Fleetwood Mac and Friends: è on line “Albatross”

Il prossimo 30 aprile uscirà un disco “imponente” per chi ama il rock anni Sessanta e Settanta. La storia in musica dei primi Fleetwood Mac con il sommo Peter Green: Mick Fleetwood and Friends Celebrate The Music Of Peter Green And The Early Fleetwood Mac (Live from The London Palladium).

Il disco è la registrazione di un concerto che si è tenuto il 25 febbraio 2020, pochi giorni prima che il Covid si impossessasse del mondo, con un sold out di biglietti e un parterre di musicisti sul palco da far venire la pelle d’oca: Neil Finn, Noel Gallagher, Billy Gibbons, David Gilmour, Kirk Hammett, John Maya, Christine McVie, Jermey Spencer, Zack Starkey, Pete Townshend, Steven Tayler, Bill Wyman, oltre a Mick Fleetwood, Dave Bronze, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, Ricky Peterson e Rick Vito.

Ieri è stato rilasciato il terzo brano (e video) del concerto, dopo The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) cantata e suonata da Billy Gibbons dei ZZ Top e Kirk Hammett, chitarrista dei Metallica (pubblicata in anteprima nel dicembre del 2020) e Rattlesnake Shake, cantata da un ispirato Steven Tayler, rilasciata il 25 febbraio di quest’anno. Si tratta di un pezzo strumentale del 1968 che, se non riassume, di certo identifica, la band britannica e Green: Albatross, suonato da David Gilmour sulla lap steel guitar, con un effetto ancora più meditabondo e carico d’emozione, postpsichedelico. Peter Green non c’era sul palco quel 25 febbraio. Il 26 luglio morirà nel sonno a 73 anni. Un motivo in più per rendere omaggio a un grande del rock e del blues.

Il 24 aprile, via nugs, verrà trasmesso l’intero concerto in streaming, mentre il 30 sarà disponibile sulle piattaforme digitali e nei negozi il disco live.

La musica che mi fa sentire bene

È da un po’ che volevo condividere con voi una mia riflessione. Sarà l’età, sarà la tanta musica che ho ascoltato e continuo ad ascoltare, ma mi sono reso conto di essere diventato sempre più selettivo nelle mie preferenze.

Continuo, certo, a mettere in cuffia tutti i generi, soprattutto quelli che non sono nelle mie corde, per comprendere nuove forme d’espressione e trarne spunti, spesso in una banalità imperante e dai facili consumi.

Quando la melodia è ripetitiva e scontata mi sento dire: «Ma devi ascoltare i testi, sono quelli che contano». Grazie, ma preferisco leggere quei versi senza il contorno di elaborazioni digitali fatte in catena di montaggio, tutte uguali, tutte senz’anima. Alcuni testi sono davvero interessanti, e mi riferisco soprattutto all’Urban. Il mainstream non è affatto garanzia di qualità.

Guardo all’Italia: apparentemente c’è solo una cultura dominante, quella del rap-trap, diventato il nuovo Pop, una contraddizione in termini se si pensa alla matrice culturale dell’hip-hop e alla controcultura in cui si è formato. Il genere è mercificato, buono per le case discografiche e per i trapper e rapper che hanno a disposizione il loro quarto d’ora di celebrità. Non parliamo poi dei prestampati sanremesi. Le eccezioni sono rare…

Ascoltare musica che dica qualche cosa (incluso l’Urban) risulta molto difficile, bisogna andarsela a cercare. In Italia, comunque, abbiamo fior di musicisti raffinati, preparati, virtuosi, polistrumentisti, affamati di contaminazioni, senza preclusioni. Jazz, latin jazz, rock, bossa nova, classica, hip-hop, funk, pop, linguaggi spesso distanti tra loro, diventano magicamente compatibili, un melting pot riuscito.

L’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro in un suo libro dirimente, O Povo Brasileiro (impiegò 30 anni a scriverlo), annotava come la miscigenação, la combinazione di tre popoli, il portoghese, l’africano e l’indigeno, avesse portato a quello che è diventato un solo popolo brasiliano oggi. Non solo razza, ma anche cultura e, quindi, musica. Musica del mondo, dunque, influenze che trovano in artisti come Joe Barbieri, Stefano Bollani, Paolo Fresu, Daniele di Bonaventura (ascoltate l’ultimo suo lavoro uscito il giorno di Pasqua, Canzoni da Casa, o lo splendido Reminescenze con il pianista Giovanni Guidiqui uno dei concerti dei due artistiTosca, Gegè Telesforo (che ho intervistato lo scorso anno), Luca Aquino, Gabriele Mirabassi, Mauro Ottolini, di cui vi parlerò tra alcuni giorni, esempi significativi e importanti.

Mentre scrivo mi sto ascoltando Bollani e il suo Carioca, album uscito nel 2008. Ma anche il live uscito a marzo di quest’anno, in versione classica/world music, El Chakracanta (Live in Buenos Aires) con l’Orquesta Sin Fin diretta da Exequiel Mantega. Il disco è composto da due tanghi, Don Agustín Bardi di Horacio Salgán e Libertango di Ástor Piazzolla (l’11 marzo s’è celebrato il centenario della nascita) e da due composizioni per orchestra di Bollani, il Concerto Azzurro e il Concerto Verde, registrati, sempre nella capitale argentina, in tempi diversi.

