è composto da tre musicisti, tre grandi musicisti, che hanno deciso di chiamarsi Trifecta (che tradotto suona più o meno come tripletta). Il nome della band, però non è così importante. Interessante è come si siano trovati a suonare un genere che definire “fusion” sarebbe riduttivo, e che richiede delle abilità particolari che appartengono solo a pochi. I tre signori in questioni sono, nel rigoroso ordine alfabetico, gli inglesi Nick Beggs, Craig Blundell e l’americano Adam Holzman. Rispettivamente, basso, batteria e tastiere. Fanno tutti parte della band di Steven Wilson, il leader dei mitici Porcupine Tree, band prog-sperimentale inglese attiva fino a una decina di anni fa.

Torniamo a Nick, Craig e Adam. Nel backstage o a fine prove con la band di Wilson rimanevano ancora a suonare. Definivano i loro incontri “jazz club”, suonavano e basta. Questo era l’importante, mettere a disposizione uno dell’altro le loro grandi doti; sono universalmente riconosciuti tra i più dotati musicisti prog nel loro strumento di competenza. Questi incontri, che definirei divertissement, più altri pezzi messi a punto negli studi privati dei tre sono i brani che compongono il loro primo album, chiamato Fragments (uscito lo scorso 6 agosto). Frammenti di musica, difficile, potente visionaria, dove c’è sempre posto per le finezze artistiche dei tre. Ecco, dunque, i synt di Holzman che diventano all’occasione organi pipe o pianoforti o trombe o chitarre in assoli fluidi, cambi di direzione improvvisi, sostenuti dal basso di Beggs che infioretta giri assurdi seguendo la complessa trama persuasiva di Blundell.

Nel brano di apertura, Cleane Up On Aisle Five si passa da un rock prog che ricorda i primi Genesis, agli assoli stridenti di tastiere degli ELP (Emerson, Lake & Palmer), per poi proseguire in improvvisi segmenti jazz che, che magari sfociano in un funk in perenne mutazione. Ascoltateli, potenti, mai banali, mai ripetitivi, un dialogo a tre, incredibilmente perfetto, senza sbavature, brillante e catartico. L’indiavolato inizio di Auntie fa capire che Craig Blundell vuole invitare i due colleghi ad alzare il livello di difficoltà e, dunque, di divertimento. Holzman corre sui tasti, crea fraseggi, da aulico diventa minimal.

In Have You Seen what The Neighbours Are Doing? Tocca al basso di Beggs aprire per poi lasciare mano libera all’improvvisazione di Holzman. Il brano, come ha spiegato lo stesso bassista, è stato scritto dopo aver ascoltata una canzone degli Ween, gruppo rock sperimentale americano degli anni Ottanta, intitolata So Many People In The Neighbourood. «Ci è piaciuta così tanto che abbiamo deciso di dare la nostra risposta».

Chiudo con l’unico brano cantato, da Beggs. Il titolo la dice lunga sulla nascita di Fragments: Pavolov’s Dog Killed Schrodinger’s Cat, un pezzo rock con un video che ha animato lo stesso Beggs. L’attacco è mitico: Hey Mr. Hardon Collider… Hardon Collider, umanizzato, è l’acceleratore di particelle che sta al Cern di Ginevra…

Hey Mr. Hadron Collider
Tell me what’s the big deal?
Seems the world’s going crazy
For some science appeal
But those guys in the lab coats
They better recheck their stats
Pavlov’s dog killed Schrodinger’s cat
I’ve got some time on my hands
But it doesn’t exist
Seems God threw me a curved ball
That I’ve duly missed
Well those guys in the white coats
They don’t know where it’s at
Pavlov’s dog killed Schrodinger’s cat
Wrestled to the ground by your quantum theory
I’ve listened to you talk til my eyes grew weary
I’m propping up my head while you check the data
If it’s all the same to you I’ll just call you later
Light is a wave
Light is as particle
I’ve listened to you talk til my eyes grew weary
Wrestled to the ground by your quantum theory