Ieri sera, invece, l’ho dedicata a Barbieri, riandando ad ascoltare quel bellissimo disco del 2015, Cosmonauta da appartamento, qui L’Arte di Meravigliarmi con il prezioso intervento crossover della spagnola La Shica (a proposito di rap…) e Tu sai Io So con la voce inconfondibile di Peppe Servillo. Rimane un capolavoro per me Maison Maravilha, album del 2009 dove c’è Malégria cantata con Omara Portuondo, la grande artista cubana del Buena Vista Social Club.

Paolo Fresu (del suo ultimo disco, P60LO FR3SU ho parlato qualche giorno fa) da anni porta in musica quella miscigenação descritta da Ribeiro. Un esempio, per nulla banale, ma che solo un vero musicista può concepire, lo ha regalato il venerdì di Pasqua, suonando dalla sua casa il Miserere insieme al Cuncordu ‘e Su Rosariu di Santulussurgiu.

Il 30 marzo è uscito l’ultimo lavoro di Gabriele Mirabassi, Tabacco e Caffè, di nuovo assieme dopo quasi cinque anni da Amori Sospesi, al bassista Pierluigi Balducci e al chitarrista Nando di Modugno. Ascoltate Party in Olinda, il brano che apre il disco, del compositore e chitarrista brasiliano Toninho Horta. Il disco è un viaggio nella musica tradizionale brasiliana e quello che ha rappresentato negli anni per molti artisti, soprattutto jazzisti. E mentre il clarinetto di Mirabassi ti proietta in mondi rassicuranti e sognanti, Luca Aquino fa suonare la sua tromba in rivisitazioni della musica che ha più amato attraverso quella grande casa che è il jazz. Mi diverte ascoltare le elaborazioni di Rock 4.0 brani rock, dai Radiohead, a Neil Young a Bob Dylan (album del 2014) o overDOORS (del 2015), un omaggio alla mitica band di Jim Morrison, ma anche quel giusto riconoscimento a certa musica italiana d’autore in Italian Songbook del 2019 (con l’orchestra sinfonica di Benevento e la partecipazione del pianista Danilo Rea): molto intensa la sua versione di Almeno tu nell’Universo.

Potrei andare avanti ancora e ancora. La musica ha un grande potere terapeutico, e questi artisti per me sono passione, lavoro, fantasia, sogno, emozione. Questa è la musica che mi incuriosisce, che mi manca – nel senso della saudade brasileira (ne avevo parlato sul blog giusto un anno fa) che ho bisogno di ascoltare per essere in pace con me stesso e il mondo. Contaminazione, fantasia, un esperanto in note che acquista sempre più senso in questo assurdo momento storico.

Novità: Piers Faccini e il suo Shapes of the Fall

Piers Faccini – Foto Julien Mignot

È uscito oggi, freschissimo di stampa, Shapes of the Fall, settimo lavoro in studio di Piers Faccini. Se avete avuto modo di ascoltarlo, sapete già che tipo di musica faccia. Anche se viene incasellato nel settore “Alternativa”, il cinquantenne cantautore anglo-italiano ha perfezionato, lavoro dopo lavoro, uno stile che lo ha portato ad aprirsi alla World Music, alla contaminazione di ritmi e culture molto diverse tra loro, ma tutte unite da un sottile filo d’Arianna, dalla musica “occidentale” con chiari elementi blues, a quella nordafricana e del Vicino Oriente.

La canzone scelta come “guida” all’ascolto è All Aboard: vede la partecipazione di Ben Harper e di Abdelkebir Merchane, cantante marocchino, maestro della musica tradizionale Gnawa, una musica ipnotica, ripetuta, che porta in trance musicisti e ascoltatori, una musica religiosa, concepita per avvicinarsi a spiriti e santi. Quanto ad Harper, il musicista californiano aveva già collaborato 16 anni fa a un altro disco di Faccini, Tearing Sky.

Al primo ascolto è un bel lavoro, ricco di spunti sonori e letterari. Si sente – e molto, direi volutamente – la scrittura con i fratelli Malik e Karim Ziad, musicisti algerini che studiano la cultura berbera e Gnawa. Nella sua essenza, un disco che, attraverso la fusione di culture e melodie, vuole comunicare un disagio per come è messo il nostro Pianeta, per le ingiustizie, per i problemi legati al clima e per il complesso momento in cui ci ritroviamo tutti a vivere. L’intervento “religioso” implica una forte richiesta di spiritualità, un aiuto divino contro l’inazione dell’uomo.

Sulla home page del suo sito è lo stesso Piers a descrivere il significato di All Aboard: «Ho scritto la musica di All Aboard con il mio amico Malik Ziad e mi ricordo che all’epoca, mentre stavamo suonando il riff strumentale, mi sono venute in mente queste parole da cantare come una specie di chiamata e risposta, “all aboard, all aboard”. Alla fine, il testo e la narrazione sono scaturiti da quelle due parole iniziali. Per sviluppare la storia, ho immaginato un gruppo di sopravvissuti dopo un collasso ambientale che salgono a bordo di una barca di fortuna per navigare verso i poli, essendo questi l’ultimo posto abbastanza fresco per vivere.