Ascolti d’agosto: Flag Day, la colonna sonora…

L’hanno definito «un film da sbadigli». Flag Day, in concorso a Cannes nell’edizione dello scorso luglio, di Sean Penn, con lo stesso Penn protagonista, porta sul grande schermo le memorie  familiari della giornalista Jennifer Vogel. Non è un capolavoro, anche se Penn è uno dei miei attori preferiti. Se la pellicola ha convinto poco la critica, questa ha un “plus” che non passa inosservato: la colonna sonora. Che è notevole e profonda, nata da tre grandi artisti e dalla partecipazione della figlia di uno di loro. Nell’ordine, Eddie Vedder frontman dei Pearl Jam, l’irlandese Glen Hansard, la imperscrutabile Cat Power, al secolo Chan Marshall, e, in due brani, la voce di Olivia Vedder, figlia di Eddie (My Father’s Daughter, che apre il disco, e There’s a Girl). 

Eddie Vedder non è nuovo nella creazione di soundtrack, basti pensare ai suoi brani in Into The Wilde, film uscito in Italia nel 2008, regista sempre Penn, ascolto spesso Rise, voce, ukulele e pathos, o il docufilm di Eric Becker, Return To Mount Kennedy, in cui il leader dei Pearl Jam ha sfoderato una sequenza di brani di grande efficacia in compagnia dei Mudhoney, Yes Yeah Yeahs, R.E.M. e Lord Huron. Lo stesso dicasi per Glen Hansard: un Oscar per la miglior canzone originale nel 2008 per il brano Falling Slowly, cantato con Markéta Irglová nel film Once di John Carney, dove i due erano pure attori protagonisti. 

Anche l’inquieta Cat Power ha avuto a che fare con colonne sonore di film: anzi, in uno, Speaking for Trees: A Film by Mark Borthwick, del 2004, è stata l’unica protagonista, due ore di musica, solo lei, nel mezzo di una foresta. Alcuni dei suoi brani sono stati usati negli anni per arricchire la narrazione cinematografica di alcune pellicole, come la sua reinterpretazione di Stuck Inside of Mobile With the Memphis Blues Again nel film I’m Not There, opera biografica su Bob Dylan di Todd Haynes (2007), dove hanno suonato e cantato anche Eddie Vedder, gli Sonic Youth (con il brano che dà il titolo al film), i Calexico, i Los Lobos, Willie Nelson, Glen Hansard e Markéta Irglová, i The Black Keys e molti altri… (un altro gran bel disco!).

Un disco di ballate, dove Vedder e Hansard si sentono a casa con i loro tappeti di chitarre acustiche, e dove Cat/Chen può esprimere il suo tipico dark folk. Ci sono anche due cover d’alto livello: la prima cantata da Cat Power, I Think of Angels, brano di KK (Kristján Kristjánsson) la seconda, Drive dei R.E.M., eseguita da un ispirato Eddie Vedder. Chiude il disco Dream di Cat Power. Piano e chitarra acustica in una di quelle ballad tranquille e sognanti, che ricordano una trasposizione acustica delle atmosfere elettroniche degli islandesi Sigur Rós.

Ascolti d’agosto: Brian May e il suo Back To The Light

Brian May, 74 anni, ha pubblicato il 6 agosto un corposo box set contente la ristampa di Back To The Light, album che uscì nell’aprile del 1992, cinque mesi dopo la scomparsa dell’amico e frontman dei Queen, Freddie Mercury. Quest’anno, il 24 novembre, saranno i trent’anni dalla morte del mitico performer.

May è un grandissimo nell’arte della chitarra, un ottimo compositore, una mente geniale (è un astrofisico), ma anche una persona fragile, portatore di un romanticismo che traspare dalle sue partiture orchestrali, iniziate con le sovraincisioni di assoli fatti con la sua Red Special, chitarra costruita assieme al padre ingegnere, tuttora la sua preferita. Una replica dello strumento – dopo le molte tentate durante gli anni – la si può acquistare dal sito commerciale di May. Lui stesso ha supervisionato la fattura della nuova “Old Lady”, come la chiama, molto verosimile all’originale e a un prezzo accessibile a tutti, tiene a precisare.

Ma veniamo al disco. Riascoltare la splendida Too Much Love Will Kill You, probabilmente la composizione più famosa di May, è sempre un bell’impatto. Il brano fu inserito nel 15esimo album dei Queen, uscito quattro anni dopo la morte di Mercury, il 7 novembre del 1995 dal titolo Made in Heaven. La voce di Freddie venne presa da una vecchia demo del 1988. Per inciso, quello fu un album fortunato. La versione di May è più “catartica”, intima. La ristampa ne contiene un’altra, solo strumentale, guitar version

Resurrection è potente (la incise con Cozy Powell alla batteria nel 1992) multistrati di assoli, chitarra imperiosa, un rock spettacolare e galoppante che non ti stanchi di ascoltare. Non annoia nemmeno Nothin’ but Blue, brano scritto la notte prima della morte di Mercury insieme al batterista Cozy Powell, con cui Brian ha avuto un legame di amicizia e proficuo lavoro fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1998 a causa di un incidente stradale. O ancora Driven by You, brano che viene eseguito in quattro diverse versioni, inclusa quella che May elaborò per la pubblicità della Ford. Godibile Rollin’ Over, brano del 1968 degli Small Faces, che suona come un divertissement, in chiusura del primo disco.

SI tratta di un album doppio, dove nella prima parte c’è Back To The Light original, mentre, nella seconda, varie revisioni dei brani presenti, dal titolo Out Of The Light, oltre a una serie di composizioni suonate dal vivo in concerti tenuti da May nel 1993. Ad esempio Tie Your Mother Down, eseguito con Slash al Live on the Tonight Show with Jay Leno, il 5 aprile, o We Will Rock You presentata nel Live at the Brixton Academy, del 15 giugno.

Un album da avere nella propria raccolta. Per gli amanti del genere a disposizione un box set (come scrivevo all’inizio) contente un LP in vinile bianco (sofisticatezza!), due Cd, un libro di 32 pagine, una stampa artistica da 12″…

Xavier Rudd, Gal Costa e Tim Bernardes, Rodrigo y Gabriela: tre singoli da ascoltare

Frame dal video di “Stoney Creek”, brano di Xavier Rudd

Non so perché, ma non mi sono mai piaciute le uscite di dischi singoli, quelli che, in vinile, erano i 45 giri e, oggi, in digitale sono i “single”. Sto notando che che tra i “single” sempre più spesso vengono proposti due brani, magari uno la rielaborazione del precedente. Si ritorna, dunque, ai vecchi lato A e lato B. I singoli raramente restano tali. Servono a lanciare un nuovo album (e per questo ci sono i rilasci programmati, Amuse Bouche invitanti in attesa della portata principale), ad annunciare che l’artista si sta dando da fare, a tenere in ansia i fan… Nell’urban (rap-trap) sono pane quotidiano. Si consumano come tapas in una taparia di Barcelona, alcuni buoni, altri mediocri, ma comunque utili ad abbinarli a una buona cerveza helada. Ma ci sono anche uscite fatte per il solo gusto di dire qualche cosa, brevi e intensi momenti di musica. Tutto questo pippone per presentarvene tre che in questo 2021 mi sono piaciuti particolarmente. Scopriamoli insieme.

1 – Stoney Creek – Xavier Rudd
Per chi non lo conoscesse, Xavier Rudd è un artista molto particolare. Australiano, 43 anni, sempre a piedi nudi (un suo modo per restare a contatto con la terra, essere parte di un mondo a cui lui crede fermamente, fatto di semplicità, connessione con la natura, amicizie vere), polistrumentista, one man band, assistere a un suo concerto ha un che di catartico. Che si esibisca da solo con l’immancabile didgeridoo (lo strumento a fiato degli aborigeni) e la chitarra acustica o con il suo gruppo The United Nations con il quale si diletta a suonare reggae in versione australe, riesce a trasmettere sempre qualcosa di magico. Diventato famosissimo con il suo Spirit Bird, disco uscito nel 2012, che contiene Follow The Sun, uno dei suoi brani più noti – la Time Records lo ha portato a fama mondiale con il progetto Time Square, canzoni di grande valore artistico riviste con nuovi mixaggi e produzioni – dopo un anno forzato di fermo nel suo “concertare” per il mondo, ha iniziato a riflettere sulla sua musica e su quanto stava succedendo nel mondo. Spiega lui stesso (lo trovate sul suo sito): «Stavamo viaggiando verso nord, diretti al Capo e il vento soffiava troppo forte per uscire in barca… Mentre contemplavo tutto quello che mi stava succedendo e ciò che stava avvenendo nel mondo, ha cominciato a soffiare un forte vento di sud-est. Sembrava proprio un vento di cambiamento, letteralmente». Così è nata Stoney Creek, canzone accompagnata da un video, dove una donna danza su uno skateboard spinta dalle raffiche di quel vento: Baby, the wind is blowin’/ So rest your weary head here on my knee/ There’s no way we’re getting on the ocean/ So fuck everything else and let’s just be