Ho immaginato un’arca dei giorni nostri, con animali e piante, che trasportano semi e carichi preziosi per sopravvivere e iniziare una nuova vita. Ma ho anche scritto la canzone come una sorta di parodia, per evidenziare l’assurdità dell’inazione dell’umanità di fronte alla catastrofe imminente. Preferiamo lasciare che la nostra casa, il nostro pianeta e il nostro stesso paradiso brucino davanti ai nostri occhi invece di salire a bordo di una nuova narrativa verde, di un modo per evitare questo scenario apocalittico…». Anche il video animato che accompagna e completa il brano, diretto da FANTÔMES, prodotto da La Blogothèque con l’animazione di Rodolphe Jouxtel e le illustrazioni aggiuntive di Audrey Jouve ha il suo perché.

Tre album in attesa delle feste pasquali

Frame da “Sad Cowboy” delle Goat Girl

Questa settimana voglio proporvi alcuni album di recente uscita che mi sono particolarmente piaciuti. Lo faccio ora, nelle imminenti festività pasquali, così ci si può ricavare un po’ di tempo per rilassarsi e ascoltare. Sarà una Pasqua ancora in emergenza, ma dovunque voi siate o abbiate intenzione di andare – sempre che sia possibile – portare con sé nuove musiche ha un che di liberatorio. La mente non ha lockdown, se non quelli che ci autoaffliggiamo, è la nostra free zone, dove possiamo fantasticare, viaggiare, penetrare tra note e versi, riflettere. Oggi ho scelto tre titoli molto diversi tra loro, andiamo dal post punk delle Goat Girl, alla raffinatezza del nostro Paolo Fresu, al ritorno di melodie funky jazz di Dr. Lonnie Smith, mitico organista che suona uno strumento altrettanto mitico nella storia del rock e della musica anni Sessanta e Settanta, l’Hammond B3.

Goat GirlOn All Fours

Quattro donne esplosive e riflessive della South London per un disco post punk nel vero senso del termine, uscito il 29 gennaio scorso. On all Fours è una carrellata di musica allegra, brillante, non scontata, registrata per lo più ognuna da casa propria aggiungendo idee e ispirazioni continue, a cui fanno da contraltare testi di grande significato socio-politico, dove trovano posto il cambiamento climatico, il disinteresse della gente, i destini politici ed economici del mondo, raccontati attraverso esperienze della vita di ogni giorno. Ascoltate Sad Cowboy e The Crack e capirete!

Paolo FresuP60LO FR3SU

Il trombettista di Berchidda ha voluto festeggiare i suoi 60 anni (il 10 febbraio) pubblicando per la sua Tǔk Music un cofanetto con tre dischi, due inediti e una ristampa. Partiamo da quest’ultima: si tratta di Heartland, un vecchio e fortunato progetto del musicista sardo con David LinxDiederik Wissels. Il secondo in trio con il bandeonista Daniele Bonaventura e il violoncellista brasiliano Jaques Morelenbaum (ascoltate Te Recuerdo Amanda) e il terzo un tributo a David Bowie con un parterre di musicisti e cantanti di alto livello: Petra Magoni (voce), Gianluca Petrella (trombone), Francesco Diodati (chitarra), Francesco Ponticelli (contrabbasso) e Christian Meyer (batteria), qui Heroes. Uno di quei dischi che ascolti senza mai stancarti, ricco di atmosfere e ritmi che richiamano momenti struggenti nella storia della musica del Novecento (e non solo…).

Dr. Lonnie SmithBreathe

Dr. Lonnie Smith, tastierista negli anni Sessanta del quartetto di Geroge Benson, è uno dei pochi al mondo a fare musica con l’Hammond B3, uno degli strumenti leggendari per ogni tastierista che si rispetti. L’Hammond ha fatto la storia del rock, pensate a John Lord dei Deep Purple, o John Paul Jones, bassista e tastierista dei Led Zeppelin, ma l’elenco è lungo! Il  nuovo album del settantottenne newyorkese uscito il 26 marzo vede anche la partecipazione di Iggy Pop in due brani, Why can’t we live together, rivisitazione dello storico pezzo di Timmy Thomas del 1972, e Sunshine Superman, pezzo di Donovan dall’album omonimo del 1966, entrambi di grande impatto.

Uto’pians, quando la musica va in soccorso della Natura

Esce oggi per la Blue Spiral Records il secondo volume di Uto’pians / Piano Collection. Si tratta di un disco collettivo, dove 13 pianisti delle più varie estrazioni, dal classico all’avanguardia, hanno collaborato per un progetto comune, unire Musica e Natura.

La musica è insita nella natura delle cose. Ricordate quando vi ho parlato di Federico Ortica, il compositore e sound designer che fa suonare gli alberi, alla continua ricerca di un nesso tra note e voci della foresta?

Il senso di questo album vuole essere proprio questo: cercare di connettere e sensibilizzare l’uomo sul nostro pianeta e su tutti i suoi abitanti, animali inclusi. Il progetto dei curatori di Uto’pians, i musicisti, Raphaelle ThibautRaphaelle Thibaut, va proprio in questa direzione: una parte dei profitti, infatti, andrà a finanziare Animals Australia, ong che persegue uno scopo: «We belive in a world where compassion extends to everyone». Comprensione e compassione sono le parole “magiche” per sognare un mondo migliore.

Ascoltando questi tredici artisti che propongono le loro composizioni al pianoforte, arricchite, come l’italiano di origini indonesiane Feryanto, da accenti elettronici con Tree Spirit, o la tedesca Valeska Rautenberg che suona e canta You are Everything, o ancora la giapponese, residente a Berlino, Midori Hirano, compositrice e produttrice, con la riflessiva Keep Shining, ne esce un puzzle di emozioni dove la musica diventa una vera e propria forma di meditazione sul tema del rispetto, dell’accettazione, della tolleranza.

Un’utopia, come rileva il titolo dell’album, giocando tra questa parola e pianoforte? Sì, perché tutti sappiamo che non potremo mai arrivare a un amore universale. Vale comunque la pena provarci. Queste composizioni sono soltanto un piccolo passo che ci può avvicinare al vero senso della parola Natura, intesa come forza generatrice. La possibilità di poter sognare, aggiungere alla colonna sonora in ascolto la nostre emozioni…

Qui la tracklist:
Raphaelle Thibaut – Mirage
Arthur Jeffes – Temporary Shelter From The Storm
Christopher Dicker – Optis Nocturne
David Weengren – For a Kinder World
Christina Higham – Hyperspace
Patrick Delobel – Inner Sights
Feryanto – Tree Spirit
Midori Hirano – Keep Shining
Marie Awadis – Raindrops
Dominique Charpentier – Parasol
Alexandra Hamilton-Ayres – Dancing Trees
Wilson Trouvé – The Hours
Oskar Tena – Alive
Valeska Rautenberg – You Are Everything

Paul McCartney: un remix e un libro in arrivo

A quasi 79 anni, li compirà il prossimo 18 giugno, Paul McCartney non ha nessuna intenzione di andare in pensione. Anzi, rilancia e rilancia ancora, si confronta con rapper, rocker, musicisti indie e pop e lo fa con la spensieratezza e la testardaggine di un ragazzino che vuole farsi strada nella musica.

Dopo aver pubblicato il suo McCartney III a dicembre dello scorso anno (album interamente suonato e prodotto da lui durante il lockdown, da notare la scelta di non mettere filtri alla sua voce, una sfida nella sfida) ha scelto – e invitato – suoi colleghi molto più giovani di lui a reinterpretare gli undici brani che compongono l’album. Il disco uscirà il prossimo 16 aprile.

Alcuni artisti sono vecchie conoscenze di Macca, con cui ha collaborato, penso a Josh Homme, frontman dei Queens of the Stone Age. Assieme al baronetto, a Trent Reznor e Stevie Nicks, hanno contribuito nel 2012 a comporre la colonna sonora di Sound City, il docufilm di Dave Grohl (ascoltate Cut Me Some Slack).

Nel progetto di un McCartney III mixato e reinterpretato ci sono anche Beck, i Khruangbin, Phoebe Bridgers, EOB, al secolo Ed O’Brian dei Radiohead, St. Vincent,  Blood Orange, Damon Albarn, 3D RDN, Anderson .Paak e persino l’attore e musicista Idris Elba. Per la presentazione del progetto, l’ex Beatle ha scelto The Kiss of Venus, cantata da Dominic Fike

E non finisce qui. Il 2 novembre uscirà un corposo libro ideato dall’artista: Paul McCartney The Lyrics: 1965 to the Present, volume curato e presentato dal Premio Pulitzer Paul Muldoon (in Italia uscirà per Rizzoli). Come precisa lo stesso Macca, non si tratta di un’autobiografia, cosa che, alla sua età, molti scelgono di scrivere, una sorta di diario della propria vita. Ha, invece, deciso di parlare di sé attraverso i testi di 154 canzoni da lui scritte. Dalle primissime, quando era un ragazzo, al decennio con i Beatles, al periodo Wings e a quello da solista. Testi accompagnati da foto inedite e da particolari che hanno ispirato quei testi, situazioni, episodi di vita, esperienze. Molto più di un’autobiografia. In perfetto stile McCartney!

Nick Cave e Warren Ellis: Carnage, il lato oscuro della pandemia

Il Covid non molla, si trasforma, diventa altro. Fa paura. E la reazione, dopo un anno di lockdown, morti, zone gialle, arancioni, arancione rinforzato, arancione scuro, rosso, è cercare di pensare alla normalità di cui godevamo solo un paio d’anni fa. Molte volte abbiamo tentato di ritornare alla quotidianità abbandonata, pensando che forse era quella buona. Pensiero e azione sono cani che si mordono la coda. E in questo roteare il virus razzola e occupa. Oltre alle solite congetture da social, da cui fuggo incazzato e perplesso, rimane il fatto che siamo ben lontani dal ritorno alla normalità.