2 – Baby – Gal Costa & Tim Bernardes
È un brano storico, contenuto nel disco-manifesto del Tropicalismo, Tropicália ou Panis et Circensis, uscito nel 1968. Baby è stato scritto da Caetano Veloso e interpretato da Gal Costa. L’origine della canzone l’ha descritta lo stesso Caetano nel suo meraviglioso libro Verdade Tropical (Companhia das Letras, 1997), uscito in Italia con il titolo Verità tropicale: musica e rivoluzione nel mio Brasile, ripubblicato da Sur nel 2019, in occasione dei 20 anni dall’uscita italiana, con integrazioni dello stesso artista. A chiedere la canzone è stata la sorella Maria Bethânia – a proposito, ascoltatevi Noturno, il suo ultimo lavoro uscito fresco, fresco il 29 luglio scorso, ne parlerò sicuramente – che poi, inspiegabilmente non lo interpretò. Il brano è diventato uno dei cavalli di battaglia del Tropicalismo, suonato e cantato da numerosi artisti. Quello che vi consiglio oggi è Baby, reinterpretato dalla stessa Gal Costa, con una voce ancora meravigliosa e squillante, fresca e vibrante nonostante i suoi 75 anni (fa parte di un progetto dell’artista carioca ribattezzato #Gal75 diventato un disco, Nenhuma Dor, uscito nel febbraio scorso) su un arrangiamento e voce comprimaria di Tim Bernardes, trentenne artista di São Paulo, fondatore del gruppo pop-psichedelico O Terno (ascoltateli!). Tim è molto apprezzato sia da Caetano sia da Maria Bethânia per il suo sound essenziale con cui riesce a creare terreni musicali di gran spessore. E Baby non fa eccezione!

3 – The Jazz Ep – Rodrigo Y Gabriela
Non è proprio un singolo, ma l’ho scelto perché, sebbene si tratti di un Ep con tre brani di tre autori diversi rielaborati con la loro consueta verve, può essere considerato un solo unico pezzo di quasi 20 minuti d’ascolto. C’è un filo conduttore nei tre brani, Lingus degli Snarky Puppy, Oblivion di Astor Piazzolla (c’è anche la partecipazione di Vicente Amigo, chitarrista di flamenco tra i più quotati) e Street Fighter Mas, del sassofonista Kamasi Washington, che la coppia di chitarristi messicani con sede a Barcellona, Rodrigo Sanchez e Gabriela Quintero, ex membri di una band metal messicana, i Tierra Acida, sono riusciti a plasmare come un’unica mini sinfonia in tre atti. Il lavoro che ne è uscito, pubblicato nel maggio scorso, è un piccolo gioiello che solo dei virtuosi possono permettersi. Se vi ascoltate i brani originali, noterete che Rodrigo y Gabriela sono riusciti ad armonizzare tre partiture molto diverse tra loro trasformandole in una sequenza coerente e avvincente. Una sorta di cavalcata ai confini tra jazz, fusion, e sonorità latine, grandi pressioni e ampi spazi di riflessioni (nella struggente  e magistrale Oblivion), dialoghi di corde, a volte duri a volte romantici, ma sempre tecnicamente perfetti. Noterete l’uso della chitarra elettrica in simbiosi con la chitarra classica. Grandi professionisti, ottima musica, venti minuti intensi da godere e condividere.