Gli Stati Uniti hanno raggiunto e superato il mezzo milione di morti, il Brasile i 250mila, noi… secondo uno studio della Fondazione di Bill Gates, se non acceleriamo sulle vaccinazioni, potremmo trovarci a marzo e aprile con oltre trentamila morti. L’Unione europea lancia l’allarme, in un terzo dei Paesi membri si stanno di nuovo riempiendo le corsie degli ospedali e le terapie intensive…

La tragedia dello scorso anno che si ripete… In Italia, con Sanremo alle porte, dove tutti sorridono per cercare di rivivere patine di normalità, ieri qualcuno è venuto a ricordarci, con il suo consueto schiaffone in faccia, che la situazione è un’altra. Quel qualcuno ha un nome pesante nella musica: si chiama Nick Cave. Il 25 febbraio ha pubblicato, assieme a Warren Ellis, suo sodale, polistrumentista e membro dei Bad Seeds, la storica band di Cave, un album dal titolo significativo: Carnage, carneficina. Per inciso, dei due artisti ne avevo parlato il 19 gennaio scorso, quando ho ricordato la loro collaborazione con Marianne Faithfull (il 30 aprile uscirà She Walks in Beauty).

Scritto durante il lockdown, è un lavoro di pesante riflessione sulla solitudine arrivata con la pandemia, sul credere in qualcuno o qualcosa, su quello che siamo oggi, con la voce baritonale e praterie di sintetizzatori, piccoli interventi di chitarre elettriche secche come la solitudine, il pianoforte suonato da Nick che tesse melodie che suonano come note di speranza. In Balcony Man, ultimo degli otto brani che compongono questo mosaico baritonale, profondo, essenziale, Nick canta:

This morning is amazing and so are you
This morning is amazing and so are you
This morning is amazing and so are you
You are languid and lovely and lazy
And what doesn’t kill you just makes you crazier

L’ultima frase è epica: «Ciò che non ti uccide ti rende solo più pazzo». Una sintesi perfetta per il momento. In Hand of God, «Hand of God /Coming from the Sky», primo brano, dopo un inizio “classico”, scarica sull’ascoltatore un ritmo ossessivo, profondo. Nella splendida Old Time, dove, per inciso, alla batteria c’è un altro storico “Bad Seeds”, Thomas Wydler, Nick canta:

The trees are black and history
Has dragged us down to our knees
Into a cold time
Everyone’s dreams have died
Wherever you’ve gone, darling
I’m not that far behind

«I sogni di tutti sono morti, ovunque tu sia andata, tesoro, non sono così indietro». Sono tutti tasselli che raccontano la solitudine ma anche la speranza di ritornare un giorno a una normalità. C’è un brano che continuo ad ascoltare, ed è White Elephant, chiaro riferimento all’estrema destra americana. Parte con un’elettronica alla Peter Gabriel anni Ottanta per finire in una sorta di gospel. Qui è il primatista bianco che minaccia di uccidere tutti, si sente dio, «Una Venere di Botticelli con il pene» ma anche «Una scultura di ghiaccio che si scioglie con il sole» e annuncia che «è vicino il tempo per il regno nel cielo».

Ve lo suggerisco, è una bella scossa per questi tempi, una visione del reale lucida e cruda nella sua apparente follia. Ma questo è Cave. E per fortuna che esiste!

Tre dischi in arrivo: Pat Metheny, Valerie June e Morcheeba

Ci sono tre dischi per altrettanti artisti che sto aspettando. Sono musicisti molto diversi tra loro per generi, storie e percorsi musicali. Ve lo dico, li ho già prenotati. Il mio personale metodo di scelta non guarda a chi sia più famoso o meno (essere una star non è sinonimo di bravura eterna), ma a quello che mi dicono, all’emozione che mi danno, allo stupore che mi lasciano, a quel senso di soddisfazione che provo nell’ascolto. Criteri soggettivi, ovviamente, che voglio condividere con voi. Poi mi direte se siete dalla mia o se mi manderete a quel paese…

Parto forte: il 5 marzo sarà disponibile per la Modern Recordings, etichetta in seno alla BMG dedicata a classica, jazz ed elettronica, l’ultimo lavoro di Pat Metheny, Road To The Sun. Sono pochi i musicisti che dopo aver vinto 20 Grammy, pubblicato 40 album, suonato con decine di mostri sacri della musica riesce a tirar fuori dal suo magico cappello un lavoro per certi versi spiazzante, diverso dagli altri, mantenendo però l’imprinting “Metheny”. Come sempre, direte voi. Esatto, ribatto. Come sempre. Metheny è una garanzia. Questa volta la chitarra è protagonista con il suo suono puro. Un disco diviso in tre parti, Four Paths of Light, dove, con lui suona con Jason Vieaux, chitarrista classico (qui Four Paths of Light Pt. II), una seconda, Road To The Sun, sei tracce che danno il titolo all’album, eseguite con i LAGQ, Los Angeles Guitar Quartet, al secolo John Dearman, William Kanengiser, Scott Tennant e Matthew Greif. Ascoltate Road To The Sun Pt. II. L’ultima parte è un riarrangiamento di Für Alina, uno dei brani storici dell’ottantacinquenne compositore estone Arvo Pärt, musica per pianoforte suonata nel 1976, arrangiata da Metheny che la suona con la sua mitica chitarra a 42 corde.

Il 12 marzo, invece, cambiando del tutto genere, uscirà un disco attendevo da un po’. Si tratta di The Moon And The Stars: Prescription For Dreamers di Valerie June, via Fantasy Records. La trentanovenne cantante e compositrice polistrumentista del Tennessee dotata di una voce molto particolare, ha prodotto il disco con Jack Splash (producer anche di Kendrick Lamar, John Legend, Alicia Keys). Il risultato è un lavoro che giustifica l’attesa. Dalle canzoni che preannunciano l’album, Call Me A Fool e le prime tre Stay / Stay Meditation / You And I, traspare un progetto ambizioso (erano quattro anni che non pubblicava più nulla) quanto profondo. C’è blues, R&B, un pizzico di psichedelia e una generosa dose di folk pop.

Il 14 maggio, mi prendo per tempo, sarà nei negozi Blackest Blues il nuovo album dei Morcheeba, via Kartel Music. Il duo britannico, autore di un pop molto raffinato, ha composto 10 brani, disponibile all’ascolto per ora, solo Sounds of Blue, con un video dove Sky Edwards e Ross Godfrey, il chitarrista, navigano in una barca in mezzo al mare e Sky in acqua si muove cantando avvolta nel profondo blu. L’album contiene anche due apprezzati interventi, quelli di Duke Garwood (in The Edge of The World) e Brad Barr (in Say It’s Over). Trip hop, raffinate armoniche della chitarra di Godfrey e la voce inebriante di Sky ne fanno un lavoro preciso ed emozionale, da ascoltare con cura.

Interviste: Francesca Remigi e il Labirinto dei Topi

Francesca Remigi – Foto The Fog House Photography

Confesso, ho una certa soggezione quando mi accingo a telefonare per quest’intervista. Francesca Remigi, bergamasca, 24 anni, figlia e nipote di musicisti, è una batterista jazz. Eccolo lì, sono subito riduttivo… Bisogna aggiungere che è anche una compositrice, e pure molto brava e complessa, dai che ci sono!, e una persona esigente, che tende alla perfezione (sarà perché nata sotto il segno della Vergine, per chi ci crede). Qui, miei cari amici, non è questione di zodiaco, bensì di carattere e amore (sconfinato) per la musica e per il ritmo.

Il 5 gennaio è uscito sulle piattaforme digitali, e due settimane dopo nei negozi fisici, Il Labirinto dei Topi, otto brani di non facile ascolto, ai quali bisogna accostarsi con mente libera e aperta, musica che non possiamo etichettare semplicemente come “jazz contemporaneo”. Detto così, è tutto e niente. Il lavoro è nato da sue composizioni e da un gruppo di musicisti che si è scelta, sempre non per caso. Un ensamble battezzato Archipélagos. Ma vedremo tutto tra poco… Al cellulare mi risponde una voce squillante, simpatica, gentile… «Scusami, oggi la linea dà problemi, non so perché, eccomi qua, pronta!».

Francesca, vado subito al sodo: hai studiato al Conservatorio di Milano, quindi l’ultimo anno, un Erasmus a Maastricht, poi la laurea al Koninklijk Conservatorium di Bruxelles. Ora sei nel pieno di un super master al Berklee Global Jazz Institute di Boston, diretto dal pianista Danilo Pérez, in quella mitica scuola dove insegna anche la grande batterista Terri Lyne Carrington…
«Sì sono stata scelta, è dal novembre del 2019 che ho iniziato il mio percorso per partecipare al master. Ho inviato i miei provini, sai ci sono venti borse di studio, dieci per studenti americani e dieci per il resto del mondo. Il Master costa molto, 70/80mila dollari per un anno. Sono stata ammessa con la borsa di studio, sarei dovuta partire nel settembre dello scorso anno, ma il campus di Boston nel frattempo è rimasto chiuso, causa pandemia, nel primo semestre. Da fine gennaio ha riaperto iniziando alcune lezioni in presenza. A questo punto, vista l’incertezza, ho continuato a frequentare on line. Mi stanno servendo molto, anche se non è come in presenza, ovvio. Sto imparando nozioni importanti di Music Technology, Productions, tutte capacità che, di questi tempi, sono utili a un musicista: imparare a usare programmi complessi che ti permettono di registrare ad alti livelli da solo con evidenti risparmi in un momento in cui non ci sono risorse. Comunque, se tutto va secondo i piani, dovrei partire a maggio per fare, in presenza, gli ultimi quattro mesi e poi rimanere negli Stati Uniti. È il mio sogno restare al Berklee, continuare il mio percorso di perfezionamento…».

Per ora come funziona?
«Per le composizioni intendi? Ci si passa le tracce, è un processo molto lento, estenuante, soprattutto per i batteristi che devono registrare per primi…».

FRANCESCA REMIGI – “Adriano Bellucci photographer – Una Striscia di Terra Feconda 2020”

Perché ti sei appassionata alla la batteria?
«Sono nata in mezzo alla musica. Mio padre è un chitarrista, mia madre una pianista, mio nonno suonava la tromba nell’Orchestra Sinfonica della Rai. Insomma, sono cresciuta tra classica e jazz. Ho iniziato prendendo lezioni da mio padre. Padre-figlia, professore-allieva, non sempre funziona. Una volta sono andata ad ascoltare mio padre che suonava con un’orchestra, ero piccola, e c’era anche un batterista che, ai miei occhi di bambina, si stava divertendo tantissimo a suonare. Era Stefano Bertoli, e proprio lui è stato il mio primo insegnante. Così ho lasciato la chitarra… I miei, comunque, sono felici della scelta, vedono quello che faccio, sono contenti».

Veniamo al Labirinto dei Topi. Il titolo fa riferimenti alle teorie di Zygmunt Bauman, ma non solo. Leggo i titoli dei brani: Il Labirinto dei Topi, Gomorra, Be Bear Aware (ascoltateli). Ci sono riferimenti a Noam Chomsky e a Roberto Saviano.
«Sono sempre stata attratta dalla storia, dalla filosofia dalle relazioni umane. Mentre studiavo al Conservatorio, a Milano, mi sono iscritta anche a Interpretariato Parlamentare… La musica è uno strumento per dire qualche cosa, non è solo musica fine a se stessa, va riempita di contenuti. Penso a Eric Dolphy a Charles Mingus. L’arte in generale e, dunque, anche la musica, è un mezzo di denuncia sociale. Questi argomenti mi toccano e mi interessano, mi sono avvicinata anche allo studio della psicologia e della sociologia. Tornando al Labirinto dei Topi: l’idea del titolo ma anche della composizione mi è venuta leggendo La Società sotto assedio di Bauman, una società senza certezze dove le istituzioni non rappresentano più i cittadini ma diventano una oligarchia a sé stante. Ci si trova da soli ad affrontare vita e sfide, i social poi hanno dilatato questo processo… Sto scrivendo un progetto che presenterò alla Berkley dal titolo The Human Web, dove mi concentro ad analizzare l’impatto dei social media, le condizioni economiche e fisiche, uno scontro che la pandemia ha ulteriormente accelerato. Sai sto seguendo quest’aumento vertiginoso di suicidi e tentati suicidi tra adolescenti, mi ha colpito molto. La mia idea è registrare questo nuovo progetto a Boston con musicisti residenti, a maggio».

Ritornando al disco, tutto questo lo hai inserito in una musica che segue anche canoni non propriamente occidentali. Mi riferisco alla tua passione per lo studio della musica carnatica indiana…
«Sono una persona che non si accontenta facilmente, cerco sempre nuove sfide, e una di queste è proprio la musica carnatica indiana. È per questo motivo che mi sono spostata a Bruxelles, dove ho preso lezioni da Stéphane Galland, un grande batterista che da anni la studia. È una musica molto lontana dalla nostra. Usa un unico riferimento armonico melodico per un intero brano (che viene chiamato Raga) e che può durare ore. Non esistono successioni di accordi come nella musica occidentale. A livello melodico parlo di quarti di tono, appoggiature che non sono nostre. Da batterista è super interessante, molto complessa, rigorosa…».

Rigore che ti è servito per rafforzare il significato dei brani, tornando a Bauman, Saviano…
«Il rigore ritmico e matematico che caratterizza le composizioni, vuole far riflettere sulla società “Matrix” che opprime e controlla i singoli tramite uno sfrenato consumismo e un’inarrestabile globalizzazione».

Gli Archipélagos – screenshot video

Veniamo ad Archipélagos, il tuo progetto musicale. Ti sei scelta un gruppo che avesse queste affinità e conoscenze…
«Sì. Con Federico Calcagno (suona il clarinetto) ci conosciamo da quando abbiamo iniziato il conservatorio a Milano. Poi lui si è trasferito ad Amsterdam per perfezionarsi e io a Bruxelles. Siamo rimasti sempre in contatto. Amsterdam e Bruxelles sono vicine, ci vedevamo spesso per suonare, fare concerti. Avevo poi conosciuto, nell’estate del 2019 in Canada, durante una residenza artistica presso il Banff Centre for Arts and Creativity, un trombettista australiano, Niran Dasika, che lo scorso anno si trovava in Europa e aveva accettato di partecipare al lavoro. Si registrava a Roma nel Tube Recording Studio. A causa della pandemia e i continui rinvii, è poi dovuto ripartire per l’Australia. Le tracce le ha registrate da lì e le abbiamo aggiunte poi»…

Archipélagos viene proprio da qui, dal fatto che siete musicisti di varia provenienza (non solo “regionale”) ma anche musicale… Per la cronaca, l’ensemble è stato finalista dei Maastricht Jazz Awards 2020 e vincitore dei concorsi All You Have To Do is Play 2019 Nuova Generazione Jazz 2021 (I-Jazz).
«Con me ci sono amici conosciuti a Bruxelles, come il contrabbassista olandese Ramon van Merkenstein o il pianista francese Simon Groppe. Assieme a loro avevo avviato nel 2018 un altro progetto, i Soul’s Spring, poi abbandonato perché avevo in mente un altro genere di composizioni. Poi c’è la lussemburghese Claire Parsons alla voce: giocando con l’elettronica, riesce a fare cose davvero interessanti. Siamo, insomma, tante isole che però condividono lo stesso modo di fare musica, un arcipelago, appunto».

Torniamo alla tua musica. Come la puoi definire?
«È uno stile che rientra nella “creative music”, non è solo free jazz alla Ornette Coleman per intenderci. Rientra nella musica creativa, perché collega varie influenze, musica classica contemporanea, rock progressivo, musica carnatica, jazz..».

Francesca Remigi in concerto al Banff Centre, Canada

Il rigore compositivo lascia, però, spazio all’improvvisazione….
«Se hai ascoltato Gomorra, avrai notato che alla fine c’è come un placarsi del dialogo stretto tra strumenti, rimane il pianoforte di Simon e il canto di Claire, un segnale di speranza. In Scherzo e ne Il Labirinto dei Topi cantante e trombettista hanno totale libertà di esplorare; insomma, c’è una giusta dose di libertà. Si tratta di tanti soli che avvengono su metriche molto complesse».

Francesca, un’ultima cosa, anzi due: che musica ascoltavi da adolescente e che musica ascolti oggi?
«La musica è stata una costante nella mia vita. Fin da piccola, a cinque anni, sono stata abituata ad ascoltare Beatles, Queen, Rolling Stones. A 14, 15 anni mi sono avvicinata al jazz, ascoltavo il  progressive rock, King Crimson, Dream Theater (prog virato sul metal) e altri gruppi simili. Sono rimasta intrappolata in quell’estetica lì. Oggi, come ascolti, direi musica classica contemporanea, jazz contemporaneo e tanta musica di artisti emergenti giovani. Ultimamente ho ascoltato Octopus di Kris Davis & Craig Taborn (2018), Musica Ricercata di György Ligeti, Open Form For Society di Christian Lillinger, The African Game di George Russell». 

Addio Chick Corea, benvenuta Dominique Fils-Aimé

Oggi la notizia principale per chi si occupa di musica – e non solo – è la scomparsa a 79 anni di Chick Corea. Se n’è andato un paio di giorni fa per una rara quanto improvvisa forma di tumore, ma la famiglia ha dato la notizia solo nella notte. In questi casi si rischia sempre di cadere nel banale. Un grande musicista che dominava non solo pianoforte e tastiere, ma anche tutti i generi musicali possibili. La sua curiosità lo ha portato ad avere due doti essenziali: l’umiltà di imparare sempre dai suoi colleghi – fossero Miles Davis o Gary Burton o Pat Metheny – e dichiararlo più e più volte, e la curiosità di spingere la sua fantasia sempre più avanti in un mondo melodico che veniva composto, in un puzzle onirico, metrico e sofisticato, da jazz, samba, ritmi latini, rock, classica…

Come dimostra il suo ultimo lavoro uscito nel settembre dello scorso anno, Chick Corea Plays (qui Yesterdays), dove lui al pianoforte suona brani delle più svariate provenienze, Mozart, Antônio Jobim, Evans, Monk, Chopin, Wonder e propri, ovviamente, una scelta di esecuzioni magistrali registrate nei suoi live del 2018. Ad ascoltarlo oggi lo si potrebbe interpretare come una sorta di testamento del suo mondo musicale e della tante strade che ha imboccato. Fusion a tutti gli effetti, evoluzioni acrobatiche, che fosse seduto al mitico Fender Rhodes o a un piano a coda da concerto. Per questo è uno dei musicisti che amo mettere in cuffia: per lasciarmi guidare nei suoi percorsi sonori, sempre nuovi nonostante li ascolti centinaia di volte…

Dopo il doveroso e doloroso saluto a Chick Corea, il post di quest’oggi prevede l’uscita di un nuovo disco. La terza parte di una trilogia, opera di una musicista trentaseienne nata a Montreal ma haitiana di origini, Dominique Fils-Aimé. Una voce spettacolare e un senso della musica e dello spazio musicale pieno.

Three Little Words, uscito oggi nei negozi fisici e virtuali, conclude, come dicevo, un “viaggio” alle origini della musica afroamericana, come viene da lei intesa, ma anche una riflessione su tutto quello che c’è dietro quella musica, conflitti razziali inclusi. Dal primo album dove il blues dominava, Nameless, al secondo, Stay Tuned!, che le ha fatto vincere numerosi premi tra cui il Juno come voce jazz dell’anno e il Félix come disco jazz del 2019, in Three Little Words si dedica al Soul, ed è una rigogliosa avventura dove riesce a tessere armonie tra il Soul anni Sessanta e Settanta e l’evoluzione che lei stessa ha voluto dare al genere. Dunque, un album da ascoltare, pieno di vitalità, idee, sempre con la costante della voce solida di Dominique. Per chi non la conoscesse, invito all’ascolto dei tre dischi, nell’esatta progressione prevista dall’artista. Noterete un crescendo tra la bellissima Birds di Nameless, passando per Big Man do Cry di Stay Tuned!, a Being The Same dell’ultimo lavoro.

Dominique è la dimostrazione che la buona musica e i bravi artisti non smetteranno mai di darci grandi piaceri. Da Chick Corea a Dominique Fils-Aimé, ai tanti musicisti che ci hanno lasciato e agli altri che stanno emergendo, c’è un filo, con le dovute distinzioni, che lega note ed emozioni, una rara capacità che non appartiene a tutti e che per questo rendono loro, speciali, e la nostra vita (per lo meno la mia!) migliore e un po’ più saporita e vivace.